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Viaggio sentimentale di Laurence Sterne: III e ultima parte

A Tort_ _

A Versailles il Reverendo chiede udienza dal conte B., non è l’unico, così approfitta dell’attesa per farsi un giro, incontra un cavaliere che si è convertito all’arte della pasticceria e offre i suoi dolci e paté fuori dai palazzi dei nobili, visto che deve perdere un po’ di tempo inserisce un racconto inventato di sana pianta, sulla storia dell’investitura di un nobile a Rennes, ma qui diamo libero sfogo alla fiction, intanto sono passate due ore, e si ritorna dal conte B..

Sullo scrittoio una copia di Shakspeare, che nella versione foscoliana si scrive così, come anche “Tis strange!” come esclamazione di stupore viene tradotto nel sintetico “Poffare!” – volendo c’era anche Pofferbacco ma forse a Diodimo sembrava troppo – e il conte viene conquistato dal fatto che Yorik abbia lo stesso nome del buffone Yorik nell’Amleto, che il buffone sia morto da secoli e che sia un teschio è del tutto irrilevante per il conte, il Reverendo Yorik, soprattutto per quel rimando letterario, ha il diritto ad avere un passaporto nuovo di zecca. Mentre si assenta per accelerare le pratiche, Yorik si distrae leggendo Molto Rumore per Nulla, con le schermaglie amorose tra Benedick e Beatrice nel Regno di Sicilia, e così il tempo vola, il conte gli consegna il nuovo documento e lo interroga sulla gentilezza dei Francesi. Yorik non può che esagerare, un po’ forzatamente, e infatti per smorzare i toni aggiunge al discorso che i Francesi hanno un unico difetto: sono forse troppo seri. L’ironia non viene colta. Il conte si ripromette di invitarlo a pranzo non appena si presenterà l’occasione giusta, vuole fargli cambiare idea. Il Reverendo ringrazia e ritorna al suo hotel, a Parigi.

Mai rientro fu più fortunato, trova ad accoglierlo la dama al servizio di Madame R., con la scusa di consegnargli un piccolo portafoglio di seta per le sue monete. Il Reverendo è estasiato, all’inizio per mascherare l’imbarazzo si mette a scriverle una lettera mentre lei lo osserva e gli passa il calamaio, non è concentrato. Si siedono sul suo letto e lei si accorge che il pizzo attorno al collo ha bisogno di qualche punto, Yorik comincia a sudare, poi non si perde d’animo e le fa notare che il nastro della sua scarpa si è slacciato, è arrivato il momento di passare all’azione, indugia un po’ troppo ad accarezzare la fibbia della scarpa, la meta del letto è sempre più vicina…e il cuore va sempre seguito.

La scena successiva il Reverendo è risollevato, non ha voglia di vedere altre persone, nemmeno la sarta da cui aveva comprato due paia di guanti lungo il tratto di strada per l’Opéra, fa sapere a La Fleur che non vuole essere disturbato, la grisette dalle ciglia di seta non viene ricevuta. Lo scudiero La Fleur, grazie alla nuova paga e alla moda parigina, ha cambiato look, pantaloni sgargianti, camicia svolazzante, ha pure un nuovo amore, dopo avergli servito la colazione in camera, si congeda per un appuntamento domenicale con una donna. Ma chi è? Qualcuno che ha conosciuto a Versailles…in casa ha un esempio a cui ispirarsi, ogni occasione è persa. Yorik, dopo aver divorato la colazione, si dedica alla lettura di Rabelais – autore molto amato da Sterne.

Rapito dal racconto di un notaio alle prese con una moglie troppo passionale, si accorge che mancano delle pagine, quando risolleva la testa, La Fleur è già tornato indietro, un po’ accasciato, la demoiselle non ne vuole più sapere di lui e ha di meglio da fare.

Fuori dall’albergo Yorik osserva che c’è sempre un mendicante che chiede l’elemosina, questa volta ha puntato due signore, a cui chiede 12 soldi, è talmente insistente e abile che riesce a ottenere esattamente quello che vuole, grazie al potere dell’adulazione. Yorik divide le dame francesi in tre categorie distinte per fasce d’età: coquette, déiste – amante dei liberi pensatori – e devota, l’ipocrita per eccellenza. Il Reverendo ormai è conteso da tutte le dame della buona società francese, partecipa a cene e a dibattiti su argomenti vari, fino a che comincia a provare nausea per se stesso, per quello che sta diventando, una specie di pallone gonfiato che vive alle spese dei suoi ospiti, è arrivato il momento di cambiare aria e partire per l’Italia.

