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Jorge Luis Borges

Quattro anni oggi ✌✒♘✰☟

 
Mia profonda fierezza
 
Ovunque tu sia mi sei accanto.
Stringo la tua cintura alla mia vita.
Mia profonda fierezza.
Ovunque io sia, tu sei vicino a me
ti stringo, ti allaccio,
mi proteggi dagli sbandamenti dell’anima
dalle violenze improvvise e dalle assurdità.
Che sollievo tornare al tuo abbraccio.
 
Yiannis Ritsos 
(trad. N. Crocetta)
 

Quattro anni OGGI, 29 Agosto 2014

Quattro considerazioni in croce dopo circa 300 articoli…ringrazio davvero tutti, tra Linkedin e WordPress siamo quasi arrivati a 1000, per me è una grande soddisfazione!

Branoalcollo è stato inizialmente pensato come blog letterario dedicato prevalentemente alla rivisitazione e ri-traduzione di classici della narrativa e della poesia, si è poi via via aperto anche a nuove esperienze e collaborazioni, stimolate da nuovi incontri.

Quest’anno ho partecipato a diversi progetti, la maggior parte sono ricerche nate grazie alle iniziative culturali promosse dall’Atelier Meta-morphic. In galleria una breve mostra degli ultimi lavori svolti insieme all’artista e architetto Claudia Bonollo, una produzione Sisterly: il raggio verde, i cieli di Londra e l’Atlante delle Nuvole, Cupìdo e Piccadilly Circus, i paesaggi mistici raccolti in un articolo pubblicato sulle Metamorfosi del Verde dalla webzine PressTletter.

Tra le “nuove entrate” sono state particolarmente apprezzate le riletture dei romanzi, pubblicate a puntate, il Doctor Faustus di Thomas Mann e Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister di Wolfango Goethe, il preferito dai lettori!

Gli articoli sono stati ispirati dai contributi di: Claudia Bonollo, Raffaele Serra, John Cassavetes, Gena Rowlands, Martin Amis, Arturo Schwarz, Les Baxter, Derek Walcott, Alain Resnais, Jorge Luis Borges, Doctor Faustus di Thomas Mann, Matteo Guarnaccia, E. A. Poe, G. Abbott Abbott, Frédéric Dard, George Orwell, Cristina Campo, Marcel Mauss, San Girolamo, David Shriegley, Vittorio Sereni, Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister di Wolfango Goethe, Giampaolo Azzoni, il blu indaco.

Sto lavorando ad altri progetti, vi aggiornerò quanto prima. Buona navigazione! Un brindisi virtuale con tutti voi! Alla prossima esplorazione…

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Le interviste possibili: X. Luca Cerretti

Il decimo appuntamento con le interviste possibili si apre con un giovane poeta pubblicato da Marco Saya Edizioni, Luca Cerretti, laureato al Dams con una tesi sulla paranoia nel cinema americano contemporaneo, vegano, esperto di fumetti, di fantascienza, a tratti, anima pop, in una parola eclettico.

Benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Un tè mu, miscela potentissima di origine giapponese, un orzo italico, a te la scelta…

Grazie a te per l’invito, non bado troppo all’arredamento casalingo, ma il tuo salotto mi sembra molto confortevole, farò finta di stare sul lettino del mio analista immaginario, sperando di riuscire a formulare qualche pensiero autoctono e di senso compiuto, almeno questi sono i miei buoni propositi della giornata.

Prima di iniziare ti informo che accetto la miscela giapponese…e non per mero esotismo ma perché cerco sempre di uscire dalla mia zona di (s)conforto (con risultati deludenti qualcuno potrebbe aggiungere…). Magari mi rimette in sesto il mio evidente crollo karmico e magari pure i sette Chakra…kundalini compreso.

Vedremo…Intanto per rompere il ghiaccio, hai una Musa preferita tra quelle della mitologia classica?

