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#Gulliver #IXpuntata (ultima)

Dopo cinque mesi di vita domestica Gulliver è già pronto per un nuovo viaggio, questa volta come Capitano della nave Adventure, partenza da Portsmouth, 7 settembre 1710.

Dopo due settimane hanno già perso un membro dell’equipaggio che ha deciso di imbarcarsi in un’altra avventura che finisce male. Alle Barbados Gulliver è costretto ad assumere personale locale, scelta di cui si pentirà amaramente dato che si tratta di bucanieri che lo faranno prigioniero sulla sua stessa nave. Vendono quasi tutto, fanno traffici con altri pirati, molti muoiono durante la traversata fino a che il 10 maggio del 1711 arriva l’agognato cambio di scena, riceve la visita di un certo James Welch che gli comunica che hanno deciso di farlo scendere a terra. Gli fanno cambiare vestito, lo mettono in una scialuppa: destinazione sconosciuta. Gulliver si incammina lungo un villaggio pieno di vegetazione, ha già in mente di corrompere qualche selvaggio con dei gioielli che si è portato come merce di scambio. Molte impronte di cavallo fanno temere possibili frecce velenose..fino a che si avvicina alle abitazioni dei nativi che lo fissano perplessi. La parola più gettonata tra gli Houynhnhm è yahoo – ricorda qualcosa.

Uno Houynhnhm lo porta a casa sua dopo una passeggiata di tre miglia. Un cavallo grigio lo fa accomodare in una grande stanza, Gulliver non sa cosa pensare. Una cavalla lo fissa e pronuncia ancora la parola yahoo guardando con complicità il suo compagno cavallo. Poi entrano in un’altra stanza piena di cadaveri di animali da cucinare, tra cui asini, cani e mucche. Gli offrono una radice che Gulliver annusa con ribrezzo e restituisce, il menù della casa non lo attira, circondato da pile di fieno. Dopo molte insistenze Gulliver accetta avena, dopo tutto deve mangiare qualcosa anche lui. Gli viene data anche una stalla tutta per lui. La prima difficoltà è la lingua, con dei suoni gutturali simili al tedesco e all’olandese, la seconda è tentare di fargli capire cosa siano i libri e la letteratura. Capisce ora che Houynhnhm significa cavallo, ossia la perfezione della Natura. Per capire il resto ci mette altri cinque mesi di vita nella prateria.

Gulliver ha comunque preso l’abitudine di andare a letto coprendosi con i suoi vestiti. Nessuno degli yahoo sa come sia fatto un umano fino a che una mattina Gulliver, sorpreso nel sonno svela il suo corpo. Gli yahoo non sanno che farsene dei vestiti ma accettano il suo strano modo di vestirsi poi gli chiedono dei suoi viaggi. E Gulliver inizia a raccontare..fa fatica a spiegargli come per lui sia stata una sorpresa scoprire degli animali parlanti, gli yahoo lo fissano con interesse. Tra le prime incomprensioni c’è il concetto di verità, per gli yahoo esiste solo la Ragione, il linguaggio serve a comunicare, inconcepibile mentire, che viene tradotto con l’espressione “dire la cosa che non è”, poi naturalmente diventa difficile fargli capire di che cosa si occupano i cavalli nel suo paese, né gli yahoo capiscono la pratica umana di andare a cavallo, figurarsi quella di castrare i cavalli..e di domarli.

La conversazione si fa ardua quando deve descrivere il concetto di potere, legge, governo, punizione per cui non esistono parole. A questo punto lo yahoo vuole sapere qualcosa di più dell’Europa e dell’Inghilterra. Gulliver ci informa che rimarrà due anni nella terra dei cavalli intelligenti, mette le mani avanti che potrà farne solo un riassunto. Gli argomenti che ha trattato non sono affatto semplici: la rivoluzione del ‘600 di Guglielmo d’Orange, la guerra con la Francia, e il numero di cavalli uccisi, le città saccheggiate, le navi bruciate o affondate.

Come si spiegano i motivi per cui si scatena una guerra?

Tra le varie cause Gulliver elenca le divergenze di opinioni, l’ambivalenza del concetto di carne come nutrimento o meno, il possesso stesso, il confronto con un nemico più forte.

Il capo yahoo stenta a credergli, soprattutto gli sfugge come sia possibile che una cosa reputata legale e giusta possa essere la rovina di qualcun altro.

