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Dentro il quadro: #Effie, #JohnEverettMillais e #JohnRuskin

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Effie Gray (1828-1897), nobildonna scozzese, sposata al critico d’arte John Ruskin (1819-1900) è qui ritratta nella parte della moglie devota in un quadro di John Everett Millais (1829-1896) – L’ordine di scarcerazione, olio su tela, Londra 1852-53.

All’epoca Effie era infelicemente legata a John Ruskin, più interessato all’arte e alla storia delle rovine che all’amore coniugale. Nel quadro Effie posa come la moglie di un ribelle giacobita, episodio inventato dal pittore stesso che lo fa risalire al 1746, probabilmente ispirato dai romanzi di Walter Scott, ha i capelli più scuri, sullo sfondo una prigione, in basso a destra le primule gialle appassite a terra, lo sguardo triste e rassegnato che allude forse al sacrificio della donna scalza che ha dovuto sottostare al ricatto sessuale della guardia per salvare la vita al marito ferito e ottenere l’ordine di scarcerazione. Il quadro ebbe un successo talmente grande che quando venne esposto alla Royal Academy fu necessario mettere un poliziotto per spostare la folla.

Giorno dopo giorno John Everett Millais, il protégé di John Ruskin, mentre studia il soggetto da ritrarre, consulta persino un esperto di tartan per dipingere il kilt del soldato scozzese, utilizzando quello del clan Gordon, stabilisce un rapporto privilegiato con chi diventerà la sua futura moglie. E negli occhi coglie quella tristezza di una giovinezza spenta, confinata in un matrimonio senza speranza, mai consumato, respinta dal marito già dalla prima notte di nozze. Secondo il critico bella ma non al punto di suscitare in lui nessuna passione, poco attratto dal suo corpo di donna, ormai non più bambina. John quando era piccola le aveva dedicato un racconto, Il Re del Fiume d’oro.

Durante un viaggio in Scozia in cui il pittore segue il critico per fargli una serie di ritratti, succede l’inevitabile, Euphemia si innamora del giovane Millais e decide di lasciare il marito. John Ruskin è immerso nella scrittura del secondo volume de Le Pietre di Venezia. Al ritorno, niente è più come prima, restituisce in una lettera la fede e chiede l’annullamento del matrimonio, si deve sottoporre a un’umiliante visita medica che dimostra la sua verginità. John Everett Millais aspetta con calma che si svolga tutto l’iter burocratico, ma non cade nella trappola ricattatoria del suo mecenate, non seduce Effie e lascia che gli eventi abbiano il loro corso. Il caso si chiude con l’ammissione pubblica dell’impotenza di John Ruskin.

Nel 1855 Effie Gray ex Lady Ruskin sposa John Everett Millais, aprendosi a una nuova vita, consigliera del marito pittore e musa di molti suoi quadri. John Ruskin continuerà a dedicare tutto il suo tempo all’arte e ai suoi scritti:

Se qualcuno abbastanza abile nel leggere i manoscritti stracciati dalla mente, volesse avere una più intima conoscenza di me, può trarla sapendo verso quali personaggi della vita passata avverto maggiore trasporto. Farò tre nomi. Per tutto ciò che c’è di più intenso e profondo in me, di ciò che mi pone all’unisono con il lavoro che faccio, che mi dà le luci e le ombre che sono nel mio essere, mi sento attratto da Guido Guinicelli. Per quanto concerne il mio temperamento naturale e consueto, per i miei pensieri sulle cose e sulla gente, da Marmotel. Per quanto concerne il mio temperamento più acceso e occasionale, dal decano Swift. (1)

____________________________

(1) Le Pietre di Venezia, John Ruskin, ed. Bur, luglio 2000, p. 44, estratto da John Ruskin, Sesamo e Gigli, 1871.

 

 

Suffragette City

Mimosa nemmeno l’ombra.

Auguri per carità che tanto mica si festeggia solo oggi? – Frase sentita fino alla nausea.

Non sarai mica femminista? – tuona come un rimprovero.

Come ricorda Marie Louise von Franz l’anima ha bisogno di rinnovamento.

Allenarsi alla resilienza.

 

 

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Le interviste possibili: X. Luca Cerretti

Il decimo appuntamento con le interviste possibili si apre con un giovane poeta pubblicato da Marco Saya Edizioni, Luca Cerretti, laureato al Dams con una tesi sulla paranoia nel cinema americano contemporaneo, vegano, esperto di fumetti, di fantascienza, a tratti, anima pop, in una parola eclettico.

Benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Un tè mu, miscela potentissima di origine giapponese, un orzo italico, a te la scelta…

Grazie a te per l’invito, non bado troppo all’arredamento casalingo, ma il tuo salotto mi sembra molto confortevole, farò finta di stare sul lettino del mio analista immaginario, sperando di riuscire a formulare qualche pensiero autoctono e di senso compiuto, almeno questi sono i miei buoni propositi della giornata.

Prima di iniziare ti informo che accetto la miscela giapponese…e non per mero esotismo ma perché cerco sempre di uscire dalla mia zona di (s)conforto (con risultati deludenti qualcuno potrebbe aggiungere…). Magari mi rimette in sesto il mio evidente crollo karmico e magari pure i sette Chakra…kundalini compreso.

Vedremo…Intanto per rompere il ghiaccio, hai una Musa preferita tra quelle della mitologia classica?

Non ho una musa preferita, sarebbe facile dirti Calliope (ho complessi edipici ma sopratutto epici irrisolti…) mi sembra una risposta talmente banale che te la risparmio.
In realtà mi piace particolarmente il concetto di musa, di qualcuno che ti porti l’ispirazione a domicilio senza neanche pagare le spese di spedizione (e pensa che il sottotitolo del mio libro in origine era “Tutte le muse vengono al pettine”).
In generale per me l’ispirazione è legata alla sofferenza acrobatica.
Devo sapere che c’è un rischio, devo fare l’equilibrista senza la rete, entrare come Houdini pagoda della tortura cinese.
Quando sto bene non riesco a scrivere, non ci penso nemmeno, questa è la differenza tra un dilettante come me e chi scrive per professione.
D’altronde la poesia non è mai diventata un prodotto d’intrattenimento e nessuno la legge, quindi si scrive solo per necessità, per tornare a quell’atto mancato, per mettere una toppa su quello squarcio del tessuto spazio-temporale che si sta portando via tutto il resto.
Ma sto decisamente deragliando.

Volendo si può andare anche fuori tema…

Tornando alle muse: ho un cattivo rapporto con queste pigre divinità. Prima le invoco disperatamente (con tanti di annunci condivisi su tutti i principali social network e persino sui giornali parrocchiali…) e poi quando escono dal mio radar comincio a sbraitare in codice binario e poi non mi resta altro che scrivere, scrivere, scrivere e scrivere. E mai in questo preciso ordine…

Tutte le ventinove poesie raccolte in Alcuni Tentativi di Ipnosi sono sottilmente legate al tema conduttore di un amore finito, della disillusione, del sogno spezzato – non ho potuto fare a meno di ripensare alle Cento poesie di amore a Ladyhawke di Michele Mari – declinate secondo la logica di una sofferenza imbrigliata da una leggerezza terapeutica, il 29 è un numero casuale o ha una ragione di essere?

Non sono un fanatico della numerologia (anche se ho un certo interesse verso l’occultismo, la magia, le discipline parascientifiche, il mentalismo ecc.) e non ho neanche contato quante poesie (mi scuso per l’utilizzo improprio di questo termine riferito a quelle cose in versi pubblicate con tanta sfacciataggine) sono finite su carta.
Grazie Carla di averle contate per me…:)

Cercavo degli indizi…

Ti stavo depistando per prendere tempo…a pensarci bene per una “curiosa” casualità (lo giuro sulla mia anemica collezione di Urania), il 29 è il numero degli anni che avrebbe compiuto la musa (a cui è dedicata la seconda parte del libro dal titolo escatologico La fine delle grandi narrazioni) se fosse ancora in vita. Non è morta, solo che mi sono accorto tardi che non era mai stata viva. Come me d’altronde.
Così, senza volerlo, abbiamo trovato anche la famosa (ed esoterica) quadratura del cerchio.

Già…Come diceva Flaubert, “non si sa cosa sia, ma bisogna alzare le spalle quando ne parlano”…Come è il risveglio dopo l’ipnosi?

