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Walking and Talking #4: Giudecca and architecture

“A real building is one on which the eye can light and stay lit.”
Ezra Pound

The Giudecca is a small island just in front of the Fondamenta delle Zattere where ancient, modern and contemporary architectures coexist and represent a rare example of Venetian urban development.

East of the Giudecca, facing the bacino di San Marco, we can admire the Island of San Giorgio Maggiore, the homonymous church was designed by Palladio and the island is the headquarters of Fondazione Cini, a famous international cultural centre with a library hosting more than 150,000 volumes.

The Junghans former industrial area of the Giudecca has been converted into a residential complex by the architect Cino Zucchi – the smokestack is still there – and a theatre.

The Molino Stucky  – an abandoned flower mill – is now part of the Hilton group.

In the same district, 94 houses designed by the architect Gino Valle. In Campo di Marte another group of social buildings by Alvaro Siza, Carlo Aymonino, Aldo Rossi and Raphael Moneo, with the reconstruction of a typical Venetian campiello.

The island offers an extraordinary array of architectures, beyond the famous Chiesa del Redentore by Palladio, and the Zitelle (the church of young maidens, wrongly attributed to Palladio), with two horizons, one along the Giudecca channel, and a hidden side opening towards the lagoon.

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Elevazioni V – And the beat goes on

Non ch’una battaglia,
ma per voi sarò pronto a farne cento:
di mia persona, in tutto quel che vaglia,
fatene voi secondo il vostro intento;
che la cagion ch’io vesto piastra e maglia,
non è per guadagnar terre né argento,
ma sol per far beneficio altrui,
tanto più belle donne come vui. [1] 

Così canta Ruggiero una volta scampato al pericolo della perfida Alcina, la maga che vive su un’isola-balena in movimento oltre le colonne d’Ercole e trasforma i suoi amanti in piante e/o fiori o sassi – Astolfo è diventato un mirto, una variazione rispetto ai maiali di Circe:

Alcina i pesci uscir facea de l’acque
con semplici parole e puri incanti. [2] 

L’incanto dura poco, racconta Astolfo:

Conobbi tardi il suo mobil ingegno,
usato amare e disamare a un punto.
Non era stato oltre a due mesi in regno,
ch’un novo amante al loco mio fu assunto. [3] 

E anche Ruggiero avrebbe rischiato la stessa metamorfosi, un destino sospeso tra sasso o pianta o corpo liquido, se non fosse stato per l’intervento miracoloso della maga Melissa, amica dell’amata Bradamante che grazie a un anello magico gli fa vedere come stanno le cose: Alcina è una vecchia strega senza denti che usa la magia con la scaltrezza di una seduttrice incallita. Ha due sorelle maghe come lei, la perfida Morgana e la virtuosa Logistilla, che avrà un ruolo fondamentale nella organizzazione della fuga da una fine certa. Grazie a lei, Ruggiero potrà riprendere il viaggio con la mitica Balisarda – la spada appartenuta a Orlando – e liberare Astolfo e Rabicano, il cavallo magico di Astolfo senza peso che non lascia impronte, nato da una fiamma a forma di cavalla e un soffio di vento, e molto accadrà ancora, come vuole tradizione, epica e non.

Scambiare veleno per liquore grato resta il passaggio obbligato dall’illusione alla disillusione, non che l’operazione sia definitiva, la creatività aiuta a riconoscere risorse inesauribili:

E quanti personaggi inutili abbiamo indossato?

Dosso Dossi, Melissa
Dosso Dossi, Melissa (1518-1520)

–––––––––––––––––––––––––––––––––––––

[1] vv. 80-88, canto VI, Orlando Furioso, Ludovico Ariosto, Garzanti, 1986.

[2] Ibidem, vv. 38-39

[3] Ibidem, vv. 50-54.

Il quadro nell’articolo è esposto alla Galleria Borghese di Roma che lo descrive così.

Frammenti

A me beato sembra come un dio

l’uomo che siede a te dinanzi, ed ode

da vicino le tue dolci parole

                                                ed il tuo dolce

riso amoroso. E subito nel petto

sbigottisce il mio cuore: se io ti vedo

solo un istante, subito la mia

                                                voce si spegne.

Mi si spezza la lingua, ed una fiamma

Sottile mi trascorre per le membra,

ed io non vedo nulla più con gli occhi;

                                                romban gli orecchi.

Freddo sudor m’inonda, ed un tremore

tutta mi prende, e più verde dell’erba

io sono, e non mi sembra essere lontana

                                                dalla mia morte.

Ma sopportare tutto si può…

Fr. 2D, Saffo [1] 

 

Altrove altri Arcipelaghi…

 

Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia.

Al limite della pioggia, una vela.

 

Lenta la vela perderà di vista le isole;

in una foschia se ne andrà la fede nei porti

di una intera razza.

 

La guerra dei dieci anni è finita.

La chioma di Elena una nuvola grigia.

Troia, una bianca fossa di cenere

vicino al gocciolare del mare.

 

Il gocciolio si tende come le corde di un’arpa.

Un uomo con occhi annuvolati raccoglie la pioggia

e pizzica il primo verso dell’Odissea.[2]

 

 

 

__________________________

[1] La traduzione è di G. Perrotta.

