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Le interviste possibili: Un bel niente…

Non sono niente.

Non sarò mai niente.

Non posso voler essere niente.

A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo.

Álvaro de Campos 

Oggi lascio la parola a un’istituzione, a Marie-Louise von Franz (1915-1998), allieva di Jung, esperta di sogni, fiabe, simboli, alchimia, insegnante di lettere antiche, un pozzo di scienza, una vita dedicata allo studio. Il video è datato, risale al 1982, la traduttrice dal tedesco ha una voce soave da pampina precisa, emozionata per il compito da svolgere che mi rendo conto non è fra i più semplici, Marie-Louise indossa con disinvoltura degli occhiali mostruosi e diciamolo la bellezza è altrove, sicuramente oltre gli occhiali, potrebbe essere un cavaliere che attraversa indenne secoli di storia, a tratti il femminile e il maschile si confondono facilmente …Dura circa 40 minuti, una lunghezza eccessiva forse per i tempi frenetici di internet, andrebbe “visto” integralmente perché ha bisogno di essere assimilato con calma, sconsigliato a chi ha fretta, a chi vuole tutto e subito, un documento da maneggiare con cura, fondamentale per capire meglio alcuni meccanismi che regolano i nostri sogni. Un ringraziamento speciale a Raffaele Serra che ne ha segnalato la visione qualche tempo fa nei suoi link sempre interessanti. Alla prossima…STAY TUNED

Le interviste possibili: XII. Domenico Cosentino

Il dodicesimo appuntamento con le interviste possibili si apre con un giovane autore campano, Domenico Cosentino, viaggiatore esperto, appassionato di blues, all’attivo numerose pubblicazioni tra raccolte di poesie, racconti e romanzi, Come un calzino bucato, Addio Kind of Blue, When the Saints, Le città invivibili, Discorsi filosofici con il mio gatto domestico, andiamo a conoscerlo meglio.

Benvenuto nel mio salotto virtuale, qui vista la varietà della tua produzione, ci vuole qualcosa di forte, scegli tu…

Un nocino della nonna? Ricordo quello che faceva mia nonna, tutto alcol puro e qualche noce. Imbevibile.

Va bene facciamoci del male, vada per il nocino, che tra l’altro è il primo liquore che ho assaggiato di nascosto da piccola, il ricordo era pessimo, vediamo se la memoria inganna o no…Cin cin!

Partiamo subito con una domanda semplice, che rapporto hai con la morte?

Qua da buon napoletano mi tocco i coglioni. In realtà io non ho paura della mia morte, mi spaventa più quella delle persone a cui voglio bene. Quindi è un rapporto equilibrato, io non caco il cazzo a lei e lei mi lascia stare. Ho paura del dolore.

In realtà pensavo al blues, il canto della rinascita nella sconfitta, ma anche a un tema ricorrente nei tuoi versi liberi, assenze che sono quasi lutti…e poi c’è la petite mort che mi sembra decisamente un’opzione migliore.

Molti titoli delle tue poesie ricordano o potrebbero essere dei titoli di canzoni, di fatto leggendole, sono delle colonne sonore di parole. Viene subito in mente “The Ghost”, dove la musica in sottofondo contrasta con la frase “Benvenuti all’inferno” scritta su un muro con una vernice rosso sangue…quando il paesaggio diventa per te scenario sonoro?

Hai colto nel segno. Per me la città, lo scenario industriale diventa fondamentale. Mi piace camminare, soprattutto di sera, e la città, i palazzi, le strade, il grigio mi ispira. Senza questi paesaggi, senza la vita della provincia napoletana forse non avrei mai scritto (per alcuni sarebbe stato un bene).

Parigi val bene una messa?

Anche due. Ti parlo della mia Parigi però, quella che ho vissuto io, anni fa, prima della crisi, prima dei nuovi governi. La città mi manca, come può mancarti una bella donna (o nel tuo caso un bell’uomo) di cui sei follemente innamorato.

