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Venezia #5: Castello

Il tempo non è moneta,

ma è quasi tutto il resto.

 

Ezra Pound

 

Dopo una lunga camminata verso via Garibaldi, mi siedo per una meritata pausa, il bar sembra più una trattoria, mi serve una cameriera cinese, caffè ottimo, guardo lo scontrino e il nome fa tenerezza: cin-cin. E cin cin sia, seppure con un’acqua minerale e un caffè.

La Biennale è finita da un pezzo, un luogo che prende vita solo pochi mesi all’anno, e poi rimane silente, padiglioni abbandonati in mezzo a giardini incolti, architetture fantasma. La strada è un via vai di veneziani con le borse della spesa, un posto tranquillo.

Proseguo il mio viaggio a ritroso nel tempo attraversando il ponte dell’Arsenale, altissimo, un po’ effetto baita con quella sua struttura in legno, e passo davanti a un’istituzione veneziana, la Società Dante Alighieri, dove è possibile assistere a letture di interi capitoli della Divina Commedia, che ricordano un po’ mattini pigri a letto ad ascoltare la voce di Vittorio Sermonti che declamava i versi con una tale soavità da piombare presto nelle braccia di Morfeo, per svegliarsi con la sigla finale, “ma come è già finito?”, e lasciare Virgilio a un altro vallon.

Ma in caso di dubbi danteschi qui si può sempre ritornare. Vuolsi così cola dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare…

Se proprio si vuole ritornare ancora più indietro, è bene proseguire alla volta di San Pietro in Castello, un micro cosmo a sé, ancora una volta un ponte, si attraversa uno spiazzo verde su cui campeggia la Basilica di San Pietro, con un campanile che ora pende come la torre di Pisa, un villaggio che resiste al contemporaneo, anzi potrebbe essere proprio un’installazione in sé. In che anno siamo? Non si sa, commemorato in un quadro di Canaletto, uno dei due unici notturni, l’altro, magnifico, con una luna che spicca in un cielo nero dedicato alla veglia di Santa Marta, il panorama è immutato. Apparentemente, mi distrae la suoneria di un telefonino, ma non è la solita suoneria elettronica, è Alan Sorrenti, “Noi siamo figli delle stelle”, la preistoria del pop italiano…”Eh ora dove ti xé?” risponde inaspettatamente una signora di età indefinita.

E così per colpa di quella suoneria, mi ritrovo a cantare, “come due stelle noi, soli nella notte ci incontriamo”…meno male che in giro non ci sono persone. Occorre un cambio di scenario, meglio rituffarsi nella fondamenta affollata verso San Zaccaria. Lungo il tragitto si incontrano spesso damine settecentesche che distribuiscono volantini sui concerti di Vivaldi, il prete rosso, e mi vengono in mente le sue musiciste prodigiose, nell’orfanotrofio della Pietà, abilissime strumentiste che venivano educate alla musica e potevano rinascere a nuova vita grazie alla musica. Ma l’aspetto più commovente è che nel momento dell’abbandono, quando la loro vita ricominciava altrove, nella cesta veniva lasciato un segno di riconoscimento, la metà di qualcosa, un oggetto, un nastrino, e una piccola striscia di carta in cui veniva spiegato il motivo di quella scelta dolorosa e che doveva essere tenuta da chi avesse voluto tornare sui suoi passi, un lascia passare per ricominciare daccapo se si cambiava idea.

A questo punto è impossibile non rendere omaggio a una delle più belle cantate di Vivaldi, tratte dall’Orlando Furioso, “Cessate, ormai cessate”, larghetto e andante molto, esaltata come sempre dal virtuosismo degli archi contro l’amore tiranno, alla faccia dell’ineluttabile susseguirsi delle quattro stagioni.

 

 

Fossili

Sul chiuso quaderno 
Di vati famosi,
Dal musco materno 
Lontana riposi,
Riposi marmorea,
Dell’onde già figlia,
Ritorna conchiglia.
 