[2] Tratto da Mappe del Nuovo Mondo, Derek Walcott. Qui la versione in inglese:

At the end of this sentence, rain will begin. / At the rain’s edge, a sail. // Slowly the sail will lose sight of the islands; / into a mist will go the belief in harbors / of an entire race. // The ten-years war is finished. Helen’s hair a gray cloud. / Troy, a white ashpit / by the drizzling sea. // The drizzle tightens like the strings of a harp. / A man with clouded eyes picks up the rain / and plucks the first line of the Odyssey./

 

Frammenti

A me beato sembra come un dio

l’uomo che siede a te dinanzi, ed ode

da vicino le tue dolci parole

                                                ed il tuo dolce

riso amoroso. E subito nel petto

sbigottisce il mio cuore: se io ti vedo

solo un istante, subito la mia

                                                voce si spegne.

Mi si spezza la lingua, ed una fiamma

Sottile mi trascorre per le membra,

ed io non vedo nulla più con gli occhi;

                                                romban gli orecchi.

Freddo sudor m’inonda, ed un tremore

tutta mi prende, e più verde dell’erba

io sono, e non mi sembra essere lontana

                                                dalla mia morte.

Ma sopportare tutto si può…

Fr. 2D, Saffo [1] 

 

Altrove altri Arcipelaghi…

 

Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia.

Al limite della pioggia, una vela.

 

Lenta la vela perderà di vista le isole;

in una foschia se ne andrà la fede nei porti

di una intera razza.

 

La guerra dei dieci anni è finita.

La chioma di Elena una nuvola grigia.

Troia, una bianca fossa di cenere

vicino al gocciolare del mare.

 

Il gocciolio si tende come le corde di un’arpa.

Un uomo con occhi annuvolati raccoglie la pioggia

e pizzica il primo verso dell’Odissea.[2]

 

 

 

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[1] La traduzione è di G. Perrotta.

[2] Tratto da Mappe del Nuovo Mondo, Derek Walcott. Qui la versione in inglese:

At the end of this sentence, rain will begin. / At the rain’s edge, a sail. // Slowly the sail will lose sight of the islands; / into a mist will go the belief in harbors / of an entire race. // The ten-years war is finished. Helen’s hair a gray cloud. / Troy, a white ashpit / by the drizzling sea. // The drizzle tightens like the strings of a harp. / A man with clouded eyes picks up the rain / and plucks the first line of the Odyssey./

 

Venezia #3: Giudecca

“E se’ or sotto l’emisferio giunto

che contraposto a quel che ha la gran secca

coverchia, e sotto il cui colmo consunto

fu l’uomo che nacque e visse sanza pecca;

tu hai i piedi in su piccola spera,

che l’altra faccia fa de la Giudecca.”

 

Dante, Inferno, XXXIV, vv. 112-117

 

Una striscia di isola ricca di storie sorprendenti, con una fermata di vaporetto dal nome poco invitante, Zitelle, ma che introduce subito la chiesa omonima, attribuita erroneamente al Palladio, un edificio un tempo gestito dai Gesuiti, dove veniva data assistenza alle ragazze povere, senza dote, che spesso finivano prostitute e qui invece imparavano l’arte del ricamo, diventavano merlettaie esperte, specializzandosi nel punto in aria, tecnica che prevedeva l’utilizzo dell’ago e filo come una preziosissima ragnatela. E chissà che destini immaginavano ricamando trame di arabeschi.

Quando approdo su questa parte di Venezia, così lontana e diversa da tutto il resto, mi sembra davvero di entrare in un’altra dimensione, un luogo che ha degli spazi davvero straordinari, con due orizzonti, il lato che si affaccia sul canale della Giudecca, e il lato nascosto dietro la facciata affollato da case che costeggiano la lunghezza dell’isola. Più avanti c’è il carcere femminile, a Sant’Eufemia, un orto chiuso riservato alla coltivazione di frutta e verdura.

I negozi sono pochi, segnalati da insegne anonime, inoltrandomi all’interno, si cominciano a intravedere lenzuola appese, e la vita riprende in modo appartato. Mentre mi sto incamminando in direzione Villa Hériot, alla ricerca della ludoteca perduta, un tempo c’era una biblioteca specializzata in teoria dei giochi, una autentica rarità, trasferita credo a Castello, incrocio due vecchie, parlano tra di loro, una fa all’altra: “Go fatto e seppie, no saveva di un casso.” E mi scappa da ridere. Ritorno sui miei passi verso Sacca Fisola, la punta estrema, dove si staglia imponente il Mulino Stucky, per anni una rovina affascinante, ora un albergo a cinque stelle dove tutto sembra fluire con ordine.

Dietro alla fondamenta, all’inizio degli anni quaranta si giravano film, era stata creata proprio alla Giudecca la sede autarchica di Cinecittà sotto il regime fascista, il Cinevillaggio, dei teatri di posa ricavati all’interno di una ex fabbrica di birra.

Avrebbero dovuto girare una ventina di film all’anno, ma il progetto non decollò, molti registi si defilarono e si produssero una ventina di film, l’ultimo una storia di corna con Osvaldo Valenti, dal titolo esaustivo Un fatto di cronaca.

Nei dintorni dell’area hanno fatto dei bellissimi appartamenti di lusso, sembrano abitati da fantasmi, dalle finestre si vedono cucine hi-tech immacolate.

Il cielo è di una bellezza folgorante, quasi struggente, mi prende una strana malinconia o forse è nostalgia per ciò che non sarà, come quando la voce narrante di E la nave va di Fellini, Orlando, sbalordito dal gesto del terrorista che ha fatto affondare la nave con una bomba, esclama: “Ma come? Proprio ora che si stava innamorando?”…

 

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