Lungo il tragitto da Parigi a Lione, Yorik che non può fare a meno di raccontare qualche aneddoto, inserisce la storia straziante di Maria, una donna impazzita per amore che vaga come un pastorella, suona delle melodie malinconiche con il flauto, la famiglia per quanto preoccupata non ha i mezzi né per curarla né per capirla, il padre è morto. Il Reverendo si sente un nuovo Don Chisciotte – la pastorella ricorda vagamente la sua versione di Marcella Bella – accompagna la ragazza per un tratto di strada e riprende il viaggio, interrotto da una nuova avventura, il ronzino perde un ferro di cavallo, e la sosta si fa obbligatoria, vicino al Tararo. Viene invitato a cena da una famiglia di contadini, mangia di gusto in compagnia e alla fine del pasto gli fanno pure un concerto con tanto di viola.

Il giorno dopo si ritrova in un albergo in Savoia, a dover dividere la stanza, l’unica disponibile con due letti e un caminetto con una signora piemontese e la sua cameriera. Per rompere il ghiaccio bevono una bottiglia di vino rosso, si mettono d’accordo che una volta chiusi dietro le tende dei loro rispettivi letti a baldacchino – il Reverendo ha l’ordine tassativo di non levarsi mai la sua veste da camera – non si possono rivolgere la parola, vi lascio immaginare che fine faccia la cameriera nel cuore della notte…Sterne allude ma non specifica, Didimo lascia intendere che cogliere la rosa forse vuol dire altro.

E così si chiude il secondo tomo, senza fare in tempo a compilare gli altri due volumi riservati all’Italia.

§

If love is a game where you win or you lose, can you explain the consequences right here, ah ’cause we have found that love is always near…

§

Altre letture

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Viaggio sentimentale di Laurence Sterne: III e ultima parte

A Tort_ _

A Versailles il Reverendo chiede udienza dal conte B., non è l’unico, così approfitta dell’attesa per farsi un giro, incontra un cavaliere che si è convertito all’arte della pasticceria e offre i suoi dolci e paté fuori dai palazzi dei nobili, visto che deve perdere un po’ di tempo inserisce un racconto inventato di sana pianta, sulla storia dell’investitura di un nobile a Rennes, ma qui diamo libero sfogo alla fiction, intanto sono passate due ore, e si ritorna dal conte B..

Sullo scrittoio una copia di Shakspeare, che nella versione foscoliana si scrive così, come anche “Tis strange!” come esclamazione di stupore viene tradotto nel sintetico “Poffare!” – volendo c’era anche Pofferbacco ma forse a Diodimo sembrava troppo – e il conte viene conquistato dal fatto che Yorik abbia lo stesso nome del buffone Yorik nell’Amleto, che il buffone sia morto da secoli e che sia un teschio è del tutto irrilevante per il conte, il Reverendo Yorik, soprattutto per quel rimando letterario, ha il diritto ad avere un passaporto nuovo di zecca. Mentre si assenta per accelerare le pratiche, Yorik si distrae leggendo Molto Rumore per Nulla, con le schermaglie amorose tra Benedick e Beatrice nel Regno di Sicilia, e così il tempo vola, il conte gli consegna il nuovo documento e lo interroga sulla gentilezza dei Francesi. Yorik non può che esagerare, un po’ forzatamente, e infatti per smorzare i toni aggiunge al discorso che i Francesi hanno un unico difetto: sono forse troppo seri. L’ironia non viene colta. Il conte si ripromette di invitarlo a pranzo non appena si presenterà l’occasione giusta, vuole fargli cambiare idea. Il Reverendo ringrazia e ritorna al suo hotel, a Parigi.