Occulta nel fondo
D’un antro marino
Del giovane mondo
Vedesti il mattino;
Vagavi co’ nautili,
Co’ murici a schiera;
E l’uomo non era…
 
 
Sopra una conchiglia fossile nel mio studio, Giacomo Zanella, Poesie 1868-1885
 

Sono andata a votare, poco convinta, in apprensione per questa epoca in crisi nera, anzi nerissima. Seguendo la tassonomia delle ere geologiche, le descrizioni sono di solito poco invitanti, animali che arrancano alla ricerca di cibo, e vengono fagocitati da bestie ferocissime, condizioni climatiche terrificanti, tempi duri. Il Cretaceo si ricorda per l’estinzione dei dinosauri, circa 65 milioni di anni fa, mostri che inspiegabilmente piacciono tanto ai bambini. Ora sembra che la causa sia stata un’enorme meteorite, un vero cataclisma per queste creature infernali dalla mole sproporzionata, morte di fame e di freddo. Attualmente brancoliamo ancora nell’Olocene, era relativamente giovane, iniziata solamente 12000 anni fa, e chissà quante altre mutazioni saremo in grado di scoprire…Darwin collezionava campioni di fossili nella Penisola della Yucatán nel tentativo di ordinarli per specie, secondo studi recenti prese parecchie cantonate, smentito da paleontologi che hanno scritto trattati su fossili di mammiferi che non sappiamo nemmeno pronunciare. Forse come sosteneva Le Corbusier, è il caso di guardare oltre: Questi frammenti di elementi naturali, pezzetti di pietra, fossili, schegge di legno, cose martirizzate dagli elementi, raccattate lungo il bordo del mare, […] che esprimono leggi fisiche, l’usura, l’erosione, lo scoppio, ecc., non solo hanno qualità scultoree, ma anche uno straordinario potenziale poetico.

 

Oggi no, domani sì?

Français : Samuel Beckett.

Aspettando Godot è un’altra di quelle espressioni ormai entrate nel vocabolario quotidiano, come Carlo in Francia, altra frase usata spesso a casa mia come metro di paragone vago per indicare qualcuno che ne ha fatte di tutti i colori, eufemismo un po’ vintage ma che rende l’idea. Di solito è sempre qualche conoscente…

Quando sono stata a Dublino, mi ha colpito che la gente andasse a teatro in ciabatte, un’azione assolutamente comune, un luogo familiare frequentato da tutti, Beckett era amatissimo. Credo che sia ancora così, se qualcuno ha il coraggio di attraversare O’ Connell Bridge con un vento che ti trapassa come una pugnalata.

In Italia abbiamo delle produzioni complicatissime con attori con la voce impostata impegnati a rappresentare l’inesistente, in Irlanda invece il teatro è l’equivalente di bersi una pinta, o anche due. Basta entrare in un pub, e si hanno delle conversazioni che sono degli autentici capolavori dell’assurdo. Il giorno dopo, bisogna ricominciare tutto daccapo, perché tu sei l’unico che ti ricordi qualcosa, l’altro, che è quasi sempre seduto allo stesso posto, ti guarda con un punto interrogativo sulla fronte, ma è comunque sempre ben disposto, per cui si attacca a parlare come se non fosse successo niente, esattamente come in Aspettando Godot, un loop interattivo senza fine.

L’opera venne scritta negli anni ’50 in francese, e successivamente tradotta in inglese dallo stesso Beckett. Definito come il capolavoro del teatro dell’assurdo, alcuni critici temerari hanno persino azzardato l’ipotesi che il nome Godot fosse in realtà una riflessione su Dio (God) ma che il suffisso in ot, derivato dal francese, ne rimpiccioliva l’entità, riducendolo quasi a una figura grottesca. C’è poi chi si è spinto oltre, mettere un punto a Dio, dalla contrazione di God e dot.

Beckett ha sempre negato, con aria quasi annoiata, è sempre stato molto restio a rilasciare interviste, non ha mai amato la notorietà acquisita con il Nobel nel 1969.

