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Marcel Mauss

Quattro anni oggi ✌✒♘✰☟

 
Mia profonda fierezza
 
Ovunque tu sia mi sei accanto.
Stringo la tua cintura alla mia vita.
Mia profonda fierezza.
Ovunque io sia, tu sei vicino a me
ti stringo, ti allaccio,
mi proteggi dagli sbandamenti dell’anima
dalle violenze improvvise e dalle assurdità.
Che sollievo tornare al tuo abbraccio.
 
Yiannis Ritsos 
(trad. N. Crocetta)
 

Quattro anni OGGI, 29 Agosto 2014

Quattro considerazioni in croce dopo circa 300 articoli…ringrazio davvero tutti, tra Linkedin e WordPress siamo quasi arrivati a 1000, per me è una grande soddisfazione!

Branoalcollo è stato inizialmente pensato come blog letterario dedicato prevalentemente alla rivisitazione e ri-traduzione di classici della narrativa e della poesia, si è poi via via aperto anche a nuove esperienze e collaborazioni, stimolate da nuovi incontri.

Quest’anno ho partecipato a diversi progetti, la maggior parte sono ricerche nate grazie alle iniziative culturali promosse dall’Atelier Meta-morphic. In galleria una breve mostra degli ultimi lavori svolti insieme all’artista e architetto Claudia Bonollo, una produzione Sisterly: il raggio verde, i cieli di Londra e l’Atlante delle Nuvole, Cupìdo e Piccadilly Circus, i paesaggi mistici raccolti in un articolo pubblicato sulle Metamorfosi del Verde dalla webzine PressTletter.

Tra le “nuove entrate” sono state particolarmente apprezzate le riletture dei romanzi, pubblicate a puntate, il Doctor Faustus di Thomas Mann e Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister di Wolfango Goethe, il preferito dai lettori!

Gli articoli sono stati ispirati dai contributi di: Claudia Bonollo, Raffaele Serra, John Cassavetes, Gena Rowlands, Martin Amis, Arturo Schwarz, Les Baxter, Derek Walcott, Alain Resnais, Jorge Luis Borges, Doctor Faustus di Thomas Mann, Matteo Guarnaccia, E. A. Poe, G. Abbott Abbott, Frédéric Dard, George Orwell, Cristina Campo, Marcel Mauss, San Girolamo, David Shriegley, Vittorio Sereni, Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister di Wolfango Goethe, Giampaolo Azzoni, il blu indaco.

Sto lavorando ad altri progetti, vi aggiornerò quanto prima. Buona navigazione! Un brindisi virtuale con tutti voi! Alla prossima esplorazione…

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L’ambivalenza del dono

Contrariamente a quanto sosteneva il maestro nonché patrono dei traduttori, San Girolamo, autore delle due frasi più citate in circolazione, “a caval donato non si guarda in bocca”, e una mia preferita, “chi si giustifica si auto-accusa”, al cavallo i denti vanno guardati. Non solo per il significato della parola “gift” che nelle lingue germaniche, voleva dire sia “dono” che “dose di veleno”, ma per tutto quello che ruota intorno a quel gesto, all’atto di donare qualcosa agli altri.  Simpatico cadeau per chi? Sappiamo che fine ha fatto il cavallo di Troia.

Tutti abbiamo preso qualche bidone, oggetti che vengono immediatamente scartati in senso reale e figurato, c’è chi incassa elegantemente il colpo, e ringrazia con la formula classica “grazie per il pensiero” – e una volta mi è pure capitato, in Inghilterra però, che alla sorpresa di ricevere per Natale due presine di rara bruttezza, dentro una confezione di plastica impolverata con ancora il prezzo sopra, 50 pence, la signora con tono seccato mi ha risposto prontamente, “è stato più che un pensiero” – chi medita vendetta e rifila subito il bidone a un altro, e aggiunge con poca convinzione “magari può piacere…”, e così un pagliaccio in vetro viene smerciato altrove, chi lo rivende su e-bay, e monetizza subito lo scarto, chi se ne dimentica, e chi finge di aver dimenticato, ma prepara un altro bidone per un’altra occasione, e poi c’è chi è contrario ai regali, “ah, io non li faccio”, punto e basta.

Il tema è stato analizzato da un famoso antropologo francese, Marcel Mauss, grazie ad anni di studi legati alle società arcaiche, principalmente in Polinesia. Arcaiche o meno, me lo sono andato a rileggere, libro comprato alla storica libreria La Toletta a Venezia, anni orsono, giusto per rimanere nel linguaggio antico, quando era gestita da due fratelli che litigavano come i vecchietti dei Muppets ma erano sempre insieme a discutere di libri e vendevano delle edizioni introvabili.

L’aspetto fondamentale che regolava i contratti e le relazioni tra le varie tribù era la certezza che i doni dovevano circolare ed essere ricambiati, una cena offerta, un talismano erano destinati a ricevere altri oggetti equivalenti. Il dono in qualche modo introduceva già la nozione di credito: il baratto, l’acquisto o la vendita a tempi stabiliti con merci di scambio, legati da un contratto di onore, ci si impegnava a mantenere la parola data. E perdere il prestito, non ricambiare, equivaleva a perdere la faccia. Obbligo di dare e di ricevere, respingere un dono veniva visto come un’ammissione di paura e debolezza, dimostrando di non sapere gestire lo scambio. Un mondo difficile, per certi versi, volendo si poteva ricambiare “a usura” restituendo qualcosa del valore del 30% all’anno…poi le cose si complicavano, chi non poteva restituire quanto ricevuto, perdeva il proprio rango, e non era più considerato un uomo libero, una punizione di una crudeltà estrema.