Mai rientro fu più fortunato, trova ad accoglierlo la dama al servizio di Madame R., con la scusa di consegnargli un piccolo portafoglio di seta per le sue monete. Il Reverendo è estasiato, all’inizio per mascherare l’imbarazzo si mette a scriverle una lettera mentre lei lo osserva e gli passa il calamaio, non è concentrato. Si siedono sul suo letto e lei si accorge che il pizzo attorno al collo ha bisogno di qualche punto, Yorik comincia a sudare, poi non si perde d’animo e le fa notare che il nastro della sua scarpa si è slacciato, è arrivato il momento di passare all’azione, indugia un po’ troppo ad accarezzare la fibbia della scarpa, la meta del letto è sempre più vicina…e il cuore va sempre seguito.

La scena successiva il Reverendo è risollevato, non ha voglia di vedere altre persone, nemmeno la sarta da cui aveva comprato due paia di guanti lungo il tratto di strada per l’Opéra, fa sapere a La Fleur che non vuole essere disturbato, la grisette dalle ciglia di seta non viene ricevuta. Lo scudiero La Fleur, grazie alla nuova paga e alla moda parigina, ha cambiato look, pantaloni sgargianti, camicia svolazzante, ha pure un nuovo amore, dopo avergli servito la colazione in camera, si congeda per un appuntamento domenicale con una donna. Ma chi è? Qualcuno che ha conosciuto a Versailles…in casa ha un esempio a cui ispirarsi, ogni occasione è persa. Yorik, dopo aver divorato la colazione, si dedica alla lettura di Rabelais – autore molto amato da Sterne.

Rapito dal racconto di un notaio alle prese con una moglie troppo passionale, si accorge che mancano delle pagine, quando risolleva la testa, La Fleur è già tornato indietro, un po’ accasciato, la demoiselle non ne vuole più sapere di lui e ha di meglio da fare.

Fuori dall’albergo Yorik osserva che c’è sempre un mendicante che chiede l’elemosina, questa volta ha puntato due signore, a cui chiede 12 soldi, è talmente insistente e abile che riesce a ottenere esattamente quello che vuole, grazie al potere dell’adulazione. Yorik divide le dame francesi in tre categorie distinte per fasce d’età: coquette, déiste – amante dei liberi pensatori – e devota, l’ipocrita per eccellenza. Il Reverendo ormai è conteso da tutte le dame della buona società francese, partecipa a cene e a dibattiti su argomenti vari, fino a che comincia a provare nausea per se stesso, per quello che sta diventando, una specie di pallone gonfiato che vive alle spese dei suoi ospiti, è arrivato il momento di cambiare aria e partire per l’Italia.

Lungo il tragitto da Parigi a Lione, Yorik che non può fare a meno di raccontare qualche aneddoto, inserisce la storia straziante di Maria, una donna impazzita per amore che vaga come un pastorella, suona delle melodie malinconiche con il flauto, la famiglia per quanto preoccupata non ha i mezzi né per curarla né per capirla, il padre è morto. Il Reverendo si sente un nuovo Don Chisciotte – la pastorella ricorda vagamente la sua versione di Marcella Bella – accompagna la ragazza per un tratto di strada e riprende il viaggio, interrotto da una nuova avventura, il ronzino perde un ferro di cavallo, e la sosta si fa obbligatoria, vicino al Tararo. Viene invitato a cena da una famiglia di contadini, mangia di gusto in compagnia e alla fine del pasto gli fanno pure un concerto con tanto di viola.

Il giorno dopo si ritrova in un albergo in Savoia, a dover dividere la stanza, l’unica disponibile con due letti e un caminetto con una signora piemontese e la sua cameriera. Per rompere il ghiaccio bevono una bottiglia di vino rosso, si mettono d’accordo che una volta chiusi dietro le tende dei loro rispettivi letti a baldacchino – il Reverendo ha l’ordine tassativo di non levarsi mai la sua veste da camera – non si possono rivolgere la parola, vi lascio immaginare che fine faccia la cameriera nel cuore della notte…Sterne allude ma non specifica, Didimo lascia intendere che cogliere la rosa forse vuol dire altro.

E così si chiude il secondo tomo, senza fare in tempo a compilare gli altri due volumi riservati all’Italia.

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If love is a game where you win or you lose, can you explain the consequences right here, ah ’cause we have found that love is always near…

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Altre letture

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Forme e colori: Cristina Bove

Questa settimana doppia programmazione con due scritti di Cristina Bove, che ho già avuto il piacere di avere come ospite delle interviste possibili, qui nel blog.