Chi l’ha definita una commedia post-atomica, una riflessione sull’uomo che ormai ha perso la propria identità, in un mondo in cui non ha nulla in cui riconoscersi.

Chi invece non si arrende e riflette sulla coppia di amici, Estragone-Gogo e Vladimiro-Didi, vestiti da barboni, seduti su una panca, con un albero alle spalle, e le foglie che cadono a testimoniare il passare del tempo. Hanno fame, freddo, litigano in continuazione ma non riescono a separarsi, sempre seduti sulla stessa panchina, una relazione distruttiva senza speranza. Ancora una volta dettagli che racchiudono mondi.

Se si osserva qualche foto di Beckett (1906-1989) si scopre un viso interessantissimo, pieno di rughe, con degli occhi cristallini, una specie di sfinge che custodisce infiniti segreti.

Samuel Beckett trascorre l’infanzia a Foxrock nella periferia di Dublino, si laurea a pieni voti al Trinity College in letteratura inglese, francese, italiana, insegna per un breve periodo alla Normale di Parigi, il suo primo lavoro è un saggio su Dante, Vico, Bruno e James, si appassiona a Ėjzenštejn e gli chiede una collaborazione come assistente, ma la lettera non arriverà mai a destinazione e chissà che film avrebbe potuto girare con il regista della corazzata Potëmkin. La madre non accetterà mai la scelta di dedicarsi alla letteratura, considerata una totale perdita di tempo. A Parigi conosce e frequenta Giacometti, gioca a scacchi con Duchamp, è un esperto di Marcel Proust, ha un flirt con Peggy Guggenheim, viene persino accoltellato da un ammiratore respinto, un tale Prudent, che Beckett ha la bontà di perdonare e non denunciare. Durante la guerra partecipa alla Resistenza.

Il successo di Aspettando Godot (1953) inaugura una proficua carriera teatrale, Finale di Partita (1957), L’ultimo nastro di Krapp (1958), Giorni Felici (1961). Collabora con la BBC con un’opera radiofonica, Tutti quelli che cadono, e nel 1964 scrive la sceneggiatura per il cortometraggio Film di Allan Schneider – indubbiamente non casuale la scelta di intitolare un film film – con Buster Keaton. Più tardi cura la regia per alcune rappresentazioni teatrali televisive con la televisione tedesca. Nel 1982 scrive Catastrofe come atto di solidarietà a Vaclav Havlev, che era stato imprigionato per la sua attività politica.

Il fluire frenetico di una vita ricca di avvenimenti si traduce in una produzione letteraria rigorosa, un continuo togliere, ridurre le cose all’essenza, dove il silenzio viene colmato da quello che non viene detto. Ma alla poesia Beckett riserva parole eloquenti.

Musica indifferente

Cuore tempo aria fuoco sabbia

Dal silenzio una frana di amori

Copre le loro voci che

Io non possa più sentirmi

Tacere

Oggi no, domani sì?

Français : Samuel Beckett.

Aspettando Godot è un’altra di quelle espressioni ormai entrate nel vocabolario quotidiano, come Carlo in Francia, altra frase usata spesso a casa mia come metro di paragone vago per indicare qualcuno che ne ha fatte di tutti i colori, eufemismo un po’ vintage ma che rende l’idea. Di solito è sempre qualche conoscente…

Quando sono stata a Dublino, mi ha colpito che la gente andasse a teatro in ciabatte, un’azione assolutamente comune, un luogo familiare frequentato da tutti, Beckett era amatissimo. Credo che sia ancora così, se qualcuno ha il coraggio di attraversare O’ Connell Bridge con un vento che ti trapassa come una pugnalata.

