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#Gulliver #VIIIpuntata

Gulliver si congeda da Lagado per salpare verso Maldonada, un altrove vicino al Giappone. Se proprio uno volesse trovare un parallelo in dimensioni con qualche città settecentesca, il non-luogo è grande come Portsmouth. Dato che le navi per Luggnagg non saranno pronte se non dopo un mese, gli abitanti lo invitano a visitare Glubbdubdrib, l’isola dei Maghi, piena di frutta, e simile per dimensioni all’isola di Wight – sai cos’è l’isola di Wight è per noi l’isola di chi ha negli occhi blu della gioventù di chi canta hippi hippi pi cantavano i Dik Dik. I nativi si sposano solo tra loro, il governatore dell’isola abita in un enorme palazzo circondato da alte mura. Gulliver viene accolto dal capo tribù, parla la lingua di Balnibarbi e lo capiscono. Gli viene chiesto di raccontare i suoi viaggi, mentre il pranzo viene servito con nonchalance da fantasmi. Al quarto giorno ormai si è già abituato alla presenza degli spiriti, al punto che il Governatore gli fa il favore di fargli vedere su sua richiesta personaggi illustri del passato. Gulliver chiede di incontrare Alessandro il Grande dopo la battaglia di Arbela – sconfitta di Dario per la conquista della Mesopotamia e di Babilonia. A fatica capisce quello che il re dice in greco, ma viene informato sui dettagli della sua morte, non per avvelenamento ma per febbre che si è aggravata dopo giorni di sbornia. Subito dopo appare Annibale che gli conferma che nella traversata delle Alpi secondo la ricostruzione dagli Annali di Livio la storia dell’aceto utilizzato per sciogliere la roccia è inventata di sana pianta. A seguire Cesare e Pompeo, e per un attimo pure Bruto che gli sembra una bella persona. Tra la folla di figure riconosce Omero e Aristotele. Omero è più alto, Aristotele si appoggia a un bastone. Nessuno sa chi siano, Gulliver presenta a Omero i suoi commentatori Didimo e Eustachio. Aristotele invece mostra insofferenza quando gli parla del Dottor Subtilis Scoto e del filosofo francese Ramus. Gulliver allora chiede al governatore di convocare Cartesio e Gassendi, entrambi ammettono di aver sbagliato parecchie cose, idee confuse sul concetto dei vortici. Passano altri cinque giorni a discutere di massimi sistemi. A Gulliver sarebbe piaciuto avere una cena preparata dai cuochi di Eliogabalo ma viene annullata per mancanza di ingredienti, gli viene servito invece una specie di brodo spartano che viene lasciato nel piatto al secondo cucchiaio. Nauseato dalla storia moderna e dagli scrittori pronti a tutto pur di arrivare al potere. Fra tutti non sopporta gli esperti di aneddoti, per la maggior parte falsi, atti di vigliaccheria e di male affare vengono trasformati in gesti eroici. Chi ha ottenuto titoli ha confessato di aver fatto prostituire mogli e figlie, di aver tradito il proprio paese o il proprio principe, di aver praticato l’incesto, di aver ucciso degli innocenti. Dopo aver conversato a lungo, è arrivato il momento di ripartire, Gulliver si imbarca per Luggnagg. Il viaggio come sempre ha i soliti imprevisti ma il 21 Aprile del 1709 si arriva a destinazione. Per precauzione, nonostante continui a usare la lingua di Balnibarbi, Gulliver dice di essere olandese, dato che è l’unica nazionalità straniera tollerata per raggiungere il Giappone. Per farla breve, racconta di essere stato vittima di un naufragio, di essere arrivato sulle coste di Balnibarbi e tratto in salvo dall’isola volante di Laputa. Dopo un giorno in mezzo viene ricevuto a corte e invitato a leccare il pavimento di fronte al Re come tradizione comanda da queste parti. Qui scopre che se si vuole uccidere qualcuno sul pavimento viene sparsa una polvere letale. A Gulliver viene risparmiata la vita.