Godard sosteneva in tempi lontani che “la televisione crea l’oblio, il cinema ha sempre creato dei ricordi”, hai dei ricordi ricorrenti?

Certo vengono quando meno te l’aspetti. Come un rapinatore su un motorino. Per questo scrivo, credo che mettendo i miei ricordi in un libro poi rimangono chiusi lì dentro e non escono più. Come una storia di Dylan Dog mi pare si chiamasse “La prigione di carta” in cui l’autore metteva i suoi demoni imprigionati nei suoi libri, per poterli fermare. Dopo questa cosa che ho scritto ti capisco se mi elimini dai tuoi contatti.

Al limite ti banno, scherzo 😉

Che video hai scelto per noi e perché?

Ho scelto “Midnight Walker” – Bohren & der Club of Gore, per due motivi, mi piace camminare di notte e perché sarà il titolo del mio prossimo libro. Tiè.

E noi ce l’ascoltiamo di gusto (su youtube)

♤

Le interviste continuano…STAY TUNED

Le interviste possibili: XI. Giampaolo Azzoni

L’undicesimo appuntamento con le interviste possibili si apre con un giurista e filosofo italiano, Giampaolo Azzoni, professore ordinario in “Teoria generale del diritto” all’Università di Pavia. Si è laureato in giurisprudenza avendo come relatore Amedeo Giovanni Conte, l’inventore di un nuovo genere letterario, l’eidogramma – il pensiero rappresentato in concetti astratti. Si è poi specializzato in filosofia analitica, nel corso della sua versatile carriera di studi e lavorativa, si è occupato di filosofia del diritto, di etica e deontologia della comunicazione, di studi culturali, laboratori di ghostwriting, relazione tra pensiero metafisico classico e contemporaneo, stato e mercato, comunicazione di impresa, consenso informato, trapianti, sperimentazioni cliniche, dignità umana, e molto altro. Impossibile non intervistarlo.

Onorata di averti nel mio salotto virtuale, qui ci vuole un brindisi…cosa ti offro? A te la scelta…

Un amico una volta mi disse che alcuni popoli amavano bere semplice acqua bollita. Io stupito chiesi se aggiungevano un po’ di the o qualcos’altro. Ma mi disse che era sola acqua bollita. Ora non mi ricordo più bene né chi fosse l’amico, né quali fossero i popoli, ma quell’immagine di un bollitore da cui prendere e offrire della semplice acqua mi colpì. Ora non ho mai bevuto solo acqua bollita. Ecco il momento di farlo.

Nemmeno io, salutare sicuramente.

Curiosamente la prima testimonianza di un testo in italiano volgare è un atto legale, riguardava una lite sui confini di proprietà tra il monastero di Montecassino e un piccolo feudatario locale, Rodelgrimo d’Aquino. Non una lirica ma una dichiarazione scritta con tanto di testimoni: “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.” Il linguaggio del diritto ha anticipato l’evoluzione della lingua letteraria italiana, diventare lingua di relazione per aprirsi allo scambio di idee, ora si capisce sempre meno l’uso odierno del burocratese, idioma incomprensibile ai più, che esclude e non include, siamo tornati indietro?

Non solo la nascita dell’italiano, ma gli stessi inizi della scrittura, un po’ in tutte le culture antiche, sono strettamente connesse alla redazione di atti giuridici. Resta profondamente vera l’intuizione dei romantici tedeschi secondo cui la lingua ed il diritto sono due espressioni, strutturalmente simili, dello spirito di un popolo. Se poi guardiamo al luogo dove la nostra cultura si è definita, cioè la Grecia antica, possiamo vedere che le figure del legislatore e del poeta sono spesso associate nella medesima persona: le leggi non venivano pubblicate sulla “Gazzetta Ufficiale”, ma cantate dagli aedi. La perversione burocratica contemporanea è l’esito di una tragica frattura che si è prodotta in Europa a partire dalla rivoluzione francese (e, in particolare, a partire dal frutto più importante di quella rivoluzione: il codice civile voluto da Napoleone); allora il diritto si è progressivamente separato dalla cultura dei popoli e dalla scienza dei giuristi, per iniziare ad essere concepito come il prodotto del potere politico dello Stato. Non è detto, però, che tale degenerazione sia senza ritorno: il diritto è un fenomeno troppo rilevante per l’umano perché all’uomo non debba ritornare. Basterebbe riscoprire l’immenso tesoro della storia giuridica che dal diritto romano percorre tutto il medioevo.