Altro tema per lui interessante è il denaro e il modo in cui viene impiegato. A cosa serve il vino? Anche qui i motivi si accavallano..per poi arrivare alla descrizione delle purghe, di come si curano certe malattie, rogne varie ed eventuali, fino a chiedere un approfondimento su cosa faccia il capo dei ministri. Per lo yahoo, Gulliver deve avere origini nobili, Gulliver per quanto lusingato gli fa capire che nel suo paese il concetto di nobiltà è alquanto confuso, e che molti nobili sono corrotti e vivono nel lusso, è pratica comune sposarsi tra di loro.

Una mattina viene convocato dal capo yahoo che lo fa sedere distante da lui e gli comunica che dopo aver a lungo ragionato su quanto riportato, si è convinto che non gli ha detto la verità, i suoi racconti sono privi di ragione. Gulliver ha per lui molte imperfezioni, solo ora capisce che in fondo non sia sbagliato coprirsi, proprio per non fare vedere agli altri i suoi difetti, non potrà mai essere uno yahoo. Poche somiglianze nel modo di governare il proprio paese, nell’apprendimento, nelle manifatture e nelle arti. Le femmine sono in comune, qualche coquette anche in terra yahoo.

Cibo preferito: coniglio selvatico. Nuotano fin da piccoli, le femmine yahoo sono amanti sfrenate. Un giorno Gulliver fa il bagno nel fiume e viene adocchiato da un’esemplare rossa – la più focosa tra le specie – che non si trattiene da seguirlo in acqua, Gulliver fa in tempo a scappare, scandalizzato dall’iniziativa femminile e profondamente turbato.

Nel suo lungo soggiorno tra gli yahoo ha anche modo di assistere a uno dei loro convegni quadriennali, il tema è significativo: gli yahoo devono sparire dalla faccia della terra o no?

Al capo torna in mente il discorso di Gulliver sull’uso della castrazione..una novità da quelle parti. Incoraggiano anche la diffusione di altri animali tra cui gli asini. Sono abituati a gareggiare tra loro, festeggiano dedicandosi delle poesie.

Non conoscono altre letterature ma sono abili poeti, celebrano il valore dell’amicizia. Non hanno paura della morte e annunciano l’evento con una semplice espressione, “ritirarsi dalla prima madre”. Vivono fino a 70-75 anni, raramente arrivano agli 80, e quando stanno per morire, vanno a visitare i loro amici. Non hanno nessuna parola per descrivere il male, ma se accade qualcosa di spiacevole aggiungono alle parole un semplice yahoo, come segno di qualcosa di sbagliato. Ci sarebbe molto altro da dire sui loro usi e costumi, Gulliver ci promette che scriverà un volume a parte su questa specie straordinaria.

Un mattino, a sorpresa, riceve la visita del suo maestro che con grande dispiacere gli comunica che l’Assemblea ha deciso che deve andarsene, che non può continuare a vivere tra gli yahoo. Gulliver sviene all’istante. Non è in grado di nuotare al luogo da cui proviene, ha bisogno di essere aiutato, e in sei settimane  riesce a fabbricare una piccola canoa indiana, fatta con pelle di yahoo. Dopo aver ringraziato gli amici yahoo che lo hanno ospitato, si rimette in viaggio il 15 febbraio del 1715, 9 a.m.. Dalla costa sente il saluto del suo amico cavallo sauro che come Vento nei Capelli urla: “abbi cura di te, dolce yahoo.”

Gulliver vorrebbe già tornare indietro, non è più capace di stare da solo e teme di non riuscire a trovare un punto di riferimento in un mare a lui sconosciuto. Si ricorda che l’ultima volta che si era trovato in difficoltà prima di essere rapito dai pirati era a circa a 10° a sud del Capo di Buona Speranza, per cui decide di sterzare a sud-est direzione Australia. Appena tocca terra non vede anima viva, si nutre di qualche conchiglia e pesce crudo con la paura di accendere un fuoco e attirare l’attenzione dei nativi. Al quinto giorno di esplorazione vede i primi abitanti, un gruppo di donne uomini e bambini completamente nudi. Cerca di nascondersi ma viene fermato, tenta di spiegare che è uno yahoo. Parlano in portoghese. Viene portato a bordo di una nave dal Capitano Pedro de Mendez a cui racconta nuovamente parte della sua storia. Arrivano a Lisbona il 5 novembre del 1715. Gulliver ha ormai paura a stare con altri umani, dopo dieci giorni il Capitano gli trova un passaggio per l’Inghilterra, e un mese dopo ritorna a Redriff, un luogo che non sente più suo.