Si tratta di due pubblicazioni delle Edizioni Smasher, casa editrice siciliana sotto la direzione editoriale di Carmen Fasolo. La prima è una raccolta di poesie, Mi hanno detto di Ofelia, Settembre 2012, la seconda, è un romanzo, Una per Mille, Ottobre 2013, già alla I ristampa, che sarebbe riduttivo chiamare semplicemente autobiografia perché supera i confini di genere e interroga la scrittura stessa, attraversando anni di vita de-costruita e ri-costruita in un collage di frammenti, dialoghi, enigmi, sfoghi, pensieri, riflessi, tracce di tante metamorfosi femminili.

Da subito mi ha colpito l’illustrazione in copertina della stessa autrice, fantasmi intangibili e presenti, attraversati da uno sfondo azzurro intenso con riflessi dorati.

Mi hanno detto di Ofelia

Il titolo di shakespeariana memoria rievoca l’insensatezza di Amleto troppo preso dalla sua sete di vendetta al punto da essere cieco, dando voce a quella sensibilità sacrificata, a cui sono destinati caratteri più empatici. Qui finalmente si recupera il senso di tante esperienze soffocate da un’ottusa mancanza, quell’anima ferita rivive indomita confondendosi nel paesaggio, muta forma, diventa stella, abisso, onda, vento, figura mitologica, sogno, gioco, fino a essere naturalmente reinvestita da un’epica leggendaria:

 

Legend

 

Raccontava di un posto dove l’aria

era suono, geometria la luce

e dove il tempo

scompigliava logiche

non c’erano però campi di grano

né ciliegie a dipingere sorrisi

gli arcobaleni tanti

che a distinguerli mai

e note sovrapposte di incantesimi

ma un bacio

il raccogliersi dentro

e raccontarsi morbido e bagnato

quello non c’era

e se

fosse questo calore

il paradiso?..[1]

 

Il senso di smarrimento che circonda gli atti incompiuti viene sostituito da nuovi orizzonti di parole che tornano a essere azioni generose.

L’aria continua a essere un elemento rivelatore nei versi di Cristina Bove, lo spazio viene ampliato dall’uso di lunghi trattini_pause che aprono nuovi spiragli, sottolineando a volte distanze inconciliabili, rotture, silenzi eloquenti.

Il sarcasmo scioglie l’amarezza in un sorriso, altrove il disincanto regala una consapevolezza contagiosa, non più nostalgia di non ritorni impossibili ma vuoto che accoglie pienamente e rimanda a configurazioni eteree:

e tu sarai fremente d’arabeschi/nel rovescio di_stanze della terra/il piacere d’un attimo scomposto/avrà braccia di cielo a contenermi/e luce finalmente/a farmi amore.[2]

 

Una per Mille

 

Dove c’è pericolo
Cresce anche ciò che salva
Friedrich Hölderlin

 

Una per Mille, ma anche Mille per Una – per non farci mancare il rimando a Dumas e al senso di solidarietà nell’avventura, nelle gioie e nei dispiaceri – raccoglie le molte vite di Cristina Bove, dall’infanzia a Napoli alle sue peregrinazioni in giro per l’Italia e all’estero (Israele, Costa Rica) e un lungo soggiorno in Tunisia. Nei suoi ruoli diversi di figlia, madre, scrittrice, artista, moglie, amica, paziente, custode di segreti, ha saputo e ha dovuto affrontare non poche difficoltà, gravi operazioni superate con coraggio, crisi di crescita, vere e proprie evoluzioni personali senza mai perdere di vista il periodo storico di riferimento, dal dopo guerra ai giorni nostri, le dure battaglie per ottenere uguali diritti e giustizia sociale.