Una volta leccato il pavimento reale, Gulliver secondo il protocollo deve pronunciare la fatidica frase: che la vostra Maestà celeste sopravviva al sole, undici lune e mezza. Seguono domande del re a cui deve rispondere meccanicamente con: la lingua sia la voce del mio amico. A quel punto entra l’interprete e Gulliver viene invitato a restare tre mesi. Presto viene introdotto alla casta degli immortali, solamente cinquanta in tutta la metropoli, ci sono bambini predestinati a non morire mai, ed il segno è un punto rosso sulla fronte sopra il sopracciglio sinistro, che con l’età cambia di colore, in età adulta diventa nero. Chi non è immortale, non vive più a lungo di ottanta anni e comunque una volta raggiunta quell’età si perde ogni privilegio. Chi invece è immortale viene evitato caldamente dal resto della popolazione che si tiene a distanza.

Gulliver è sempre più risoluto nel voler lasciare il paese per raggiungere il Giappone dove rimane per poco tempo fino a che non trova una nave pronta a ritornare ad Amsterdam, Amboyna – nome che ricorda il massacro di alcuni inglesi da parte degli olandesi nelle Indie Orientali. Interrogato nuovamente dai marinai sul suo passato, Gulliver parla solo di un naufragio, ma a qualcuno viene il sospetto che menta. Il 20 aprile del 1710 è di nuovo a casa, a Redriff, il viaggio continua…

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Interviste Probabili: 3. Gerolamo Cardano

Stavo per sedermi sulla poltrona in libreria, quando dallo scaffale cade un libro. Mi giro, non sono sola. La sagoma di un uomo con la barba e i baffi arricciati, coperto da un mantello inappropriato per il clima estivo, mi fissa con aria perplessa. Invece di reagire, rimango ferma al mio posto. Non si sa mai cosa fare con un fantasma, la paura si trasforma subito in prudenza. Il fantasma fissa la copertina e dice:

Che strana edizione, l’avevo intitolato Synesiorum somniorum libri.

Faccio fatica a crederci, il libro è di Gerolamo Cardano, filosofo, matematico, astrologo, alchimista, medico, grande giocatore d’azzardo del Cinquecento. Considerato il padre della teoria della probabilità, ha scritto un saggio sul gioco dei dadi, pubblicato postumo – meglio evitare argomento morte e riprendere la conversazione.. L’hanno tradotto il secolo scorso in italiano da un’edizione tedesca stampata nel 1563, semplicemente con Sogni. Opera complessa.

Molti scettici, immagino. Mi hanno tormentato in vita. Un lavoro a cui ho dedicato anni, non si può pretendere di arrivare a una conoscenza perfetta, contenere nel finito l’infinito.

De aleae ludo ha suscitato molte polemiche. 

Era prevedibile, ho perso fortune al gioco dei dadi, qualcun altro ha elaborato due secoli dopo la teoria dei grandi numeri, partendo da una mia intuizione.

In pratica lei insegnava a barare.

In realtà tentavo di bilanciare le ingiustizie delle perdite. Mi sono concentrato sulle combinazioni possibili nel lancio dei dadi, dopo aver sperperato molti denari. “In sex revolutionibus singula puncta evenire deberent” (su sei lanci dovrebbero presentarsi tutti e 6 i valori), vale a dire che i valori nel lancio di un dado sono equiprobabili ( p = 1/6 ). L’equiprobabilità è basata sulla simmetria del dado stesso.

Cosa l’affascinava dell’azzardo?

Il tempo perduto a inseguire il caso, 25 anni al gioco dei dadi. Un amore amaro.

E il suo rapporto con l’arte divinatoria dei sogni?

Mi ponevo in contrasto con quanto sosteneva Cicerone, per me i sogni sono un dono, un dono mandato da Dio.

In quest’ottica come si valutano allora i sogni falsi?

Esistono anche i sogni turbolenti. Bisogna imparare a distinguerli, alcuni sono residui di memorie diurne. 

I sogni che si dimenticano per lei sono tutti veri?