Quando la moglie lo abbraccia, prova un tale ribrezzo che sviene. Ci mette un anno a riabituarsi all’odore umano. Il primo acquisto sono due cavalli, gli yahoo gli sono rimasti nel cuore, soprattutto la loro lezione sulla verità, che Gulliver rielabora scomodando Sinone:

Nec si miserum Fortuna Sinonem

Finxit, vanum etiam mendacemque improba finget. (1)

(Chè Fortuna può ben fare che Sinon sia

gramo e misero, ma non giammai che sia bugiardo e vano)

E sulla possibile accusa di aver rivelato troppo a paesi e abitanti a noi sconosciuti, Gulliver si augura che ci sia da temere non un’invasione ma una diversa prospettiva su altri mondi ugualmente credibili. L’orgoglio diventa a questo punto un difetto insopportabile.

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(1) Virgilio, episodio che si riferisce all’inganno di Sinone, trovato dai Troiani sulla spiaggia dice di essere fuggito dai compagni che volevano sacrificarlo agli dei per assicurarsi un ritorno sicuro, più in là il cavallo di Troia, trappola dietro l’angolo.

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Altre letture

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The Tenant of Wildfell Hall (VII e ultima parte)

A questo punto nella narrazione si inserisce la voce narrante di Gilbert Markham, il vicino di casa di Helen Graham. Gilbert traduce i pensieri di Helen, leggendo le lettere che lei scrive al fratello racconta l’intera vicenda all’amico Halford e di conseguenza a noi lettori. Classico stratagemma narrativo in cui rivediamo i suoi sentimenti attraverso gli occhi di lei, una fantasia tipicamente femminile secondo il registro scelto dalla temeraria Acton Bell.

La descrizione del paesaggio ancora una volta serve a introdurre qualcosa che sta nascendo in lui, un nuovo inizio riflesso nell’alba – anche se mai nessuno come Pound saprà descrivere meglio l’alba – Fresca come le pallide foglie umide del mughetto distesa al mio fianco nell’aurora.

Si precipita di prima mattina alla tenuta di Wildfell Hall, vuole parlare con Helen. Le confessa che ha letto il suo diario, la ama.

Helen, vorrebbe cedere ma non se la sente, meglio non vedersi più. Gilbert lascia la casa a malincuore e va a chiedere scusa al fratello di Helen, Frederick Lawrence che aveva fatto cadere da cavallo per averlo confuso con un presunto amante mentre Helen si era rifugiata a Wildfell Hall per scappare dal marito violento. Viene perdonato con la promessa di tenersi alla larga dalla sorella e dalla tenuta, e gli viene richiesto di scrivere una nota da inviare ad Helen al posto suo per spiegarle il motivo della sua assenza – si è infortunato la mano e non riesce a scrivere – ulteriore complicazione di Acton Bell, nota-oggetto al posto dell’amato.

Gilbert viene a sapere da una vicina che Helen ha lasciato Wildfell Hall ed è tornata a trovare il marito gravemente malato a Grassdale, cedendo ancora una volta ai suoi ricatti emotivi. Gli viene consegnata la lettera che Helen ha scritto al fratello Frederick. La situazione è sotto controllo anche se lascia poco spazio alla speranza, abbandonato da tutti, persino dai servi, Mr Huntington in preda ai deliri della febbre fa fatica a riconoscerla, preferisce chiamarla con un altro nome, Helen ora per lui è Alice. Chiede di vedere il piccolo Arthur, Helen gli fa firmare una carta in cui si impegna che potrà stare con il figlio solo in presenza di un’altra persona. Mr Huntington fa quello che gli viene richiesto. L’accoglienza del padre non è delle migliori, non è il figlio adorante che lui vorrebbe. Il giorno dopo gli viene praticato un salasso.

In un raro momento di lucidità Arthur le chiede : “Cosa farai quando starò meglio? Te ne andrai di nuovo?”

