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La Primula Rossa – V puntata

Riprendo la lettura della Baronessa Orczy. Ormai è ovvio, che il film ha superato in questo caso il romanzo, ma come ogni cosa iniziata, va completata o abbandonata al suo destino, ” i vecchi muri di mattoni rossi hanno un aspetto estremamente pittoresco” (p. 111)…poi arriva un “perdinci” e sono tentata a chiudere il libro ma resisto. Marito e moglie, sono finalmente soli, il paesaggio illuminato da una luna malinconica, la casa tutta per loro se ci fosse l’amore di un tempo ma sono arrivati al punto che ogni frase innesca una polemica senza fine e rancori mai dimenticati. Sir Percy non le ha perdonato la denuncia dei nobili St Cyr e la fine sotto la ghigliottina. Il passato ritorna, l’affetto un po’ troppo morboso per il fratello Armand, ingiustamente punito da St Cyr, frustato pubblicamente per aver osato scrivere una lettera alla figlia del nobile classista, la rivoluzione francese alle porte, e ora la paura che ancora una volta Armand possa trovarsi nei guai. Marguerite vorrebbe che lui la rincuorasse, Sir Percy vorrebbe che lei gli chiedesse scusa e gli raccontasse la verità. Nessuno dei due fa niente, ora che Marguerite Blackeney sia la “donna più intelligente di Europa” a detta della Baronessa, solleva qualche dubbio, seguendo il suo istinto sente che il marito le nasconde qualcosa. Sulla soglia della porta trova una lettera del “tardone” Sir Blackeney che la informa di dover andare via per una settimana nel Nord senza nessun’altra spiegazione. Corre a cercarlo, e scopre che il viaggio è legato a suo fratello Armand, la liquida freddamente e non aggiunge altro. La mattina, con grande sorpresa, la servitù la informa che il cavallo era stato mandato indietro da solo, e che Sir Percy si era imbarcato sul Daydream…A fare che? E con chi?

Tempo di indagare nel rifugio segreto del marito, proprio come la moglie di Barbablù. Nella stanza trova un ritratto della madre, bellissima e morta troppo giovane. La scrivania piena di carte. Nessuno riusciva a capire come fosse in grado di amministrare l’enorme ricchezza ereditata dal padre. Alle pareti solo carte geografiche con la costa settentrionale della Francia e una mappa di Parigi. Per paura di essere sorpresa dal servitore Frank, decide di andarsene ma proprio vicino alla porta di uscita, urta il piede con un oggetto a terra, lo raccoglie, è un anello con uno strano sigillo, un fiorellino a forma di stella.

Lascia la stanza e si rifugia in giardino, non sa cosa pensare. Mentre sta seduta sotto un albero a fissare la forma dell’anello, viene sorpresa dalla visita di una sua ex compagna di scuola, Suzanne, in ansia per il padre che dovrebbe arrivare dalla Francia e di cui non si hanno notizie. Marguerite ha altri pensieri: Armand, le minacce di Chauvelin, il mistero di quel viaggio del marito e ora pure l’anello con il sigillo. A questo punto è tutto chiaro, Sir Percy Blackney ha recitato bene la sua parte. Nel frattempo arriva una lettera da Londra, è la stessa lettera che Chauvelin le ha fatto vedere per incastrare il fratello. Guai in vista. Marguerite si prepara a partire per Londra e avvisare Sir Andrew Ffoulkes che Chauvelin è sulle tracce di Primula Rossa. Primula Rossa sa di essere seguito o no?

TO BE CONTINUED..

