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56esima Biennale di Venezia

 

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Forse questo mondo è l’inferno di un altro pianeta
Aldous Huxley

Anche quest’anno mi sono ridotta agli ultimi giorni per visitare “Tutti i Futuri del mondo”, curata da Okwui Enwezor in occasione del 120esimo anniversario della prima esposizione veneziana (1895), come sempre divisa in due sezioni, le Corderie all’Arsenale e i Giardini a Sant’Elena.

Ora se quelli erano tutti i futuri del mondo, è il caso di risettare il tutto e iniziare daccapo. Alle Corderie si comincia con una foresta di pugnali e le installazioni al neon di Bruce Nauman con parole che trafiggono come spade, e si procede a fatica verso la dissoluzione corporea. Presenze gelide, riti macabri, fotografie di futuri nel passato, frammentazioni di ricordi di vite consumate, di cui è possibile ricostruire solo attimi di quotidiana estraneità, mondi già distrutti, quaderni polverosi abbandonati a terra, teche nere che custodiscono come feretri appunti incompiuti, molte fotografie, quasi troppe, che non incorniciano scatti felici ma inchiodano il visitatore a un mea culpa collettivo.

Cosa si può ricostruire da testimonianze così dolorose? Voci urlanti e lamentose, video in bianco e nero accorati in lingue sconosciute con sottotitoli in inglese e nessuna traduzione italiana, l’incomunicabilità è evidente. Immagini di repertorio di guerre mute ma visibili, bunker abbandonati con tanto di giro di giostra in compagnia di fantasmi di cosmonauti.

A sorpresa il veleno non è stato nella coda, dove si trovano due delle installazioni più suggestive, la Fenice di Xu Bing, sospesa alle porte dei cantieri navali, essere metallico immenso ma statico nel suo non volo, momentaneamente riflesso nell’acqua, e il lavoro encomiabile dell’artista Lu Yang nel Padiglione cinese sulla relazione tra icone sacre, divinità, paramenti rituali e potenziali elettrici del cervello.

L’Italia presenta la video performance di Peter Greenaway, “In principio c’era l’immagine” giocata sul rimando biblico alla parola sostituita con l’icona, un collage di capolavori dell’arte italiana, e molte installazioni dedicate a un immaginario archivio di memoria collettiva, anche se la bellezza rimane relegata a un’antichità che non ritorna se non come atto commemorativo.

Ai Giardini le previsioni non sono migliorate, anzi. Il giardino del disordine come tema ricorrente avrebbe dovuto contenere anche un ordine distante in nuce, seppure spezzato da continue metonimie visive, sinestesie non pervenute.

Gran parte delle performance non erano all’altezza delle colte descrizioni della rassegna stampa. Qualche esempio? La rielaborazione della Pietà di Tiziano nel padiglione danese, l’acqua color carne nel padiglione svizzero, una riflessione sulle sostanze farmacologiche e tossiche e i batteri, la stanza verde nell’installazione russa, il terribile Canadissimo, spazio-bottega-bazaar con un’inutilmente complicata impalcatura esterna e monetine che tintinnavano in una parete trasparente. La Francia ha scelto un albero gigante che emetteva suoni, la Gran Bretagna Sarah Lucas e le sue sculture falliche con tanto di seni avvizziti, tronchi di corpi con sigarette conficcate negli organi genitali, assemblaggi di parti attorcigliate su scatolette di carne in scatola. L’unico a divertirsi è stato un bambino che schiacciava con gusto un’enorme mammella gialla, fino a che la madre ha urlato “assa star!” e ci siamo allontanate dall’invasività del giallo delle stanze.

Ai confini dell’impero dei Giardini, l’Austria ha deciso che il padiglione doveva cambiare, ha eliminato lo scalino killer all’ingresso, svuotato lo spazio dipingendolo di nero come un prisma enigmatico alla Kubrick se vogliamo nobilitare l’intervento, e puntato tutto sul giardino, l’installazione sono gli alberi. La Grecia ha presentato un’acuta riflessione sul rapporto tra uomo e bestialità e commercio di pelli, ironizzando sul labile confine tra mondi apparentemente separati, l’Egitto ha costruito delle sculture giardino coperte di erba sintetica e piccole creature di plastica. Il Brasile, seppure non nascondendo una realtà poco rosea, morti violente di uomini ancora ragazzi descritti come se fossero dei colori in un mondo in bianco e nero, e luoghi di reclusione, dà un senso nuovo alla speranza grazie al video di una donna che continuava a correre con una fiaccola in mano attraversando la desolazione con instancabile costanza. La Polonia ci ha informato che poco è cambiato da ogni punto di vista. La Germania è stata impegnativa come sempre, con dettagliate video riflessioni sulla migrazione, e un’installazione sull’internet dancing (di cui pare siano degli esperti i giapponesi) con racconti di spie sovietiche, armi tecnologiche, giochi virtuali. Per gli Stati Uniti un tema nuovo: la fragilità della natura in una realtà sfuggente, con frammenti di racconti di fantasmi della Nuova Scozia, stanze stregate. E devo dire, che i fantasmi si facevano sentire nei lori echi raccapriccianti in molte sale.

L’arte africana che si è deciso di rappresentare oscillava tra una nostalgia per rituali ormai scomparsi e abbandonati e la violenza annichilente di una globalizzazione tirannica, trasfigurata in incubi ricorrenti.

La Spagna ha reso omaggio a Dalì in una non accogliente sala fucsia.

La Corea invece ha ricostruito un setting di fantascienza tra il bianco e blu, pianeti liquidi e keyboard silenziose.