Non ho una musa preferita, sarebbe facile dirti Calliope (ho complessi edipici ma sopratutto epici irrisolti…) mi sembra una risposta talmente banale che te la risparmio.
In realtà mi piace particolarmente il concetto di musa, di qualcuno che ti porti l’ispirazione a domicilio senza neanche pagare le spese di spedizione (e pensa che il sottotitolo del mio libro in origine era “Tutte le muse vengono al pettine”).
In generale per me l’ispirazione è legata alla sofferenza acrobatica.
Devo sapere che c’è un rischio, devo fare l’equilibrista senza la rete, entrare come Houdini pagoda della tortura cinese.
Quando sto bene non riesco a scrivere, non ci penso nemmeno, questa è la differenza tra un dilettante come me e chi scrive per professione.
D’altronde la poesia non è mai diventata un prodotto d’intrattenimento e nessuno la legge, quindi si scrive solo per necessità, per tornare a quell’atto mancato, per mettere una toppa su quello squarcio del tessuto spazio-temporale che si sta portando via tutto il resto.
Ma sto decisamente deragliando.

Volendo si può andare anche fuori tema…

Tornando alle muse: ho un cattivo rapporto con queste pigre divinità. Prima le invoco disperatamente (con tanti di annunci condivisi su tutti i principali social network e persino sui giornali parrocchiali…) e poi quando escono dal mio radar comincio a sbraitare in codice binario e poi non mi resta altro che scrivere, scrivere, scrivere e scrivere. E mai in questo preciso ordine…

Tutte le ventinove poesie raccolte in Alcuni Tentativi di Ipnosi sono sottilmente legate al tema conduttore di un amore finito, della disillusione, del sogno spezzato – non ho potuto fare a meno di ripensare alle Cento poesie di amore a Ladyhawke di Michele Mari – declinate secondo la logica di una sofferenza imbrigliata da una leggerezza terapeutica, il 29 è un numero casuale o ha una ragione di essere?

Non sono un fanatico della numerologia (anche se ho un certo interesse verso l’occultismo, la magia, le discipline parascientifiche, il mentalismo ecc.) e non ho neanche contato quante poesie (mi scuso per l’utilizzo improprio di questo termine riferito a quelle cose in versi pubblicate con tanta sfacciataggine) sono finite su carta.
Grazie Carla di averle contate per me…:)

Cercavo degli indizi…

Ti stavo depistando per prendere tempo…a pensarci bene per una “curiosa” casualità (lo giuro sulla mia anemica collezione di Urania), il 29 è il numero degli anni che avrebbe compiuto la musa (a cui è dedicata la seconda parte del libro dal titolo escatologico La fine delle grandi narrazioni) se fosse ancora in vita. Non è morta, solo che mi sono accorto tardi che non era mai stata viva. Come me d’altronde.
Così, senza volerlo, abbiamo trovato anche la famosa (ed esoterica) quadratura del cerchio.

Già…Come diceva Flaubert, “non si sa cosa sia, ma bisogna alzare le spalle quando ne parlano”…Come è il risveglio dopo l’ipnosi?