Secondo te ho la faccia di uno che si è risvegliato?
Diciamo che mi sono auto ipnotizzato e sto ancora vagando come un sonnambulo malnutrito che non riesce a spostarsi prima di sbattere contro la prossima barriera architettonica.
Amo l’impatto e le sue conseguenze.
Se non ci fossero degli ostacoli credo proprio che la razza umana si sarebbe già estinta (sai che perdita…).
Cerchiamo tutti l’agone, anche se magari non razionalmente.
Nel mio caso, e questa mia confessione va inserita subito nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, sono un grande estimatore della sconfitta in tutte le sue gradazioni.
Senza fallimento e senza la caduta (spero non di stile) non sentirei nemmeno il bisogno di compensare le voragini aperte sul mio costato dal Longino di turno con la sua lucida lancia.
La scrittura dovrebbe comunicare qualcosa, qualsiasi cosa. Io comunico il mio fallimento.
Il titolo del libro comunque, lo posso spiegare finalmente al mondo intero qui riunito, è la metafora che ho scelto per descrivere l’amore, anzi la sua fase iniziale (stavo per scrivere terminale) cioè il mitologico concetto di “innamoramento”. Per quanto mi riguarda è solamente un tentativo di ipnosi, se funziona ti innamori di me (almeno questo è quello che credi…piccola ingenua) e se non funziona si scrivono quintali di paroline asmatiche sperando poi di non dover ripetere in maniera coatta la stessa identica via crucis di prima.
Mi scuso per questo retrogusto di malcelato delirio mistico ma è dovuto ad una prolungata quarantena monastica…

I tuoi “tentativi” sono di fatto delle micro narrazioni che invitano a continue riletture, per scoprire rimandi, citazioni interne ed esterne al testo. Una scrittura formalmente semplice, costruita a strati di dissimulazione di grado diverso, con picchi che raggiungono la saggezza di un aforisma, accompagnati dalla volontà di non prendersi mai troppo sul serio…“Le tue parole sono pietre…Ti sbagli sono pietre che sembrano parole…”, che importanza ha per te l’autocontrollo nella rielaborazione delle emozioni?

Io sono diventato un devoto assoluto del self-control emotivo, sono in quarantena sentimentale, sono un numero 5 (secondo la tipologia caratteriale degli enneagramma di matrice gestalt) cioè una persona che vive reclusa nella sua monade bonsai, un regno di puro intelletto e del tutto a prova di emozioni esterne.
Sono un soggetto schizoide, per usare un termine più preciso…e poi mi chiedo perché ci sia una continua migrazione di muse dalle mie parti.
Come tutte le persone generate (e non create) senza pelle e con i nervi scoperti troppo presto mi sono dovuto velocemente adattare (e qui torna ancora il vecchio saggio Darwin) all’ecosistema della provincia (cronica come cantavano i Baustelle) in cui sono stato allevato, come una coltura batterica, per non finire sempre con la faccia piena di lividi e sputi.
Avevo bisogno di escapismo, la lettura era il modo più economico di farlo (poi ci sarebbe stato l’incontro fatale con la canzone d’autore, la poesia, il cinema e tutti gli altri rimedi contro l’alienazione…).
Sono intossicato dalla fiction, è un’infezione interiore, e con il tempo sono diventato l’esteta gelido di gozzaniana memoria perché si finisce con il perdere contatto con il proprio tunnel di realtà ma nella mia educazione sentimentale è stato un passaggio fondamentale per non finire nella lunga lista degli aspiranti suicidi (e avendo una certa venerazione per Tenco…).
È una posizione di difesa, e nell’ambito della scrittura aiuta a distaccarsi dall’oggetto amoroso e renderlo immune al pericolo del patetismo sentimentale autoevidente e del narcisismo ubiquo.
I sentimenti non vanno soffocati sul nascere, ma neanche esibirli pubblicamente e renderli una fonte di intrattenimento parossistica per il pubblico gastronomico.
È questa la lezione principale che ho appreso leggendo il Montale di Xenia.
Purtroppo non ho appreso dove trovasse tutto quel suo maledetto talento…

In “Una conclusione vera e propria” nomini un misterioso Manuale M. È la promessa di un sequel?

