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Guglielmo Scuotilancia

Viaggio sentimentale di Laurence Sterne: I parte

Orecchio ama pacato

La Musa, e mente arguta, e cor gentile

Riprendo con piacere la serie dedicata ai classici, con un señor libro, Viaggio Sentimentale di Laurence Sterne (1768), amato da Goethe, e con un traduttore-scrittore, Ugo Foscolo, che qui adotta lo pseudonimo di Didimo Chierico, protagonista Yorik, stesso nome del buffone nell’Amleto di Shakespeare, che si prende una vacanza, e va in giro per la Francia e l’Italia, fregandosene delle convenzioni letterarie dell’epoca.

Nella letteratura da viaggio tradizionale c’era ancora la distinzione tra finzione e non finzione, e un certo autobiografismo, il ricorrere troppo spesso a un io narrativo invadente veniva tacciato di egotismo sfrenato. Sterne, grazie alla maschera di Yorik, rompe le regole e parte per una nuova avventura letteraria e non solo, l’io con tutte le sue idiosincrasie trova ed esplora nuovi spazi, dando sfogo all’uso dell’aneddoto irrilevante, il dettaglio selezionato casualmente dalla memoria prende il sopravvento sulla cronologia dei fatti.

Una volta sbarcato a Calais, il primo appuntamento è con un pollo in fricassea innaffiato da abbondante vino rosso, per raggiungere immediatamente quello stadio felice in cui la vita ti sorride sempre. Come da copione, incontra un frate francescano che chiede soldi, tentando di farlo sentire in colpa per i dolori del mondo, viene ignorato, non riceve un penny, il viaggio continua in una piccola carrozza per una sola persona, dove Yorik si mette a scrivere le sue note, e se la moleskine fosse stata inventata prima, sarebbe tornata utile. Ci sono fondamentalmente tre categorie di viaggiatori:

  • i semplici viaggiatori: scioperati, curiosi, bugiardi, orgogliosi, vani, ipocondriaci;
  • i viaggiatori per necessità: il delinquente e il fellone – ballista traditore in tempi post-foscoliani – il disgraziato e l’innocente, il viaggiatore semplice;
  • e il viaggiatore sentimentale, in viaggio per il gusto di farlo, a caccia di nuovi saperi, e non per incontrare chi si conosce già.

Sceso dalla carrozza rimane colpito da una giovane donna a cui porge la mano e che lo emoziona da subito, adocchiata anche dal frate, sensibile al fascino femminile. Il frate tira fuori la sua tabacchiera e si mette a sniffare del tabacco insieme a Yorik, iniziano a conversare, vuole sapere dove è diretto, Yorik risponde a Parigi, la donna invece sta andando ad Amiens, mentre Yorik riflette sulla migliore strategia da adottare, la donna si è già allontanata lasciandolo solo con i suoi pensieri. Scopre da un’altra persona che la donna è di Bruxelles, non si sa se sia sposata o vedova. Decide di proseguire il viaggio con il garzone scudiero La Fleur, a Nampont incontra un uomo disperato per la morte del suo asino, il cocchiere è indifferente al tema e riprende la guida correndo come un pazzo. Lo sguardo di Yorik si illumina quando sente che stanno arrivando ad Amiens, stesso luogo dove è diretta la dama che ha incontrato all’inizio del viaggio insieme al fratello: “ella aveva tanta bontà nell’animo quanto negli occhi.”[1] Con sua grande sorpresa, riceve una lettera da Madame de L. che lo invita a visitarla a Bruxelles non appena sia libero da impegni. Yorik è entusiasta, poi però si ricorda delle promesse fatte a Eloise, e allora tocca andare a Bruxelles con Eloise, a visitare Madame de L., in netta contraddizione alla mossa iniziale, ma “il cuore, ne’ suoi trasporti, vuole sempre, a dispetto della ragione dire troppo.”[2]

fine prima parte…

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[1] L. Sterne, Viaggio Sentimentale, trad. Ugo Foscolo, Mondadori, Milano, 1983, p. 77.

[2] Ibidem, p. 81.

Viaggio sentimentale di Laurence Sterne: I parte

Orecchio ama pacato

La Musa, e mente arguta, e cor gentile

Riprendo con piacere la serie dedicata ai classici, con un señor libro, Viaggio Sentimentale di Laurence Sterne (1768), amato da Goethe, e con un traduttore-scrittore, Ugo Foscolo, che qui adotta lo pseudonimo di Didimo Chierico, protagonista Yorik, stesso nome del buffone nell’Amleto di Shakespeare, che si prende una vacanza, e va in giro per la Francia e l’Italia, fregandosene delle convenzioni letterarie dell’epoca.