I social network ci hanno trasformato secondo gradi di consapevolezza diversi in voyeur, la netiquette è destinata a essere disattesa forse perché si esprime in un linguaggio che rispetta solo formalmente il mondo tecnologico virtuale ma non lo comprende, dobbiamo darci nuove regole?

L’evoluzione tecnologica pone contesti e situazioni nuove per l’etica. Cioè appare sempre più problematico ciò che deve essere fatto da un singolo uomo o da una comunità per rispettare la propria natura. E, senz’altro, le relazioni che si sviluppano nella Rete costituiscono un fenomeno oggettivamente nuovo, per non parlare dei dilemmi posti dal progresso biomedico. Ma credo che molte delle difficoltà etiche su come sia bene comportarsi in certe situazioni non dipendano essenzialmente dalla loro novità quanto dalla nostra ignoranza sul bello, sul giusto e sul conveniente. Mi chiedo quanti studenti (e professori!) universitari abbiano la capacità di cogliere le differenze tra i concetti che erano presenti in una qualsiasi lezione a Parigi o Bologna nel XIII secolo; oppure quanti frequentatori di un social network conoscano il minimo delle buone maniere che un tempo era comune a buona parte della società. Abbiamo acquisito straordinarie abilità tecniche, ma abbiamo perduto l’educazione necessaria per esse. Credo che le tecnologie contemporanee richiedano un grande addestramento a cose come la metrica, il disegno e la traduzione dal greco. Una rivoluzione di cui ci sarebbe bisogno è quella di un nuovo alessandrinismo.

In un saggio molto interessante di Eugen Fink, L’oasi del gioco, il gioco viene interpretato come una rappresentazione allegorica del mondo, nell’accordo con la sua essenza ludica l’uomo si mette in relazione con il tutto. Che rapporto hai con il gioco?

Eugen Fink è stata persona di grande sensibilità teoretica. E un po’ tutto il XX secolo ha insistito giustamente sull’importanza del gioco per l’umano. Il gioco infatti rappresenta nel modo più semplice ed immediato ciò che rende l’uomo tale: la sua non riduzione al mero calcolo, alla utilità, alla soddisfazione di bisogni primari. Qui l’uomo è lontanissimo dall’animale. Johan Huizinga, autore del celebre Homo ludens ha considerato il gioco (fino dal sottotitolo del suo libro) essenzialmente come un “fenomeno culturale” e non come una “funzione biologica”. Per Huizinga, il gioco, anche nelle sue forme più semplici, “è una funzione che contiene un senso”.

Ma è Georges Bataille che ha introdotto un concetto fondamentale: quello di dépense. Il gioco rappresenta nel modo più semplice ed immediato ciò che rende l’uomo tale perché in esso emerge nel modo più semplice ed immediato il concetto di dépense, un dispendio che non obbedisce a nessun calcolo. La parte più significativa della cultura umana altro non è che dépense: oltre al gioco, il dono, il lusso, le costruzioni di monumenti, gli spettacoli,…, e la stessa letteratura o filosofia.

Dunque, in questo senso, ho avuto la fortuna di dedicare una parte grande della mia vita al gioco.

L’inglese giustamente distingue tra i due termini, play, la dépense di cui parli tu, e game, il gioco con le regole, e per definizione non esiste vero gioco se non esiste almeno una regola, l’italiano, invece mescola creativamente le carte in tavola.