Mi dispiace deludere i miei lettori (al momento sono 6, contando anche la mia vicina di casa affetta dal morbo di Alzheimer che ha scambiato Alcuni tentativi ecc. ecc. per un libro di ricette ecosostenibili…) ma non ci sarà un sequel, non amo ripetermi, come disse la mia ex dopo avermi baciato.
Certo potrei anche cambiare idea, voglio dire se il mio account di posta dovesse riempirsi di mail che mi implorano di scrivere Alcuni tentativi ecc. ecc. parte II…perché dovrei deluderli?
Torno in modalità seriosa.
La “poesia” che chiude il libro si chiama appunto Una conclusione vera e propria, e questo titolo (una volta tanto dirai…) mi sembra definitivo e persino chiaro(veggente…con il senno di poi…).
Venero la fine di un rapporto di tipo telepatico, astrale, tra due soggetti senza più carne, fatto solo di logos balbettanti e di desideri in rimozione forzata.
È arrivato il momento di lasciare che i morti seppelliscano i loro morti.
Posso dirti però che sto lavorando ad un nuovo progetto che potrebbe vedere la luce nel 2015 (sono un candido ottimista a volte).
Sarà un lavoro punk, nel senso più lato del termine, la mia promessa è quella di tenere a bada la mia tendenza alla regressione malincoironica (non passo la giornata ad ascoltare Pink Moon di Nick Drake o a giocare con la corda alla Ian Curtis…).
Certo ci saranno alcuni occulti collegamenti per tutti i fanatici dell’intertestualità (e delle Agghiaccianti simmetrie), posso anticiparvi che ci sarà il vero e proprio epitaffio finale di Alcuni tentativi ecc. ecc.
Ma basta con gli spoiler.
Ah, mi avevi chiesto del famigerato il Manuale M. che è già divenuto oggetto di speculazioni e dibattiti online sulla vera natura di questo libro misterioso.
Purtroppo proprio non la posso spiegare pubblicamente (ci manca pure una querela…almeno avrei dei nuovi lettori…tra cui l’avvocato e il giudice…). Diciamo che volendo è un gioco di parole, un po’ troppo cifrato, anche per i miei gusti.
La mia ambizione sarebbe quella di trasformarlo in uno pseudobiblion tra i più ricercati tra i bibliofili come il Necronomicon di sua mostruosità HP Lovecraft o il Libro di Sabbia di sua santità JL Borges.

Ah però…Quale video hai scelto per noi e perché?

Ho scelto senza troppi ripensamenti Woody Allen. Io sono un cinefago (devo mangiare ogni giorno almeno una pellicola di nitrato d’argento) e la sua opera è stata la pietra angolare di questo mio disturbo compulsivo che non sembra migliorare per niente neanche con l’arrivo della quarta età.
Io in realtà non lo chiamo neanche Woody, ma il maestro.
Mi si è legato ai filamenti del dna circa venti anni fa e da allora passiamo molto tempo assieme (più di quaranti film da imparare a memoria…).
Senza di lui la mia vita sarebbe stata triste, infelice, desolata, priva di gravità, in caduta libera.
Ammetto che poi con tutta quella massiccia esposizione sono diventato decisamente un personaggio alleniano, o almeno questa è la massima aspirazione esistenziale che nutro.
La scena del film è tratta da Basta che funzioni uscito nel 2009, forse uno dei suoi ultimi capolavori.
Boris, il protagonista del film, spiega alla sua giovane adulatrice qualcosa sull’amore e lo fa in un modo che…credo sia meglio guardarlo insieme.
Ok, anche la presenza dell’angelica Evan Rachel Wood non guasta (ah Evan…non è che potresti diventare la mia prossima musa?)

Penso che non ci sia modo migliore di congedarsi. Grazie Carla per la decorosa sopportazione.

Grazie a te Luca, in attesa di vederti nel prossimo film di Woody Allen, ci accontenteremo di Boris, certo un’adulatrice come Evan chi non la vorrebbe?

§

Le interviste continuano…STAY TUNED

Le interviste possibili: IX. Cristina Bove

Oggi sono felice di avere come ospite Cristina Bove, un’artista baciata dalle Muse, si occupa da sempre di poesia, pittura, scultura, orecchio musicale raffinato, è presente in diverse antologie poetiche, ha pubblicato quattro raccolte di poesie, Mi hanno detto di Ofelia (Edizioni Smasher, 2012), Attraversamenti verticali (Il Foglio Letterario, 2009), Il Respiro della Luna (Il Foglio Letterario, 2008), Fiori e Fulmini (Il Foglio Letterario, 2007), solo a leggere i titoli si aprono mondi…

Benvenuta nel mio salotto virtuale, dovrei offrirti dell’ambrosia, in alternativa un caffè all’aroma italiano (il mio preferito è Kimbo), un tè, un aperitivo, a te la scelta…

Rispondo con piacere alle domande di Carla Bonollo, sensibile intervistatrice e gentile ospite, nel suo salotto virtuale dove si respira arte e poesia.

Prendo volentieri un caffè, grazie.

La prima domanda che ti faccio è proprio legata al tuo ultimo lavoro poetico, Mi hanno detto di Ofelia, il titolo inevitabilmente riporta in assenza la follia di Amleto, e io ogni volta che penso al suicidio di Ofelia, ho sempre in mente il quadro di Millais, che secondo me rappresenta in modo sublime la tragicità dell’abbandono in una natura accogliente, qual è stato l’elemento scatenante che ti ha spinto a raccontare quella deriva?