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Primula Rossa – V puntata

Riprendo la lettura della Baronessa Orczy. Ormai è ovvio, che il film ha superato in questo caso il romanzo, ma come ogni cosa iniziata, va completata o abbandonata al suo destino, ” i vecchi muri di mattoni rossi hanno un aspetto estremamente pittoresco” (p. 111)…poi arriva un “perdinci” e sono tentata a chiudere il libro ma resisto. Marito e moglie, sono finalmente soli, il paesaggio illuminato da una luna malinconica, la casa tutta per loro se ci fosse l’amore di un tempo ma sono arrivati al punto che ogni frase innesca una polemica senza fine e rancori mai dimenticati. Sir Percy non le ha perdonato la denuncia dei nobili St Cyr e la fine sotto la ghigliottina. Il passato ritorna, l’affetto un po’ troppo morboso per il fratello Armand, ingiustamente punito da St Cyr, frustato pubblicamente per aver osato scrivere una lettera alla figlia del nobile classista, la rivoluzione francese alle porte, e ora la paura che ancora una volta Armand possa trovarsi nei guai. Marguerite vorrebbe che lui la rincuorasse, Sir Percy vorrebbe che lei gli chiedesse scusa e gli raccontasse la verità. Nessuno dei due fa niente, ora che Marguerite Blackeney sia la “donna più intelligente di Europa” a detta della Baronessa, solleva qualche dubbio, seguendo il suo istinto sente che il marito le nasconde qualcosa. Sulla soglia della porta trova una lettera del “tardone” Sir Blackeney che la informa di dover andare via per una settimana nel Nord senza nessun’altra spiegazione. Corre a cercarlo, e scopre che il viaggio è legato a suo fratello Armand, la liquida freddamente e non aggiunge altro. La mattina, con grande sorpresa, la servitù la informa che il cavallo era stato mandato indietro da solo, e che Sir Percy si era imbarcato sul Daydream…A fare che? E con chi?

Tempo di indagare nel rifugio segreto del marito, proprio come la moglie di Barbablù. Nella stanza trova un ritratto della madre, bellissima e morta troppo giovane. La scrivania piena di carte. Nessuno riusciva a capire come fosse in grado di amministrare l’enorme ricchezza ereditata dal padre. Alle pareti solo carte geografiche con la costa settentrionale della Francia e una mappa di Parigi. Per paura di essere sorpresa dal servitore Frank, decide di andarsene ma proprio vicino alla porta di uscita, urta il piede con un oggetto a terra, lo raccoglie, è un anello con uno strano sigillo, un fiorellino a forma di stella.

Lascia la stanza e si rifugia in giardino, non sa cosa pensare. Mentre sta seduta sotto un albero a fissare la forma dell’anello, viene sorpresa dalla visita di una sua ex compagna di scuola, Suzanne, in ansia per il padre che dovrebbe arrivare dalla Francia e di cui non si hanno notizie. Marguerite ha altri pensieri: Armand, le minacce di Chauvelin, il mistero di quel viaggio del marito e ora pure l’anello con il sigillo. A questo punto è tutto chiaro, Sir Percy Blackney ha recitato bene la sua parte. Nel frattempo arriva una lettera da Londra, è la stessa lettera che Chauvelin le ha fatto vedere per incastrare il fratello. Guai in vista. Marguerite si prepara a partire per Londra e avvisare Sir Andrew Ffoulkes che Chauvelin è sulle tracce di Primula Rossa. Primula Rossa sa di essere seguito o no?

TO BE CONTINUED..

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

#Gulliver #IXpuntata (ultima)

Dopo cinque mesi di vita domestica Gulliver è già pronto per un nuovo viaggio, questa volta come Capitano della nave Adventure, partenza da Portsmouth, 7 settembre 1710.

Dopo due settimane hanno già perso un membro dell’equipaggio che ha deciso di imbarcarsi in un’altra avventura che finisce male. Alle Barbados Gulliver è costretto ad assumere personale locale, scelta di cui si pentirà amaramente dato che si tratta di bucanieri che lo faranno prigioniero sulla sua stessa nave. Vendono quasi tutto, fanno traffici con altri pirati, molti muoiono durante la traversata fino a che il 10 maggio del 1711 arriva l’agognato cambio di scena, riceve la visita di un certo James Welch che gli comunica che hanno deciso di farlo scendere a terra. Gli fanno cambiare vestito, lo mettono in una scialuppa: destinazione sconosciuta. Gulliver si incammina lungo un villaggio pieno di vegetazione, ha già in mente di corrompere qualche selvaggio con dei gioielli che si è portato come merce di scambio. Molte impronte di cavallo fanno temere possibili frecce velenose..fino a che si avvicina alle abitazioni dei nativi che lo fissano perplessi. La parola più gettonata tra gli Houynhnhm è yahoo – ricorda qualcosa.