Sì, non sono legati necessariamente alla narrazione. Certi sogni restano difficili da interpretare, proprio per la loro mescolanza con i ricordi del passato. Tra questi un mio sogno famoso..

Quale?

Sognai che avevo consegnato tutti i miei anelli – a parte due, uno di ametista e un altro di poco valore con una pietra rossa – a dei mercanti spagnoli, convinto da un gioielliere che non conoscevo nel sogno. Il gioielliere al suo ritorno contava soldi, non mi dava nulla ma diceva che due giorni prima aveva venduto i miei gioielli. Continuava a dire che aveva fatto un affare, che si era accordato per ricevere i soldi dopo due anni in oro senza nessun impegno scritto. Uno dei mercanti era un tessitore di seta, l’altro non si ricordava di cosa si occupasse. Quando mi comunicò il prezzo, replicai che io stesso li avrei venduti a un valore più alto, e che non mi aveva dato nessuna garanzia che il prezzo pattuito fosse rispettato. Lui replicava che non mi aveva obbligato, che mi aveva solo convinto, perché di fatto erano affari miei. La cosa mi sembrava piuttosto improbabile, immaginavo che le mie pietre fossero ancora al sicuro nel forziere, ma il gioielliere insisteva che le pietre non c’erano più. A quel punto non ricordandomi il suo nome, glielo richiesi e lui rispose Stefano..Stefano Metz (città assediata dall’imperatore). Allora chiesi dove abitasse, mi disse che non stava a Milano e che non aveva una fissa dimora e che sarebbe andato ad abitare in un quartiere con un monastero con le vergini. Nel sogno vedevo un galletto legato a un elefante e una belva simile a una pantera, da cui mi tenevo alla larga. All’alba la serva Geronima – che non c’era più – dava del pane agli animali e mi ricordai che la sera prima avevamo parlato dei gioielli. Il sogno serviva a dissuadermi di qualcosa di cui mi sarei pentito, un guadagno poco sicuro, e che avrei rischiato la follia nel pensare di arricchirmi. Invece il significato delle belve mi fu chiaro quando le comparai alla figura della vecchia serva che le accudiva, due bestie giovani, l’elefante, il figlio, la fiera, un giovane versatile, famoso per l’eleganza dei suoi studi musicali. Mi ero convinto che tutti gli aspetti di questa storia si riferissero al nome e cognome di un principe. “Servirò un principe e sarò ricompensato, anche se ora non ho nulla” – questo è quello pensai esaminando il sogno.

Un sogno fondamentale per la sua onirocritica.

Devo tutto al mio maestro Sinesio, andare a caccia di analogie con la consapevolezza della precarietà delle vicende umane.

Ripenso al quarto album dei Led Zeppelin, ZoSo, il cui simbolo pare sia derivato da un libro di Gerolamo Cardano in riferimento al sigillo magico di Saturno, note diverse ma pur sempre note. Cerco di non sorridere al confronto rock, Cardano si risistema il mantello e prima di congedarsi, aggiunge:

Il più grande vantaggio nell’azzardo è non giocare affatto.

Detto da un esperto, è un saggio consiglio. Tempo per altri sogni..se il sogno dovesse ripetersi, sarebbe davvero un azzardo.

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Per chi fosse interessato al libro, Gerolamo Cardano, Sogni, a cura di Agnese Grieco e Mauro Mancia, Saggi Marsilio, 1993. Per il sogno famoso pp. 159-161.

Le Interviste Probabili: 2. Sir Arthur Conan Doyle

Qui ci inchiniamo di fronte al maestro del Detective per eccellenza, Arthur Conan Doyle, medico, sportivo, abile boxeur, una vita ricca, costellata di avventure di ogni genere, dall’Artico all’Africa, alle guerre, in compagnia della sua creatura più famosa, Sherlock Holmes, autore di altri romanzi, The White Company, The Lost World, e The Adventures of Brigadier Gerard, indubbiamente meno noti.

Si è già messo comodo in poltrona, e quindi gli offro uno sherry, il clima è umido, fuori piove, mi sembra adatto all’occasione.

