Arricchiamoci delle nostre reciproche differenze (Paul Valéry in un Bacio Perugina)
Non manco all’appuntamento del lunedì da quasi tre anni (il 29 Agosto per essere precisi), ora sento l’esigenza di prendermi una meritata pausa…il blog, almeno lui, andrà finalmente in ferie, tornerà alive & kicking a fine agosto per festeggiare il suo terzo anno di età…
Vi ringrazio davvero di cuore, lettori riservati ma sensibili, a giudicare dalle preferenze accordate finora. Continua a trionfare la poesia, ben 6 mie traduzioni di classici su 10 articoli selezionati nella classifica di WP, la fiaba di Biancaneve al sesto posto c’entra come i cavoli a merenda però piace a parecchi che per sbaglio passano da queste parti, colpevole la parola “scopa” nel testo, a seguire un articolo storico architettonico che pensavo fosse un mattoncino perché troppo auto-referenziale e invece viene cliccato costantemente, e con grande piacere al decimo posto il mio nuovo progetto dedicato alle interviste possibili, spazio creativo inaugurato il 19 giugno 2013. A presto, Vostra affezionatissima Branoalcollo ♌
Il quinto protagonista delle nostre interviste possibili è Gianpaolo Arena, architetto, fotografo, ideatore di uno dei progetti più innovativi legati al paesaggio, Landscape Stories, che è molto di più di un website legato al tema della fotografia ma un organismo interattivo in continua evoluzione, che diventa rivista, archivio fotografico, fonte ispiratrice con consigli di lettura, crocevia di idee, luogo di incontro e di formazione, per chi si interessa di fotografia e non solo, attivo in ambito internazionale con scorci sempre stimolanti su altre realtà, altri mondi.
Prima di tutto, benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Il caldo è innegabile…una menta, che poi tanto dissetante non è, ma dà subito l’idea dell’estate, acqua fresca, o ti stordisco con un gin tonic, a te la scelta…
Un Pastis 51 potrebbe essere la scelta giusta…
Scelta raffinata…e Pastis 51 sia.
La prima domanda che ti faccio è proprio legata alla metodologia del tuo approccio, è indubbia l’influenza dell’architettura, questo procedere per moduli narrativi che si rincorrono, lasciano tracce, diventano citazioni, come organizzi la tua ricerca?
Il magazine Landscape Stories è nato dall’idea di tre amici che volevano proporre e condividere temi e approfondimenti sulla fotografia con un approccio nuovo, aperto e interdisciplinare. Con Claudio Bettio e Andrea Gaio abbiamo deciso di presentare una serie di proposte tematiche che potessero coinvolgere oltre alla fotografia anche la letteratura, l’arte, la musica, il cinema, l’architettura seguendo unicamente le nostre passioni e le nostre preferenze elettive ed editoriali.
Un saggio di sociologia urbanistica o un trattato sono utili per acquisire dati o conoscenza sulla città allo stesso modo dell’ascolto di Weekend (1930) di Walter Rutmann, di un film di Francesco Rosi, Michelangelo Antonioni o Fernando Di Leo. La citazione e la traccia sono fili rossi utili al viaggio. Il divertimento e il gioco sono parti importanti del percorso narrativo.
Direi fondamentali.
Il paesaggio è veramente un tema vastissimo, tornano subito in mente le incursioni di Walt Whitman nelle praterie americane, quel “vast something” che contiene contraddizioni e moltitudini, che riflette anche paesaggi emotivi, interiori, stati d’animo…cosa ti interessa raccontare?
Nell’ultimo numero pubblicato, LS 12 | River, abbiamo presentato i testi letterari di McCarthy, Faulkner, Conrad… tra gli altri mi vengono in mente anche William Least Heat-Moon, Marilynne Robinson. Whitman è un ottimo cantore di quell’essenza ‘wildnerness’ legata al sogno americano e all’idea di frontiera che ritroviamo nel lavoro dei fotografi che tanto amiamo: Timothy O’Sullivan, Carleton E. Watkins, Robert Adams, Stephen Shore, Jeff Brouws (LS 06 | Cars), Peter Brown (Interviste). Il tema è centrale anche nelle biografie di musicisti che hanno abbracciato la clandestinità, il vagabondaggio e la vita da hobo come Harry Partch, Moondog o John Fahey. Il paesaggio può essere fisico, mentale, psicologico. Ci affascina l’idea di raccontarlo attraverso interpretazioni concettuali e stilistiche diverse.