Helen non è in grado di garantirglielo. Arthur non sembra migliorare, ha paura di morire.

Gilbert Markham riceve la notizia della morte di Mr Huntington tramite una lettera che Helen ha inviato al fratello. Helen Graham è libera, e Gilbert comincia a fantasticare su una loro possibile unione. Sarà all’altezza? Verrà rifiutato anche questa volta? Quanto dovrà aspettare per dichiararsi nuovamente? Quando potrà rivederla a Grassdale?

Passano molti mesi, viene a sapere che la vecchia amante di Mr Huntington è scappata con un altro lasciando il marito e l’amante ammalato – un classico. Scopre dalla vicina Liz che corre voce che Mrs Huntington si sia sposata con un certo Hargrave, Gilbert è inconsolabile. Viaggia tutta la notte sotto la neve verso Grassdale e scopre che a sposarsi non è Helen, ma il fratello Frederick. La ricerca di Helen continua, si precipita verso Staningley, West Yorkshire. Afflitto, seduto ai piedi di un albero viene riconosciuto dal piccolo Arthur.

Viene accolto da Helen in casa.

“Che è successo in tutto questo tempo? Nessun morto? Nessuno sposato?”

Gilbert crede ancora che si sia sposata con un altro, ha origliato una conversazione durante il viaggio in carrozza e gli è sembrato di capire che qualcuno si riferisse a una ricca tenuta avuta grazie a un’eredità e forse a un matrimonio? – a questo punto la fantasia galoppa per conto suo. Quando vede Helen non sa cosa dire.

Inaspettatamente è Helen ad introdurre l’argomento, è lei che si propone, offrendogli una rosa – in senso reale e figurato, uno scoop per i tempi di Acton Bell.

Il sì immediato, con l’approvazione anche della ricca zia. Matrimonio rimandato ad Agosto e vissero felici e contenti.

Passo e chiudo da Staningley, 10 giugno 1847.

A rose is still a rose

THE END

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Altre letture

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56esima Biennale di Venezia

 

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Forse questo mondo è l’inferno di un altro pianeta
Aldous Huxley

Anche quest’anno mi sono ridotta agli ultimi giorni per visitare “Tutti i Futuri del mondo”, curata da Okwui Enwezor in occasione del 120esimo anniversario della prima esposizione veneziana (1895), come sempre divisa in due sezioni, le Corderie all’Arsenale e i Giardini a Sant’Elena.

Ora se quelli erano tutti i futuri del mondo, è il caso di risettare il tutto e iniziare daccapo. Alle Corderie si comincia con una foresta di pugnali e le installazioni al neon di Bruce Nauman con parole che trafiggono come spade, e si procede a fatica verso la dissoluzione corporea. Presenze gelide, riti macabri, fotografie di futuri nel passato, frammentazioni di ricordi di vite consumate, di cui è possibile ricostruire solo attimi di quotidiana estraneità, mondi già distrutti, quaderni polverosi abbandonati a terra, teche nere che custodiscono come feretri appunti incompiuti, molte fotografie, quasi troppe, che non incorniciano scatti felici ma inchiodano il visitatore a un mea culpa collettivo.

Cosa si può ricostruire da testimonianze così dolorose? Voci urlanti e lamentose, video in bianco e nero accorati in lingue sconosciute con sottotitoli in inglese e nessuna traduzione italiana, l’incomunicabilità è evidente. Immagini di repertorio di guerre mute ma visibili, bunker abbandonati con tanto di giro di giostra in compagnia di fantasmi di cosmonauti.

A sorpresa il veleno non è stato nella coda, dove si trovano due delle installazioni più suggestive, la Fenice di Xu Bing, sospesa alle porte dei cantieri navali, essere metallico immenso ma statico nel suo non volo, momentaneamente riflesso nell’acqua, e il lavoro encomiabile dell’artista Lu Yang nel Padiglione cinese sulla relazione tra icone sacre, divinità, paramenti rituali e potenziali elettrici del cervello.

L’Italia presenta la video performance di Peter Greenaway, “In principio c’era l’immagine” giocata sul rimando biblico alla parola sostituita con l’icona, un collage di capolavori dell’arte italiana, e molte installazioni dedicate a un immaginario archivio di memoria collettiva, anche se la bellezza rimane relegata a un’antichità che non ritorna se non come atto commemorativo.