Uno Houynhnhm lo porta a casa sua dopo una passeggiata di tre miglia. Un cavallo grigio lo fa accomodare in una grande stanza, Gulliver non sa cosa pensare. Una cavalla lo fissa e pronuncia ancora la parola yahoo guardando con complicità il suo compagno cavallo. Poi entrano in un’altra stanza piena di cadaveri di animali da cucinare, tra cui asini, cani e mucche. Gli offrono una radice che Gulliver annusa con ribrezzo e restituisce, il menù della casa non lo attira, circondato da pile di fieno. Dopo molte insistenze Gulliver accetta avena, dopo tutto deve mangiare qualcosa anche lui. Gli viene data anche una stalla tutta per lui. La prima difficoltà è la lingua, con dei suoni gutturali simili al tedesco e all’olandese, la seconda è tentare di fargli capire cosa siano i libri e la letteratura. Capisce ora che Houynhnhm significa cavallo, ossia la perfezione della Natura. Per capire il resto ci mette altri cinque mesi di vita nella prateria.

Gulliver ha comunque preso l’abitudine di andare a letto coprendosi con i suoi vestiti. Nessuno degli yahoo sa come sia fatto un umano fino a che una mattina Gulliver, sorpreso nel sonno svela il suo corpo. Gli yahoo non sanno che farsene dei vestiti ma accettano il suo strano modo di vestirsi poi gli chiedono dei suoi viaggi. E Gulliver inizia a raccontare..fa fatica a spiegargli come per lui sia stata una sorpresa scoprire degli animali parlanti, gli yahoo lo fissano con interesse. Tra le prime incomprensioni c’è il concetto di verità, per gli yahoo esiste solo la Ragione, il linguaggio serve a comunicare, inconcepibile mentire, che viene tradotto con l’espressione “dire la cosa che non è”, poi naturalmente diventa difficile fargli capire di che cosa si occupano i cavalli nel suo paese, né gli yahoo capiscono la pratica umana di andare a cavallo, figurarsi quella di castrare i cavalli..e di domarli.

La conversazione si fa ardua quando deve descrivere il concetto di potere, legge, governo, punizione per cui non esistono parole. A questo punto lo yahoo vuole sapere qualcosa di più dell’Europa e dell’Inghilterra. Gulliver ci informa che rimarrà due anni nella terra dei cavalli intelligenti, mette le mani avanti che potrà farne solo un riassunto. Gli argomenti che ha trattato non sono affatto semplici: la rivoluzione del ‘600 di Guglielmo d’Orange, la guerra con la Francia, e il numero di cavalli uccisi, le città saccheggiate, le navi bruciate o affondate.

Come si spiegano i motivi per cui si scatena una guerra?

Tra le varie cause Gulliver elenca le divergenze di opinioni, l’ambivalenza del concetto di carne come nutrimento o meno, il possesso stesso, il confronto con un nemico più forte.

Il capo yahoo stenta a credergli, soprattutto gli sfugge come sia possibile che una cosa reputata legale e giusta possa essere la rovina di qualcun altro.

Altro tema per lui interessante è il denaro e il modo in cui viene impiegato. A cosa serve il vino? Anche qui i motivi si accavallano..per poi arrivare alla descrizione delle purghe, di come si curano certe malattie, rogne varie ed eventuali, fino a chiedere un approfondimento su cosa faccia il capo dei ministri. Per lo yahoo, Gulliver deve avere origini nobili, Gulliver per quanto lusingato gli fa capire che nel suo paese il concetto di nobiltà è alquanto confuso, e che molti nobili sono corrotti e vivono nel lusso, è pratica comune sposarsi tra di loro.