In Italia abbiamo delle produzioni complicatissime con attori con la voce impostata impegnati a rappresentare l’inesistente, in Irlanda invece il teatro è l’equivalente di bersi una pinta, o anche due. Basta entrare in un pub, e si hanno delle conversazioni che sono degli autentici capolavori dell’assurdo. Il giorno dopo, bisogna ricominciare tutto daccapo, perché tu sei l’unico che ti ricordi qualcosa, l’altro, che è quasi sempre seduto allo stesso posto, ti guarda con un punto interrogativo sulla fronte, ma è comunque sempre ben disposto, per cui si attacca a parlare come se non fosse successo niente, esattamente come in Aspettando Godot, un loop interattivo senza fine.

L’opera venne scritta negli anni ’50 in francese, e successivamente tradotta in inglese dallo stesso Beckett. Definito come il capolavoro del teatro dell’assurdo, alcuni critici temerari hanno persino azzardato l’ipotesi che il nome Godot fosse in realtà una riflessione su Dio (God) ma che il suffisso in ot, derivato dal francese, ne rimpiccioliva l’entità, riducendolo quasi a una figura grottesca. C’è poi chi si è spinto oltre, mettere un punto a Dio, dalla contrazione di God e dot.

Beckett ha sempre negato, con aria quasi annoiata, è sempre stato molto restio a rilasciare interviste, non ha mai amato la notorietà acquisita con il Nobel nel 1969.

Chi l’ha definita una commedia post-atomica, una riflessione sull’uomo che ormai ha perso la propria identità, in un mondo in cui non ha nulla in cui riconoscersi.

Chi invece non si arrende e riflette sulla coppia di amici, Estragone-Gogo e Vladimiro-Didi, vestiti da barboni, seduti su una panca, con un albero alle spalle, e le foglie che cadono a testimoniare il passare del tempo. Hanno fame, freddo, litigano in continuazione ma non riescono a separarsi, sempre seduti sulla stessa panchina, una relazione distruttiva senza speranza. Ancora una volta dettagli che racchiudono mondi.

Se si osserva qualche foto di Beckett (1906-1989) si scopre un viso interessantissimo, pieno di rughe, con degli occhi cristallini, una specie di sfinge che custodisce infiniti segreti.

Samuel Beckett trascorre l’infanzia a Foxrock nella periferia di Dublino, si laurea a pieni voti al Trinity College in letteratura inglese, francese, italiana, insegna per un breve periodo alla Normale di Parigi, il suo primo lavoro è un saggio su Dante, Vico, Bruno e James, si appassiona a Ėjzenštejn e gli chiede una collaborazione come assistente, ma la lettera non arriverà mai a destinazione e chissà che film avrebbe potuto girare con il regista della corazzata Potëmkin. La madre non accetterà mai la scelta di dedicarsi alla letteratura, considerata una totale perdita di tempo. A Parigi conosce e frequenta Giacometti, gioca a scacchi con Duchamp, è un esperto di Marcel Proust, ha un flirt con Peggy Guggenheim, viene persino accoltellato da un ammiratore respinto, un tale Prudent, che Beckett ha la bontà di perdonare e non denunciare. Durante la guerra partecipa alla Resistenza.

Il successo di Aspettando Godot (1953) inaugura una proficua carriera teatrale, Finale di Partita (1957), L’ultimo nastro di Krapp (1958), Giorni Felici (1961). Collabora con la BBC con un’opera radiofonica, Tutti quelli che cadono, e nel 1964 scrive la sceneggiatura per il cortometraggio Film di Allan Schneider – indubbiamente non casuale la scelta di intitolare un film film – con Buster Keaton. Più tardi cura la regia per alcune rappresentazioni teatrali televisive con la televisione tedesca. Nel 1982 scrive Catastrofe come atto di solidarietà a Vaclav Havlev, che era stato imprigionato per la sua attività politica.

Il fluire frenetico di una vita ricca di avvenimenti si traduce in una produzione letteraria rigorosa, un continuo togliere, ridurre le cose all’essenza, dove il silenzio viene colmato da quello che non viene detto. Ma alla poesia Beckett riserva parole eloquenti.