Mi ha molto colpito una tua lezione sulla felicità che partiva da una citazione di Aristotele, “la felicità non è un numero dispari”, ossia non ci può essere felicità se tutte le parti non sono felici…cos’è per te la felicità?

Grazie per l’attenzione con cui hai visto le mie cose. Quello che mi affascina di Aristotele è l’idea di una felicità etica cioè che si dà solo in un contesto ampio di relazioni con altri uomini. Credo che questo sia il concetto di felicità più rilevante per chi si occupi di società: vivere pienamente con chi ci è stabilmente vicino in famiglia, sul lavoro, nella nostra città. Occuparsi di politica non dovrebbe poter significare altro che lavorare per costruire le condizioni di questa felicità.

Accanto a questa felicità etica, vi è poi un altro tipo di felicità, tipicamente individuale, e che potremmo chiamare “mentale” (sul modello di un bel libro di Maria Corti) o più estesamente “mistica”. Questo secondo tipo di felicità, a differenza del primo, non si da in continuità, ma secondo istanti, in cui ci pare di vivere tutta la vita, senza residuo alcuno. L’arte è spesso il canale perché questa felicità ci investa.

Quale video hai scelto per noi e perché?

Scelgo uno splendido video di Adrian Paci visto questo autunno al PAC di Milano (e di cui un breve, ma indicativo, estratto è su YouTube). È la storia della realizzazione di una colonna di marmo: dalla cava al suo trasporto nel museo, dove la colonna appare accanto allo schermo in cui si proietta il video.

Credo sia difficile rappresentare meglio il concetto di lavoro dell’uomo: la sua fatica e la sua apparente futilità (la dépense!). Ma l’uomo è tale solo perché il suo lavoro produce cose come inutili e belle colonne.

Un’opera in divenire, grazie, è stato un vero piacere. 

 

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Le interviste continuano…STAY TUNED

Le interviste possibili: X. Luca Cerretti

Il decimo appuntamento con le interviste possibili si apre con un giovane poeta pubblicato da Marco Saya Edizioni, Luca Cerretti, laureato al Dams con una tesi sulla paranoia nel cinema americano contemporaneo, vegano, esperto di fumetti, di fantascienza, a tratti, anima pop, in una parola eclettico.

Benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Un tè mu, miscela potentissima di origine giapponese, un orzo italico, a te la scelta…

Grazie a te per l’invito, non bado troppo all’arredamento casalingo, ma il tuo salotto mi sembra molto confortevole, farò finta di stare sul lettino del mio analista immaginario, sperando di riuscire a formulare qualche pensiero autoctono e di senso compiuto, almeno questi sono i miei buoni propositi della giornata.

Prima di iniziare ti informo che accetto la miscela giapponese…e non per mero esotismo ma perché cerco sempre di uscire dalla mia zona di (s)conforto (con risultati deludenti qualcuno potrebbe aggiungere…). Magari mi rimette in sesto il mio evidente crollo karmico e magari pure i sette Chakra…kundalini compreso.

Vedremo…Intanto per rompere il ghiaccio, hai una Musa preferita tra quelle della mitologia classica?

Non ho una musa preferita, sarebbe facile dirti Calliope (ho complessi edipici ma sopratutto epici irrisolti…) mi sembra una risposta talmente banale che te la risparmio.
In realtà mi piace particolarmente il concetto di musa, di qualcuno che ti porti l’ispirazione a domicilio senza neanche pagare le spese di spedizione (e pensa che il sottotitolo del mio libro in origine era “Tutte le muse vengono al pettine”).
In generale per me l’ispirazione è legata alla sofferenza acrobatica.
Devo sapere che c’è un rischio, devo fare l’equilibrista senza la rete, entrare come Houdini pagoda della tortura cinese.
Quando sto bene non riesco a scrivere, non ci penso nemmeno, questa è la differenza tra un dilettante come me e chi scrive per professione.
D’altronde la poesia non è mai diventata un prodotto d’intrattenimento e nessuno la legge, quindi si scrive solo per necessità, per tornare a quell’atto mancato, per mettere una toppa su quello squarcio del tessuto spazio-temporale che si sta portando via tutto il resto.
Ma sto decisamente deragliando.