Il Giappone nell’installazione raffinata e poetica di Chiharu Shiota, una barca inghiottita da una nuvola di filo rosso piena di chiavi – il fil rouge che ci connette tutti – ha forse fornito una risposta parziale a tante incognite lasciate cadere in un vuoto tristemente universale. The answer my friend is blowing in the wind, cantava Bob Dylan, qui torna a essere a portata di mano, the key is the hand.

§

Foto di Claudia Bonollo, Produzione Sisterly.

 

 

 

Voli pindarici

Stamattina mi sono messa a sfogliare una vecchia antologia di letteratura greca, l’occhio è caduto su Pindaro, noto per i “voli pindarici”, frase fatta che si cita obbligatoriamente ogni volta che viene nominato. Un genio della poesia celebrativa o encomiastica. Della vita di Pindaro, sappiamo ben poco, nato a Tebe intorno al 518 a.C. , di origine aristocratiche, pare che abbia avuto come maestro Apollodoro, ma vaghi sono i resoconti delle sue peregrinazioni, a parte un documentato soggiorno alla corte di tre tiranni in Sicilia, Gelone, Terone e Ierone, in un arco di tempo che copre dieci anni, dal 476 al 466, per poi rientrare in Grecia, al servizio di varie famiglie.

Le regole previste per comporre un epinicio, il canto della vittoria, non erano proprio uno stimolo per la creatività, bisognava seguire un programma preciso:

1)    nominare il vincitore e i parenti

2)    elencare le fatiche dell’allenamento includendo possibilmente un elogio dell’allenatore

3)    nel caso di vittoria con quadrighe, citare il nome di chi aveva guidato l’auriga

4)    celebrare il luogo dove si era svolta la gara con episodi che rievocassero miti e leggende

5)    essere originali nella composizione

6)    accogliere varie e/o eventuali richieste specifiche del committente

I voli pindarici erano in realtà il tentativo riuscito di mascherare l’obbligatorietà dei fatti da ricordare con degli scorci o frammenti di mito, episodi che venivano rielaborati solo parzialmente. Una lingua che per forza doveva procedere per metafore e metonimie, il sole era “il padre dei raggi”, i lampi “gli aurei capelli dell’aria”, l’Etna “la colonna del cielo, perenne nutrice di acuto gelo”. Amato moltissimo dai poeti inglesi del ‘600, ma anche dai romantici, Wordsworth (mai nome fu più appropriato), Shelley, Coleridge, ispirati dalla combinazione di immagini che formalmente non avevano un nesso logico tra loro. Obbedendo a una severa costrizione metrica, Pindaro invece riusciva sempre a sorprendere ed era imbattibile, vinceva tutte la gare.

Un esempio da ricordare ogni volta che qualche parente si improvvisi poeta corale a qualche festa. Azzittirli con Pindaro:

L’acqua è il bene supremo, e l’oro,

risplende come il fuoco fiammeggiante di notte,

ma nulla corrisponde alla ricchezza di un grande uomo,

ma se volete che il mio cuore parli dei giochi atletici

non troverete nel cielo vuoto di ogni stella

nulla più cocente del sole.[1]


[1] Incipit della I Olimpica.

Voli pindarici

Stamattina mi sono messa a sfogliare una vecchia antologia di letteratura greca, l’occhio è caduto su Pindaro, noto per i “voli pindarici”, frase fatta che si cita obbligatoriamente ogni volta che viene nominato. Un genio della poesia celebrativa o encomiastica. Della vita di Pindaro, sappiamo ben poco, nato a Tebe intorno al 518 a.C. , di origine aristocratiche, pare che abbia avuto come maestro Apollodoro, ma vaghi sono i resoconti delle sue peregrinazioni, a parte un documentato soggiorno alla corte di tre tiranni in Sicilia, Gelone, Terone e Ierone, in un arco di tempo che copre dieci anni, dal 476 al 466, per poi rientrare in Grecia, al servizio di varie famiglie.

Le regole previste per comporre un epinicio, il canto della vittoria, non erano proprio uno stimolo per la creatività, bisognava seguire un programma preciso:

1)    nominare il vincitore e i parenti

2)    elencare le fatiche dell’allenamento includendo possibilmente un elogio dell’allenatore

3)    nel caso di vittoria con quadrighe, citare il nome di chi aveva guidato l’auriga

4)    celebrare il luogo dove si era svolta la gara con episodi che rievocassero miti e leggende

5)    essere originali nella composizione

6)    accogliere varie e/o eventuali richieste specifiche del committente

I voli pindarici erano in realtà il tentativo riuscito di mascherare l’obbligatorietà dei fatti da ricordare con degli scorci o frammenti di mito, episodi che venivano rielaborati solo parzialmente. Una lingua che per forza doveva procedere per metafore e metonimie, il sole era “il padre dei raggi”, i lampi “gli aurei capelli dell’aria”, l’Etna “la colonna del cielo, perenne nutrice di acuto gelo”. Amato moltissimo dai poeti inglesi del ‘600, ma anche dai romantici, Wordsworth (mai nome fu più appropriato), Shelley, Coleridge, ispirati dalla combinazione di immagini che formalmente non avevano un nesso logico tra loro. Obbedendo a una severa costrizione metrica, Pindaro invece riusciva sempre a sorprendere ed era imbattibile, vinceva tutte la gare.

Un esempio da ricordare ogni volta che qualche parente si improvvisi poeta corale a qualche festa. Azzittirli con Pindaro:

L’acqua è il bene supremo, e l’oro,

risplende come il fuoco fiammeggiante di notte,

ma nulla corrisponde alla ricchezza di un grande uomo,

ma se volete che il mio cuore parli dei giochi atletici

non troverete nel cielo vuoto di ogni stella

nulla più cocente del sole.[1]


[1] Incipit della I Olimpica.

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