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Hysteron proteron ovvero l’ultimo che diventa primo

Continua la mia ricerca sulle figure retoriche fai da te, in questo caso l’hysteron proteron, più comune di quanto si pensi, l’ultimo usato per primo. Nell’edizione dello Zingarelli del 1967 il termine è saltato a piè pari perché viene classificato sotto la voce isterologia, ossia dire prima ciò che andrebbe detto dopo invertendo la sequenza logica-temporale che lega due azioni tra loro, ho però imparato un aggettivo nuovo, non proprio di uso frequente, per chi è appassionato di ere antiche, “huroniano”, secondo e ultimo periodo dell’era arcaica in Nord America; il vocabolo ricompare nell’edizione del nuovo millennio, spiegato ancora una volta grazie a un prestito dantesco con un esempio non fortunatissimo, che è il seguente:

Tu non avresti in tanto tratto e messo

Nel foco il dito

(Paradiso, XXII 109-110)

E in effetti non fa una piega, come la deviazione concreta dall’hysteron proteron dell’involontariamente saggio Trapattoni, con il famoso “non dire gatto se non l’hai nel sacco”, mutuato dal detto popolare non dire quattro se non l’hai nel sacco, tradotto in conferenza stampa in occasione della partita Estonia-Irlanda con un poco convinto “no say cat is in the sack”…come il quattro sia diventato gatto non si sa, ma aveva già spiegato che l’espressione italiana era l’equivalente di “don’t jump the gun”, non essere troppo precipitoso…appunto. Nel dizionario americano, invece, si cita direttamente una frase chiarificatrice, figura retorica che consiste nel rovesciamento di un ordine naturale o razionale: “Arrivò prima il tuono e poi il fulmine.” Conciso ed efficace come sempre il Merriam Webster. Nella vita di tutti i giorni la testimonianza palese che gli ultimi saranno i primi è in una qualsiasi coda all’italiana, a imbuto. L’hysteron proteron è proprio davanti a me, impossibile non notarlo, è il panzone con la Tshirt di Snoopy in tenuta da vacanza con la famiglia che aveva già tentato di superarmi alla cassa del parcheggio e che avevo fulminato con lo sguardo, e che poi a forza di gomitate e pestate di piedi è riuscito a imbarcarsi prima di me sulla motonave, seguito da una manciata disordinata di imitatori grezzi. Dopo aver conquistato il mio posto con una delicatezza da Terminator, lanciando la borsa sulla sedia, è il momento di rilassarmi, al ritorno ci penserò dopo, bastano poche note per allontanarmi nel rifugio temporaneo di Donald Byrd e Booker Little…un tempio finalmente tranquillo.

Hysteron proteron ovvero l’ultimo che diventa primo

Continua la mia ricerca sulle figure retoriche fai da te, in questo caso l’hysteron proteron, più comune di quanto si pensi, l’ultimo usato per primo. Nell’edizione dello Zingarelli del 1967 il termine è saltato a piè pari perché viene classificato sotto la voce isterologia, ossia dire prima ciò che andrebbe detto dopo invertendo la sequenza logica-temporale che lega due azioni tra loro, ho però imparato un aggettivo nuovo, non proprio di uso frequente, per chi è appassionato di ere antiche, “huroniano”, secondo e ultimo periodo dell’era arcaica in Nord America; il vocabolo ricompare nell’edizione del nuovo millennio, spiegato ancora una volta grazie a un prestito dantesco con un esempio non fortunatissimo, che è il seguente:

Tu non avresti in tanto tratto e messo

Nel foco il dito

(Paradiso, XXII 109-110)

E in effetti non fa una piega, come la deviazione concreta dall’hysteron proteron dell’involontariamente saggio Trapattoni, con il famoso “non dire gatto se non l’hai nel sacco”, mutuato dal detto popolare non dire quattro se non l’hai nel sacco, tradotto in conferenza stampa in occasione della partita Estonia-Irlanda con un poco convinto “no say cat is in the sack”…come il quattro sia diventato gatto non si sa, ma aveva già spiegato che l’espressione italiana era l’equivalente di “don’t jump the gun”, non essere troppo precipitoso…appunto. Nel dizionario americano, invece, si cita direttamente una frase chiarificatrice, figura retorica che consiste nel rovesciamento di un ordine naturale o razionale: “Arrivò prima il tuono e poi il fulmine.” Conciso ed efficace come sempre il Merriam Webster. Nella vita di tutti i giorni la testimonianza palese che gli ultimi saranno i primi è in una qualsiasi coda all’italiana, a imbuto. L’hysteron proteron è proprio davanti a me, impossibile non notarlo, è il panzone con la Tshirt di Snoopy in tenuta da vacanza con la famiglia che aveva già tentato di superarmi alla cassa del parcheggio e che avevo fulminato con lo sguardo, e che poi a forza di gomitate e pestate di piedi è riuscito a imbarcarsi prima di me sulla motonave, seguito da una manciata disordinata di imitatori grezzi. Dopo aver conquistato il mio posto con una delicatezza da Terminator, lanciando la borsa sulla sedia, è il momento di rilassarmi, al ritorno ci penserò dopo, bastano poche note per allontanarmi nel rifugio temporaneo di Donald Byrd e Booker Little…un tempio finalmente tranquillo.