Volendo si può andare anche fuori tema…

Tornando alle muse: ho un cattivo rapporto con queste pigre divinità. Prima le invoco disperatamente (con tanti di annunci condivisi su tutti i principali social network e persino sui giornali parrocchiali…) e poi quando escono dal mio radar comincio a sbraitare in codice binario e poi non mi resta altro che scrivere, scrivere, scrivere e scrivere. E mai in questo preciso ordine…

Tutte le ventinove poesie raccolte in Alcuni Tentativi di Ipnosi sono sottilmente legate al tema conduttore di un amore finito, della disillusione, del sogno spezzato – non ho potuto fare a meno di ripensare alle Cento poesie di amore a Ladyhawke di Michele Mari – declinate secondo la logica di una sofferenza imbrigliata da una leggerezza terapeutica, il 29 è un numero casuale o ha una ragione di essere?

Non sono un fanatico della numerologia (anche se ho un certo interesse verso l’occultismo, la magia, le discipline parascientifiche, il mentalismo ecc.) e non ho neanche contato quante poesie (mi scuso per l’utilizzo improprio di questo termine riferito a quelle cose in versi pubblicate con tanta sfacciataggine) sono finite su carta.
Grazie Carla di averle contate per me…:)

Cercavo degli indizi…

Ti stavo depistando per prendere tempo…a pensarci bene per una “curiosa” casualità (lo giuro sulla mia anemica collezione di Urania), il 29 è il numero degli anni che avrebbe compiuto la musa (a cui è dedicata la seconda parte del libro dal titolo escatologico La fine delle grandi narrazioni) se fosse ancora in vita. Non è morta, solo che mi sono accorto tardi che non era mai stata viva. Come me d’altronde.
Così, senza volerlo, abbiamo trovato anche la famosa (ed esoterica) quadratura del cerchio.

Già…Come diceva Flaubert, “non si sa cosa sia, ma bisogna alzare le spalle quando ne parlano”…Come è il risveglio dopo l’ipnosi?

Secondo te ho la faccia di uno che si è risvegliato?
Diciamo che mi sono auto ipnotizzato e sto ancora vagando come un sonnambulo malnutrito che non riesce a spostarsi prima di sbattere contro la prossima barriera architettonica.
Amo l’impatto e le sue conseguenze.
Se non ci fossero degli ostacoli credo proprio che la razza umana si sarebbe già estinta (sai che perdita…).
Cerchiamo tutti l’agone, anche se magari non razionalmente.
Nel mio caso, e questa mia confessione va inserita subito nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, sono un grande estimatore della sconfitta in tutte le sue gradazioni.
Senza fallimento e senza la caduta (spero non di stile) non sentirei nemmeno il bisogno di compensare le voragini aperte sul mio costato dal Longino di turno con la sua lucida lancia.
La scrittura dovrebbe comunicare qualcosa, qualsiasi cosa. Io comunico il mio fallimento.
Il titolo del libro comunque, lo posso spiegare finalmente al mondo intero qui riunito, è la metafora che ho scelto per descrivere l’amore, anzi la sua fase iniziale (stavo per scrivere terminale) cioè il mitologico concetto di “innamoramento”. Per quanto mi riguarda è solamente un tentativo di ipnosi, se funziona ti innamori di me (almeno questo è quello che credi…piccola ingenua) e se non funziona si scrivono quintali di paroline asmatiche sperando poi di non dover ripetere in maniera coatta la stessa identica via crucis di prima.
Mi scuso per questo retrogusto di malcelato delirio mistico ma è dovuto ad una prolungata quarantena monastica…

I tuoi “tentativi” sono di fatto delle micro narrazioni che invitano a continue riletture, per scoprire rimandi, citazioni interne ed esterne al testo. Una scrittura formalmente semplice, costruita a strati di dissimulazione di grado diverso, con picchi che raggiungono la saggezza di un aforisma, accompagnati dalla volontà di non prendersi mai troppo sul serio…“Le tue parole sono pietre…Ti sbagli sono pietre che sembrano parole…”, che importanza ha per te l’autocontrollo nella rielaborazione delle emozioni?

