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Distrazioni

Non tutti siamo ossessionati dal baseball o dalla pesca, però tutti siamo ossessionati da noi stessi. Siamo il nostro Hobby preferito. Esperti di noi stessi. 


Chuck Palahniuk

Il baseball è un gioco che non mi ha mai entusiasmato, me l’avranno spiegato decine di volte, e tutte le volte, mi sono fatta distrarre da qualche dettaglio, forse colpa dell’area diamante o degli innings, so solo che non esiste il pareggio ed è già un aspetto curioso delle partite, e poi tutti i film che ci hanno propinato, le amicizie sofferte tra allenatore e giocatori, la retorica del vincitore…per non parlare della pesca, escluse le metafore, vedere file di pescatori che qui sul Brenta, si siedono pazienti per ore per smembrare ganasce di pesci che poi rigettano con un certo sadismo compiaciuto in canale, mi sembra uno sport crudele e inutile.

Esperti di noi stessi come passatempo rende l’idea, sì, si prova, si tenta, spesso con rovinose ricadute nell’auto-illusione…certo la parola hobby non aiuta, un termine che in Inghilterra si usa poco, forse perché tutti lo praticano in silenzio, ma che rende subito l’idea di un’altra dimensione che deve rimanere distante anni luce da quello che facciamo per vivere, relegata a un ordine di secondaria importanza. “Oh è solo un hobby”, poi però vedi come tengono i loro studi segreti, in genere nascondono tutto in garage, e con che orgoglio ti mostrano le loro tele, e a quel punto vai oltre ogni forma di giudizio estetico, che ti piacciano o meno, rispetti le ore spese a fare copie di quadri di Monet, un’impresa da Titani…per lo stesso motivo per anni mi sono sorbita suonatori maldestri di chitarra perché mi confessavano che la musica era la loro passione, una passione diciamo condivisa diversamente, se cantano come Assurancentourix, è un esercizio zen, o suonano sempre la stessa nenia, dopo anni di maltrattamento acustico, il flamenco mi piace a piccole dosi e per un tempo limitato.

Ieri passeggiando nel parco, mi ha abbordato un ottantenne, “lei è una bella donna, non glielo dico con secondi fini” – e mi chiedo c’era bisogno di specificarlo? – “mi sa che lei non è di qua”…e quando mi dicono così, mi spiazzano, perché raccontare la storia della mia famiglia è un’impresa, così aggiungo solo un laconico “ha ragione”, e non dico altro.

“Nemmeno io.”

“L’avevo capito…”

Mi sorride.

“Io scrivo poesie…”

“Ah sì?”

“È un hobby eh, scrivo sempre, ne vuole sentire qualcuna?”

“E mi reciti una poesia…sentiamo.”

“Improvviso qualche verso per lei:

ho visto il suo sorriso

e mi sono sentito in paradiso

la sua forma leggiadra

è delicata come rugiada…

“Grazie.” Fingo malissimo.

“Uso la rima.”

“Si nota.”

“Sono un poeta istintivo, scrivo, scrivo, scrivo sempre.”

La frase ripetuta mi mette in allarme.

“Devo tornare a casa, allora, buon proseguimento.”

Sembra non ascoltare…

“Vuole sentire un’altra poesia?”

Ancora? Ma allora non sente…

“La ringrazio, ma meglio che vada.”

“Mi dispiace, magari ci rivediamo.”

“Magari…”

“Io il pomeriggio sono sempre qui su questa panchina, mi metto a leggere.”

“E cosa legge?”

“Di solito tragedie, le commedie non mi piacciono.”

“Davvero? E come mai?”

“Perché si raccontano meno fesserie, ci sono le battaglie, si vince, o si perde, non ci sono vie di mezzo.”

“E il lieto fine della commedia?”

“Robetta.”

“Come robetta?”

“Meglio i vichinghi.”

Questa volta rido di gusto, mentre mi allontano il pensiero corre veloce al Vichingo della 6th Avenue, Moondog, anima sensibilissima, e così mi riascolto il suo lamento, un omaggio a Charlie Parker, che si apre con un enigma:

the only one who knows this ounce of words is just a token, is he who has a tongue to tell that must remain unspoken – l’unico a sapere che quest’insieme di parole è solo un segno, è colui che pur avendo una lingua per parlare, deve rimanere zitto…basta la musica.

 

 

 

 

 

Flashback

La padrona di casa è una vecchia signora, cicciottella come Margaret Rutherford, la mia attrice preferita nel ruolo di Miss Marple. Ha i capelli bianco ghiaccio, gli occhi azzurri cristallini, è una donna energica con cui vado molto d’accordo. Ogni mattina mi prepara la colazione, poi esamina il mio look in salotto.