Caro Arthur, dovevo scoprirlo da un altro scrittore, Mark Haddon (1), che lei non fa mai dire “elementary” al suo investigatore, ma è un’invenzione cinematografica.

Sherlock Holmes è un uomo sorprendente, anche nella normalità, “quante volte vi ho detto che una volta che avete escluso l’impossibile, ciò che resta per quanto improbabile, deve essere la verità?”

Hanno fatto anche un telefilm negli Stati Uniti con la stessa espressione…

Ehm sì, un’idea bizzarra ma non priva di interesse, Moriarty è una donna, e mi sembra che sia un’interpretazione con una sua validità, più contemporanea; mi hanno detto che hanno girato centinaia e centinaia di film – peraltro non ho mai guadagnato un penny – preferisco sempre e comunque il buon vecchio libro, nella mia opera è fondamentale la ricostruzione dei fatti, come vengono descritti gli oggetti, la memoria si sa è selettiva, si ricorda quello che si vuole ricordare, e certi dettagli, se ben analizzati hanno una microstoria che si somma a tante altre, e poi ci vuole tempo, anche per ricordare, la lettura mi sembra la scala ideale, mediata anche da una successiva rielaborazione, non necessariamente in ordine cronologico.

La lente di ingrandimento è davvero utile, o ormai è un gadget sopravvalutato?

Indispensabile, almeno per me, intanto è sempre un gesto elegante osservare le cose attraverso una lente di ingrandimento, e poi mi serve per distrarre l’attenzione, per prendere appunti.

In molti suoi casi, ci sono riferimenti ad avvenimenti di cronaca nera realmente accaduti, mi viene in mente la fine tremenda di Charles Walton, il ragazzino che lei rievoca nel Mastino dei Buskerville…sessant’anni dopo il suo racconto, è stato trovato in un campo ridotto in pessime condizioni da un forcone…

È un episodio che ancora mi sconvolge, l’incontro di quel bracciante con un cane mostruoso che poi aveva preso le sembianze di una donna coperta da un mantello mi avevo spinto a scrivere la storia in effetti, ma le assicuro che se passa da quei luoghi, ai piedi di Meon Hill, vicino al cerchio di pietre neolitiche, The Whispering Knights – i cavalieri sussurranti – l’atmosfera non è delle migliori. Seguii la vicenda, perché quell’incontro con la bestia nera era stato pubblicato sul giornale locale, c’era da aspettarselo che Ann Turner si sarebbe vendicata.

Ma un uomo di scienza come lei crede ancora alle leggende e al folklore?

Non si può negare che nel 1875 Ann Turner fece una brutta fine, macellata da un forca, da un tal John Hayward, la riteneva colpevole di atti di stregoneria nei suoi confronti.

Il luogo è oggettivamente suggestivo, al centro dell’Inghilterra, nel Warwickshire, la terra di Shakespeare, dei cottage di fieno, e anche degli Hobbit, come insegna Tolkien, le leggende non mancano da queste parti. Era uno scenario che non si poteva ignorare, un setting ideale, e poi il Cane Nero fa proprio parte delle saghe popolari, direttamente derivato dal mito egizio, Anubi, il dio dell’imbalsamazione è ritratto con la testa di un cane nero o comunque di un canide simile allo sciacallo, è stato Anubi ad aiutare Iside a ricomporre il cadavere del marito Osiride. I pezzi di mummie erano ingredienti comuni di molte pozioni magiche in Gran Bretagna e altrove, e nel Medioevo il commercio di mummie era piuttosto diffuso. Tutti elementi non trascurabili.

“I cani non sbagliano”.

Arthur Conan Doyle sorride compiaciuto della citazione.

Ricorda ancora l’episodio dei due spaniel messi all’inseguimento di tracce di Jack lo Squartatore?

Come no? Barnaby e Burgo, due spaniel piuttosto svegli, è vero che si persero, ma la colpa era degli addestratori, e poi la cronaca dimostrò che durante quel periodo Jack lo Squartatore non commise nessun delitto. Coincidenza, casualità? Entrambe le cose.