Musica indifferente

Cuore tempo aria fuoco sabbia

Dal silenzio una frana di amori

Copre le loro voci che

Io non possa più sentirmi

Tacere

E oggi sono 2 anni

OGGI Branoalcollo compie 2 anni

Il blog è nato un tardo pomeriggio del 29 Agosto del 2010 nel segno della Vergine, l’anno della Tigre di Metallo secondo l’oroscopo cinese. Da allora ho pubblicato con disciplina prussiana 143 articoli, divisi tra traduzioni di poesie, prevalentemente dall’inglese, saggi, stralci dei miei nuovi e vecchi lavori, progetti e riflessioni varie su temi che mi hanno sempre interessato, primo fra tutti il nostro rapporto con il tempo in campo letterario, filosofico, poetico.

Nella classifica degli articoli più letti ho avuto un’ulteriore riconferma, continuano a esserci con mio grande piacere le poesie. Ho sempre trovato noiosa la tendenza accademica ad appesantire i testi con note eccessivamente prolisse e pedanti. Le poesie vanno lette a voce alta, possibilmente senza l’enfasi di certi nostri attori italiani. Non devono essere spiegate con inutili parafrasi, non c’è bisogno di ridire male quanto è già stato scritto in modo sublime, è sufficiente una breve introduzione efficace al punto da stimolare la nostra immaginazione.

La difficoltà di ogni traduzione poetica sta proprio nel riprodurre la bellezza e il ritmo delle parole nella versione originale, mantenendone la stessa intensità. Il destino dei classici è legato a una continua rilettura, perché le traduzioni invecchiano, testimoniano il passare del tempo, hanno sempre bisogno di essere rapportate a una dimensione presente, in una tensione creativa che si nutre proprio della sua stessa transitorietà, puntuale momentaneamente ma in perenne movimento come è giusto che sia. Una traduzione italiana anni ’50 a volte può risultare insopportabile per certi vezzi stilistici – ho anch’io le mie manie, sono totalmente a sfavore del pronome ella o di chi usa fottuto come calco dall’americano, specialmente nei film dove improvvisamente tutti diventano fottuti, vivono in fottute case, parlano con i loro fottuti amici, leggono i loro fottuti libri, un inferno – tranne casi rarissimi deve essere rielaborata secondo nuovi parametri, apprezzando l’impegno di chi ci ha preceduto nell’impresa, e ha condiviso con noi un percorso comune aiutandoci a capire meglio le nostre stesse fragilità.

I sonetti di Shakespeare figurano tra i preferiti, seguiti da quattro autori pilastro: Wordsworth, Auden, Heaney e Yeats. Insieme ai saggi, ha avuto un’attenzione inaspettata una nuova categoria introdotta quest’anno, quella dedicata ai liberi pensatori e filosofi, ai primi posti Pavel Florenskij e le sue teorie sull’icona e il tempo capovolto. Fa eccezione la recensione di Biancaneve e i sette nani, in mezzo a due corpose relazioni di architettura. Evidentemente Biancaneve ha più seguaci di quanto potessi immaginare, in postazione stabile per tutto questo biennio – sospetto più per un dirottamento sbadato dai siti porno nei motori di ricerca. Il contrasto continua a farmi ridere. L’idea iniziale quando ho aperto il blog era proprio di dare spazio anche alla cultura pop, ai momenti di relax nell’arco della giornata, che poi è quello che faccio abitualmente, leggendo e mescolando generi diversi, e ascoltando vari tipi di musica.

Rispetto all’anno scorso le visite sono quadruplicate, la scelta di reinterpretare i classici procedendo per aree tematiche è stata apprezzata. Grazie davvero di cuore a tutti quelli che hanno navigato nel mare di Branoalcollo, a chi mi ha seguito con costanza e affetto fin dall’inizio, ai nuovi iscritti che sono sempre benvenuti, a chi mi legge per la prima volta ORA.

L’avventura continua con impegno e immutata passione. A prestissimo, un brindisi virtuale con tutti voi, cin cin, cheers, Qaplà!

Se volete lasciare un commento e/o eventuali suggerimenti, critiche costruttive, io sono qui, non come Renato Zero ma ci sono.

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