Una mattina viene convocato dal capo yahoo che lo fa sedere distante da lui e gli comunica che dopo aver a lungo ragionato su quanto riportato, si è convinto che non gli ha detto la verità, i suoi racconti sono privi di ragione. Gulliver ha per lui molte imperfezioni, solo ora capisce che in fondo non sia sbagliato coprirsi, proprio per non fare vedere agli altri i suoi difetti, non potrà mai essere uno yahoo. Poche somiglianze nel modo di governare il proprio paese, nell’apprendimento, nelle manifatture e nelle arti. Le femmine sono in comune, qualche coquette anche in terra yahoo.

Cibo preferito: coniglio selvatico. Nuotano fin da piccoli, le femmine yahoo sono amanti sfrenate. Un giorno Gulliver fa il bagno nel fiume e viene adocchiato da un’esemplare rossa – la più focosa tra le specie – che non si trattiene da seguirlo in acqua, Gulliver fa in tempo a scappare, scandalizzato dall’iniziativa femminile e profondamente turbato.

Nel suo lungo soggiorno tra gli yahoo ha anche modo di assistere a uno dei loro convegni quadriennali, il tema è significativo: gli yahoo devono sparire dalla faccia della terra o no?

Al capo torna in mente il discorso di Gulliver sull’uso della castrazione..una novità da quelle parti. Incoraggiano anche la diffusione di altri animali tra cui gli asini. Sono abituati a gareggiare tra loro, festeggiano dedicandosi delle poesie.

Non conoscono altre letterature ma sono abili poeti, celebrano il valore dell’amicizia. Non hanno paura della morte e annunciano l’evento con una semplice espressione, “ritirarsi dalla prima madre”. Vivono fino a 70-75 anni, raramente arrivano agli 80, e quando stanno per morire, vanno a visitare i loro amici. Non hanno nessuna parola per descrivere il male, ma se accade qualcosa di spiacevole aggiungono alle parole un semplice yahoo, come segno di qualcosa di sbagliato. Ci sarebbe molto altro da dire sui loro usi e costumi, Gulliver ci promette che scriverà un volume a parte su questa specie straordinaria.

Un mattino, a sorpresa, riceve la visita del suo maestro che con grande dispiacere gli comunica che l’Assemblea ha deciso che deve andarsene, che non può continuare a vivere tra gli yahoo. Gulliver sviene all’istante. Non è in grado di nuotare al luogo da cui proviene, ha bisogno di essere aiutato, e in sei settimane  riesce a fabbricare una piccola canoa indiana, fatta con pelle di yahoo. Dopo aver ringraziato gli amici yahoo che lo hanno ospitato, si rimette in viaggio il 15 febbraio del 1715, 9 a.m.. Dalla costa sente il saluto del suo amico cavallo sauro che come Vento nei Capelli urla: “abbi cura di te, dolce yahoo.”

Gulliver vorrebbe già tornare indietro, non è più capace di stare da solo e teme di non riuscire a trovare un punto di riferimento in un mare a lui sconosciuto. Si ricorda che l’ultima volta che si era trovato in difficoltà prima di essere rapito dai pirati era a circa a 10° a sud del Capo di Buona Speranza, per cui decide di sterzare a sud-est direzione Australia. Appena tocca terra non vede anima viva, si nutre di qualche conchiglia e pesce crudo con la paura di accendere un fuoco e attirare l’attenzione dei nativi. Al quinto giorno di esplorazione vede i primi abitanti, un gruppo di donne uomini e bambini completamente nudi. Cerca di nascondersi ma viene fermato, tenta di spiegare che è uno yahoo. Parlano in portoghese. Viene portato a bordo di una nave dal Capitano Pedro de Mendez a cui racconta nuovamente parte della sua storia. Arrivano a Lisbona il 5 novembre del 1715. Gulliver ha ormai paura a stare con altri umani, dopo dieci giorni il Capitano gli trova un passaggio per l’Inghilterra, e un mese dopo ritorna a Redriff, un luogo che non sente più suo.