Secondo te ho la faccia di uno che si è risvegliato?
Diciamo che mi sono auto ipnotizzato e sto ancora vagando come un sonnambulo malnutrito che non riesce a spostarsi prima di sbattere contro la prossima barriera architettonica.
Amo l’impatto e le sue conseguenze.
Se non ci fossero degli ostacoli credo proprio che la razza umana si sarebbe già estinta (sai che perdita…).
Cerchiamo tutti l’agone, anche se magari non razionalmente.
Nel mio caso, e questa mia confessione va inserita subito nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, sono un grande estimatore della sconfitta in tutte le sue gradazioni.
Senza fallimento e senza la caduta (spero non di stile) non sentirei nemmeno il bisogno di compensare le voragini aperte sul mio costato dal Longino di turno con la sua lucida lancia.
La scrittura dovrebbe comunicare qualcosa, qualsiasi cosa. Io comunico il mio fallimento.
Il titolo del libro comunque, lo posso spiegare finalmente al mondo intero qui riunito, è la metafora che ho scelto per descrivere l’amore, anzi la sua fase iniziale (stavo per scrivere terminale) cioè il mitologico concetto di “innamoramento”. Per quanto mi riguarda è solamente un tentativo di ipnosi, se funziona ti innamori di me (almeno questo è quello che credi…piccola ingenua) e se non funziona si scrivono quintali di paroline asmatiche sperando poi di non dover ripetere in maniera coatta la stessa identica via crucis di prima.
Mi scuso per questo retrogusto di malcelato delirio mistico ma è dovuto ad una prolungata quarantena monastica…

I tuoi “tentativi” sono di fatto delle micro narrazioni che invitano a continue riletture, per scoprire rimandi, citazioni interne ed esterne al testo. Una scrittura formalmente semplice, costruita a strati di dissimulazione di grado diverso, con picchi che raggiungono la saggezza di un aforisma, accompagnati dalla volontà di non prendersi mai troppo sul serio…“Le tue parole sono pietre…Ti sbagli sono pietre che sembrano parole…”, che importanza ha per te l’autocontrollo nella rielaborazione delle emozioni?

Io sono diventato un devoto assoluto del self-control emotivo, sono in quarantena sentimentale, sono un numero 5 (secondo la tipologia caratteriale degli enneagramma di matrice gestalt) cioè una persona che vive reclusa nella sua monade bonsai, un regno di puro intelletto e del tutto a prova di emozioni esterne.
Sono un soggetto schizoide, per usare un termine più preciso…e poi mi chiedo perché ci sia una continua migrazione di muse dalle mie parti.
Come tutte le persone generate (e non create) senza pelle e con i nervi scoperti troppo presto mi sono dovuto velocemente adattare (e qui torna ancora il vecchio saggio Darwin) all’ecosistema della provincia (cronica come cantavano i Baustelle) in cui sono stato allevato, come una coltura batterica, per non finire sempre con la faccia piena di lividi e sputi.
Avevo bisogno di escapismo, la lettura era il modo più economico di farlo (poi ci sarebbe stato l’incontro fatale con la canzone d’autore, la poesia, il cinema e tutti gli altri rimedi contro l’alienazione…).
Sono intossicato dalla fiction, è un’infezione interiore, e con il tempo sono diventato l’esteta gelido di gozzaniana memoria perché si finisce con il perdere contatto con il proprio tunnel di realtà ma nella mia educazione sentimentale è stato un passaggio fondamentale per non finire nella lunga lista degli aspiranti suicidi (e avendo una certa venerazione per Tenco…).
È una posizione di difesa, e nell’ambito della scrittura aiuta a distaccarsi dall’oggetto amoroso e renderlo immune al pericolo del patetismo sentimentale autoevidente e del narcisismo ubiquo.
I sentimenti non vanno soffocati sul nascere, ma neanche esibirli pubblicamente e renderli una fonte di intrattenimento parossistica per il pubblico gastronomico.
È questa la lezione principale che ho appreso leggendo il Montale di Xenia.
Purtroppo non ho appreso dove trovasse tutto quel suo maledetto talento…

In “Una conclusione vera e propria” nomini un misterioso Manuale M. È la promessa di un sequel?