Sono stata ispirata proprio dalla mite tragicità di quel gesto, che conosco, avendolo effettuato a mia volta tuffandomi nell’aria, anziché nell’acqua. Miracolosamente viva, ho poi guardato le vicende del mondo con occhi diversi. La nascita dei miei quattro figli, le tappe della loro crescita, la loro assidua vicinanza, sono per me veri tesori. Ed è anche grazie a loro che la mia sensibilità si è acuita, forse anche troppo, diventando qualcosa di più intenso e coinvolgente di una normale empatia. E credo che sia da questi accadimenti che scaturisce il mio mondo artistico, soprattutto la poesia.

Ofelia, mi chiedevi: bene, per me la vera figura eroica della tragedia shakespeariana è lei, non Amleto. Lei che si allontana dalla follia vendicativa dell’amato, che rinuncia alla vita, e nel farlo offre ancora bellezza e amore. E l’immortalità ad entrambi. È la Donna che vive in ogni donna che ama non riamata.

Nella tua scrittura, compare spesso il trattino, che dà un ordine nuovo alle parole, un cambio di tono, una caduta, un abisso, come se quel segno rimandasse a tutto ciò che non viene detto. C’entra la tua esperienza come scultrice?

Il trattino basso l’ho adottato al posto delle parentesi e delle pause (dopo aver sperimentato un tratto lungo tra i versi per dare ulteriore incisività alle distanze e ai tempi) e mi piace allungarlo o accorciarlo secondo l’ispirazione del momento. Trovo interessante la tua domanda a proposito della scultura: sinceramente non ci avevo mai pensato, questo mi dice che tu ne hai colto la “spazialità” estetica oltre a quella poetica. Un’acutezza di sguardo che mi gratifica, molto.

“Versi in transfert” descrive in modo esemplare il tuo blog di poesie in movimento, come affronti i cambiamenti?

Penso che tutta la nostra vita sia in transfert. Adottai questo titolo mutuandolo dalla psicanalisi, non solo trasferimento di dati e di pensiero, però, ma anche di spostamento continuo da luogo a luogo, da mente a mente (ho traslochi di ogni genere, alle mie spalle). Ed è in me sempre presente la consapevolezza del Mutamento, frutto di lunghe ricerche filosofiche e grazie alla disciplina Zen.

È in uscita il tuo nuovo romanzo, di che si tratta?

Si tratta di un romanzo autobiografico. So che qualcuno storcerebbe il naso: chi racconta la propria vita, i suoi giri intorno alla banalità quotidiana, se non è Proust, è meglio che butti via la penna. Ma se qualcuno scrive della sua vita avventurosa, dei suoi viaggi attraverso case e cose, terre e storie, musica e poesia, e narra ciò che a tanti altri sfuggiva; se nel racconto oltre al corpo ci mette pure il senso del mistero che l’accompagna quasi ad ogni respiro, ebbene, credo che questa autobiografia potrebbe essere letta.

La leggerò. Personalmente sono totalmente a favore della autobiografia, in fondo ognuno riscrive la propria storia, se però cambia il nome all’autobiografia e si inventa un romanzo storico, allora i critici si incuriosiscono. Mi sembra una complicazione in più, tanto vale misurarsi con quello che si vuole scrivere.

Quale video hai scelto per noi e perché?

Sono stata molto in forse sulla scelta del brano, appassionata di musica classica mi piace soprattutto Bach, che trovo geniale, ma anche tanti, tanti altri. Ho dato la preferenza a questo valzer di Sibelius, perché mi riporta alla mia adolescenza (era il preferito di mia madre) e perché mi incanta la direzione di Vladimir Ashkenazy, il primo violino Lorenza Borrani, e l’esecuzione sentita e assorta di tutti gli orchestrali:

Che meraviglia! E allora ce lo ascoltiamo molto volentieri, grazie Cristina.

Grazie a te.

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Il blog di Cristina Bove è:  http://ancorapoesia.wordpress.com

 

Le interviste possibili: I. Claudia Bonollo

“Le nove figlie dal grande Zeus generate,

Clio e Euterpe e Talia e Melpomene,

Tersicore e Erato e Polimnia e Urania,

e Calliope, che è la più illustre di tutte.”

