Un lunedì dove finalmente tutto torna in ordine. Persone che pensavo fossero amiche e che si sono rivelate per quello che sono: estranee. Non ci sono più scuse, e non sono nemmeno delusa. Controllo la mail e trovo un messaggio dal passato che mi viene incontro grazie all’affidabile LinkedIn. Ci siamo perse di vista dai tempi dell’università – pieno Olocene – e la ritrovo raggiante in questa fine di Gennaio 2016 nella sua giacca a vento rosso fuoco. Non c’è nessun imbarazzo, per quello che siamo state e tuttora siamo: amiche.
con rinnovata energia eccomi pronta a una sfida novella, l’appuntamento settimanale con qualche riflessione sparsa per allietare questi giorni di pioggia di un Aprile novembrino. La primavera che tarda ad arrivare mi ha fatto rammentare i versi mirabili di Hafez:
Oh Rosa,
ti ho cercata
tra tutte le rose,
Ma non ti ho trovata.
Ho patito, ho gridato, ho urlato,
Girovagato
Da una terra a un’altra
Nell’immensità.
Alla fine ti ho trovata,
Quieta, addormentata
Nel mio cuore.
Che meraviglia! E che conforto offre la poesia!
Recentemente mi sono messa a rileggere un nostro poeta italiano, il vicentino Giacomo Zanella, che sentitamente ringrazio per la capacità di rendere delicati persino i pensieri più cupi.
Da Astichello, un umile saggio filosofico in versi:
con rinnovata energia eccomi pronta a una sfida novella, l’appuntamento settimanale con qualche riflessione sparsa per allietare questi giorni di pioggia di un Aprile novembrino. La primavera che tarda ad arrivare mi ha fatto rammentare i versi mirabili di Hafez:
Oh Rosa,
ti ho cercata
tra tutte le rose,
Ma non ti ho trovata.
Ho patito, ho gridato, ho urlato,
Girovagato
Da una terra a un’altra
Nell’immensità.
Alla fine ti ho trovata,
Quieta, addormentata
Nel mio cuore.
Che meraviglia! E che conforto offre la poesia!
Recentemente mi sono messa a rileggere un nostro poeta italiano, il vicentino Giacomo Zanella, che sentitamente ringrazio per la capacità di rendere delicati persino i pensieri più cupi.
Da Astichello, un umile saggio filosofico in versi:
Altri fiumi, altri laghi, altre campagneSon là su, che non so qui tra noi;Altri piani, altri valli, altre montagne,c’han le cittadi, hanno i castelli suoi,con case de le quai mai più le magnenon vide il paladin prima né poi:e vi sono ample e solitarie selve,ove le ninfe ognor cacciano belve.Non stette il duca a ricercar il tutto;che là non era asceso a quell’effetto.Da l’apostolo santo fu conduttoin un vallon fra due montagne istretto,ove mirabilmente era riduttociò che si perde o per nostro diffetto,o per colpa di tempo o di Fortuna:ciò che si perde qui, là si raguna.(Orlando Furioso, canto XXXIV, ottave 72-73)
Mentre Astolfo con il suo ippogrifo vaga sulla luna alla ricerca del senno di Orlando, e lo trova intatto in un’ampolla, il paesaggio lunare in Sylvia Plath (1932-1963) rivela invece un altrove grigio e monotono, un universo molto simile ai lunedì poco rassicuranti di ogni inizio settimana: una poesia scritta nella primavera del 1958 dal titolo scoraggiante L’eterno lunedì, ignorata per anni dalla critica.
In Inghilterra, la patria della conversazione spicciola dove ti ritrovi a discutere per ore sulla meteorologia senza dire altro, di fatto una scelta eroica mentre osservi un cielo plumbeo che lascia poco spazio alla fantasia, il lunedì è davvero un giorno temuto, annunciato dall’espressione rassegnata ma significativa “back to Mondays”, si ritorna ai lunedì, al lavoro con colleghi dentoni con cravatte improbabili. In ufficio ti abituano fin da subito alla solita domanda che ti faranno ogni lunedì, che è ormai un evergreen, “did you have a nice week-end?”, dove quel nice ti dice già che non devi raccontare le tue magagne, non essere troppo breve con un laconico sì che chiuderebbe in modo scortese la conversazione ma nemmeno troppo prolisso, una via di mezzo oraziana, possibilmente brillante. Il venerdì sai già che ti aspetta l’altro tormentone, “Any plans for the week-end?”, la promessa di un’agognata felicità programmata in cui gli altri possano riconoscere un loro frammento di sogno.
Sylvia Plath invece si spinge oltre, superando la soglia della correttezza formale con grazia risoluta.
L’eterno lunedì
Avrai un lunedì
Eterno e te ne starai sulla luna.
L’uomo della luna se ne sta nel suo guscio
Curvo sotto un fascio
Di stecchi. La luce cade come gesso freddo
Sul nostro copriletto.
Batte i denti tra picchi
Squamosi e crateri di quei vulcani estinti.
Anche lui contro quel gelo nero
Raccoglieva stecchi, non si riposava
Fino a che la sua camera accesa non ecclissava
Il fantasma di sole della Domenica;
Ora lavora il suo inferno di Lunedì nella sfera della luna,
Spento, sette mari gelidi incatenati alla caviglia.
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The everlasting Monday
Thou shalt have an everlasting
Monday and stand in the moon.
The moon’s man stands in his shell,
Bent under a bundle
Of sticks. The light falls chalk and cold
Upon our bedspread.
His teeth are chattering among the leprous
Peaks and craters of those extinct volcanoes.
He also against black frost
Would pick sticks, would not rest
Until his own lit room outshone
Sunday’s ghost of sun;
Now works his hell of Mondays in the moon’s ball,
Fireless, seven chill seas chained to his ankle.
§
A questo punto, è necessaria, almeno per me, un’illuminazione musicale di Sun Ra (1914-1993), musicista e genio visionario che ha saputo attraversare e regalarci altri orizzonti…
Questo lunedì una poesia di Edwin Morgan (1920-2010), pubblicata nel 1968 nella raccolta The Second Life, stesso titolo di futuri mondi virtuali che verranno creati anni dopo. Una strana coincidenza, anche se Morgan è sempre stato un grande sperimentatore, uno dei primi a scrivere poesie dedicate alla fantascienza e spaziare tra mito, tradizione e avanguardia. Tra le mie preferite rimane sempre l’intraducibile canzone scritta per il mostro di Loch Ness. (1)
Fragole invece è un frammento di ricordo di due uomini che sono stati innamorati. Idealmente mi sarebbe piaciuto mantenere l’anonimato del genere, ma in italiano bisognava fare una scelta: il maschile e non il femminile, come ho letto in alcune traduzioni online.
Una porzione di frutta per alcuni forse eccessivamente zuccherata in cui però si riconoscono emozioni già vissute.
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