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Iso-lamento #5

In questi giorni di isolamento forzato – siamo al quinto giorno qui in Veneto – abbiamo modo di tenerci compagnia grazie al web, ci sono tantissime iniziative culturali, musei che continuano a fare formazione a porte chiuse, scrittori che commentano le loro letture preferite. C’è tanto da fare e da imparare in questo periodo così drammatico e difficile per tutti noi.

Oggi mi ha particolarmente colpito questo video fatto dal Museo del Prado su un quadro del Tintoretto, La Lavanda dei piedi, inizialmente dipinta per la Chiesa di San Marcuola a Venezia. Questa volta però a commentarlo è il Direttore stesso del Museo, Miguel Falomir, che ricorda come questo fosse stato oggetto dei suoi primi studi all’esordio del suo incarico nel 1997.

Eccolo qui, fondamentale la visione in diagonale, ogni dettaglio vi sorprenderà. Buona visione!

Il cane da caccia ritratto è uguale a quello che compare in un quadro di Jacopo Bassano nel 1548.

Bassano-Chiens-Louvre.jpg

 

Maniacs

I call you back, you call me back

I call you back, you call me back

Niente è più reale del niente

Samuel Beckett

A volte rimpiango i tempi del telefono grigio, quello della SIP, ci si vedeva ugualmente e si raccontavano meno bugie, almeno a me sembra, o forse perché ero una ragazzina, poco consapevole di me stessa, figurarsi delle intenzioni degli altri. Comunque se non rispondevi, non c’erano drammi, ti richiamavano, adesso ti bombardano di messaggi fino allo sfinimento. Grazie a Faccialibro e al magico mondo di internet sono in contatto giornaliero con potenziali nuovi “amici” virtuali.

Tutte le volte che ho la malaugurata idea di intervenire in qualche discussione su qualsiasi argomento, me ne pento amaramente. Arrivano sempre in gruppi di tre, frecciatine micidiali con aggiunta di emoticon ammiccante in coda di frase che dovrebbe smorzare i toni del discorso, e ottiene l’effetto contrario.

E guai a prendersela, è un gioco no ;-)?

Invece la prima regola di qualsiasi gioco, è che per essere considerato tale, deve avere almeno una regola, uno straccio di regola rispettata da tutti i giocatori. Anche quando si gioca si fa sul serio, che poi è l’aspetto più affascinante di qualsiasi interazione ludica, si fa finta che…con convinzione.

Se poi si passa dal ping-pong del flusso continuo di messaggi al dialogo “live”, il vero punto di svolta, è la sorpresa della voce, chi immaginavi avere una voce profonda, si esprime con un tono mellifluo da puffetto, non sempre, ma capita anche questo.

Gli esperti di tecnologia, quelli che per tentare di avvicinarsi, fingono un reale interesse per il tuo lavoro, sono invece i più tenaci, poche idee, ma applicabili a chiunque, seguite da dati alla mano, statistiche, numeri e percentuali, poi arrivano finalmente al punto: “come promuovi il tuo blog?”

E qui toccano un tasto delicato, perché io ormai tratto il mio blog come un figlio, e rispondo con apprensione materna.

“Con il solito metodo, la condivisione su twitter, fb, linkedin, etc.”

“E quante volte scusa?”

“Una volta a settimana, ogni volta che metto un post nuovo.”

“Ahahahah – o meglio l’equivalente dell’emoticon geometrico (^_^) – ma non funziona così, bisogna ripetere la programmazione varie volte. Usi Vine?”

“Non lo faccio mai con lo stesso post, mi sembra eccessivo. No, so a malapena mettere un video su youtube.”

“Macché eccessivo, bisogna insistere, insistere, insistere. E poi scusa dovresti raggiungere il target di 5000 amici, avere molti più seguaci – parola che mi fa orrore perché mi ricorda le sette – allora funziona, sennò chi ti legge? E la tua community?”

“Non ce l’ho…ho dei lettori, dei commentatori misurati, ricercatori curiosi, qualche voyeur, una manciata di controllori e i miei preferiti, quelli che ti trovano casualmente per un dirottamento del motore di ricerca, cercano la storia di un unicorno e finiscono per leggere le ricette dei pirati.”

“Devi lavorare di più sulla tua reach-ability.”