Ecco che allora ritorniamo all’elemento pericoloso che caratterizza l’arte del dono anche nella mitologia scandinava:

Tu hai dato dei doni,

Ma non hai dato doni d’amore,

Non hai dato un cuore benevolo,

Della vostra vita, sareste già privati,

Se avessi saputo del pericolo.[1]

Mauss risolve il dilemma con una nota finale:

Così da un capo all’altro dell’evoluzione umana, non ci sono due tipi di saggezza. Si adotti come principio della nostra vita, ciò che è stato e sarà sempre un principio: uscire da se stessi, dare, liberamente e per obbligo; non c’è il rischio di sbagliare. Lo afferma un bel proverbio maori:

Ko Maru kai atu

Ko Maru kai mai

Ka ngohe ngohe

“Dai quanto ricevi, tutto andrà bene.”[2]


[1] Marcel Mauss, Saggio sul dono, traduzione di Franco Zannino, Einaudi, 2002, versi tratti dall’Edda, p. 115.

[2] Ibidem, pp. 124-125.

L’ambivalenza del dono

Contrariamente a quanto sosteneva il maestro nonché patrono dei traduttori, San Girolamo, autore delle due frasi più citate in circolazione, “a caval donato non si guarda in bocca”, e una mia preferita, “chi si giustifica si auto-accusa”, al cavallo i denti vanno guardati. Non solo per il significato della parola “gift” che nelle lingue germaniche, voleva dire sia “dono” che “dose di veleno”, ma per tutto quello che ruota intorno a quel gesto, all’atto di donare qualcosa agli altri.  Simpatico cadeau per chi? Sappiamo che fine ha fatto il cavallo di Troia.

Tutti abbiamo preso qualche bidone, oggetti che vengono immediatamente scartati in senso reale e figurato, c’è chi incassa elegantemente il colpo, e ringrazia con la formula classica “grazie per il pensiero” – e una volta mi è pure capitato, in Inghilterra però, che alla sorpresa di ricevere per Natale due presine di rara bruttezza, dentro una confezione di plastica impolverata con ancora il prezzo sopra, 50 pence, la signora con tono seccato mi ha risposto prontamente, “è stato più che un pensiero” – chi medita vendetta e rifila subito il bidone a un altro, e aggiunge con poca convinzione “magari può piacere…”, e così un pagliaccio in vetro viene smerciato altrove, chi lo rivende su e-bay, e monetizza subito lo scarto, chi se ne dimentica, e chi finge di aver dimenticato, ma prepara un altro bidone per un’altra occasione, e poi c’è chi è contrario ai regali, “ah, io non li faccio”, punto e basta.

Il tema è stato analizzato da un famoso antropologo francese, Marcel Mauss, grazie ad anni di studi legati alle società arcaiche, principalmente in Polinesia. Arcaiche o meno, me lo sono andato a rileggere, libro comprato alla storica libreria La Toletta a Venezia, anni orsono, giusto per rimanere nel linguaggio antico, quando era gestita da due fratelli che litigavano come i vecchietti dei Muppets ma erano sempre insieme a discutere di libri e vendevano delle edizioni introvabili.

L’aspetto fondamentale che regolava i contratti e le relazioni tra le varie tribù era la certezza che i doni dovevano circolare ed essere ricambiati, una cena offerta, un talismano erano destinati a ricevere altri oggetti equivalenti. Il dono in qualche modo introduceva già la nozione di credito: il baratto, l’acquisto o la vendita a tempi stabiliti con merci di scambio, legati da un contratto di onore, ci si impegnava a mantenere la parola data. E perdere il prestito, non ricambiare, equivaleva a perdere la faccia. Obbligo di dare e di ricevere, respingere un dono veniva visto come un’ammissione di paura e debolezza, dimostrando di non sapere gestire lo scambio. Un mondo difficile, per certi versi, volendo si poteva ricambiare “a usura” restituendo qualcosa del valore del 30% all’anno…poi le cose si complicavano, chi non poteva restituire quanto ricevuto, perdeva il proprio rango, e non era più considerato un uomo libero, una punizione di una crudeltà estrema.

Ecco che allora ritorniamo all’elemento pericoloso che caratterizza l’arte del dono anche nella mitologia scandinava:

Tu hai dato dei doni,

Ma non hai dato doni d’amore,

Non hai dato un cuore benevolo,

Della vostra vita, sareste già privati,

Se avessi saputo del pericolo.[1]

Mauss risolve il dilemma con una nota finale:

Così da un capo all’altro dell’evoluzione umana, non ci sono due tipi di saggezza. Si adotti come principio della nostra vita, ciò che è stato e sarà sempre un principio: uscire da se stessi, dare, liberamente e per obbligo; non c’è il rischio di sbagliare. Lo afferma un bel proverbio maori:

Ko Maru kai atu

Ko Maru kai mai

Ka ngohe ngohe

“Dai quanto ricevi, tutto andrà bene.”[2]


[1] Marcel Mauss, Saggio sul dono, traduzione di Franco Zannino, Einaudi, 2002, versi tratti dall’Edda, p. 115.

[2] Ibidem, pp. 124-125.

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