Ai Giardini le previsioni non sono migliorate, anzi. Il giardino del disordine come tema ricorrente avrebbe dovuto contenere anche un ordine distante in nuce, seppure spezzato da continue metonimie visive, sinestesie non pervenute.

Gran parte delle performance non erano all’altezza delle colte descrizioni della rassegna stampa. Qualche esempio? La rielaborazione della Pietà di Tiziano nel padiglione danese, l’acqua color carne nel padiglione svizzero, una riflessione sulle sostanze farmacologiche e tossiche e i batteri, la stanza verde nell’installazione russa, il terribile Canadissimo, spazio-bottega-bazaar con un’inutilmente complicata impalcatura esterna e monetine che tintinnavano in una parete trasparente. La Francia ha scelto un albero gigante che emetteva suoni, la Gran Bretagna Sarah Lucas e le sue sculture falliche con tanto di seni avvizziti, tronchi di corpi con sigarette conficcate negli organi genitali, assemblaggi di parti attorcigliate su scatolette di carne in scatola. L’unico a divertirsi è stato un bambino che schiacciava con gusto un’enorme mammella gialla, fino a che la madre ha urlato “assa star!” e ci siamo allontanate dall’invasività del giallo delle stanze.

Ai confini dell’impero dei Giardini, l’Austria ha deciso che il padiglione doveva cambiare, ha eliminato lo scalino killer all’ingresso, svuotato lo spazio dipingendolo di nero come un prisma enigmatico alla Kubrick se vogliamo nobilitare l’intervento, e puntato tutto sul giardino, l’installazione sono gli alberi. La Grecia ha presentato un’acuta riflessione sul rapporto tra uomo e bestialità e commercio di pelli, ironizzando sul labile confine tra mondi apparentemente separati, l’Egitto ha costruito delle sculture giardino coperte di erba sintetica e piccole creature di plastica. Il Brasile, seppure non nascondendo una realtà poco rosea, morti violente di uomini ancora ragazzi descritti come se fossero dei colori in un mondo in bianco e nero, e luoghi di reclusione, dà un senso nuovo alla speranza grazie al video di una donna che continuava a correre con una fiaccola in mano attraversando la desolazione con instancabile costanza. La Polonia ci ha informato che poco è cambiato da ogni punto di vista. La Germania è stata impegnativa come sempre, con dettagliate video riflessioni sulla migrazione, e un’installazione sull’internet dancing (di cui pare siano degli esperti i giapponesi) con racconti di spie sovietiche, armi tecnologiche, giochi virtuali. Per gli Stati Uniti un tema nuovo: la fragilità della natura in una realtà sfuggente, con frammenti di racconti di fantasmi della Nuova Scozia, stanze stregate. E devo dire, che i fantasmi si facevano sentire nei lori echi raccapriccianti in molte sale.

L’arte africana che si è deciso di rappresentare oscillava tra una nostalgia per rituali ormai scomparsi e abbandonati e la violenza annichilente di una globalizzazione tirannica, trasfigurata in incubi ricorrenti.

La Spagna ha reso omaggio a Dalì in una non accogliente sala fucsia.

La Corea invece ha ricostruito un setting di fantascienza tra il bianco e blu, pianeti liquidi e keyboard silenziose.

Il Giappone nell’installazione raffinata e poetica di Chiharu Shiota, una barca inghiottita da una nuvola di filo rosso piena di chiavi – il fil rouge che ci connette tutti – ha forse fornito una risposta parziale a tante incognite lasciate cadere in un vuoto tristemente universale. The answer my friend is blowing in the wind, cantava Bob Dylan, qui torna a essere a portata di mano, the key is the hand.

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Foto di Claudia Bonollo, Produzione Sisterly.