Mi dispiace deludere i miei lettori (al momento sono 6, contando anche la mia vicina di casa affetta dal morbo di Alzheimer che ha scambiato Alcuni tentativi ecc. ecc. per un libro di ricette ecosostenibili…) ma non ci sarà un sequel, non amo ripetermi, come disse la mia ex dopo avermi baciato.
Certo potrei anche cambiare idea, voglio dire se il mio account di posta dovesse riempirsi di mail che mi implorano di scrivere Alcuni tentativi ecc. ecc. parte II…perché dovrei deluderli?
Torno in modalità seriosa.
La “poesia” che chiude il libro si chiama appunto Una conclusione vera e propria, e questo titolo (una volta tanto dirai…) mi sembra definitivo e persino chiaro(veggente…con il senno di poi…).
Venero la fine di un rapporto di tipo telepatico, astrale, tra due soggetti senza più carne, fatto solo di logos balbettanti e di desideri in rimozione forzata.
È arrivato il momento di lasciare che i morti seppelliscano i loro morti.
Posso dirti però che sto lavorando ad un nuovo progetto che potrebbe vedere la luce nel 2015 (sono un candido ottimista a volte).
Sarà un lavoro punk, nel senso più lato del termine, la mia promessa è quella di tenere a bada la mia tendenza alla regressione malincoironica (non passo la giornata ad ascoltare Pink Moon di Nick Drake o a giocare con la corda alla Ian Curtis…).
Certo ci saranno alcuni occulti collegamenti per tutti i fanatici dell’intertestualità (e delle Agghiaccianti simmetrie), posso anticiparvi che ci sarà il vero e proprio epitaffio finale di Alcuni tentativi ecc. ecc.
Ma basta con gli spoiler.
Ah, mi avevi chiesto del famigerato il Manuale M. che è già divenuto oggetto di speculazioni e dibattiti online sulla vera natura di questo libro misterioso.
Purtroppo proprio non la posso spiegare pubblicamente (ci manca pure una querela…almeno avrei dei nuovi lettori…tra cui l’avvocato e il giudice…). Diciamo che volendo è un gioco di parole, un po’ troppo cifrato, anche per i miei gusti.
La mia ambizione sarebbe quella di trasformarlo in uno pseudobiblion tra i più ricercati tra i bibliofili come il Necronomicon di sua mostruosità HP Lovecraft o il Libro di Sabbia di sua santità JL Borges.

Ah però…Quale video hai scelto per noi e perché?

Ho scelto senza troppi ripensamenti Woody Allen. Io sono un cinefago (devo mangiare ogni giorno almeno una pellicola di nitrato d’argento) e la sua opera è stata la pietra angolare di questo mio disturbo compulsivo che non sembra migliorare per niente neanche con l’arrivo della quarta età.
Io in realtà non lo chiamo neanche Woody, ma il maestro.
Mi si è legato ai filamenti del dna circa venti anni fa e da allora passiamo molto tempo assieme (più di quaranti film da imparare a memoria…).
Senza di lui la mia vita sarebbe stata triste, infelice, desolata, priva di gravità, in caduta libera.
Ammetto che poi con tutta quella massiccia esposizione sono diventato decisamente un personaggio alleniano, o almeno questa è la massima aspirazione esistenziale che nutro.
La scena del film è tratta da Basta che funzioni uscito nel 2009, forse uno dei suoi ultimi capolavori.
Boris, il protagonista del film, spiega alla sua giovane adulatrice qualcosa sull’amore e lo fa in un modo che…credo sia meglio guardarlo insieme.
Ok, anche la presenza dell’angelica Evan Rachel Wood non guasta (ah Evan…non è che potresti diventare la mia prossima musa?)

Penso che non ci sia modo migliore di congedarsi. Grazie Carla per la decorosa sopportazione.

Grazie a te Luca, in attesa di vederti nel prossimo film di Woody Allen, ci accontenteremo di Boris, certo un’adulatrice come Evan chi non la vorrebbe?

§

Le interviste continuano…STAY TUNED

Spinoza riflesso in versi

 

“Non si discute per aver ragione ma per capire.”

