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lunedì

Red-letter day

Un lunedì dove finalmente tutto torna in ordine. Persone che pensavo fossero amiche e che si sono rivelate per quello che sono: estranee. Non ci sono più scuse, e non sono nemmeno delusa. Controllo la mail e trovo un messaggio dal passato che mi viene incontro grazie all’affidabile LinkedIn. Ci siamo perse di vista dai tempi dell’università – pieno Olocene – e la ritrovo raggiante in questa fine di Gennaio 2016 nella sua giacca a vento rosso fuoco. Non c’è nessun imbarazzo, per quello che siamo state e tuttora siamo: amiche.

 

 

 

 

 

 

 

Back to the Past

Nineteen minutes past 11 o'clock
11.19 a.m. Presso la mia dimora

 

 

 

 

 

 

 

Carissimi,

con rinnovata energia eccomi pronta a una sfida novella, l’appuntamento settimanale con qualche riflessione sparsa per allietare questi giorni di pioggia di un Aprile novembrino. La primavera che tarda ad arrivare mi ha fatto rammentare i versi mirabili di Hafez:

Oh Rosa,

ti ho cercata

tra tutte le rose,

Ma non ti ho trovata.

Ho patito, ho gridato, ho urlato,

Girovagato

Da una terra a un’altra

Nell’immensità.

Alla fine ti ho trovata,

Quieta, addormentata

Nel mio cuore.

 

Che meraviglia! E che conforto offre la poesia!

Recentemente mi sono messa a rileggere un nostro poeta italiano, il vicentino Giacomo Zanella, che sentitamente ringrazio per la capacità di rendere delicati persino i pensieri più cupi.

Da Astichello, un umile saggio filosofico in versi:

XVII

Tra le chiome de’ pioppi entro la stanza

Lampeggia il sole, e d’ombre irrequiete

Con tremolo riverbero una danza

Disegna sul candor della parete.

 

Tal d’infiammata giovanil speranza

Ne’ recessi dell’anima una rete

M’ordia di rosee larve! Or sol m’avanza

Il pensier che i fuggiti estri ripete

 

Melanconicamente; e non è poco

Il suo stupor, se dopo sparsi al vento

Tanti sogni superbi e tanto foco

 

Di poesia dagl’anni inerti spento,

Volontario romito in questo loco

Fra pochi arbori e fiori vivo contento.

 

Back to the Past

Nineteen minutes past 11 o'clock
11.19 a.m. Presso la mia dimora

 

 

 

 

 

 

 

Carissimi,

con rinnovata energia eccomi pronta a una sfida novella, l’appuntamento settimanale con qualche riflessione sparsa per allietare questi giorni di pioggia di un Aprile novembrino. La primavera che tarda ad arrivare mi ha fatto rammentare i versi mirabili di Hafez:

Oh Rosa,

ti ho cercata

tra tutte le rose,

Ma non ti ho trovata.

Ho patito, ho gridato, ho urlato,

Girovagato

Da una terra a un’altra

Nell’immensità.

Alla fine ti ho trovata,

Quieta, addormentata

Nel mio cuore.

 

Che meraviglia! E che conforto offre la poesia!

Recentemente mi sono messa a rileggere un nostro poeta italiano, il vicentino Giacomo Zanella, che sentitamente ringrazio per la capacità di rendere delicati persino i pensieri più cupi.

Da Astichello, un umile saggio filosofico in versi:

XVII

Tra le chiome de’ pioppi entro la stanza

Lampeggia il sole, e d’ombre irrequiete

Con tremolo riverbero una danza

Disegna sul candor della parete.

 

Tal d’infiammata giovanil speranza

Ne’ recessi dell’anima una rete

M’ordia di rosee larve! Or sol m’avanza

Il pensier che i fuggiti estri ripete

 

Melanconicamente; e non è poco

Il suo stupor, se dopo sparsi al vento

Tanti sogni superbi e tanto foco

 

Di poesia dagl’anni inerti spento,

Volontario romito in questo loco

Fra pochi arbori e fiori vivo contento.

 

L’eterno lunedì

Orlando Furioso 4

Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
Son là su, che non so qui tra noi;
Altri piani, altri valli, altre montagne,
c’han le cittadi, hanno i castelli suoi,
con case de le quai mai più le magne
non vide il paladin prima né poi:
e vi sono ample e solitarie selve,
ove le ninfe ognor cacciano belve.
 
Non stette il duca a ricercar il tutto;
che là non era asceso a quell’effetto.
Da l’apostolo santo fu condutto
in un vallon fra due montagne istretto,
ove mirabilmente era ridutto
ciò che si perde o per nostro diffetto,
o per colpa di tempo o di Fortuna:
ciò che si perde qui, là si raguna.
 
(Orlando Furioso, canto XXXIV, ottave 72-73)

Mentre Astolfo con il suo ippogrifo vaga sulla luna alla ricerca del senno di Orlando, e lo trova intatto in un’ampolla, il paesaggio lunare in Sylvia Plath (1932-1963) rivela invece un altrove grigio e monotono, un universo molto simile ai lunedì poco rassicuranti di ogni inizio settimana: una poesia scritta nella primavera del 1958 dal titolo scoraggiante L’eterno lunedì, ignorata per anni dalla critica.