(Esiodo, Teogonia, incipit, 76-79)*

Inauguro questo mercoledì un nuovo appuntamento infrasettimanale: le interviste possibili…un richiamo indiretto nel titolo alle mitiche interviste impossibili interpretate da Carmelo Bene, in cui rivestiva ruoli di personaggi famosi storici del passato in una trasmissione radiofonica degli anni ’70, risposte immaginate raccolte poi nel libro omonimo di Giorgio Manganelli.

Qui invece, grazie alla tecnologia che permette di raggiungere mete altrimenti lontane, ho deciso di dare voce al talento, in qualsiasi forma si manifesti, condividendo quanto sostiene Clarissa Pinkola Estés, “alcuni dicono che la vita creativa stia nelle idee, altri dicono che stia nei fatti. È comunque sempre l’amore per qualcosa.”

Oggi, ho il piacere di presentare Claudia Bonollo, che oltre a essere mia sorella, è un’artista-architetto che vive e lavora a Madrid dal 1999. Laureata con lode in architettura allo IUAV di Venezia con una tesi all’epoca sperimentale sull’immaginario della città nel cinema, si è poi specializzata alla Bartlett School di Londra sotto l’egida di Peter Cook, ottenendo successivamente il titolo di Ricercatore all’Università di Architettura di Madrid. Pioniera della sperimentazione multimediale in tempi non sospetti, le sue prime video performance risalgono alla fine degli anni ’80, ha al suo attivo numerose mostre e pubblicazioni sia come architetto – è stata selezionata tra i migliori studi di architettura in Spagna dall’AIAC per la pubblicazione Architetti italiani in Spagna oggi (Mancosu Editore 2011), prendendo parte alla mostra itinerante partire restare tornare – che come artista, svolge da vent’anni una ricerca molto interessante sul colore. E il colore ha ispirato uno dei suoi progetti multimediali e multi-sensoriali più stimolanti, Creative Insomnia, workshop organizzati interamente intorno a un colore. Le notti creative sul colore sono diventate degli appuntamenti imperdibili, dopo il rosso, l’arancione, e il giallo, seguendo la sequenza cromatica dell’iride, siamo arrivati alle notti sul verde, prossimamente sugli schermi di Creative Insomnia.

Prima di tutto benvenuta nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? La dispensa la conosci, potrei stupirti con un Fernet Branca alla menta, altrimenti un porto Sandeman, un classico, o un Prosecco fresco…o un’acqua quantica?

Per cominciare possiamo dissetarci e allo stesso tempo rivolgerci un’attenzione speciale con un’acqua quantica. Opterei per quella con l’etichetta “La Bonne Étoile” che è sempre di buon auspicio, in alternativa suggerisco “Anima” e poi, naturalmente, non può mancare un brindisi con un ottimo Prosecco fresco.

Idee chiarissime, molto bene. Giusto per rompere il ghiaccio mentre ci sorseggiamo le acque quantiche, prima di passare al prosecco, qual è la tua musa preferita, ovviamente anche tutte se vuoi…

Fra tutte, le mie preferite sono: Erato, la Poesia amorosa, colei che provoca desiderio e che è raffigurata con la lira, Urania, colei che è celeste, l’Astronomia, con un bastone puntato al cielo, (il cielo mi ha sempre ispirato in effetti e lo dimostra il titolo di una mia mostra di tanti anni fa: “Effetti provocati dalla contemplazione del Cielo”) e Calliope, colei che ha una bella voce e che rappresenta la Poesia epica, madre di Orfeo e ispiratrice di Omero, figure che ho amato moltissimo per la mia grande passione per la mitologia, effigiata con una tavoletta ricoperta di cera e uno stilo.

Che figure affascinanti, a me piacciono tutte a dire il vero, ho delle riserve su Polimnia, che a parte il nome versatile, è la musa dei mimi, e quindi l’abbandonerei al suo destino…Come è nata la tua ricerca sul colore?