E allora sai c’è? Continuo a seguire il buon metodo random che funziona sempre, teleguidata dall’istinto, come dice la saggia Memnet, aka Tina Lattanzi, “ne ho abbastanza delle vostre ciarle”, battuta che vale il kolossal biblico di Cecil B. De Mille, doppiato in un italiano talmente antico da fare tenerezza.

Specchi

È stata una settimana impegnativa, per umana pietas vi risparmio le mie riflessioni sull’insostenibile leggerezza di internet.

Mi ha invece molto colpito la mini video-intervista fatta dal Guardian a Tomas Transtroemer, premio Nobel per la letteratura. Debilitato da una grave malattia, aveva la moglie al suo fianco che rispondeva per lui. Le parole non riuscivano a esprimere la commozione degli occhi. Un riconoscimento tardivo ma che fortunatamente è arrivato a destinazione.

Tempo quindi di celebrare la poesia con la poesia. Mi è subito venuta in mente Love after love, un atto d’amore verso noi stessi del grande Derek Walcott, vincitore del premio Nobel nel 1992. Un omaggio all’epifania del ritrovarsi.

Love after love

The time will come

when, with elation

you will greet yourself arriving

at your own door, in your own mirror

and each will smile at the other’s welcome,

and say, sit here. Eat.

You will love again the stranger who was your self.

Give wine. Give bread. Give back your heart

to itself, to the stranger who has loved you

all your life, whom you ignored

for another, who knows you by heart.

Take down the love letters from the bookshelf,

the photographs, the desperate notes,

peel your own image from the mirror.

Sit. Feast on your life.

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Amore dopo amore

Verrà il tempo

quando con orgoglio

saluterai te stesso arrivato

alla tua porta, nel tuo specchio

e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

e direte, siediti qui. Mangia.

Amerai ancora lo straniero che era il tuo io.

Offri il vino. Offri il pane. Offri di nuovo il tuo cuore

a se stesso, allo straniero che ti ha amato

tutta la vita, che hai ignorato

per un altro, che ti conosce a memoria.

Dallo scaffale togli le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,

stacca la tua immagine dallo specchio.

Siedi. Nutriti della tua vita.

Emaildramma in un atto unico

Internet è diventato uno strumento che a volte può riservare delle sorprese. A chi non è capitato di essere contattato da qualche amico perso di vista? A volte la comunicazione funziona da subito, a volte no. Qualche e-mail fa, una sera di inverno, ricevo la fatidica e-mail dal passato.

Cominciamo a scriverci: fiumi di parole per tentare di recuperare vent’anni di silenzio. Non parla volentieri della sua vita privata, la moglie è un po’ come la moglie di Colombo, una figura nell’ombra, che non compare mai ma si capisce che ha un ruolo fondamentale nella stesura delle sue elucubrazioni mentali.

Mi riporta sempre alla nostra adolescenza, mentre sul presente si chiude a riccio. Il suo matrimonio è un argomento tabù, se solo oso chiedergli qualcosa, non solo si arrabbia, ma mi punisce con un silenzio e-mail che varia in media dai sette ai dodici giorni, dopo di che quando gli è passata, si rifà vivo lui rispondendo in modo vago a dei quesiti sollevati tre e-mail prima. La mente nel frattempo comincia ad archiviare frammenti di discorso, riordinando tutti i giri di frase che non convincono in ordine cronologico.

I malintesi continuano a moltiplicarsi, si litiga spesso, sempre ed esclusivamente via e-mail. Ormai è chiaro che sono di fronte a un caso difficile, probabilmente un pronipote del Marchese de Sade.

Dopo una decina di frecce velenose, spedite puntualmente via e-mail, arriviamo finalmente al tanto agognato chiarimento a voce, facciamo finta di far pace, sapendo benissimo che si tratta solo di una tregua temporanea. Di fatto mi secca sottostare ai suoi tempi. Basta una frase infelice, una risposta stizzita per fare scatenare di nuovo reazioni a catena di risentimento. Le parole a poco a poco diventano pietre.

Dopo qualche mese di assedio virtuale, siamo esausti, segretamente si sta preparando il terreno per una fuga via e-mail. La soluzione arriva improvvisa, basta non rispondere, non cadere nella trappola della polemica e finalmente, meritatamente il passato torna a essere una terra straniera.

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