In Inghilterra, la patria della conversazione spicciola dove ti ritrovi a discutere per ore sulla meteorologia senza dire altro, di fatto una scelta eroica mentre osservi un cielo plumbeo che lascia poco spazio alla fantasia, il lunedì è davvero un giorno temuto, annunciato dall’espressione rassegnata ma significativa “back to Mondays”, si ritorna ai lunedì, al lavoro con colleghi dentoni con cravatte improbabili. In ufficio ti abituano fin da subito alla solita domanda che ti faranno ogni lunedì, che è ormai un evergreen, “did you have a nice week-end?”, dove quel nice ti dice già che non devi raccontare le tue magagne, non essere troppo breve con un laconico sì che chiuderebbe in modo scortese la conversazione ma nemmeno troppo prolisso, una via di mezzo oraziana, possibilmente brillante. Il venerdì sai già che ti aspetta l’altro tormentone, “Any plans for the week-end?”, la promessa di un’agognata felicità programmata in cui gli altri possano riconoscere un loro frammento di sogno.

Sylvia Plath invece si spinge oltre, superando la soglia della correttezza formale con grazia risoluta.

L’eterno lunedì

 

Avrai un lunedì

Eterno e te ne starai sulla luna.

L’uomo della luna se ne sta nel suo guscio

Curvo sotto un fascio

Di stecchi. La luce cade come gesso freddo

Sul nostro copriletto.

Batte i denti tra picchi

Squamosi e crateri di quei vulcani estinti.

Anche lui contro quel gelo nero

Raccoglieva stecchi, non si riposava

Fino a che la sua camera accesa non ecclissava

Il fantasma di sole della Domenica;

Ora lavora il suo inferno di Lunedì nella sfera della luna,

Spento, sette mari gelidi incatenati alla caviglia.

——————————————————————————————–

The everlasting Monday

Thou shalt have an everlasting

Monday and stand in the moon.

The moon’s man stands in his shell,

Bent under a bundle

Of sticks. The light falls chalk and cold

Upon our bedspread.

His teeth are chattering among the leprous

Peaks and craters of those extinct volcanoes.

He also against black frost

Would pick sticks, would not rest

Until his own lit room outshone

Sunday’s ghost of sun;

Now works his hell of Mondays in the moon’s ball,

Fireless, seven chill seas chained to his ankle.

§

A questo punto, è necessaria, almeno per me, un’illuminazione musicale di Sun Ra (1914-1993), musicista e genio visionario che ha saputo attraversare e regalarci altri orizzonti…

Il tempo delle fragole

A chi di dovere

Questo lunedì una poesia di Edwin Morgan (1920-2010), pubblicata nel 1968 nella raccolta The Second Life, stesso titolo di futuri mondi virtuali che verranno creati anni dopo. Una strana coincidenza, anche se Morgan è sempre stato un grande sperimentatore, uno dei primi a scrivere poesie dedicate alla fantascienza e spaziare tra mito, tradizione e avanguardia. Tra le mie preferite rimane sempre l’intraducibile canzone scritta per il mostro di Loch Ness. (1)

Fragole invece è un frammento di ricordo di due uomini che sono stati innamorati. Idealmente mi sarebbe piaciuto mantenere l’anonimato del genere, ma in italiano bisognava fare una scelta: il maschile e non il femminile, come ho letto in alcune traduzioni online.

Una porzione di frutta per alcuni forse eccessivamente zuccherata in cui però si riconoscono emozioni già vissute.

Strawberries

There were never strawberries

like the ones we had

that sultry afternoon

sitting on the step

of the open french window

facing each other

your knees held in mine

the blue plates in our laps

the strawberries glistening

in the hot sunlight

we dipped them in sugar

looking at each other

not hurrying the feast

for one to come

the empty plates

laid on the stone together

with the two forks crossed

and I bent towards you

sweet in that air

in my arms

abandoned like a child

from your eager mouth

the taste of strawberries

in my memory

lean back again

let me love you

let the sun beat

on our forgetfulness

one hour of all

the heat intense

and summer lightning

on the Kilpatrick hills

let the storm wash the plates

——————————————————————————————–

Fragole

Mai ci furono fragole

Come quelle che mangiammo

Quel pomeriggio afoso

Seduti sul gradino

Del balcone aperto

Uno di fronte all’altro

Le tue ginocchia tra le mie

I piatti azzurri sul grembo

Le fragole che brillavano

Ai raggi caldi del sole

Le intingevamo nello zucchero

Guardandoci negli occhi

Rallentando il banchetto

Perché ce ne fosse un altro

I piatti vuoti

Posati insieme sulla pietra

Con le due forchette incrociate

E io che mi chinavo su di te

Dolce in quell’aria

Fra le mie braccia

Abbandonato come un bambino

Dalla tua bocca impaziente

Il sapore delle fragole

Nel mio ricordo

Si sporge ancora

Lasciami amarti

Lascia che il sole batta

Sulla nostra distrazione

Un’ora di tutto

Quel calore intenso

E i fulmini d’estate

Sulle colline di Kilpatrick

Lasciamo lavare i piatti al temporale

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