Attraversamenti comunque legati a profonde trasformazioni in atto, Strade Blu dell’indiano William Least Heath-Moon che tu hai citato tra gli autori trattati è un libro straordinario proprio perché vive grazie al paesaggio americano, come recita il canto Navajo nella chiosa finale: Poi gli dissero: tutto quello che hai visto ricordalo, perché tutto quello che dimentichi ritorna a volare nel vento.
In molti casi evoluzioni pagate a duro prezzo, penso a Moondog, compositore originalissimo, vestito da Vichingo nelle strade di New York…spesso destini comuni a chi è chiamato a nuove visioni.
Ultimamente hai fatto un lungo viaggio in Vietnam che hai documentato in un dettagliato reportage, che sarà presentato anche in una mostra personale a Treviso, qualche foto ho avuto il piacere di vederla nei tuoi post su facebook, ed erano davvero dei ritratti al paesaggio giocati su un rapporto bene equilibrato tra assenze/presenze, quasi sottrazioni incisive, dove emerge ciò che non viene inquadrato o rappresentato. Secondo lo scrittore Giorgio Manganelli, “ogni viaggio inizia con un vagheggiamento e finisce con un invece”, ti ci ritrovi?
Si, mi ci ritrovo. My Vietnam è il titolo della mostra presentata all’interno del festival di fotografia moderna e contemporanea F4_un’idea di fotografia, a cura di Carlo Sala per Fondazione Fabbri. Il titolo nasce da uno scarto anche linguistico… Quante volte nel linguaggio parlato si usa la frase “il mio Vietnam” in riferimento ad un evento tragico. Cfr., a questo proposito i titoli della stampa italiana sono incalzanti “la crisi è il nostro Vietnam”. Vivida è anche la memoria legata ai drammi della guerra rappresentati al cinema, da Coppola a Kubrick. Il mio Vietnam è stato molto diverso, un viaggio attraverso tutto il paese dai forti connotati personali, oltre gli stereotipi. Ho trovato un paese aperto ed accogliente. La differenza tra quel poco che sapevo prima e tutto ciò che ho percepito, vissuto e che mi ha emozionato in seguito, ha formato il corpo principale del mio lavoro fotografico. Tra approccio documentario, diario di viaggio e descrizione narrativa. Con la precisa consapevolezza che quello che ho lasciato è stato molto più di quello che sono riuscito a raccontare.
Chissà magari emergerà altro più avanti…nel frattempo andiamo a vedere la tua mostra.
A quali progetti stai lavorando, quali saranno le prossime iniziative di Landscape Stories?
L’organizzazione dei workshop di fotografia, insieme a Giorgia Sarra, sono una realtà importante per il confronto e il dibattito sulla fotografia e lo saranno ancora di più in futuro. Dopo quelli a Venezia con Massimo Siragusa, Bruno Ceschel, Raimond Wouda e Valerio Spada stiamo ora curando quello sulle Dolomiti con Francesco Jodice. Luoghi di eccellenza dove essere circondati dalla bellezza e dal Sublime.
A dicembre nuovamente a Venezia insieme a Tre Terzi, un approfondimento sull’editoria indipendente e autoprodotta del libro fotografico. Nuove interviste saranno pubblicate a breve con i protagonisti della fotografia internazionale. Una nuova rubrica dedicata alla musica contemporanea, a cura del musicista Enrico Malatesta, vedrà presto la luce e sarà un valido strumento di indagine sulle possibilità che intercorrono tra suono, spazio, intervento e gesto. La pubblicazione a settembre di un numero speciale dedicato al Vietnam mi coinvolge emotivamente in prima persona. Collaborazioni internazionali ci porteranno nuovamente ad abbracciare le storie di paesi e terre lontane e ad approfondire quanto avviene nel mondo.
Bene, fa piacere vedere nascere così tante iniziative.
Che pezzo hai scelto per noi e perché?