In questo ri-pensarsi a ritroso riaffiorano dall’archivio della memoria scorci di eventi che tornano a essere dolorosi e traumatici – l’abbandono del padre, una maturità precoce ad accudire il fratellino, l’impossibilità di continuare gli studi come si avrebbe desiderato, un non-amore sofferto, un tentato suicidio mai commentato in famiglia – si stabilisce un rapporto privilegiato con un tempo interiore che non coincide con la fredda cronologia dei fatti. La riscrittura di ciò che è stato reintroduce un ordine nuovo nel magma delle emozioni, ci si ri-esamina con il dovuto distacco, si riscoprono improvvisi tentativi di fuga nell’ironia, antiche paure, il passato diventa intreccio pressante e presente, i ricordi rimettono a nudo il potere terapeutico dell’esperienza creativa, dove “mille per una” assume una diversa connotazione, finalmente una combinazione libera che si accorda con altri modi di essere non codificati. Tante sono le madeleines che nutrono le ingiustizie di un cuore spezzato alla ricerca di nuove risorse e nuove chiavi di lettura – il romanzo è ricco di rimandi metatestuali, letterari e filosofici, tra cui spiccano l’interpretazione dei sogni di Premananda, l’oracolo cinese de I Ching, non a caso il Libro dei Mutamenti studiato a lungo da Carl Gustav Jung, un sistema di divinazione basato su 64 esagrammi che servono a guidarci nella sincronicità dei cambiamenti, mentre la musica accarezza i pensieri. Sono percorsi intrapresi da un’anima indagatrice, alimentata dalla voglia di imparare, di confrontarsi con altri mondi, esoterici e non, aperta e ricettiva anche all’incontro con manifestazioni sorprendenti: fantasmi, esseri mutevoli e trascendenti che permettono di riconciliarsi con figure scomparse. E dopo tante spine, c’è bisogno di rose delicate, di cieli luminosi, di ritornare alla piacevolezza dei sensi, farsi corpo vitale, essere grata a ognuna di quelle mille.

_______________________________________________________

[1] Cristina Bove, Mi hanno detto di Ofelia, Edizioni Smasher, Settembre 2012, p. 58.

[2] Ibidem, Karma, p. 46.

§

Le interviste possibili: X. Luca Cerretti

Il decimo appuntamento con le interviste possibili si apre con un giovane poeta pubblicato da Marco Saya Edizioni, Luca Cerretti, laureato al Dams con una tesi sulla paranoia nel cinema americano contemporaneo, vegano, esperto di fumetti, di fantascienza, a tratti, anima pop, in una parola eclettico.

Benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Un tè mu, miscela potentissima di origine giapponese, un orzo italico, a te la scelta…

Grazie a te per l’invito, non bado troppo all’arredamento casalingo, ma il tuo salotto mi sembra molto confortevole, farò finta di stare sul lettino del mio analista immaginario, sperando di riuscire a formulare qualche pensiero autoctono e di senso compiuto, almeno questi sono i miei buoni propositi della giornata.

Prima di iniziare ti informo che accetto la miscela giapponese…e non per mero esotismo ma perché cerco sempre di uscire dalla mia zona di (s)conforto (con risultati deludenti qualcuno potrebbe aggiungere…). Magari mi rimette in sesto il mio evidente crollo karmico e magari pure i sette Chakra…kundalini compreso.

Vedremo…Intanto per rompere il ghiaccio, hai una Musa preferita tra quelle della mitologia classica?

Non ho una musa preferita, sarebbe facile dirti Calliope (ho complessi edipici ma sopratutto epici irrisolti…) mi sembra una risposta talmente banale che te la risparmio.
In realtà mi piace particolarmente il concetto di musa, di qualcuno che ti porti l’ispirazione a domicilio senza neanche pagare le spese di spedizione (e pensa che il sottotitolo del mio libro in origine era “Tutte le muse vengono al pettine”).
In generale per me l’ispirazione è legata alla sofferenza acrobatica.
Devo sapere che c’è un rischio, devo fare l’equilibrista senza la rete, entrare come Houdini pagoda della tortura cinese.
Quando sto bene non riesco a scrivere, non ci penso nemmeno, questa è la differenza tra un dilettante come me e chi scrive per professione.
D’altronde la poesia non è mai diventata un prodotto d’intrattenimento e nessuno la legge, quindi si scrive solo per necessità, per tornare a quell’atto mancato, per mettere una toppa su quello squarcio del tessuto spazio-temporale che si sta portando via tutto il resto.
Ma sto decisamente deragliando.