Le sanguisughe servivano, era davvero convinto del metodo?

Sono anellidi che hanno una loro utilità, in medicina primitiva si usavano per salassare i pazienti, una terapia di cui si è spesso abusato e invece si è scoperto che preservava la circolazione di parti riattaccate chirurgicamente. E poi c’è questo strano legame con un qualcosa di repellente, di estraneo al nostro corpo che può avere una funzione salvifica, a volte succede anche tra esseri apparentemente incompatibili.

Accanto all’analisi deduttiva lei ha sempre avuto uno spiccato interesse per lo spiritismo, che cosa l’ha spinto a interessarsi all’argomento?

Sono sempre stato affascinato dall’ignoto, è stata la mia esperienza personale, durante la guerra, che mi ha spinto a investigare che cosa succedesse dopo la morte, se c’era qualcosa o se venivamo inghiottiti in un grande nulla. Non ho mai condotto i miei esperimenti da solo, quindi quello che ho visto e ho udito è stato testimoniato da altre persone, sono fenomeni di cui mi sono occupato fin dagli esordi della mia carriera, già nel 1886, in compagnia del Generale Drayson. Fui così colpito che feci pubblicare un articolo sulla rivista Light, proprio per dare una nuova svolta ai miei interessi, e poi successivamente mi iscrissi alla Società per la Ricerca Psichica, sono certo che la telepatia funzioni veramente.

Il suo rapporto con Houdini davverò si guastò per una lettera che sua moglie disse di aver scritto teleguidata dallo spirito della madre di Houdini?

Tutto insolitamente vero, mia moglie Jean condivideva i miei interessi, facemmo un esperimento di ipnosi, lei cadde in trance grazie alla scrittura automatica riferì un messaggio della madre di Houdini. Houdini non apprezzò, la madre non sapeva una parola di inglese, per lui era una frode, priva di fondamento scientifico, ecco detto da lui, mi sembrò quasi impossibile. Inutile dirle che dopo quell’evento la nostra amicizia finì. Per me era inconcepibile che un uomo di quel talento e con tanti poteri fosse così poco ricettivo di fronte ad altre manifestazioni, e si fermasse a un limite traduttivo. E poi Houdini viveva di magia e anche di suggestioni, era un esperto manipolatore, oltre che illusionista.

Lei ha svolto numerose ricerche sulle fate, nel 1920 venne incaricato a scrivere un articolo sul tema per il numero di Natale dello Strand, fu allora che scoprì che due ragazze dello Yorkshire, due cugine Elsie Wright e Frances Griffith avevano fotografato delle strane creature, le fate di Cottingley… un evento epocale?

Un caso difficile e complesso, che documentai con perizia, incaricai il mio fidato amico Edward Gardner. Da vero scozzese non potevo non studiarlo, perché qui nulla è come sembra, nessuno poteva credere che Elsie giocasse con uno gnomo, le fate erano deliziose, per alcuni un po’ troppo parigine, così chiesi a Edward di portare delle macchine fotografiche per far scattare delle nuove foto, e non successe niente, i luoghi misteriosi con cascate sembravano svaniti insieme agli elfi, fino a che nella primavera del 1921, successe l’inaspettato, Elsie e Frances scattarono tre nuove foto, l’evento venne catalogato come qualcosa di inspiegabile, è più facile che la gente creda al mostruoso che al fantastico, mi sono fatto una mia idea sull’argomento, gliela racconterò al prossimo sherry, davvero squisito.

Mi raccomando la prendo in parola, spiace davvero che il tempo a disposizione sia finito…alla prossima…nell’aria soltanto una scia di profumo lievemente muschiato.

 

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 (1) Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, 2003.

Le Interviste Probabili: 2. Sir Arthur Conan Doyle

Qui ci inchiniamo di fronte al maestro del Detective per eccellenza, Arthur Conan Doyle, medico, sportivo, abile boxeur, una vita ricca, costellata di avventure di ogni genere, dall’Artico all’Africa, alle guerre, in compagnia della sua creatura più famosa, Sherlock Holmes, autore di altri romanzi, The White Company, The Lost World, e The Adventures of Brigadier Gerard, indubbiamente meno noti.