Mmmmm troppo difficile rispondere una cosa sola… Trasgredisco e provo con quello che al momento ascolto più frequentemente: Arthur Russell, Slits, Ryoji Ikeda, Los Angeles Free Music Society, Don Cherry, Glenn Gould, Nmperign, Blind Lemon Jefferson, Disco Inferno, Robert Ashley, Neu, la serie Ethiopiques, Fela Kuti, Ariel Pink, Lightning Bolt, Primal Scream, Wire, Robert Hood, Karen Dalton… Tra le visioni consigliate: i film di Bela Tarr e i documentari marini di Jean Painlevé. Tra le cose da non perdere alla biennale di Venezia: The Enclave di Richard Mosse, Trevor Tweeten e Ben Frost…
Forse ho trovato qualcosa che possa idealmente racchiudere suono e immagine:
Jean-Luc Godard – Histoire(s) du cinéma il box della Ecm
Perfetto e allora ci salutiamo con Godard, grazie Gianpaolo, è stato un grande piacere.
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Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà a Settembre, nel frattempo buona estate a tutti!
Il quinto protagonista delle nostre interviste possibili è Gianpaolo Arena, architetto, fotografo, ideatore di uno dei progetti più innovativi legati al paesaggio, Landscape Stories, che è molto di più di un website legato al tema della fotografia ma un organismo interattivo in continua evoluzione, che diventa rivista, archivio fotografico, fonte ispiratrice con consigli di lettura, crocevia di idee, luogo di incontro e di formazione, per chi si interessa di fotografia e non solo, attivo in ambito internazionale con scorci sempre stimolanti su altre realtà, altri mondi.
Prima di tutto, benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Il caldo è innegabile…una menta, che poi tanto dissetante non è, ma dà subito l’idea dell’estate, acqua fresca, o ti stordisco con un gin tonic, a te la scelta…
Un Pastis 51 potrebbe essere la scelta giusta…
Scelta raffinata…e Pastis 51 sia.
La prima domanda che ti faccio è proprio legata alla metodologia del tuo approccio, è indubbia l’influenza dell’architettura, questo procedere per moduli narrativi che si rincorrono, lasciano tracce, diventano citazioni, come organizzi la tua ricerca?
Il magazine Landscape Stories è nato dall’idea di tre amici che volevano proporre e condividere temi e approfondimenti sulla fotografia con un approccio nuovo, aperto e interdisciplinare. Con Claudio Bettio e Andrea Gaio abbiamo deciso di presentare una serie di proposte tematiche che potessero coinvolgere oltre alla fotografia anche la letteratura, l’arte, la musica, il cinema, l’architettura seguendo unicamente le nostre passioni e le nostre preferenze elettive ed editoriali.
Un saggio di sociologia urbanistica o un trattato sono utili per acquisire dati o conoscenza sulla città allo stesso modo dell’ascolto di Weekend (1930) di Walter Rutmann, di un film di Francesco Rosi, Michelangelo Antonioni o Fernando Di Leo. La citazione e la traccia sono fili rossi utili al viaggio. Il divertimento e il gioco sono parti importanti del percorso narrativo.
Direi fondamentali.
Il paesaggio è veramente un tema vastissimo, tornano subito in mente le incursioni di Walt Whitman nelle praterie americane, quel “vast something” che contiene contraddizioni e moltitudini, che riflette anche paesaggi emotivi, interiori, stati d’animo…cosa ti interessa raccontare?
Nell’ultimo numero pubblicato, LS 12 | River, abbiamo presentato i testi letterari di McCarthy, Faulkner, Conrad… tra gli altri mi vengono in mente anche William Least Heat-Moon, Marilynne Robinson. Whitman è un ottimo cantore di quell’essenza ‘wildnerness’ legata al sogno americano e all’idea di frontiera che ritroviamo nel lavoro dei fotografi che tanto amiamo: Timothy O’Sullivan, Carleton E. Watkins, Robert Adams, Stephen Shore, Jeff Brouws (LS 06 | Cars), Peter Brown (Interviste). Il tema è centrale anche nelle biografie di musicisti che hanno abbracciato la clandestinità, il vagabondaggio e la vita da hobo come Harry Partch, Moondog o John Fahey. Il paesaggio può essere fisico, mentale, psicologico. Ci affascina l’idea di raccontarlo attraverso interpretazioni concettuali e stilistiche diverse.
Attraversamenti comunque legati a profonde trasformazioni in atto, Strade Blu dell’indiano William Least Heath-Moon che tu hai citato tra gli autori trattati è un libro straordinario proprio perché vive grazie al paesaggio americano, come recita il canto Navajo nella chiosa finale: Poi gli dissero: tutto quello che hai visto ricordalo, perché tutto quello che dimentichi ritorna a volare nel vento.