Volendo si può andare anche fuori tema…

Tornando alle muse: ho un cattivo rapporto con queste pigre divinità. Prima le invoco disperatamente (con tanti di annunci condivisi su tutti i principali social network e persino sui giornali parrocchiali…) e poi quando escono dal mio radar comincio a sbraitare in codice binario e poi non mi resta altro che scrivere, scrivere, scrivere e scrivere. E mai in questo preciso ordine…

Tutte le ventinove poesie raccolte in Alcuni Tentativi di Ipnosi sono sottilmente legate al tema conduttore di un amore finito, della disillusione, del sogno spezzato – non ho potuto fare a meno di ripensare alle Cento poesie di amore a Ladyhawke di Michele Mari – declinate secondo la logica di una sofferenza imbrigliata da una leggerezza terapeutica, il 29 è un numero casuale o ha una ragione di essere?

Non sono un fanatico della numerologia (anche se ho un certo interesse verso l’occultismo, la magia, le discipline parascientifiche, il mentalismo ecc.) e non ho neanche contato quante poesie (mi scuso per l’utilizzo improprio di questo termine riferito a quelle cose in versi pubblicate con tanta sfacciataggine) sono finite su carta.
Grazie Carla di averle contate per me…:)

Cercavo degli indizi…

Ti stavo depistando per prendere tempo…a pensarci bene per una “curiosa” casualità (lo giuro sulla mia anemica collezione di Urania), il 29 è il numero degli anni che avrebbe compiuto la musa (a cui è dedicata la seconda parte del libro dal titolo escatologico La fine delle grandi narrazioni) se fosse ancora in vita. Non è morta, solo che mi sono accorto tardi che non era mai stata viva. Come me d’altronde.
Così, senza volerlo, abbiamo trovato anche la famosa (ed esoterica) quadratura del cerchio.

Già…Come diceva Flaubert, “non si sa cosa sia, ma bisogna alzare le spalle quando ne parlano”…Come è il risveglio dopo l’ipnosi?

Secondo te ho la faccia di uno che si è risvegliato?
Diciamo che mi sono auto ipnotizzato e sto ancora vagando come un sonnambulo malnutrito che non riesce a spostarsi prima di sbattere contro la prossima barriera architettonica.
Amo l’impatto e le sue conseguenze.
Se non ci fossero degli ostacoli credo proprio che la razza umana si sarebbe già estinta (sai che perdita…).
Cerchiamo tutti l’agone, anche se magari non razionalmente.
Nel mio caso, e questa mia confessione va inserita subito nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, sono un grande estimatore della sconfitta in tutte le sue gradazioni.
Senza fallimento e senza la caduta (spero non di stile) non sentirei nemmeno il bisogno di compensare le voragini aperte sul mio costato dal Longino di turno con la sua lucida lancia.
La scrittura dovrebbe comunicare qualcosa, qualsiasi cosa. Io comunico il mio fallimento.
Il titolo del libro comunque, lo posso spiegare finalmente al mondo intero qui riunito, è la metafora che ho scelto per descrivere l’amore, anzi la sua fase iniziale (stavo per scrivere terminale) cioè il mitologico concetto di “innamoramento”. Per quanto mi riguarda è solamente un tentativo di ipnosi, se funziona ti innamori di me (almeno questo è quello che credi…piccola ingenua) e se non funziona si scrivono quintali di paroline asmatiche sperando poi di non dover ripetere in maniera coatta la stessa identica via crucis di prima.
Mi scuso per questo retrogusto di malcelato delirio mistico ma è dovuto ad una prolungata quarantena monastica…

I tuoi “tentativi” sono di fatto delle micro narrazioni che invitano a continue riletture, per scoprire rimandi, citazioni interne ed esterne al testo. Una scrittura formalmente semplice, costruita a strati di dissimulazione di grado diverso, con picchi che raggiungono la saggezza di un aforisma, accompagnati dalla volontà di non prendersi mai troppo sul serio…“Le tue parole sono pietre…Ti sbagli sono pietre che sembrano parole…”, che importanza ha per te l’autocontrollo nella rielaborazione delle emozioni?