Quando la moglie lo abbraccia, prova un tale ribrezzo che sviene. Ci mette un anno a riabituarsi all’odore umano. Il primo acquisto sono due cavalli, gli yahoo gli sono rimasti nel cuore, soprattutto la loro lezione sulla verità, che Gulliver rielabora scomodando Sinone:

Nec si miserum Fortuna Sinonem

Finxit, vanum etiam mendacemque improba finget. (1)

(Chè Fortuna può ben fare che Sinon sia

gramo e misero, ma non giammai che sia bugiardo e vano)

E sulla possibile accusa di aver rivelato troppo a paesi e abitanti a noi sconosciuti, Gulliver si augura che ci sia da temere non un’invasione ma una diversa prospettiva su altri mondi ugualmente credibili. L’orgoglio diventa a questo punto un difetto insopportabile.

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(1) Virgilio, episodio che si riferisce all’inganno di Sinone, trovato dai Troiani sulla spiaggia dice di essere fuggito dai compagni che volevano sacrificarlo agli dei per assicurarsi un ritorno sicuro, più in là il cavallo di Troia, trappola dietro l’angolo.

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Altre letture

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Le Interviste Probabili: 1. Natsume Soseki

In parallelo alle Interviste Possibili nasce oggi una nuova serie le Interviste Probabili, antiche per alcuni, io preferisco a-temporali, non mettiamo limiti all’immaginazione e ai Maestri. Dopo una lunga trattativa, sono finalmente riuscita a contattare Natsume Soseki.

E chi è diranno alcuni? L’autore di uno dei romanzi più sorprendenti del Novecento, Il cuore delle cose – Uno dei capolavori della letteratura di ogni tempo – Il Sole 24 ore – e dell’unico e irripetibile Io sono un gatto – Il primo romanzo giapponese moderno – Alias – incontriamolo.

 

Che cosa le posso offrire?

Sono infreddolito dal viaggio, apprezzerei molto un tè.

Sono in imbarazzo ma data l’occasione, preparo con un po’ di timore un Gyokuro, chiamato anche “rugiada preziosa”.

Natsume accenna un lieve sorriso.

Partiamo subito con una domanda legata al suo passato. Che impatto ha avuto per lei la scoperta che quelli che riteneva fossero i suoi nonni, erano in realtà i suoi genitori?

Fu terribile, perché il segreto mi venne sussurato all’orecchio dalla cameriera prima di andare a letto. I miei genitori si vergognavano di avermi avuto così tardi, e mi affidarono a un’altra coppia. I miei genitori adottivi litigavano spesso, mi trattavano male e le richieste continue di denaro alla mia famiglia d’origine, spinsero i miei nonni a riprendermi a casa. Capii fin da piccolo il potere della menzogna, ero solo, e in casa di chi mi potevo fidare? I miei genitori non mi avevano voluto, i miei genitori adottivi si erano persino separati, per un breve periodo trovai sopportabile credere che almeno i miei nonni fossero persone su cui fare affidamento. Fino appunto a quella terribile notte in cui scoprii la verità e la vera solitudine.

Quanto è stato per lei importante il giudizio degli altri?

Ha condizionato tutta la mia vita, fin dal nome. Sono nato il 9 febbraio del 1867, e secondo l’oroscopo tradizionale, chi fosse nato in quel giorno poteva diventare un gran ladro. Allora i miei genitori mi chiamarono Kin.nosuke per compensare il giorno non particolarmente propizio, ero diventato “un salvatore di denaro.” Non è che fossi particolarmente entusiasta del nome, e allora aggiunsi Soseki, la pietra per gli sciacqui, proprio per cambiare elemento.

Che cosa l’ha spinta a occuparsi di letteratura e a scrivere?