In molti casi evoluzioni pagate a duro prezzo, penso a Moondog, compositore originalissimo, vestito da Vichingo nelle strade di New York…spesso destini comuni a chi è chiamato a nuove visioni.
Ultimamente hai fatto un lungo viaggio in Vietnam che hai documentato in un dettagliato reportage, che sarà presentato anche in una mostra personale a Treviso, qualche foto ho avuto il piacere di vederla nei tuoi post su facebook, ed erano davvero dei ritratti al paesaggio giocati su un rapporto bene equilibrato tra assenze/presenze, quasi sottrazioni incisive, dove emerge ciò che non viene inquadrato o rappresentato. Secondo lo scrittore Giorgio Manganelli, “ogni viaggio inizia con un vagheggiamento e finisce con un invece”, ti ci ritrovi?
Si, mi ci ritrovo. My Vietnam è il titolo della mostra presentata all’interno del festival di fotografia moderna e contemporanea F4_un’idea di fotografia, a cura di Carlo Sala per Fondazione Fabbri. Il titolo nasce da uno scarto anche linguistico… Quante volte nel linguaggio parlato si usa la frase “il mio Vietnam” in riferimento ad un evento tragico. Cfr., a questo proposito i titoli della stampa italiana sono incalzanti “la crisi è il nostro Vietnam”. Vivida è anche la memoria legata ai drammi della guerra rappresentati al cinema, da Coppola a Kubrick. Il mio Vietnam è stato molto diverso, un viaggio attraverso tutto il paese dai forti connotati personali, oltre gli stereotipi. Ho trovato un paese aperto ed accogliente. La differenza tra quel poco che sapevo prima e tutto ciò che ho percepito, vissuto e che mi ha emozionato in seguito, ha formato il corpo principale del mio lavoro fotografico. Tra approccio documentario, diario di viaggio e descrizione narrativa. Con la precisa consapevolezza che quello che ho lasciato è stato molto più di quello che sono riuscito a raccontare.
Chissà magari emergerà altro più avanti…nel frattempo andiamo a vedere la tua mostra.
A quali progetti stai lavorando, quali saranno le prossime iniziative di Landscape Stories?
L’organizzazione dei workshop di fotografia, insieme a Giorgia Sarra, sono una realtà importante per il confronto e il dibattito sulla fotografia e lo saranno ancora di più in futuro. Dopo quelli a Venezia con Massimo Siragusa, Bruno Ceschel, Raimond Wouda e Valerio Spada stiamo ora curando quello sulle Dolomiti con Francesco Jodice. Luoghi di eccellenza dove essere circondati dalla bellezza e dal Sublime.
A dicembre nuovamente a Venezia insieme a Tre Terzi, un approfondimento sull’editoria indipendente e autoprodotta del libro fotografico. Nuove interviste saranno pubblicate a breve con i protagonisti della fotografia internazionale. Una nuova rubrica dedicata alla musica contemporanea, a cura del musicista Enrico Malatesta, vedrà presto la luce e sarà un valido strumento di indagine sulle possibilità che intercorrono tra suono, spazio, intervento e gesto. La pubblicazione a settembre di un numero speciale dedicato al Vietnam mi coinvolge emotivamente in prima persona. Collaborazioni internazionali ci porteranno nuovamente ad abbracciare le storie di paesi e terre lontane e ad approfondire quanto avviene nel mondo.
Bene, fa piacere vedere nascere così tante iniziative.
Che pezzo hai scelto per noi e perché?
Mmmmm troppo difficile rispondere una cosa sola… Trasgredisco e provo con quello che al momento ascolto più frequentemente: Arthur Russell, Slits, Ryoji Ikeda, Los Angeles Free Music Society, Don Cherry, Glenn Gould, Nmperign, Blind Lemon Jefferson, Disco Inferno, Robert Ashley, Neu, la serie Ethiopiques, Fela Kuti, Ariel Pink, Lightning Bolt, Primal Scream, Wire, Robert Hood, Karen Dalton… Tra le visioni consigliate: i film di Bela Tarr e i documentari marini di Jean Painlevé. Tra le cose da non perdere alla biennale di Venezia: The Enclave di Richard Mosse, Trevor Tweeten e Ben Frost…
Forse ho trovato qualcosa che possa idealmente racchiudere suono e immagine:
Jean-Luc Godard – Histoire(s) du cinéma il box della Ecm
Perfetto e allora ci salutiamo con Godard, grazie Gianpaolo, è stato un grande piacere.