Io sono diventato un devoto assoluto del self-control emotivo, sono in quarantena sentimentale, sono un numero 5 (secondo la tipologia caratteriale degli enneagramma di matrice gestalt) cioè una persona che vive reclusa nella sua monade bonsai, un regno di puro intelletto e del tutto a prova di emozioni esterne.
Sono un soggetto schizoide, per usare un termine più preciso…e poi mi chiedo perché ci sia una continua migrazione di muse dalle mie parti.
Come tutte le persone generate (e non create) senza pelle e con i nervi scoperti troppo presto mi sono dovuto velocemente adattare (e qui torna ancora il vecchio saggio Darwin) all’ecosistema della provincia (cronica come cantavano i Baustelle) in cui sono stato allevato, come una coltura batterica, per non finire sempre con la faccia piena di lividi e sputi.
Avevo bisogno di escapismo, la lettura era il modo più economico di farlo (poi ci sarebbe stato l’incontro fatale con la canzone d’autore, la poesia, il cinema e tutti gli altri rimedi contro l’alienazione…).
Sono intossicato dalla fiction, è un’infezione interiore, e con il tempo sono diventato l’esteta gelido di gozzaniana memoria perché si finisce con il perdere contatto con il proprio tunnel di realtà ma nella mia educazione sentimentale è stato un passaggio fondamentale per non finire nella lunga lista degli aspiranti suicidi (e avendo una certa venerazione per Tenco…).
È una posizione di difesa, e nell’ambito della scrittura aiuta a distaccarsi dall’oggetto amoroso e renderlo immune al pericolo del patetismo sentimentale autoevidente e del narcisismo ubiquo.
I sentimenti non vanno soffocati sul nascere, ma neanche esibirli pubblicamente e renderli una fonte di intrattenimento parossistica per il pubblico gastronomico.
È questa la lezione principale che ho appreso leggendo il Montale di Xenia.
Purtroppo non ho appreso dove trovasse tutto quel suo maledetto talento…

In “Una conclusione vera e propria” nomini un misterioso Manuale M. È la promessa di un sequel?

Mi dispiace deludere i miei lettori (al momento sono 6, contando anche la mia vicina di casa affetta dal morbo di Alzheimer che ha scambiato Alcuni tentativi ecc. ecc. per un libro di ricette ecosostenibili…) ma non ci sarà un sequel, non amo ripetermi, come disse la mia ex dopo avermi baciato.
Certo potrei anche cambiare idea, voglio dire se il mio account di posta dovesse riempirsi di mail che mi implorano di scrivere Alcuni tentativi ecc. ecc. parte II…perché dovrei deluderli?
Torno in modalità seriosa.
La “poesia” che chiude il libro si chiama appunto Una conclusione vera e propria, e questo titolo (una volta tanto dirai…) mi sembra definitivo e persino chiaro(veggente…con il senno di poi…).
Venero la fine di un rapporto di tipo telepatico, astrale, tra due soggetti senza più carne, fatto solo di logos balbettanti e di desideri in rimozione forzata.
È arrivato il momento di lasciare che i morti seppelliscano i loro morti.
Posso dirti però che sto lavorando ad un nuovo progetto che potrebbe vedere la luce nel 2015 (sono un candido ottimista a volte).
Sarà un lavoro punk, nel senso più lato del termine, la mia promessa è quella di tenere a bada la mia tendenza alla regressione malincoironica (non passo la giornata ad ascoltare Pink Moon di Nick Drake o a giocare con la corda alla Ian Curtis…).
Certo ci saranno alcuni occulti collegamenti per tutti i fanatici dell’intertestualità (e delle Agghiaccianti simmetrie), posso anticiparvi che ci sarà il vero e proprio epitaffio finale di Alcuni tentativi ecc. ecc.
Ma basta con gli spoiler.
Ah, mi avevi chiesto del famigerato il Manuale M. che è già divenuto oggetto di speculazioni e dibattiti online sulla vera natura di questo libro misterioso.
Purtroppo proprio non la posso spiegare pubblicamente (ci manca pure una querela…almeno avrei dei nuovi lettori…tra cui l’avvocato e il giudice…). Diciamo che volendo è un gioco di parole, un po’ troppo cifrato, anche per i miei gusti.
La mia ambizione sarebbe quella di trasformarlo in uno pseudobiblion tra i più ricercati tra i bibliofili come il Necronomicon di sua mostruosità HP Lovecraft o il Libro di Sabbia di sua santità JL Borges.