Si è già messo comodo in poltrona, e quindi gli offro uno sherry, il clima è umido, fuori piove, mi sembra adatto all’occasione.

Caro Arthur, dovevo scoprirlo da un altro scrittore, Mark Haddon (1), che lei non fa mai dire “elementary” al suo investigatore, ma è un’invenzione cinematografica.

Sherlock Holmes è un uomo sorprendente, anche nella normalità, “quante volte vi ho detto che una volta che avete escluso l’impossibile, ciò che resta per quanto improbabile, deve essere la verità?”

Hanno fatto anche un telefilm negli Stati Uniti con la stessa espressione…

Ehm sì, un’idea bizzarra ma non priva di interesse, Moriarty è una donna, e mi sembra che sia un’interpretazione con una sua validità, più contemporanea; mi hanno detto che hanno girato centinaia e centinaia di film – peraltro non ho mai guadagnato un penny – preferisco sempre e comunque il buon vecchio libro, nella mia opera è fondamentale la ricostruzione dei fatti, come vengono descritti gli oggetti, la memoria si sa è selettiva, si ricorda quello che si vuole ricordare, e certi dettagli, se ben analizzati hanno una microstoria che si somma a tante altre, e poi ci vuole tempo, anche per ricordare, la lettura mi sembra la scala ideale, mediata anche da una successiva rielaborazione, non necessariamente in ordine cronologico.

La lente di ingrandimento è davvero utile, o ormai è un gadget sopravvalutato?

Indispensabile, almeno per me, intanto è sempre un gesto elegante osservare le cose attraverso una lente di ingrandimento, e poi mi serve per distrarre l’attenzione, per prendere appunti.

In molti suoi casi, ci sono riferimenti ad avvenimenti di cronaca nera realmente accaduti, mi viene in mente la fine tremenda di Charles Walton, il ragazzino che lei rievoca nel Mastino dei Buskerville…sessant’anni dopo il suo racconto, è stato trovato in un campo ridotto in pessime condizioni da un forcone…

È un episodio che ancora mi sconvolge, l’incontro di quel bracciante con un cane mostruoso che poi aveva preso le sembianze di una donna coperta da un mantello mi avevo spinto a scrivere la storia in effetti, ma le assicuro che se passa da quei luoghi, ai piedi di Meon Hill, vicino al cerchio di pietre neolitiche, The Whispering Knights – i cavalieri sussurranti – l’atmosfera non è delle migliori. Seguii la vicenda, perché quell’incontro con la bestia nera era stato pubblicato sul giornale locale, c’era da aspettarselo che Ann Turner si sarebbe vendicata.

Ma un uomo di scienza come lei crede ancora alle leggende e al folklore?

Non si può negare che nel 1875 Ann Turner fece una brutta fine, macellata da un forca, da un tal John Hayward, la riteneva colpevole di atti di stregoneria nei suoi confronti.

Il luogo è oggettivamente suggestivo, al centro dell’Inghilterra, nel Warwickshire, la terra di Shakespeare, dei cottage di fieno, e anche degli Hobbit, come insegna Tolkien, le leggende non mancano da queste parti. Era uno scenario che non si poteva ignorare, un setting ideale, e poi il Cane Nero fa proprio parte delle saghe popolari, direttamente derivato dal mito egizio, Anubi, il dio dell’imbalsamazione è ritratto con la testa di un cane nero o comunque di un canide simile allo sciacallo, è stato Anubi ad aiutare Iside a ricomporre il cadavere del marito Osiride. I pezzi di mummie erano ingredienti comuni di molte pozioni magiche in Gran Bretagna e altrove, e nel Medioevo il commercio di mummie era piuttosto diffuso. Tutti elementi non trascurabili.

“I cani non sbagliano”.

Arthur Conan Doyle sorride compiaciuto della citazione.