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Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà a Settembre, nel frattempo buona estate a tutti!
Il quarto appuntamento dedicato alle interviste possibili ha come protagonista Wanda Romano, diplomata in scenografia all’Accademia di Brera, insegnante di materie artistiche, ha vissuto e lavorato per un lungo periodo a Madrid, scultrice, crea collezioni di gioie con un materiale insolito, il PET, la plastica riciclata, e risultati sorprendenti, sfumature di colori luminosi e cangianti, e una leggerezza e duttilità delicata. Le sue opere sono state esposte in mostre collettive e personali all’estero e in Italia, memorabile la sua installazione con 54 pezzi unici al Museo Plart di Napoli.
Prima di tutto, benvenuta nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Una menta, un aperitivo, un prosecco fresco…a te la scelta…
Felice di stare qui stasera, una menta è perfetta, ha un sapore antico.
Anch’io molto…vero, bene, ci beviamo due mente.La prima domanda che ti faccio giusto per rompere il ghiaccio, nella catalogazione classica delle Muse – Clio, Euterpe, Melpomene, Talia, Tersicore, Calliope, Polimnia, Erato, Urania – hai una musa preferita?
Tra le muse scelgo Urania, mi sento poco terrestre ho sempre la sensazione di appartenere ad un altro pianeta, ora più che mai, capisco poco gli umani, mi piace pensare che esistano altri mondi possibili, dove armonia e bellezza non sono contrastate come avviene sulla terra.
Tempi duri in effetti…però nominando Urania mi hai messo immediatamente di buon umore, mi hai fatto venire in mente la bellissima collana di fantascienza, con quelle copertine colorate che si aprono verso altri mondi…Come è iniziata la tua ricerca sugli anelli e oggetti scultura da indossare?
Sono sempre stata attratta dai materiali, sperimentare nuovi materiali, usarli in modo non convenzionale, la realizzazione di micro-sculture mi ha indirizzata alla realizzazione di gioielli, in quanto indossabili. Il corpo, uno “spazio privilegiato” per esporre le proprie opere. La scelta del PET (polietilene tereftelato) tipo di plastica di facile reperibilità, visto che ne siamo invasi – per intenderci sono fatte di PET tutti i contenitori di liquidi alimentari – materiale, apparentemente povero, ma se sapientemente lavorato, può dare risultati sorprendenti. Vediamo le caratteristiche principali: leggerezza e plasticità, la leggerezza è reale, non solo visiva (data dalle trasparenze) ed è in contrasto con i materiali solitamente usati nella gioielleria, che sono pesantissimi metalli, pietre, ecc…la plasticità mi permette di creare forme dettagliatissime così come si trovano in natura, fonte di grande ispirazione micro-organismi, meduse, fiori, foglie, coralli ecc..La ricerca dell’armonia delle forma ci riporta a Urania e alle geometrie. Calibrare forme e colore, per peso visivo, fino al raggiungimento dell’equilibrio. Altra fonte di ispirazione sono i fratelli Blaschka, due maestri vetrai fine ‘800, straordinari artisti sconosciuti ai più. Realizzarono una quantità di opere in vetro per musei botanici a scopo scientifico, ma di sicuro valore artistico. Lalique, altro straordinario artista, che ha fatto del gioiello, sculture sublimi per forme e colori, impressionante la collezione di opere nel museo Gulbenkian di Lisbona.
Interessante il concetto del peso visivo, fondamentale come hai sottolineato per ottenere un equilibrio armonico…ora che hai nominato il museo Gulbenkian di Lisbona mi sento in colpa per non averlo visitato anni fa, motivo in più per ritornarci…Guardando le tue collezioni si nota che sei un’acuta osservatrice, gli anelli sono impreziositi da dettagli rivelatori, riprodotti con un’accuratezza commovente, mi vengono subito in mente i pistilli negli anelli-fiore, in abbinamenti cromatici giocati su contrasti sempre bene calibrati. Quanto tempo dedichi alla ricerca e alla sperimentazione? Che approccio hai?