Jorge Luis Borges

Ho scoperto che in Italia esiste un concorso letterario dedicato a chi vuole scrivere una poesia sulle opere di Baruch Spinoza (1632-1677). Quest’anno è stato annullato ma chissà forse verrà riattivato il prossimo. Una vita intensa, seppure breve, impiegata nella redazione di un’opera fondamentale per il pensiero occidentale, l’Ethica, uscita postuma nel 1677 insieme al Trattato sull’emendazione dell’intelletto. Il Trattato su Dio, l’uomo e la felicità, scritto intorno al 1660, venne invece pubblicato solamente nell’ ‘800. Un filosofo che pagò a caro prezzo l’amore per la sua indipendenza, allontanato dalla stessa famiglia, scomunicato e bandito dalla Sinagoga, rinunciò alla cattedra universitaria perché temeva che potesse compromettere la sua libertà di pensiero e accettò un impiego come molatore di vetri ottici. Un mestiere che stranamente ha qualche attinenza con la sua ricerca, riformulare una nuova visione. In Spinoza, il pensiero cartesiano prende una direzione nuova, res cogitans e res extensa diventano due infiniti attributi della sostanza di Dio. Dio è l’unica sostanza esistente, “tutto ciò che è, è in Dio, senza Dio, nessuna cosa può essere, né essere concepita.” Dio viene descritto come necessità assoluta di essere, da cui derivano gli infiniti attributi e gli infiniti modi che costituiscono il mondo. Come dall’infinito si arrivi al finito non viene spiegato, resta un’aporia.

La ricerca della felicità non sta nel conseguire né i piaceri dei sensi, né le ricchezze, né gli onori che devono essere visti solo come mezzi, e mai come fini, per vivere in funzione di un obiettivo supremo. La distinzione tra bene e male rimane un fatto assolutamente interpretativo privo di valenza oggettiva: “…Il bene e il male non indicano nulla che esista ontologicamente nelle cose considerate in sé oggettivamente, ma sono essi pure ‘modi di pensiero’ e nozioni che l’uomo si forma paragonando le cose fra loro e riportandole a sé.”

Si parte da Dio per ridare un significato nuovo all’uomo. Per capire meglio il senso, ecco che ancora una volta ci viene incontro la poesia. Nell’impresa di tradurre in versi il pensiero spinoziano si è già cimentato a suo tempo un altro scrittore illuminato, Jorge Luis Borges, lasciandoci due splendidi ritratti rivelatori.

Baruch Spinoza

 

L’occaso, caligine d’oro, barbaglia

Sulla finestra. L’assiduo manoscritto

Aspetta, già pregno di infinito.

Qualcuno costruisce un Dio nella penombra.

Un uomo genera un Dio. È un ebreo

Di tristi occhi e di pelle olivastra;

Il tempo lo trasporta come trascina il fiume

Una foglia nell’acqua che discende.

Non importa. Il mago insiste e forgia

Dio con geometria raffinata;

Dalla sua debolezza, dal suo nulla,

Seguita a modellare Dio con la parola.

Il più generoso amore gli fu largito,

L’amore che non chiede di essere amato.

 

Spinoza

 

Le diafani mani dell’ebreo

Tagliano nella penombra le lenti;

Muore la sera tra paura e freddo.

(Le sere sono uguali a ogni altra sera.)

Ma le mani e lo spazio di giacinto

Che impallidisce il confine del Ghetto

Appena esistono per l’uomo quieto

Che sta sognando un chiaro labirinto.

Non lo turba la fama, che è riflesso

Di altri sogni nel sogno dello specchio,

Né l’amore pudico delle vergini.

Libero da metafora e da mito

Intaglia un arduo vetro: l’infinito

Ritratto di Chi è tutte le sue stelle.[1]


[1] Tratta dalla raccolta a cura di Domenico Porzio, L’altro, lo stesso, ne I Meridiani, Jorge Borges, Mondadori, Milano, 1998.








			

Spinoza riflesso in versi

 

“Non si discute per aver ragione ma per capire.”