Ricorda ancora l’episodio dei due spaniel messi all’inseguimento di tracce di Jack lo Squartatore?

Come no? Barnaby e Burgo, due spaniel piuttosto svegli, è vero che si persero, ma la colpa era degli addestratori, e poi la cronaca dimostrò che durante quel periodo Jack lo Squartatore non commise nessun delitto. Coincidenza, casualità? Entrambe le cose.

Le sanguisughe servivano, era davvero convinto del metodo?

Sono anellidi che hanno una loro utilità, in medicina primitiva si usavano per salassare i pazienti, una terapia di cui si è spesso abusato e invece si è scoperto che preservava la circolazione di parti riattaccate chirurgicamente. E poi c’è questo strano legame con un qualcosa di repellente, di estraneo al nostro corpo che può avere una funzione salvifica, a volte succede anche tra esseri apparentemente incompatibili.

Accanto all’analisi deduttiva lei ha sempre avuto uno spiccato interesse per lo spiritismo, che cosa l’ha spinto a interessarsi all’argomento?

Sono sempre stato affascinato dall’ignoto, è stata la mia esperienza personale, durante la guerra, che mi ha spinto a investigare che cosa succedesse dopo la morte, se c’era qualcosa o se venivamo inghiottiti in un grande nulla. Non ho mai condotto i miei esperimenti da solo, quindi quello che ho visto e ho udito è stato testimoniato da altre persone, sono fenomeni di cui mi sono occupato fin dagli esordi della mia carriera, già nel 1886, in compagnia del Generale Drayson. Fui così colpito che feci pubblicare un articolo sulla rivista Light, proprio per dare una nuova svolta ai miei interessi, e poi successivamente mi iscrissi alla Società per la Ricerca Psichica, sono certo che la telepatia funzioni veramente.

Il suo rapporto con Houdini davverò si guastò per una lettera che sua moglie disse di aver scritto teleguidata dallo spirito della madre di Houdini?

Tutto insolitamente vero, mia moglie Jean condivideva i miei interessi, facemmo un esperimento di ipnosi, lei cadde in trance grazie alla scrittura automatica riferì un messaggio della madre di Houdini. Houdini non apprezzò, la madre non sapeva una parola di inglese, per lui era una frode, priva di fondamento scientifico, ecco detto da lui, mi sembrò quasi impossibile. Inutile dirle che dopo quell’evento la nostra amicizia finì. Per me era inconcepibile che un uomo di quel talento e con tanti poteri fosse così poco ricettivo di fronte ad altre manifestazioni, e si fermasse a un limite traduttivo. E poi Houdini viveva di magia e anche di suggestioni, era un esperto manipolatore, oltre che illusionista.

Lei ha svolto numerose ricerche sulle fate, nel 1920 venne incaricato a scrivere un articolo sul tema per il numero di Natale dello Strand, fu allora che scoprì che due ragazze dello Yorkshire, due cugine Elsie Wright e Frances Griffith avevano fotografato delle strane creature, le fate di Cottingley… un evento epocale?

Un caso difficile e complesso, che documentai con perizia, incaricai il mio fidato amico Edward Gardner. Da vero scozzese non potevo non studiarlo, perché qui nulla è come sembra, nessuno poteva credere che Elsie giocasse con uno gnomo, le fate erano deliziose, per alcuni un po’ troppo parigine, così chiesi a Edward di portare delle macchine fotografiche per far scattare delle nuove foto, e non successe niente, i luoghi misteriosi con cascate sembravano svaniti insieme agli elfi, fino a che nella primavera del 1921, successe l’inaspettato, Elsie e Frances scattarono tre nuove foto, l’evento venne catalogato come qualcosa di inspiegabile, è più facile che la gente creda al mostruoso che al fantastico, mi sono fatto una mia idea sull’argomento, gliela racconterò al prossimo sherry, davvero squisito.

Mi raccomando la prendo in parola, spiace davvero che il tempo a disposizione sia finito…alla prossima…nell’aria soltanto una scia di profumo lievemente muschiato.

 

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 (1) Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, 2003.

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