 

 

 

Parolenuvole racchiuse in wordpress

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T. S. Eliot e la Principessa Volupine

Luoghi non luoghi superluoghi liberamente rivisitati

Tra-la-la-la-la-la-laire – nil nisi divinum stabile est; caetera fumus – la gondola si fermò, l’antico palazzo era lì, quanto incantevoli il suo grigio e rosa – capre e scimmie, e con un pelo simile! – così la contessa andò avanti finché arrivò in un piccolo parco dove Niobe le offrì in dono un cofanetto e così se ne andò. (1)

L’iscrizione sontuosa è tratta da una poesia di T.S. Eliot, pubblicata a Londra nel 1919, “Burbank con un Baedeker – la guida turistica per antonomasia – Bleistein con un sigaro”, ambientata a Venezia. Prima di tradurla e proporla di nuovo nella versione italiana, è necessaria una breve spiegazione; la citazione è un pastiche di varie citazioni tratte da altre opere: il trallalà che sembra una canzone è ripreso da T. Gautier, Variazioni sul Carnevale di Venezia, la massima latina compare in un quadro di Andrea Mantegna, “Il Martirio di San Sebastiano” – niente fuori dal divino è stabile, il resto è fumo – custodito a Ca’ d’oro a Venezia, la visione del palazzo grigio e rosa proviene invece da Henry James, The Aspern Papers (1888), e le capre e scimmie sono un rimando all’Otello di Shakespeare, “Benvenuto a Cipro, signore, capre e scimmie”, e non finisce qui “con un pelo simile!” allude a una terzina di Robert Browning, A Toccata of Galuppi’s.

A questo punto uno prende il volume di T.S. Eliot e lo rimette apposto, nella maggior parte dei casi, se non si fa scoraggiare dalla pigrizia e da una lettura interrotta da note, va avanti e riscopre una Venezia letteraria, preziosa, surreale, impersonificata dalla principessa Volupine, voluttuosa e interessata solo alla ricchezza, ricostruita tra il mito e la storia nell’interpretazione quasi onirica di Burbank che si immedesima nella figura di Antonio e del suo amore disperato per Cleopatra, viaggiando indietro nel tempo, e il lato più disincantato e commerciale di Bleistein. Per chi volesse appronfondire il tema della figura dell’Ebreo nell’opera di T.S. Eliot, segnalo il saggio di Dario Calimani, Le geometrie del disordine. Per il resto non manca nulla, nemmeno il riferimento alle pietre di Venezia di John Ruskin e al leon…basta rileggerla.

Tra-la-la-la-la-la-laire – nil nisi divinum stabile est; caetera fumus – la gondola si fermò, l’antico palazzo era lì, quanto incantevoli il suo grigio e rosa – capre e scimmie, e con un pelo simile! – così la contessa andò avanti finché arrivò in un piccolo parco dove Niobe le offrì in dono un cofanetto e così se ne andò.

Burbank attraversò un ponticello
Per scendere a un piccolo hotel;
Arrivò la principessa Volupine
Stettero insieme e lui cadde.(2)

Musica funebre sottomarina(3)
Passò al largo con la campana a morto
Lentamente: il dio Ercole
Che tanto aveva amato, l’aveva abbandonato.(4)

I cavalli sotto l’asse della ruota
Risalgono l’alba dall’Istria
Con passi uguali. La gondola di lei
Bruciò sull’acqua tutto il giorno.(5)

Ma questi o simili erano i modi di Bleistein:
Un fiacco piegarsi delle ginocchia
E dei gomiti, con le palme all’infuori,
Viennese semita di Chicago.

Un occhio spento sporgente
Fissa dalla fanghiglia protozoica
Una prospettiva di Canaletto
La candela fumosa fine del tempo

Si spegne. Sul ponte di Rialto una volta.
I sorci stanno sotto le palafitte.
L’Ebreo sta sotto al tutto.
Soldi nelle pellicce. Il barcaiolo sorride,

La principessa Volupine tende una mano
Magra, dalle unghie azzurre, tisica,
Per salire la scaletta dell’imbarcadero. Luci, luci,
Dà un ricevimento per Sir Ferdinand Klein.

Chi tarpò le ali del leone,
Gli punzecchiò il deretano e gli tagliò gli artigli?
Pensava Burbank, meditando
Sulle rovine del tempo e sulle sette leggi.

. . .

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(1) La poesia è tratta dal volume T.S. Eliot, Opere, Classici Bompiani, a cura di Roberto Sanesi, Milano 2001, pp. 506-507.

(2) citazione di A. Tennyson, The Sisters, “they fell together, and she fell.”

(3) citazione di W. Shakespeare, The Phoenix and the Turtle, v. 14, “that defunctive music…”

(4) citazione di W. Shakespeare, Antony and Cleopatra, atto IV, scena III.

(5) citazione di W. Shakespeare, Ibidem, atto II, scena II.

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