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Jimi Hendrix

Rocking colours: red, orange, yellow, green, blue, indigo, violet

Colour…is a kind of bliss

Roland Barthes

#Red

Ah yeah!/ There’s a red house over yonder , / That’s where my baby stays /

#Orange

The power of orange knickers

#Yellow

Watch out where the huskies go, and don’t you eat that yellow snow

#Green

Green is the colour of her kind
Quickness of the eye deceives the mind

#Blue

Ooh, right through my head.
I ain’t got the blues no more I said.

#Indigo

Always get that mood indigo,
Since my baby said goodbye.

#Violet

Purple Haze all in my brain,
lately things don’t seem the same,
actin’ funny but I don’t know why
‘scuse me while I kiss the sky.

§

Per chi avesse voglia di approfondire il tema colore, una bella intervista qui, nella Rubrica Videos de autor, risponde Claudia Bonollo.

 

 

London’s calling #2: Trellick Tower

Luoghi non luoghi superluoghi liberamente rivisitati

Excuse me, while I kiss the sky

Jimi Hendrix

Trellick Tower, è un edificio brutalista degli anni ’70 dell’architetto ungherese Ernö Goldfinger – Dito d’oro era anche un designer – ideato come casa popolare, ha anche un fratello minore a Poplar, nell’East End, tempio del crimine, di violenza, una torre di cemento grigio che si staglia contro un cielo grigio, una specie di bastione visibile lungo il tragitto che porta dal quartiere di Notting Hill a Camden, costeggiando il canale. La prima cosa che tutti dicono appena lo vedono è di solito “chissà che vista dall’ultimo piano”, forse è perché l’unica cosa che si riesce a dire per compensare l’atmosfera tetra che lo circonda, citato in molti programmi inglesi del passato, e immortalato magistralmente in un film di Martin Stellman For Queen and Country (Dio salvi la Regina), con un giovanissimo Denzel Washington che fa la parte di un soldato arruolato più per fame che per vera convinzione, che dopo aver partecipato alla guerra delle Falklands, torna a casa, un ascensore per il patibolo, senza prospettive, senza lavoro, in un ambiente incazzato con il mondo tanto quanto lui… Si guarda a quella torre con fastidio e pena, una creatura che ha sempre vissuto fuori dal tempo, ora quasi grottesca rispetto agli altri grattacieli, nulla in comune con la Scaglia di vetro di Renzo Piano a Southwark, riportata in vita dal cemento e dalle urla di chi ci abita, diventata quasi di moda per non essere quello che doveva essere – una ex proprietaria è stata fotografata su tutti i giornali con un sorriso stampato sulle labbra per essere riuscita a vendere il suo modesto appartamento per 375,000 sterline, bonus rappresentato dalla vista panoramica dall’alto – un agglomerato urbano di convivenza civile e ordinata, che non ha nemmeno il ricordo di qualcosa di ordinato e urbano, un grido di desolazione, ignorato dal flusso di compratori di dischi, edizioni vintage ripescate nel mercatino di Portobello, che esisteranno sempre, immortali come gli Highlander. Eco di giorni migliori, ricordati anche dai Blur, “Trellick Tower’s been calling, I know she’ll leave me in the morning”, con quella tipica ironia inglese di saper veder oltre, che riesce sempre a distrarti con altre viste, altre promesse, altri cieli…

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A Sisterly production…le immagini dell’Atlante delle nuvole sono a cura di Claudia Bonollo