Il colore, veicolo di emozioni è stato fin dalla mia prima infanzia uno strumento personale per orientarmi nel mondo. Il mio gioco preferito era l’impossibile catalogazione delle tessere colorate che trovavo nel giardino, non molto distante c’era una fabbrica di mosaico. Le mie preferite erano le miscellanee di colori screziate d’oro o d’argento che venivano conservate gelosamente sotto la denominazione ”pezzi rari”. Da allora il colore è diventato l’elemento più importante del mio lavoro e delle mie ricerche. Non solo o non tanto il colore pigmento o materia, lo strato cromatico che imbellisce le cose e che veniva guardato con sospetto dai filosofi dell’antichità e dalla nostra cultura fino al XX sec. e che pure ho studiato, amato, praticato e difeso durante i miei studi nella facoltà di architettura. Ma il colore-luce, il colore come elemento primario della visione e della metamorfosi, il colore che rende visibili le cose che ancora non lo sono, il colore soglia sospeso fra mondi diversi e apparentemente inconciliabili, il colore inclassificabile, inapprensibile, impossibile da catalogare. Più che vedere il colore, io lo sento, percepisco le sue armonie, le sue qualità vibratorie e sonore, lo ricordo perché non posso dimenticarne la riverberazione e mi avventuro nella sua immaterialità luminosa. Nelle mie ricerche, nelle mie architetture e nelle mie installazioni il colore diventa spazio, uno spazio intimo e mutevole, capace di parlare direttamente alle nostre emozioni. Oggi con il progetto CREATIVE INSOMNIA, le prime notti creative interdisciplinari dedicate all’universo del colore, il colore diventa lo strumento per coinvolgere artisti, scienziati e ricercatori a produrre opere o studi che nascano dai suoi numerosi significati. La storia del colore, fatta di momenti di auge e di temporanee idiosincrasie riflette, in fondo, la storia dell’uomo, ne condivide il destino e apre a nuovi modi di vedere e di sentire. Non è un caso se siamo rossi di rabbia o verdi d’invidia, non è casuale il modo in cui dipingiamo la nostra vita.

Qual è stata l’esperienza più significativa in merito alle sperimentazioni sul colore, cosa ti ha stupito di più?

Forse la scoperta che ciascun colore richiama emozioni e esperienze distinte. Era un’intuizione che avevo da tempo ma la sperimentazione a tutto campo e il laboratorio corale e interattivo che suppone l’esperienza intensa di una Notte Creativa, ha superato ogni aspettativa. Nel rosso abbiamo esplorato l’origine delle cose, si sono avvicinati soprattutto artisti che consideravano il rosso come un inizio, e che hanno approfittato della sua forza travolgente per armarsi di coraggio e uscire allo scoperto, le ricerche erano sempre in bilico tra visibile e invisibile. Il rosso indica sempre un cambiamento di stato irreversibile. Quando il rosso si manifesta significa che qualcosa è accaduto, nel bene o nel male. E ci sembrava una eccellente metafora per cominciare il progetto di CREATIVE INSOMNIA. L’arancione è stato generoso, affabile e disinibito in tutti gli aspetti e caratterizzato da una voluttuosa sensualità: danze del ventre, workshop tantrici, il menù arancione combinava profumi e textures esotiche, appetitose e irresistibili… Nel giallo abbiamo avuto una programmazione con prevalenza sonora, come se ci fosse, latente, una volontà di dar voce: conferenze cantate, micro-teatro, concerti a cappella, cibi che provocavano piccoli suoni e esplosioni di sapori. Si è usato non per stigmatizzare, come è avvenuto dal medioevo in poi, quando il giallo ha perso la sua battaglia simbolica prima con il bianco e poi successivamente con l’oro e si è trasformato nella sua ombra, ma per illuminare rovesciandone la simbologia. Abbiamo cercato di riabilitarne la fama, rendendo visibile il sole interiore delle donne ancor oggi totalmente e pericolosamente ignorate dai circuiti artistici rilevanti e invisibili nel mercato dell’arte. La visibilità è diventata radiante. È stata, senza dubbio, una notte luminosa.

Il verde sta attraendo soprattutto installazioni multisensoriali e sinestesiche… un’apertura all’altro e un registro umano che va dall’invidia all’empatia dall’egoismo alla volontà di condividere. È un colore straordinario. Il festival sul verde sta obbligandomi a un salto quantico e forse, benchè il dossier della programmazione sia il migliore finora, la necessità di evolvere e lo sforzo organizzativo che comporta, mi fa riflettere su uno dei principali aspetti di questo colore, che avevo sottovalutato: il suo essere acerbo e aspro al principio. Per fiorire bisogna prima bucare la terra.

Verissimo…Quali progetti stai seguendo attualmente?

Sto lavorando a diversi progetti e su diversi fronti: gestione culturale, didattica creativa e ricerca, installazioni sperimentali architettoniche e artistiche. A parte l’organizzazione del Festival Creative Insomnia-Green Nights attraverso l’Associazione Culturale che dirigo da anni (Atelier Meta-morphic) e con cui organizzo corsi e LABORATORI LIBERATORI sperimentali sul colore (identità cromatiche) e sullo sviluppo a tutto campo della creatività, ho appena presentato un seminario intensivo sull’arte degli origami per un’importante Fondazione di Madrid.