Io sono diventato un devoto assoluto del self-control emotivo, sono in quarantena sentimentale, sono un numero 5 (secondo la tipologia caratteriale degli enneagramma di matrice gestalt) cioè una persona che vive reclusa nella sua monade bonsai, un regno di puro intelletto e del tutto a prova di emozioni esterne.
Sono un soggetto schizoide, per usare un termine più preciso…e poi mi chiedo perché ci sia una continua migrazione di muse dalle mie parti.
Come tutte le persone generate (e non create) senza pelle e con i nervi scoperti troppo presto mi sono dovuto velocemente adattare (e qui torna ancora il vecchio saggio Darwin) all’ecosistema della provincia (cronica come cantavano i Baustelle) in cui sono stato allevato, come una coltura batterica, per non finire sempre con la faccia piena di lividi e sputi.
Avevo bisogno di escapismo, la lettura era il modo più economico di farlo (poi ci sarebbe stato l’incontro fatale con la canzone d’autore, la poesia, il cinema e tutti gli altri rimedi contro l’alienazione…).
Sono intossicato dalla fiction, è un’infezione interiore, e con il tempo sono diventato l’esteta gelido di gozzaniana memoria perché si finisce con il perdere contatto con il proprio tunnel di realtà ma nella mia educazione sentimentale è stato un passaggio fondamentale per non finire nella lunga lista degli aspiranti suicidi (e avendo una certa venerazione per Tenco…).
È una posizione di difesa, e nell’ambito della scrittura aiuta a distaccarsi dall’oggetto amoroso e renderlo immune al pericolo del patetismo sentimentale autoevidente e del narcisismo ubiquo.
I sentimenti non vanno soffocati sul nascere, ma neanche esibirli pubblicamente e renderli una fonte di intrattenimento parossistica per il pubblico gastronomico.
È questa la lezione principale che ho appreso leggendo il Montale di Xenia.
Purtroppo non ho appreso dove trovasse tutto quel suo maledetto talento…

In “Una conclusione vera e propria” nomini un misterioso Manuale M. È la promessa di un sequel?

Mi dispiace deludere i miei lettori (al momento sono 6, contando anche la mia vicina di casa affetta dal morbo di Alzheimer che ha scambiato Alcuni tentativi ecc. ecc. per un libro di ricette ecosostenibili…) ma non ci sarà un sequel, non amo ripetermi, come disse la mia ex dopo avermi baciato.
Certo potrei anche cambiare idea, voglio dire se il mio account di posta dovesse riempirsi di mail che mi implorano di scrivere Alcuni tentativi ecc. ecc. parte II…perché dovrei deluderli?
Torno in modalità seriosa.
La “poesia” che chiude il libro si chiama appunto Una conclusione vera e propria, e questo titolo (una volta tanto dirai…) mi sembra definitivo e persino chiaro(veggente…con il senno di poi…).
Venero la fine di un rapporto di tipo telepatico, astrale, tra due soggetti senza più carne, fatto solo di logos balbettanti e di desideri in rimozione forzata.
È arrivato il momento di lasciare che i morti seppelliscano i loro morti.
Posso dirti però che sto lavorando ad un nuovo progetto che potrebbe vedere la luce nel 2015 (sono un candido ottimista a volte).
Sarà un lavoro punk, nel senso più lato del termine, la mia promessa è quella di tenere a bada la mia tendenza alla regressione malincoironica (non passo la giornata ad ascoltare Pink Moon di Nick Drake o a giocare con la corda alla Ian Curtis…).
Certo ci saranno alcuni occulti collegamenti per tutti i fanatici dell’intertestualità (e delle Agghiaccianti simmetrie), posso anticiparvi che ci sarà il vero e proprio epitaffio finale di Alcuni tentativi ecc. ecc.
Ma basta con gli spoiler.
Ah, mi avevi chiesto del famigerato il Manuale M. che è già divenuto oggetto di speculazioni e dibattiti online sulla vera natura di questo libro misterioso.
Purtroppo proprio non la posso spiegare pubblicamente (ci manca pure una querela…almeno avrei dei nuovi lettori…tra cui l’avvocato e il giudice…). Diciamo che volendo è un gioco di parole, un po’ troppo cifrato, anche per i miei gusti.
La mia ambizione sarebbe quella di trasformarlo in uno pseudobiblion tra i più ricercati tra i bibliofili come il Necronomicon di sua mostruosità HP Lovecraft o il Libro di Sabbia di sua santità JL Borges.

Ah però…Quale video hai scelto per noi e perché?

