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Luoghi non luoghi: #9 Brexit or no Brexit

Secondo recenti statistiche pubblicate dal The Guardian, la percentuale di coloro che voteranno per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea sta aumentando, è più probabile che vinca l’esclusione anziché l’inclusione. Tra i più conservatori c’è pure chi vorrebbe riservare l’ingresso nella terra di Albione dopo un accurato test linguistico a punti, o lo passi o sei FUORI.

Altro che speakers’ corner qui si mette molto male. Ora che la Gran Bretagna per il suo passato – colonie in tutto il mondo ma anche terra di pirati che saccheggiavano i galeoni spagnoli di ritorno dalle Americhe – e il suo presente, generazioni di migranti provenienti dalle ex-colonie che qui hanno trovato una nuova casa, e la sua posizione geografica, ci abbia sempre ritenuto un mondo a parte, the Continent – quando ancora si usava la ex-super efficiente Royal Mail che aveva cinque consegne al giorno, impensabile per i nostri target italici – non è una novità, ma una deriva così cieca ai cambiamenti che si vogliono vedere solo come qualcosa al di fuori di noi, complica ulteriormente la già intricata inesistente politica europea.

Lord Rose, ex presidente di una delle più grandi catene di supermercati Marks & Spencer ha finanziato la campagna a favore del voto per l’Europa, raccogliendo £ 6,88 milioni contro i £ 2,78 dei sostenitori del no tra cui Patrick Barbour, Farmers for Britain, Muslims for Britain e Out and Proud, un gruppo gay anti-EUROPE. UKIP leader Nicole Farage, il bastian contrario per eccellenza, non fa parte del gruppo VOTA NO ma conduce con il suo partito una sua campagna anti Europa.

E visto che in Gran Bretagna si scommette su tutto, anche il referendum rientra tra le scommesse online, al momento il no ha più chances di riuscita, Ladbrokes ha ridimensionato il calcolo delle probabilità (5/2).

Nel frattempo per chi volesse farsi una ripassata in inglese sui principali accenti e dialetti inglesi consiglio i video di Gill, originaria delle Midlands sbarcata su youtube just in case. Il coraggio aiuta. Prisencolinensinainciusol. Aye.

London’s calling #8: Architetture mai realizzate

A house is not a home

Da un articolo pubblicato sul Guardian, una mia selezione di progetti mai realizzati: il primo doveva essere la torre più alta di Londra (si nota), il secondo è un edificio torre di Mies van Der Rohe nella City, approvato ma poi bloccato per problemi di concessione, il terzo sembra uscito da un film di fantascienza vintage, è invece di Richard Rogers e doveva essere l’estensione alla National Gallery, bocciato da Prince Charles come un pugno nell’occhio, il quarto è un edificio a spirale di Sir Misha Black per la Royal Festival Hall nella brutalista South Bank e il quinto, un gruppo di edifici scenografici a St Paul’s di Joseph Emberton, che già dal disegno si capisce che non usciranno fuori dal foglio..intanto passeggiando per la città si immaginano altri scenari.

London’s calling #8: Architetture mai realizzate

A house is not a home

Da un articolo pubblicato sul Guardian, una mia selezione di progetti mai realizzati: il primo doveva essere la torre più alta di Londra (si nota), il secondo è un edificio torre di Mies van Der Rohe nella City, approvato ma poi bloccato per problemi di concessione, il terzo sembra uscito da un film di fantascienza vintage, è invece di Richard Rogers e doveva essere l’estensione alla National Gallery, bocciato da Prince Charles come un pugno nell’occhio, il quarto è un edificio a spirale di Sir Misha Black per la Royal Festival Hall nella brutalista South Bank e il quinto, un gruppo di edifici scenografici a St Paul’s di Joseph Emberton, che già dal disegno si capisce che non usciranno fuori dal foglio..intanto passeggiando per la città si immaginano altri scenari.

Altri luoghi: La carta e il territorio di Michel Houellebecq

Prima o poi quasi tutti gli scrittori si cimentano in un romanzo in cui il protagonista è un artista, un classico che implode ed esplode in altri territori, è il caso di Jed Martin, fotografo, dagli oggetti ai paesaggi senza soggetti, alle mappe delle guide Michelin, a ritrattista, quadri degnamente presentati già dai titoli Bill Gates e Steve Jobs parlano del futuro dell’informatica, sottotitolato La conversazione di Palo Alto, Damien Hirst e Jeff Koons si spartiscono il mercato dell’arte – mai terminato e finito a brandelli – Il giornalista Jean-Pierre Pernaut anima una riunione redazionale, e una gemma inaspettata, Michel Houellebecq scrittore, coup de theatre alla Hitchcock, solo che qui lo scrittore non figura di sfuggita come un cameo ma ha ruolo fondamentale, una guida inconsapevole ai mutamenti creativi di un talento in divenire. Un romanzo con saggio sull’artista, un giallo, un’esplorazione emotiva sulla famiglia e le relazioni sentimentali, padre architetto affermato ma figura silente e indaffarata – non si è mai ripreso dal suicidio della moglie – una vita confusa e solitaria animata da brevi incontri con escort e una donna per cui perdere la testa, un dono che non si è in grado di accettare, la felicità differita.

Questo per chi lo vede dall’esterno, un mondo interiore che cozza con un paesaggio esterno fermo nei suoi rituali borghesi, le incombenze sociali, un ambiente artistico con tutte le sue finzioni e impersonificazioni grottesche, a tratti meschine e imbarazzanti in cui si deve fare finta di essere quello che non si è, sdoppiandosi in un avatar accondiscendente, o in una caricatura di misantropo da esibire alle feste, scontroso ma presente. La noia rimane un elemento fondamentale, scatena piccole rivoluzioni improvvise, molti inferni creativi – le vere autentiche gioie – che divorano tutto il tempo a disposizione e per questo lo rendono sopportabile.