Con Monamour Natural Design, una impresa di giardini verticali di cui sono head designer e art-director, sto ultimando la mise en scène di un jardin d’hiver nell’ampio spazio vetrina di Clorofilla Digital, un’impresa leader nel campo della riproduzione digitale artistica. Saranno presenti le nostre ultime ricerche sui giardini verticali con piante stabilizzate di design e le nuove collezioni di light-box e pianeti fioriti. Inaugureremo fra poco.

Artisticamente parlando sto attualmente collaborando con due artiste molto interessanti: Andrea Buchner e Anna Margules. Con Andrea stiamo elaborando un vestito scultoreo che sarà lo schermo vibrante per le immagini proiettate e lavorando a una serie di scenografie-installazioni per i suoi prossimi concerti a cappella e con Anna sto preparando l’iconografia delle città di smeraldo di tradizione neoplatonica, gli uccelli del Paradiso e il colibrí mitico, figlio della Madre Terra nella tradizione messicana, che accompagneranno le sue performance musicali legate a questi temi.

E poi naturalmente c’è il mio progetto eco-sostenibile sulla Riviera del Brenta, dove confluiscono tutte le mie ricerche sul benessere degli abitanti futuri, che procede lento però inesorabile.

Direi a full schedule…

Come diceva Picasso è meglio che l’ispirazione ti colga lavorando…

Qual è il tuo fiore preferito? Te lo chiedo perché sono curiosa di sapere che colore scegli…

In verità, la scelta è olfattiva. Generalmente vengo attratta dai fiori non per i loro colori ma per i profumi. Mi piacciono i girasoli però nei campi, non recisi, quando il giallo è talmente intenso da illuminare lo sguardo. Mi commuove la loro storia, il mito di un fiore che segue i movimenti del sole come un’amante devota. Il mughetto e il giacinto sono fiori primaverili i cui profumi mi mettono di buon umore ma le mie preferite rimangono le rose: bianche come la neve o color avorio antico, gialle, rosa, lavanda e corallo fino al viola purpureo quasi vellutato di certe specie. Le rose blu, al momento non esistono in natura, anche se nel 2004, una società giapponese è riuscita a creare, con l’aiuto della genetica, una rosa geneticamente modificata dal colore lilla-blu di rara bellezza.

Magnifica, come rinunciare a una rosa lilla-blu?

Si, è ipnotica, è come ammirare un unicorno.

Quale pezzo ci proponi oggi e perché l’hai scelto?

Vi propongo un nuovo lavoro sul blu, ho scelto la canzone “Je Chante” di Charles Trenet per creare un contrasto ironico tra la solennità delle immagini e una canzone leggera e che mette di buon umore.

E allora ce lo ascoltiamo e vediamo con molto piacere. Grazie Claudia.

Grazie a te Carla, è stato un grande piacere e complimenti per il tuo blog che seguiamo con interesse dalla Spagna e a cui auguriamo un antico motto vulcaniano: “Live long and prosper”…

Vi aspetto al prossimo appuntamento con le interviste possibili, mercoledì prossimo…STAY TUNED

Per chi volesse visitare i blog di Claudia Bonollo segnalo:

Creative Insomnia

Atelier Metamorphic

 

CV

Artistic statement

http://claudiabonolloatelier.wordpress.com/about/

http://claudiabonolloatelier.wordpress.com/about/cv-claudia-bonollo/

Acque Quantiche

http://ateliermetamorphic.wordpress.com/tributo-al-dr-masaru-emoto/

Progetto Creative Insomnia

http://creativeinsomnia.wordpress.com/creative-insomnia-2/

 

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* Elenco delle Muse secondo la classificazione di Erodoto:

Clio, colei che rende celebri, la Storia, seduta e con una pergamena in mano; Euterpe, colei che rallegra, la Poesia lirica, con un flauto; Talia, colei che è festiva, la Commedia, con una maschera, una ghirlanda d’edera e un bastone; Melpomene, colei che canta, la Tragedia, con una maschera, una spada e il bastone di Eracle (Ercole); Tersicore, colei che si diletta nella danza, la Danza, con plettro e lira; Erato, colei che provoca desiderio, la Poesia amorosa, con la lira; Polimnia, colei che ha molti inni, il Mimo, senza alcun oggetto; Urania, colei che è celeste, l’Astronomia, con un bastone puntato al cielo; Calliope, colei che ha una bella voce, la Poesia epica, con una tavoletta ricoperta di cera e uno stilo.

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