La noia, mi annoiavo moltissimo, a scuola e all’università. A me piaceva la letteratura cinese, ma interessava a me e a qualche professore canuto, così presi una specializzazione in letteratura inglese, diventai un anglista e ottenni una cattedra alla Scuola Normale Superiore, che lasciai ben presto per una scuola media di provincia. Ero diventato io stesso routine, e non mi piaceva.

Come fu il suo soggiorno nell’isola di Kiushu?

Forse il periodo più bello della mia vita, un’oasi di pace, e avevo pure incontrato Kioko, mia moglie.

È vero che la colpì il fatto che avesse brutti denti e non facesse niente per nasconderli?

Sì, è proprio così, non faceva nulla per mascherarsi, e poi era simpaticamente sbadata.

E il suo viaggio in Inghilterra ruppe quell’idillio?

Non so, se fu questo la ragione scatenante, di fatto io in Inghilterra non ci volevo andare, ero costretto da impegni accademici, temevo quel viaggio, come si temono forse quei viaggi che ti obbligano a scoprire parti di te che non vuoi scoprire. Dopo vari tentennamenti partii. Fu un incubo. Mi ritrovai senza soldi, isolato, circondato da ricchi aristocratici viziati, in una posizione umiliante di bisogno. Lessi molto però, divoravo libri.

Come fu il rientro in Giappone?

Duro, mia moglie era totalmente presa dalla vita famigliare con le nostre bambine, io, segretamente mi sentivo in colpa perché non guadagnavo abbastanza, l’ambiente accademico era troppo competitivo, amavo l’anonimato, era una scusa in realtà per rifugiarmi nella scrittura. Scrissi Il Papavero, e Kofu, che la critica ha sempre definito come romanzi sperimentali, io li considero più che altro esperimenti per sfuggire alla mia ansia, come poi ho tentato di fare ne Il cuore delle cose.

Hanno paragonato Il Signorino a una specie di Giovane Holden, è d’accordo?

Affatto, anche se poi ognuno ingloba nelle proprie letture le proprie idiosincrasie, e ci sono quelli che sentono il bisogno insopprimibile di citare il Giovane Holden, me ne sono fatto una ragione. Bocchan è il bambino ribelle in ognuno di noi. Ero io.

Purtroppo il tempo a disposizione sta per scadere, come ci salutiamo?

Ricordando una massima zen:

“L’erba riunita in fasci e legata diventa una capanna, una volta dispersa torna a essere un campo selvaggio.”

 

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Le Interviste Probabili continuano…STAY TUNED

 

 

 

 

Qui e ieri

L’uomo gioca sempre a partire dal centro della sua vita anche quando si disperde in cento maschere

E. Fink

 