Il tempo di realizzazione delle opere è molto vario, vi è molto di imponderabile, inizio con una idea, ma può stravolgersi nel percorso, i tempi di esecuzione variano da ore a settimane, dipende da molti fattori, la tecnica, a fiamma diretta, ricorda un po’ la tecnica del vetro, ma un errore alla fine può distruggere tutto. Per ogni pezzo finito, ve ne sono molti distrutti.
Ancora più brava allora, vedendo i risultati.
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Guillaume Apollinaire sosteneva che la geometria è per le arti plastiche ciò che la grammatica è per l’arte dello scrittore, sei d’accordo? Che rapporto hai con la tradizione?
Concordo con Apollinaire, senza geometria non vi è equilibrio. La tradizione è fonte di conoscenza, sono attratta dalle tradizioni popolari, penso a certi tesori che si trovano nei musei etnografici…
Sì hai ragione, ho passato giornate intere al British Museum di Londra, anche al Victoria&Albert Museum, ipnotizzata dai vestiti dei Samurai, viaggi a ritroso nel tempo, fughe assolutamente necessarie…Quale video hai scelto per noi e perché?
Il brano ”Perfect Day” di Lou Reed – lo trovo stupendo.
E allora ce lo ascoltiamo molto volentieri, grazie Wanda, e complimenti ancora per le tue opere, preziose e rare.
Today’s special guest is Stephen Black, an American artist living and working in Singapore. Graduated in photography from the Rochester Institute of Technology (NY), he has travelled extensively across Asia, experimented with different media and languages, he’s a writer, producer, actor, photographer, a researcher with a special interest in gastronomy.
Welcome to my virtual sofa, what would you like to drink? A whiskey, a chilled Prosecco, or…you choose…
I will go with the chilled Prosecco..I don’t remember ever having drunk Prosecco before…this might be my first Prosecco experience…
Well, you must try it then, I’m sure you’ll like it. Cheers!
First of all, as you are a multi-disciplinary performer, what’s your favourite muse? Calliope, Clio, Erato, Euterpe, Melpomene, Polyhymnia, Terpsichore, Thalia or Urania?
If Wikipedia is to be believed, then my favorite muse would be Melpomene. Not because of her relationship to Music or Tragedy, but because she is said to have the ability to allow one to create beautiful lyrical phrases.
In Wikipedia we trust… Melpomene fell in love with a minor river god named Akheloios who was the son of the Titan Tethys. They got married and became the proud parents of the Sirens. Inevitably inspiring…
You wrote different books where food plays a major role, I’m thinking of Furikake, a collection of short stories linked by a different declination of furikake, a rice seasoning, and also your recent I ate Tiong Bahru…food for thought or what?
It is something like a red herring; allowing me to express certain things without actually describing them. Writing about the physicality of food, for example, allows for the hidden suggestions of emotional states or memories.
For example, when I wrote Furikake, many of the stories were inspired by memories of Japan. The book could have been written very differently, but I am not comfortable sharing personal matters. By using furikake as a motif, I de-emphasized the personal. Writing about food requires expertise. I enjoy doing the research, as I am not one familiar with the arts and sciences of the kitchen. Food can be very efficient in terms of exposition and description.
For example:
For dinner he opened a dusty can of tuna.
For dinner he ordered sushi.
Finally, I have many ideas when I write. I go off in many directions, as they say. This requires some sort of base: a center. A nucleus. Everyone eats and food is easy to understand.
That’s interesting, I’ve never thought of food as a sort of interval between scenes in a novel, like a narrative mode, but more as deeply connected to the way we pay attention to our needs as Benjamin Franklin said “beware the hobby that eats”…
Was your versatility something that you cultivated since your childhood or a consequence of a creative research in progress?
It is all data and spirit.
My father was a book salesman, so I became a reader at an early age. I’ve always enjoyed writing, but did not start writing books until 2008. I began working as a photographer when I was 15 and at university began seeing its relationship to Art and to video. After I graduated I worked in Manhattan at a center for video and film. Then, off to Japan where I worked in the video world, taught English and exhibited photography, video and installation. I became involved with the world of butoh. Later, in Hong Kong, I worked for Turner Broadcasting, where I was required to study Hollywood movies like Gigi, Casablanca, North by Northwest and Lolita. I also had to produce promotional videos for cartoons like Tom and Jerry.
