Search

venicebyvenice

Making your journey easier

Tag

illusioni

The Tenant of Wildfell Hall: V parte

Incredibile ma vero, Helen a Londra con il marito si annoia. Viene esibita come un trofeo, Mr Huntington comincia a essere geloso degli sguardi di ammirazione che la moglie riceve, così decide che è meglio che torni all’ovile in campagna, Grassdale, un posto mortalmente tranquillo. Lui ovviamente non la segue, promette di raggiungerla dopo qualche settimana, nel frattempo passano mesi. La moglie ha l’obbligo di informarlo giornalmente di tutti i suoi movimenti, condizionati dalla routine di una vita fin troppo domestica, rallegrata da qualche passeggiata in cui il tempo è stato sufficientemente clemente da consentire un’uscita all’aria aperta. Cresce l’insoddisfazione, finché arriva come sempre la finta sorpresa di un amico del marito che confessa di capirla fin troppo bene, Mr Hargrave, l’amico che non è amico di nessuno, un classico. Arthur Huntington continua a bere troppo, a fare quello che vuole, a sparire e ricomparire secondo l’umore. La magra consolazione che l’amica Milicent abbia un marito ancora più ubriacone non la consola, anzi. Milicent sembra troppo remissiva, mentre Helen viene criticata per essere poco comprensiva, di fatto nessuno è contento di come stanno le cose. E infatti dopo aver vissuto a Londra per quattro mesi da solo, Arthur decide che è arrivato il momento di esplorare la Scozia. È in buona compagnia, Mr Hattersley e Lord Lowborough bevono fiumi di alcol per non farlo sentire solo. Lady Lowborough è un po’ troppo coquette per Helen, pronta a seguire tutto quello che Mr Huntington fa e dice.

Una miscela esplosiva, calibrata da dosi letali di finta cortesia giusto per non insospettire i vicini. Helen è convinta che a forza di rimproveri sia in grado di spezzare il brutto carattere di Arthur, che è sordo ai consigli degli altri, e risponde alle prediche aumentando la quantità di alcol da bere. Una situazione che lascia poche speranze di recupero, finché arriva ancora una volta Mr Hargrave, ha bisogno di parlare con lei. È urgente, Helen suppone che sia un altro sermone sulle abitudini dissolute del marito, ma Mr Hargrave passa direttamente alle minacce, “se non mi vuole ascoltare, non si lamenti poi che non l’avevo avvertita in tempo.” Viene momentaneamente ignorato. Mr Huntington promette un lieve progresso, non fa scenate da quindici giorni.

§

Scarpette rosse

La gioia non condivisa muore velocemente

Anne Sexton

Ho sempre pensato che le fiabe di Hans Christian Andersen fossero di una tristezza senza speranza, quasi sempre storie di donne bambine che vivono sospese tra due mondi, e che sono destinate a metamorfosi sofferenti, troppo precoci per capire a cosa vanno incontro veramente. Mi ero dimenticata la fine tragica di Scarpette Rosse, o forse l’avevo rimossa, un po’ come quei film che vedi da piccola e che non capisci, e solo quando li riguardi da grande, ti rendi conto che avevi addirittura cambiato il finale.

Anne Sexton (1928-1972), poetessa e scrittrice americana, spesso ricordata e affiancata al tragico destino di Sylvia Plath, ha invece dato un’altra interpretazione della fiaba che apre a una visione più consapevole della creatività femminile, troppo spesso soffocata, o ancora peggio ridicolizzata. Ecco che allora indossare le scarpette rosse, non è un capriccio da bambina vanitosa, punita in modo eccessivo per una disobbedienza, ma il desiderio e il bisogno di esprimere passioni e abilità fuori dalla norma, incandescenti come il fuoco.

 

Le Scarpe Rosse

 

Me ne sto nel cerchio

Della città morta

E allaccio le scarpe rosse,

Tutto quello che era calmo

È mio, l’orologio con la formica che cammina,

Le dita, allineate come cani

Il fornello prima ancora di bollire rospi,

Il salotto, bianco d’inverno, ancora prima delle mosche,

La cerbiatta distesa sul muschio ancora prima del proiettile,

Mi allaccio le scarpe rosse.

Non sono mie.

Sono di mia madre.

E prima ancora di sua madre

Passate come un cimelio di famiglia

Ma nascoste come lettere vergognose.

La casa e la strada a cui appartengono

Sono nascoste e anche le donne,

Sono nascoste.

Tutte quelle ragazze

Che portarono le scarpe rosse,

Ognuna salì su un treno che non si fermò.

Le stazioni si dileguarono come corteggiatori e non si fermarono.

Ballarono tutte come trote all’amo,

Vennero prese in giro.

Si strapparono le orecchie come spille da balia.

Le braccia caddero a pezzi e divennero cappelli

Le teste rotolarono e cantarono per la strada.

E i piedi – mio Dio, i piedi al mercato –

I piedi, quei due scarafaggi, corsero da un angolo

Per poi ballare fuori come se fossero fieri.

Sicuramente, la gente esclamava,

Sicuramente, sono meccanici. Altrimenti…

Ma i piedi continuarono a ballare.

I piedi non riuscivano a fermarsi.

Erano eccitati come un cobra quando ti vede.

Erano elastico che si stendeva in due.

Erano isole durante un terremoto.

Erano navi che cozzavano affondando.

Non prestavano attenzione a me e a te.

Non riuscivano a sentire.

Non riuscivano a fermarsi.

Quello che facevano era la danza della morte.

Quello che facevano li avrebbe uccisi.

——————————————————————————————–

The Red Shoes

 

I stand in the ring

In the dead city

And tie on the red shoes.

Everything that was calm

Is mine, the watch with an ant walking,

The toes, lined up like dogs

The stove long before it boils toads,

The parlor, white in winter, long before flies,

The doe lying down on the moss long before the bullet.

I tie on the red shoes.

They are not mine.

They are my mother’s.

Her mother’s before

Handed down like an heirloom

But hidden like shameful letters.

The house and the street where they belong

Are hidden and all the women, too,

Are hidden.

All those girls

Who wore the red shoes,

Each boarded a train that would not stop.

Stations flew by like suitors and would not stop.

They all danced like trout on the hook

They were played with.

They tore off their ears like safety pins.

Their arms fell off them and became hats

Their heads rolled off and sang down the street.

And their feet—oh God, their feet in the market place—

Their feet, those two beetles, ran from the corner

And then danced forth as if they were proud.

Surely, people exclaimed,

Surely they are mechanical. Otherwise…

But the feet went on.

The feet could not stop.

They were wound up like a cobra that sees you.

They were elastic pulling itself in two.

They were islands during an earthquake.

They were ships colliding and going down.

Never mind you and me.

They could not listen.

They could not stop.

What they did was the death dance.

What they did would do them in.

 

Powered by WordPress.com.

Up ↑