Pausa pranzo con Frank O’Hara

Le poesie sono cristalli che sedimentano dopo l’effervescente contatto dello spirito con la realtà.

Pierre Reverdy

Questo lunedì afoso una pausa pranzo con Frank O’Hara (1926-1966), poeta, scrittore, critico cinematografico americano, bravissimo pianista, esperto di jazz, morto prematuramente a soli quarant’anni.

“A Step away from them”, è una poesia en plein air, scritta nel 1956, un quadro vibrante di vita e di luci, scorci di pensiero che attraversano e si perdono nella città, assenze che ritornano a essere presenze.

Distante un passo da loro

È l’ora di pranzo, così me ne vado

a camminare tra taxi colorati ronzanti.

Prima, lungo il marciapiede

dove gli operai nutrono i loro torsi

lucidi e sporchi con panini

e Coca-Cola, con in testa i loro caschi

gialli. Li proteggono dai mattoni in caso di caduta,

immagino. Poi sull’Avenue dove le gonne scattano

sui tacchi e si gonfiano sulle inferriate.

Il sole scotta, ma i taxi

agitano l’aria. Guardo

gli affari in saldo negli orologi a polso. Ci sono

gatti che giocano nella segatura. Continuo fino

a Times Square, dove l’insegna

soffia fumo sulla mia testa, e più in alto

la cascata di luci cade leggera.

Un nero sosta davanti a un ingresso

con uno stuzzicadenti in bocca, muovendolo languidamente

una ballerina di fila bionda abbocca: lui

sorride e si gratta il mento. Improvvisamente

tutto comincia a suonare: sono le 12 e 40 di

un giovedì. La luce al neon di giorno è

un piacere immenso, come scriveva Edwin Denby,

visto che ci sono lampadine accese di giorno.

Mi fermo per un cheeseburger al JULIET’S

CORNER. Giulietta Masina, moglie di

Federico Fellini, e bell’attrice,

e un cioccolato al malto. Una signora

tutta volpi in un giorno così mette il suo barboncino

nel taxi. Ci sono parecchi Portoricani

sull’Avenue oggi, rendendola bella e calda. Prima

è morta Bunny[1], poi John Latouche[2],

poi Jackson Pollock. Ma è piena la terra

di vita, quanto lo era di loro?

Uno ha mangiato, un altro cammina,

supera le riviste con le donne nude

e i poster con la CORRIDA e

l’edificio della Manhattan Storage Warehouse,

che presto butteranno giù. Mi viene in mente

che lì c’era l’Armory Show. Un bicchiere di succo di papaya

e ritorno al lavoro. Ho il cuore in

tasca, sono le Poesie di Pierre Reverdy.

——————————————————————————————–

[1] Violet “Bunny” Lang (1924-1956), attrice, scrittrice e poetessa, attiva nella scena newyorkese degli anni Quaranta e Cinquanta.

[2] John Latouche (1914-1956), musicista, scrittore e librettista.

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A Step Away From Them

It’s my lunch hour, so I go

for a walk among the hum-colored

cabs. First, down the sidewalk

where laborers feed their dirty

glistening torsos sandwiches

and Coca-Cola, with yellow helmets

on. They protect them from falling

bricks, I guess. Then onto the

avenue where skirts are flipping

above heels and blow up over

grates. The sun is hot, but the

cabs stir up the air. I look

at bargains in wristwatches. There

are cats playing in sawdust.On

to Times Square, where the sign

blows smoke over my head, and higher

the waterfall pours lightly. A

Negro stands in a doorway with a

toothpick, languorously agitating

A blonde chorus girl clicks: he

smiles and rubs his chin. Everything

suddenly honks: it is 12:40 of

a Thursday. Neon in daylight is a

great pleasure, as Edwin Denby would

write, as are light bulbs in daylight.

I stop for a cheeseburger at JULIET’S

CORNER. Giulietta Maina, wife of

Federico Fellini, e bell’attrice.

And chocolate malted. A lady in

foxes on such a day puts her poodle

in a cab.There are several Puerto

Ricans on the avenue today, which

makes it beautiful and warm. First

Bunny died, then John Latouche,

then Jackson Pollock. But is the

earth as full of life was full, of them?