Later, in Singapore, I became intensively involved with 3D gamemaking.
In all of these activities, especially installations and conceptual art, the ability to write clearly was necessary.
The Chinese have an expression, one similar to ‘jack of all trades, master of none’. Their version refers to someone with many knives, with none of them being sharp. In my case, I have been involved with many activities for a long time, so hopefully they are sharp, or at least not very dull.
I think it’s a good way of learning different abilities, but in the end, probably sooner or later, one form of art will prevail, or at least will become more evident. That’s why I mentioned the research in progress…in any creative process.
Perspective and lack of perspective is a key element in your work, what’s your writing routine?
I earn as much money as I can during certain periods. Then I just shut myself off, as much as possible and write and/or research. Of course, reality is unpredictable and this isn’t always possible.
Ideally, I write immediately upon waking up and eat breakfast when I finally feel hungry. Then, writing til the afternoon, maybe 2 or 3, when I eat. Then a nap, then writing again…I can write for 18 hours a day, but days of that length are very rare. I do have to pay bills…
I was lucky to spend half of 2012 in Bali, where it was inexpensive and there were no distractions. When I am in Singapore, I rarely have the chance to write more than four or five hours a day. But, no matter where I am, if I have a block of 90 minutes, I will try to write…
What piece of music have you chosen for us and why?
I have chosen “Playing in an office”.
I work with Amith, the man playing the black guitar. This music was unplanned; Amith met the Banyari band about 20 minutes before this was recorded. I live for unpredictable, beautiful moments like this….
Thank you Steve, we’ll listen to it with great pleasure. Let me quote you for our final greeting, onward!
Thanks, grazie, domo arigato, gozaimasu.
If you want to read more about Stephen Black’s work and art, here’s the link:
Our next possible interview will be held on July 10th, STAY TUNED…
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Qui la versione in italiano
L’ospite speciale di oggi è Stephen Black, un artista americano che vive e lavora a Singapore. Laureato in fotografia al Rochester Institute of Technology (New York), ha viaggiato per tutta l’Asia, sperimentando media e linguaggi diversi, è uno scrittore, produttore, attore, fotografo, un ricercatore con un interesse speciale per la gastronomia.
Benvenuto nel mio divano virtuale, cosa ti offro da bere? Un whiskey, un prosecco fresco, o sennò scegli tu…
Scelgo il Prosecco fresco…non ricordo di averlo mai provato prima, questa potrebbe essere la mia prima esperienza con il Prosecco…
Bene, allora lo devi provare, sono sicura che ti piacerà. Salute!
Prima di tutto, visto che sei un interprete multidisciplinare, qual è la tua musa preferita? Calliope, Clio, Erato, Euterpe, Melpomene, Polimnia, Tersicore, Talia o Urania?
Se bisogna credere a Wikipedia, allora la mia preferita è Melpomene. Non per il suo rapporto con la Musica o la Tragedia, ma perché si dice che avesse la capacità di far creare belle frasi liriche.
Confidiamo in Wikipedia…Melpomene si innamorò di una divinità minore fluviale, Achelòo, figlio della Titanide Teti. Si sposarono e diventarono gli orgogliosi progenitori delle Sirene. Inevitabilmente ispiratrice…
Hai scritto diversi libri dove il cibo ha un ruolo fondamentale, sto pensando a Furikake, una raccolta di racconti collegati da una diversa declinazione del furikake, un condimento speziato per il riso, e anche al tuo recente I ate Tiong Bahru…cibo per la mente o cos’altro?
Il cibo mi serve come una falsa traccia, permettendomi di esprimere alcune cose senza di fatto descriverle. Scrivere ad esempio della fisicità del cibo fa trasparire suggestioni di stati emotivi o memorie. Quando ho scritto Furikake, la maggior parte delle storie si ispiravano a memorie del Giappone. Il libro avrebbe potuto essere scritto in modo diverso, ma non mi sento a mio agio nel condividere questioni personali. Usando il condimento furikake come un motivo, ho cercato di togliere enfasi al personale. Scrivere di cibo richiede competenza. A me piace occuparmi della ricerca, dato che non mi sono familiari le arti e le scienze della cucina. Il cibo diventa molto efficace in termini espositivi e descrittivi.