“Essere artista significava innanzitutto essere sottomesso. Sottomesso a messaggi misteriosi, imprevedibili, che si dovevano dunque definire “intuizioni” in mancanza di meglio o in assenza di ogni credenza religiosa; messaggi che comunque comandavano in maniera imperiosa, categorica, senza lasciare la minima possibilità di sottrarvisi – a meno che non si volesse perdere ogni rispetto di se stessi. Tali messaggi potevano implicare la distruzione di un’opera, addirittura di un intero complesso di opere, per imboccare in una direzione radicalmente nuova, o talvolta per rimanere senza alcuna direzione, senza disporre del minimo progetto, della minima speranza di continuazione.” [1]

Una condizione che inevitabilmente riporta le fotografie degli esordi di Jed Martin a un nichilismo che non lascia spazio che al paesaggio, sfondi senza figure, assenze eteree. Grazie ai ritratti quel cerchio si può chiudere.

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[1] Michel Houellebecq, La carta e il territorio, 2010, Bompiani, p. 88. Traduzione di Fabrizio Ascari.

London’s calling #7: Airport music

Luoghi non luoghi superluoghi liberamente rivisitati

Sara perché mio padre era un pilota, sarà perché ti amo, per me gli aeroporti sono non luoghi superfamiliari. A cominciare dagli elenchi interminabili dei piani di volo, mio padre era imbattibile, guai a chiedergli dove era stato, Parma-Bologna-Venezia-Venezia-Roma-Roma-Palermo-Palermo-Parma-Parma-Venezia, ti prendeva alla lettera…a quello strano alfabeto che funziona solo tra loro, Alfa Bravo Charlie Zebra Zulu, agli intervalli o gap temporali tra un terminal e un altro, con variazioni climatiche da freddo polare artico a caldo tropicale, una sciarpa in borsa è un’ottima idea. Londra ne ha quattro, volendo c’è anche il City Airport, per chi si paga l’aereo privato, ma lasciamolo lì dove sta, per noi comuni mortali restano gli altri. Luton, a meno che tu non abbia dei parenti nel Buckinghamshire è da evitare, soprattutto dopo un volo con la Ryan Air, potresti diventare violento. Gatwick ti prepara da subito alla doppia opzione che è un ricatto: vuoi arrivare a Victoria Station pagando un sacco di soldi in poco tempo, o viaggiare con Poirot con poltrone lerce di velluto vittoriano risparmiando qualche penny? Dipende dal volo e dal budget, di solito ti costa più il treno per arrivare a Londra che il volo. L’atterraggio a Gatwick riserva a volte delle sorprese, risparmi, ma non è detto, l’odiosa trasferta in pullman verso il Terminal, che personalmente è il pezzo di viaggio che non sopporto, gente che ti spinge, c’è sempre qualcuno che ti pesta un piede con una scarpa da Frankenstein, hai freddo, fame, sete, l’autobus puzza di ascelle congelate dall’aria condizionata a palla, a volte ti accoglie un braccio metallico che ti proietta direttamente dall’aereo a una sala con moquette sobria fucsia e bluette deserta ma dentro l’aeroporto. Fai chilometri ma non importa, la meta è vicina se trovi la sala con i bagagli, c’è sempre una carrozzina che gira a vuoto abbandonata, e magari il proprietario la sta aspettando in un altro aeroporto, chissà. Stansted progettato da Rogers+Partners, nell’Estremo Est, è pieno di luce, negozi, ma te la fa pagare, il treno per Liverpool Street costa più di un figlio all’università come dicevano i nonni. Se prenoti con anticipo, ti fanno uno sconto di un pound o due, che alla fine è irrilevante, thank you very much Stansted Express. Hai però pagato il volo due pound, si può fare, dai, crepi l’avarizia paghi il volo sul treno per Londra Liverpool Street, e che sia finita, London here I come. Il mio preferito rimane Heathrow, una città nella città, anche qui c’è il Terminal 4 e il Terminal 5, che implicano altri due viaggi in altri due paesi, ma un male minore rispetto alle offerte. Cambi terminal, e cambiano gli arredamenti, da Aiazzone style a iper tecnologico con delle luci al neon abbaglianti, ti provi un po’ di profumi con gli occhiali da sole come una spia sovietica, dai un’occhiata alle pareti con vetrine, c’è pure il pub finto irlandese, insomma sei a casa, quasi. E poi parte la Airport music, che non è l’album di Brian Eno, ma è quel sottofondo insopportabile forzato-felice che ti accompagna ovunque, varia solo secondo le stagioni. Intorno a Natale suonano a nastro le elettro-renne pop con campanellini, il ritmo è lento, troppo lento, senza pausa ovviamente. Vincono le renne, dopo un quarto d’ora ondeggi la testa anche tu, mentre guardi svogliatamente i best seller che non comprerai nella libreria dentro il negozio di accessori che confina con il cocktail bar che confina con il negozio di cravatte, sei della famiglia delle renne. Allora hai tre possibilità, scappi a Londra con l’Heathrow Express in 15 minuti dentro uno shuttle spaziale comodo e al caldo, prendi il treno più lento a malincuore con scolaresche in gita che urlano, o sfoderi la tua oyster card e scendi negli inferi della Piccadilly Line, e con molta calma ma molta arrivi in città, dopo tutto sei solo in zona 6, the world is your oyster.

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