Finalmente sono riuscita a vedere L’anno scorso a Marienbad, considerato il capolavoro incompreso di Alain Resnais, con la sceneggiatura di Alain Robbe-Grillet, vincitore del Leone d’oro a Venezia nel 1961, un film in bianco e nero che non contempla l’ossimoro, o si ama o si odia, c’è chi alza gli occhi al cielo e ti augura buona fortuna! Non vado in Francia da anni, e quindi il mio francese è decisamente arrugginito, ma sentire Albertazzi recitare la sequenza di ricordi ordinati come un loop ossessivo, trascinando le parole contro voglia in una cantilena di quadri statici, con l’accento di un immaginario friulano francese, “le park de set otel eté un sort de giarden sans arbr, sans fleeer, sans vegetasión ocun, le gravié, la pieeeeer, le marbr…”[1], (= il parco dell’hotel era una specie di giardino alla francese, senza alberi, senza fiori, senza nessuna vegetazione; il ghiaino, la pietra, il marmo…), mi ha riportato indietro nel tempo, paradossalmente mi ha fatto resistere, la lingua diventava famigliare, un tepore distante, a volte sbirciavo i sottotitoli in inglese che però coprivano le architetture sontuose, i corridoi di specchi, e parte dei mobili decorati. Se si vuole ridurre il film a una trama di riferimento, il canovaccio è il solito triangolo amoroso, una donna e due uomini, il marito e l’amante, in vacanza in un hotel di lusso che potrebbe essere in Francia o in Germania. Qui siamo di fronte a un enigma che non ha soluzioni, solo indizi, ci si perde nel labirinto di molteplici conversazioni possibili che cambiano secondo il punto di vista dell’osservatore, le versioni non coincidono, distorte non solo dai racconti diversi dell’uomo e della donna misteriosa, incorniciati in frammenti scenici che inseguono la coppia in lunghi corridoi di specchi, in stanze popolate da un pubblico assente, voyeur e muto, intento a giocare, distratto dalle rappresentazioni teatrali, dal teatro nel teatro, spettatore come noi delle fredde amenità di un luogo irreale e stranamente vivo come un sogno. L’uomo sostiene di essere stato l’amante della donna misteriosa, interpretata da Delphine Seyrig, l’anno prima a Marienbad o a Frederiksbad, si erano ripromessi di rivedersi dopo un anno per scappare insieme, la donna nega, dice di non averlo mai visto, però continuano a incrociarsi, nel parco, nella sala dell’hotel, li vediamo abbracciati in un lento, appoggiati a una colonna mentre lui la accarezza e lei lo respinge svogliatamente… lui sa tutto di lei, le descrive gli abiti, la sua camera da letto, i loro dialoghi segreti, lei scuote la testa ma lo ascolta, e allora per scuotere la sua diffidenza le mostra delle foto scattate l’anno prima nello stesso luogo, lei in un abito bianco su una panchina, un accenno di sorriso, “è impossibile”, ripete lei, “è impossibile”, mentre le lacrime sul viso alludono a tutt’altro. L’altro uomo, presumibilmente il marito, vede non visto l’agguato di un possibile tradimento e decide di passare all’azione, sfida il rivale a un gioco d’azzardo, il nim, di origine cinese, diffuso in Europa nel Cinquecento, in tedesco conosciuto come nimm, che significa prendere…semplice solo in apparenza, si tratta di togliere dei fiammiferi da una sequenza di righe, le regole prevedono che si scelga uno o più fiammiferi solo da una riga alla volta, perde chi rimane con un solo fiammifero, gli accorda un vantaggio facendolo iniziare per primo. Il presunto amante accetta, ma non sa che il gioco è basato su una serie logaritmica, invece di prendere sempre un numero pari di fiammiferi che lo farebbe vincere, gioca con irruenza e perde nonostante il vantaggio iniziale. La scena si ripete altre volte, con carte, invece di fiammiferi, e l’uomo perde tutte le volte – secondo i puristi la versione in cui il giocatore rimane con un unico fiammifero si chiama “marienbad”, come il luogo del film. Chissà forse se avesse vinto il gioco, la storia avrebbe preso una direzione diversa, ma non lo sappiamo, come non sappiamo chi mente, chi dice la verità, se la ripetizione del gioco è un rimprovero che lui fa a se stesso per aver perso, se il marito spara alla donna, se lei muore – il manto di piume che lei indossa da bianco diventa nella scena successiva nero – se è invece tutto un sogno, una fissazione, se lei è soltanto una donna visione che vive nei suoi ricordi, accompagnati da una colonna sonora che è un lamento sommesso, né terreno né ultra-terreno, che non ha però nulla di umano. Nell’apparente immobilità di rigide simmetrie, nel giardino alla francese, “senza alberi, senza nessuna vegetazione, il ghiaino, la pietra, il marmo”, dove l’orizzonte è sempre uguale a se stesso, continuiamo a perderci, inseguiamo con lo sguardo i loro passi incerti finché l’uomo e la donna si dissolvono nel paesaggio, nuovamente soli insieme…

 

[1] cit. francese: Le parc de cet hôtel était une sorte de jardin à la française, sans arbres, sans fleurs, sans végétation aucune ; le gravier, la pierre, le marbre…

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