Per esempio:
Per cena aprì una scatola impolverata di tonno.
Per cena ordinò sushi.
Per concludere, ho molte idee quando scrivo. Come si dice, parto in direzioni diverse. Questo richiede una sorta di base: un centro. Un nucleo. Tutti mangiamo, e il cibo si capisce facilmente.
Interessante, non avevo mai pensato al cibo come a un intervallo fra scene in un romanzo, come modulo narrativo, ma forse come qualcosa di profondamente legato ai nostri bisogni, come diceva Benjamin Franklin “stai attento all’hobby che mangia”…
La tua versatilità è stata qualcosa che hai coltivato fin dall’infanzia o una conseguenza di una ricerca creativa in divenire?
È tutto dati e spirito.
Mio padre vendeva libri, così ho cominciato a leggere fin da piccolo. Mi è sempre piaciuto scrivere, ma ho cominciato a scrivere libri nel 2008. Ho iniziato a lavorare come fotografo a 15 anni, all’università ho cominciato a vedere la relazione tra fotografia, Arte e video. Dopo la laurea, ho lavorato a Manhattan in un centro per video e film. Poi, sono partito per il Giappone dove ho lavorato nel mondo dei video, insegnato inglese, fatto mostre di fotografia, video e installazioni. Mi sono interessato al mondo del butoh. Successivamente, a Hong Kong, ho lavorato per la Turner Broadcasting, e dovevo studiare i film di Hollywood, Gigi, Casablanca, Intrigo internazionale (North by Northwest), Lolita. Dovevo anche produrre video promozionali per cartoni animati come Tom e Jerry.
Più tardi, a Singapore, ho cominciato a occuparmi sempre di più di video-giochi in 3D. In tutte queste attività, specialmente in merito alle installazioni e all’arte concettuale, scrivere bene era necessario.
I cinesi hanno un’espressione simile all’inglese “Jack of all trades, master of none” (maestro di tutto, esperto di niente), nella loro versione si parla di qualcuno con un sacco di coltelli e nessuno appuntito. Nel mio caso, mi sono interessato a così tante attività per talmente tanto tempo, che si spera che le lame siano appuntite, o se non altro non smussate.
Credo che sia un buon modo per imparare capacità diverse, ma forse alla fine, prima o poi, una forma di arte prevarrà, o almeno spiccherà rispetto alle altre. Ecco perché prima avevo parlato di ricerca in divenire…in ogni processo creativo.
Prospettiva e mancanza di prospettiva è un altro elemento chiave del tuo lavoro, qual è la tua routine nella scrittura?
Cerco di guadagnare il più possibile in certi periodi, poi mi isolo, il più possibile, e scrivo e/o faccio ricerca. Naturalmente la realtà è imprevedibile e non sempre è possibile.
Idealmente, mi metto a scrivere appena sveglio, faccio colazione solo quando alla fine mi viene fame, poi scrivo fino al pomeriggio, fino forse alle 2 o alle 3, pranzo, una siesta, e poi ritorno a scrivere…arrivo a scrivere anche 18 ore al giorno, ma giorni di quella durata sono rarissimi. Devo pagare le bollette…Sono stato fortunato ad aver trascorso metà 2012 a Bali, dove la vita non è cara, e non c’erano distrazioni. Quando sono a Singapore, raramente ho la possibilità di scrivere per più di quattro o cinque ore al giorno. Ma non importa dove mi trovi, anche se ho un blocco di un’ora e mezza, mi sforzo di scrivere…
Che pezzo di musica hai scelto per noi e perché?
Ho scelto, “Playing in the office” (Suonando in ufficio – in inglese c’è anche il gioco di parole tra suonare e giocare, ndt).
Lavoro con Amith, l’uomo che suona la chitarra nera. Questo pezzo non era previsto, Amith ha incontrato il gruppo di Banyari circa venti minuti prima che venisse registrato. Vivo per i momenti imprevisti, belli come questo…
Grazie Steve, lo ascolteremo con grande piacere. Lascia che ti citi per il nostro saluto finale, onward! (avanti!)
Thanks, grazie, domo arigato, gozaimasu.
Se volete leggere qualcosa di più sul lavoro e l’arte di Steve Black, il link è sotto al video nella versione inglese.
La nostra prossima intervista possibile sarà il 10 luglio, STAY TUNED…
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