Ah però…Quale video hai scelto per noi e perché?

Ho scelto senza troppi ripensamenti Woody Allen. Io sono un cinefago (devo mangiare ogni giorno almeno una pellicola di nitrato d’argento) e la sua opera è stata la pietra angolare di questo mio disturbo compulsivo che non sembra migliorare per niente neanche con l’arrivo della quarta età.
Io in realtà non lo chiamo neanche Woody, ma il maestro.
Mi si è legato ai filamenti del dna circa venti anni fa e da allora passiamo molto tempo assieme (più di quaranti film da imparare a memoria…).
Senza di lui la mia vita sarebbe stata triste, infelice, desolata, priva di gravità, in caduta libera.
Ammetto che poi con tutta quella massiccia esposizione sono diventato decisamente un personaggio alleniano, o almeno questa è la massima aspirazione esistenziale che nutro.
La scena del film è tratta da Basta che funzioni uscito nel 2009, forse uno dei suoi ultimi capolavori.
Boris, il protagonista del film, spiega alla sua giovane adulatrice qualcosa sull’amore e lo fa in un modo che…credo sia meglio guardarlo insieme.
Ok, anche la presenza dell’angelica Evan Rachel Wood non guasta (ah Evan…non è che potresti diventare la mia prossima musa?)

Penso che non ci sia modo migliore di congedarsi. Grazie Carla per la decorosa sopportazione.

Grazie a te Luca, in attesa di vederti nel prossimo film di Woody Allen, ci accontenteremo di Boris, certo un’adulatrice come Evan chi non la vorrebbe?

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Le interviste possibili: IX. Cristina Bove

Oggi sono felice di avere come ospite Cristina Bove, un’artista baciata dalle Muse, si occupa da sempre di poesia, pittura, scultura, orecchio musicale raffinato, è presente in diverse antologie poetiche, ha pubblicato quattro raccolte di poesie, Mi hanno detto di Ofelia (Edizioni Smasher, 2012), Attraversamenti verticali (Il Foglio Letterario, 2009), Il Respiro della Luna (Il Foglio Letterario, 2008), Fiori e Fulmini (Il Foglio Letterario, 2007), solo a leggere i titoli si aprono mondi…

Benvenuta nel mio salotto virtuale, dovrei offrirti dell’ambrosia, in alternativa un caffè all’aroma italiano (il mio preferito è Kimbo), un tè, un aperitivo, a te la scelta…

Rispondo con piacere alle domande di Carla Bonollo, sensibile intervistatrice e gentile ospite, nel suo salotto virtuale dove si respira arte e poesia.

Prendo volentieri un caffè, grazie.

La prima domanda che ti faccio è proprio legata al tuo ultimo lavoro poetico, Mi hanno detto di Ofelia, il titolo inevitabilmente riporta in assenza la follia di Amleto, e io ogni volta che penso al suicidio di Ofelia, ho sempre in mente il quadro di Millais, che secondo me rappresenta in modo sublime la tragicità dell’abbandono in una natura accogliente, qual è stato l’elemento scatenante che ti ha spinto a raccontare quella deriva?