And one has eaten and one walks,

past the magazines with nudes

and the posters for BULLFIGHT and

the Manhattan Storage Warehouse,

which they’ll soon tear down. I

used to think they had the Armory

Show there. A glass of papaya juice

and back to work. My heart is in my

pocket, it is Poems by Pierre Reverdy.

Attraversamenti

56 Lü, Il Viandante

La sentenza

ll viandante. Riuscita per piccolezza.

Al viandante perseveranza è salutare.

In questi giorni di assoluta incertezza, mi torna spesso in mente questo esagramma degli I Ching [1], un oracolo che racchiude un grande insegnamento: la ricerca di nuovo alimento pur affrontando un periodo di totale precarietà.

Al polo opposto, una poesia di un grande poeta inglese, Philip Larkin (1922-1985). Laureato a Oxford, ha pubblicato una serie di romanzi e racconti sotto lo pseudonimo di un alter ego femminile, Brunette Coleman, ambientati in college frequentati solo da ragazze, e vi lascio immaginare il resto. Bibliotecario per necessità, scrittore prolifico, critico musicale, ha curato per anni una rubrica di jazz sul Daily Telegraph.

“Home is so sad” è la perfetta rappresentazione di una domesticità trascurata, l’interno che smette di essere accogliente, se non ha più emozioni vitali che lo abitano.

 

La casa è così triste

 

La casa è così triste. Rimane come è stata lasciata,

Modellata secondo gli agi dell’ultimo che se n’è andato

Come per richiamarlo a sè. Invece, privata

Di qualcuno da compiacere, si inaridisce così tanto,

Che non ha più cuore da mettere accanto alla rapina.

 

E si rivolge a quello che era cominciato una volta,

Un colpo gioioso su come le cose dovevano essere,

Da tempo disattese. Si può vedere come era:

Guarda i quadri e le posate.

La musica sullo sgabello del piano. Quel vaso.

——————————————————————————————–

Home Is So Sad

 

Home is so sad. It stays as it was left,

Shaped in the comfort of the last to go

As if to win them back. Instead, bereft

Of anyone to please, it withers so,

Having no heart to put aside the theft.

 

And turn again to what it started as,

A joyous shot at how things ought to be,

Long fallen wide. You can see how it was:

Look at the pictures and the cutlery.

The music in the piano stool. That vase.

[1] I Ching, Il libro dei mutamenti, a cura di Richard Wilhelm, prefazione di C.G. Jung, Adelphi, Milano, 1995.

Attraversamenti

56 Lü, Il Viandante

La sentenza

ll viandante. Riuscita per piccolezza.

Al viandante perseveranza è salutare.

In questi giorni di assoluta incertezza, mi torna spesso in mente questo esagramma degli I Ching [1], un oracolo che racchiude un grande insegnamento: la ricerca di nuovo alimento pur affrontando un periodo di totale precarietà.

Al polo opposto, una poesia di un grande poeta inglese, Philip Larkin (1922-1985). Laureato a Oxford, ha pubblicato una serie di romanzi e racconti sotto lo pseudonimo di un alter ego femminile, Brunette Coleman, ambientati in college frequentati solo da ragazze, e vi lascio immaginare il resto. Bibliotecario per necessità, scrittore prolifico, critico musicale, ha curato per anni una rubrica di jazz sul Daily Telegraph.

“Home is so sad” è la perfetta rappresentazione di una domesticità trascurata, l’interno che smette di essere accogliente, se non ha più emozioni vitali che lo abitano.

 

La casa è così triste

 

La casa è così triste. Rimane come è stata lasciata,

Modellata secondo gli agi dell’ultimo che se n’è andato

Come per richiamarlo a sè. Invece, privata

Di qualcuno da compiacere, si inaridisce così tanto,

Che non ha più cuore da mettere accanto alla rapina.

 

E si rivolge a quello che era cominciato una volta,

Un colpo gioioso su come le cose dovevano essere,

Da tempo disattese. Si può vedere come era:

Guarda i quadri e le posate.

La musica sullo sgabello del piano. Quel vaso.

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Home Is So Sad

 

Home is so sad. It stays as it was left,

Shaped in the comfort of the last to go

As if to win them back. Instead, bereft

Of anyone to please, it withers so,

Having no heart to put aside the theft.

 

And turn again to what it started as,

A joyous shot at how things ought to be,

Long fallen wide. You can see how it was:

Look at the pictures and the cutlery.

The music in the piano stool. That vase.

[1] I Ching, Il libro dei mutamenti, a cura di Richard Wilhelm, prefazione di C.G. Jung, Adelphi, Milano, 1995.

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