Ho scelto senza troppi ripensamenti Woody Allen. Io sono un cinefago (devo mangiare ogni giorno almeno una pellicola di nitrato d’argento) e la sua opera è stata la pietra angolare di questo mio disturbo compulsivo che non sembra migliorare per niente neanche con l’arrivo della quarta età.
Io in realtà non lo chiamo neanche Woody, ma il maestro.
Mi si è legato ai filamenti del dna circa venti anni fa e da allora passiamo molto tempo assieme (più di quaranti film da imparare a memoria…).
Senza di lui la mia vita sarebbe stata triste, infelice, desolata, priva di gravità, in caduta libera.
Ammetto che poi con tutta quella massiccia esposizione sono diventato decisamente un personaggio alleniano, o almeno questa è la massima aspirazione esistenziale che nutro.
La scena del film è tratta da Basta che funzioni uscito nel 2009, forse uno dei suoi ultimi capolavori.
Boris, il protagonista del film, spiega alla sua giovane adulatrice qualcosa sull’amore e lo fa in un modo che…credo sia meglio guardarlo insieme.
Ok, anche la presenza dell’angelica Evan Rachel Wood non guasta (ah Evan…non è che potresti diventare la mia prossima musa?)

Penso che non ci sia modo migliore di congedarsi. Grazie Carla per la decorosa sopportazione.

Grazie a te Luca, in attesa di vederti nel prossimo film di Woody Allen, ci accontenteremo di Boris, certo un’adulatrice come Evan chi non la vorrebbe?

§

Le interviste continuano…STAY TUNED

Jenny Joseph e l’orecchio di Van Gogh

Jenny Joseph è una poetessa che riserva molte sorprese, come piace a me.

Nata nel 1932 a Birmingham, si è trasferita da giovane nel Buckinghamshire, ha studiato letteratura inglese al St Hilda College di Oxford, e poi come succede spesso nella vita, si è confrontata con diversi mestieri, è stata giornalista, insegnante, ha collaborato con artisti, scultori, fotografi, logopedisti. Per un periodo ha anche gestito un pub a Londra, luogo che ha ispirato parte del suo mondo poetico, in cui si intrecciano vite e storie disparate con una mescolanza di registri e toni dosati sempre con ironia.

Secondo un sondaggio indetto dalla BBC, la sua poesia “Warning” (1961) è stata votata come la più popolare del dopoguerra. È diventata il manifesto(1) della Red Hat Society, fondata nel 1998 negli Stati Uniti per promuovere l’interazione sociale tra le donne in tutto il mondo.

“Cutting off one’s ear for someone else is wrong”, è tratta dai suoi Selected Poems, raccolta pubblicata nel 1992 dalla Bloodaxe – letteralmente ascia di sangue, un nome leggermente inquietante per una casa editrice che si occupa prevalentemente di poesia, ma rassicurano che si tratta di “poetry with an edge”, un tipo di poesia affilata.

Il titolo richiama da subito Vincent Van Gogh, il gesto arcinoto a tutti, e la poesia viene presentata come fable, termine che indica una lezione “morale”.

Ma nella Joseph niente è come sembra, alla prima strofa il discorso potrebbe benissimo essere una conversazione rubata a qualcuno che del mercato dell’arte capisce ben poco. E invece a ben guardare, e in inglese vedere vuol dire anche capire, oltre la visione cinica, emerge tutt’altro…

Tagliarsi l’orecchio per qualcun altro è sbagliato
 
Un uomo ha pagato 110000 ghinee per la madre di Van Gogh.
Nemmeno per la donna in vita, ma per un quadro.
Se l’avesse incontrata quando era quello che era
Non penso proprio che le avrebbe dato la stessa cifra.
 
E se poi avesse avuto modo di incontrare il pittore se la sarebbe sentita
Di mantenerlo, con cibo a sufficienza vita natural durante?
Forse non l’avrebbe nemmeno voluto a casa sua:
Un uomo comune funzionante, che dormiva e lo guardava torvo.
 
E anche se deve fingere che la tiene in gran conto
Dicendo che darebbe qualsiasi cosa o almeno tutte le sue ricchezze terrene per salvarla,
Non credo che avrebbe voluto sborsare tutti quei soldi
Per avere la sua stessa madre seduta per sempre sul divano.
 
Un cane preferirebbe un altro cane
Piuttosto che una tavola piatta;
 
Ed è solo un cane.

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