“Marvellous darling! Marvellous darling!”

La sera quando salgo in camera, mi aspetta per una chiacchierata nel suo studiolo, la trovo davanti al computer, ha un i-book come me. Il marito è un uomo pedante che ha una voce stridula, si limita a eseguire i suoi ordini.

“Hai notato che le persone di una certa età diventano più religiose e praticano come hobby il giardinaggio?”

“In effetti lo fanno.”

“Sai perché lo fanno?”

“Non me lo sono mai chiesta.”

“Beh lo fanno perché sentono che stanno per morire e che torneranno alla terra.”

Non posso che annuire, a volte se ne esce con certe frasi che ti fanno sempre riflettere. Fra gli inquilini sono la sua preferita, mi ha dato la stanza del figlio che fa il manager a Hong Kong, mi ha permesso di fumare in camera e sono quella che paga meno.

Kuniko è un personaggio tragico, vive reclusa in casa occupandosi degli animali, non è in grado di comunicare in inglese. Cucina molto bene, al mattino a volte trovo un sacchetto appeso alla maniglia con dei biscotti fatti da lei. Quando la ringrazio, commossa dal gesto, lei china semplicemente la testa e ride imbarazzata coprendosi la bocca. In Giappone torna una volta all’anno, ma è un argomento tabù di cui non si può parlare. Se mi sveglio nel cuore della notte per andare in bagno, la ritrovo sulle scale come una figura spettrale, aspetta che il gatto Madeleine rientri dalla passeggiata notturna, lascia la porta d’ingresso aperta come se non si fidasse della gattaiola. Una vita a servizio di un gatto ma poi mi viene in mente Io sono un gatto di Soseki e capisco il perché.

In casa oltre a Madeleine c’è anche Ernest, un soriano decisamente antipatico e due setter che vagano indisturbati in giro per le stanze, ma non nella mia. Io ignoro i loro nomi e loro ignorano me. Questa mania di chiamare gli animali con nomi di persona è un modo per legittimare gli istinti di norma repressi. Beviamo il tè in salotto mentre Marcus il cane scoreggia rumorosamente ed Ernest si lecca le palle a zampe all’aria.

To be continued…

Flashback

La padrona di casa è una vecchia signora, cicciottella come Margaret Rutherford, la mia attrice preferita nel ruolo di Miss Marple. Ha i capelli bianco ghiaccio, gli occhi azzurri cristallini, è una donna energica con cui vado molto d’accordo. Ogni mattina mi prepara la colazione, poi esamina il mio look in salotto.

“Marvellous darling! Marvellous darling!”

La sera quando salgo in camera, mi aspetta per una chiacchierata nel suo studiolo, la trovo davanti al computer, ha un i-book come me. Il marito è un uomo pedante che ha una voce stridula, si limita a eseguire i suoi ordini.

“Hai notato che le persone di una certa età diventano più religiose e praticano come hobby il giardinaggio?”

“In effetti lo fanno.”

“Sai perché lo fanno?”

“Non me lo sono mai chiesta.”

“Beh lo fanno perché sentono che stanno per morire e che torneranno alla terra.”

Non posso che annuire, a volte se ne esce con certe frasi che ti fanno sempre riflettere. Fra gli inquilini sono la sua preferita, mi ha dato la stanza del figlio che fa il manager a Hong Kong, mi ha permesso di fumare in camera e sono quella che paga meno.

Kuniko è un personaggio tragico, vive reclusa in casa occupandosi degli animali, non è in grado di comunicare in inglese. Cucina molto bene, al mattino a volte trovo un sacchetto appeso alla maniglia con dei biscotti fatti da lei. Quando la ringrazio, commossa dal gesto, lei china semplicemente la testa e ride imbarazzata coprendosi la bocca. In Giappone torna una volta all’anno, ma è un argomento tabù di cui non si può parlare. Se mi sveglio nel cuore della notte per andare in bagno, la ritrovo sulle scale come una figura spettrale, aspetta che il gatto Madeleine rientri dalla passeggiata notturna, lascia la porta d’ingresso aperta come se non si fidasse della gattaiola. Una vita a servizio di un gatto ma poi mi viene in mente Io sono un gatto di Soseki e capisco il perché.

In casa oltre a Madeleine c’è anche Ernest, un soriano decisamente antipatico e due setter che vagano indisturbati in giro per le stanze, ma non nella mia. Io ignoro i loro nomi e loro ignorano me. Questa mania di chiamare gli animali con nomi di persona è un modo per legittimare gli istinti di norma repressi. Beviamo il tè in salotto mentre Marcus il cane scoreggia rumorosamente ed Ernest si lecca le palle a zampe all’aria.

To be continued…

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