Jorge Luis Borges

Ho scoperto che in Italia esiste un concorso letterario dedicato a chi vuole scrivere una poesia sulle opere di Baruch Spinoza (1632-1677). Quest’anno è stato annullato ma chissà forse verrà riattivato il prossimo. Una vita intensa, seppure breve, impiegata nella redazione di un’opera fondamentale per il pensiero occidentale, l’Ethica, uscita postuma nel 1677 insieme al Trattato sull’emendazione dell’intelletto. Il Trattato su Dio, l’uomo e la felicità, scritto intorno al 1660, venne invece pubblicato solamente nell’ ‘800. Un filosofo che pagò a caro prezzo l’amore per la sua indipendenza, allontanato dalla stessa famiglia, scomunicato e bandito dalla Sinagoga, rinunciò alla cattedra universitaria perché temeva che potesse compromettere la sua libertà di pensiero e accettò un impiego come molatore di vetri ottici. Un mestiere che stranamente ha qualche attinenza con la sua ricerca, riformulare una nuova visione. In Spinoza, il pensiero cartesiano prende una direzione nuova, res cogitans e res extensa diventano due infiniti attributi della sostanza di Dio. Dio è l’unica sostanza esistente, “tutto ciò che è, è in Dio, senza Dio, nessuna cosa può essere, né essere concepita.” Dio viene descritto come necessità assoluta di essere, da cui derivano gli infiniti attributi e gli infiniti modi che costituiscono il mondo. Come dall’infinito si arrivi al finito non viene spiegato, resta un’aporia.

La ricerca della felicità non sta nel conseguire né i piaceri dei sensi, né le ricchezze, né gli onori che devono essere visti solo come mezzi, e mai come fini, per vivere in funzione di un obiettivo supremo. La distinzione tra bene e male rimane un fatto assolutamente interpretativo privo di valenza oggettiva: “…Il bene e il male non indicano nulla che esista ontologicamente nelle cose considerate in sé oggettivamente, ma sono essi pure ‘modi di pensiero’ e nozioni che l’uomo si forma paragonando le cose fra loro e riportandole a sé.”

Si parte da Dio per ridare un significato nuovo all’uomo. Per capire meglio il senso, ecco che ancora una volta ci viene incontro la poesia. Nell’impresa di tradurre in versi il pensiero spinoziano si è già cimentato a suo tempo un altro scrittore illuminato, Jorge Luis Borges, lasciandoci due splendidi ritratti rivelatori.

Baruch Spinoza

 

L’occaso, caligine d’oro, barbaglia

Sulla finestra. L’assiduo manoscritto

Aspetta, già pregno di infinito.

Qualcuno costruisce un Dio nella penombra.

Un uomo genera un Dio. È un ebreo

Di tristi occhi e di pelle olivastra;

Il tempo lo trasporta come trascina il fiume

Una foglia nell’acqua che discende.

Non importa. Il mago insiste e forgia

Dio con geometria raffinata;

Dalla sua debolezza, dal suo nulla,

Seguita a modellare Dio con la parola.

Il più generoso amore gli fu largito,

L’amore che non chiede di essere amato.

 

Spinoza

 

Le diafani mani dell’ebreo

Tagliano nella penombra le lenti;

Muore la sera tra paura e freddo.

(Le sere sono uguali a ogni altra sera.)

Ma le mani e lo spazio di giacinto

Che impallidisce il confine del Ghetto

Appena esistono per l’uomo quieto

Che sta sognando un chiaro labirinto.

Non lo turba la fama, che è riflesso

Di altri sogni nel sogno dello specchio,

Né l’amore pudico delle vergini.

Libero da metafora e da mito

Intaglia un arduo vetro: l’infinito

Ritratto di Chi è tutte le sue stelle.[1]


[1] Tratta dalla raccolta a cura di Domenico Porzio, L’altro, lo stesso, ne I Meridiani, Jorge Borges, Mondadori, Milano, 1998.








			

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