Sono stata ispirata proprio dalla mite tragicità di quel gesto, che conosco, avendolo effettuato a mia volta tuffandomi nell’aria, anziché nell’acqua. Miracolosamente viva, ho poi guardato le vicende del mondo con occhi diversi. La nascita dei miei quattro figli, le tappe della loro crescita, la loro assidua vicinanza, sono per me veri tesori. Ed è anche grazie a loro che la mia sensibilità si è acuita, forse anche troppo, diventando qualcosa di più intenso e coinvolgente di una normale empatia. E credo che sia da questi accadimenti che scaturisce il mio mondo artistico, soprattutto la poesia.

Ofelia, mi chiedevi: bene, per me la vera figura eroica della tragedia shakespeariana è lei, non Amleto. Lei che si allontana dalla follia vendicativa dell’amato, che rinuncia alla vita, e nel farlo offre ancora bellezza e amore. E l’immortalità ad entrambi. È la Donna che vive in ogni donna che ama non riamata.

Nella tua scrittura, compare spesso il trattino, che dà un ordine nuovo alle parole, un cambio di tono, una caduta, un abisso, come se quel segno rimandasse a tutto ciò che non viene detto. C’entra la tua esperienza come scultrice?

Il trattino basso l’ho adottato al posto delle parentesi e delle pause (dopo aver sperimentato un tratto lungo tra i versi per dare ulteriore incisività alle distanze e ai tempi) e mi piace allungarlo o accorciarlo secondo l’ispirazione del momento. Trovo interessante la tua domanda a proposito della scultura: sinceramente non ci avevo mai pensato, questo mi dice che tu ne hai colto la “spazialità” estetica oltre a quella poetica. Un’acutezza di sguardo che mi gratifica, molto.

“Versi in transfert” descrive in modo esemplare il tuo blog di poesie in movimento, come affronti i cambiamenti?

Penso che tutta la nostra vita sia in transfert. Adottai questo titolo mutuandolo dalla psicanalisi, non solo trasferimento di dati e di pensiero, però, ma anche di spostamento continuo da luogo a luogo, da mente a mente (ho traslochi di ogni genere, alle mie spalle). Ed è in me sempre presente la consapevolezza del Mutamento, frutto di lunghe ricerche filosofiche e grazie alla disciplina Zen.

È in uscita il tuo nuovo romanzo, di che si tratta?

Si tratta di un romanzo autobiografico. So che qualcuno storcerebbe il naso: chi racconta la propria vita, i suoi giri intorno alla banalità quotidiana, se non è Proust, è meglio che butti via la penna. Ma se qualcuno scrive della sua vita avventurosa, dei suoi viaggi attraverso case e cose, terre e storie, musica e poesia, e narra ciò che a tanti altri sfuggiva; se nel racconto oltre al corpo ci mette pure il senso del mistero che l’accompagna quasi ad ogni respiro, ebbene, credo che questa autobiografia potrebbe essere letta.

La leggerò. Personalmente sono totalmente a favore della autobiografia, in fondo ognuno riscrive la propria storia, se però cambia il nome all’autobiografia e si inventa un romanzo storico, allora i critici si incuriosiscono. Mi sembra una complicazione in più, tanto vale misurarsi con quello che si vuole scrivere.

Quale video hai scelto per noi e perché?

Sono stata molto in forse sulla scelta del brano, appassionata di musica classica mi piace soprattutto Bach, che trovo geniale, ma anche tanti, tanti altri. Ho dato la preferenza a questo valzer di Sibelius, perché mi riporta alla mia adolescenza (era il preferito di mia madre) e perché mi incanta la direzione di Vladimir Ashkenazy, il primo violino Lorenza Borrani, e l’esecuzione sentita e assorta di tutti gli orchestrali:

Che meraviglia! E allora ce lo ascoltiamo molto volentieri, grazie Cristina.

Grazie a te.

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Il blog di Cristina Bove è:  http://ancorapoesia.wordpress.com

 

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