Nella letteratura da viaggio tradizionale c’era ancora la distinzione tra finzione e non finzione, e un certo autobiografismo, il ricorrere troppo spesso a un io narrativo invadente veniva tacciato di egotismo sfrenato. Sterne, grazie alla maschera di Yorik, rompe le regole e parte per una nuova avventura letteraria e non solo, l’io con tutte le sue idiosincrasie trova ed esplora nuovi spazi, dando sfogo all’uso dell’aneddoto irrilevante, il dettaglio selezionato casualmente dalla memoria prende il sopravvento sulla cronologia dei fatti.

Una volta sbarcato a Calais, il primo appuntamento è con un pollo in fricassea innaffiato da abbondante vino rosso, per raggiungere immediatamente quello stadio felice in cui la vita ti sorride sempre. Come da copione, incontra un frate francescano che chiede soldi, tentando di farlo sentire in colpa per i dolori del mondo, viene ignorato, non riceve un penny, il viaggio continua in una piccola carrozza per una sola persona, dove Yorik si mette a scrivere le sue note, e se la moleskine fosse stata inventata prima, sarebbe tornata utile. Ci sono fondamentalmente tre categorie di viaggiatori:

  • i semplici viaggiatori: scioperati, curiosi, bugiardi, orgogliosi, vani, ipocondriaci;
  • i viaggiatori per necessità: il delinquente e il fellone – ballista traditore in tempi post-foscoliani – il disgraziato e l’innocente, il viaggiatore semplice;
  • e il viaggiatore sentimentale, in viaggio per il gusto di farlo, a caccia di nuovi saperi, e non per incontrare chi si conosce già.

Sceso dalla carrozza rimane colpito da una giovane donna a cui porge la mano e che lo emoziona da subito, adocchiata anche dal frate, sensibile al fascino femminile. Il frate tira fuori la sua tabacchiera e si mette a sniffare del tabacco insieme a Yorik, iniziano a conversare, vuole sapere dove è diretto, Yorik risponde a Parigi, la donna invece sta andando ad Amiens, mentre Yorik riflette sulla migliore strategia da adottare, la donna si è già allontanata lasciandolo solo con i suoi pensieri. Scopre da un’altra persona che la donna è di Bruxelles, non si sa se sia sposata o vedova. Decide di proseguire il viaggio con il garzone scudiero La Fleur, a Nampont incontra un uomo disperato per la morte del suo asino, il cocchiere è indifferente al tema e riprende la guida correndo come un pazzo. Lo sguardo di Yorik si illumina quando sente che stanno arrivando ad Amiens, stesso luogo dove è diretta la dama che ha incontrato all’inizio del viaggio insieme al fratello: “ella aveva tanta bontà nell’animo quanto negli occhi.”[1] Con sua grande sorpresa, riceve una lettera da Madame de L. che lo invita a visitarla a Bruxelles non appena sia libero da impegni. Yorik è entusiasta, poi però si ricorda delle promesse fatte a Eloise, e allora tocca andare a Bruxelles con Eloise, a visitare Madame de L., in netta contraddizione alla mossa iniziale, ma “il cuore, ne’ suoi trasporti, vuole sempre, a dispetto della ragione dire troppo.”[2]

fine prima parte…

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[1] L. Sterne, Viaggio Sentimentale, trad. Ugo Foscolo, Mondadori, Milano, 1983, p. 77.

[2] Ibidem, p. 81.

Sono capitata per caso su questo video in inglese su youtube, un ritratto di Guglielmo Scuotilancia di Jorge Luis Borges, non ho potuto fare a meno di condividerlo. Metto just in case anche la traduzione in italiano, tratta dai magnifici Oscar Mondadori, a cura di Domenico Porzio.

Da Everything and Nothing (Tutto e Niente):

Non vi fu alcuno in lui; dietro il suo volto (che anche attraverso i cattivi ritratti dell’epoca non assomiglia a nessun altro) e le sue parole, ch’erano copiose, fantastiche e agitate, non c’era che un po’ di freddo, un sogno sognato da nessuno. Al principio credette che tutti fossero come lui, ma la sorpresa di un compagno col quale aveva cominciato a commentare quella condizione di vuoto, gli rivelò il suo errore e gli fece capire, per sempre che un individuo non deve differire dalla specie. Pensò, un giorno, che nei libri avrebbe trovato rimedio al suo male e così apprese il poco latino e meno greco che poteva conoscere un suo contemporaneo; poi considerò che nell’esercizio di un rito elementare dell’umanità poteva forse trovarsi quel che cercava, e si fece iniziare da Anne Hathaway, in un lungo pomeriggio di giugno. Passati i vent’anni andò a Londra. Istintivamente si era già addestrato nell’abilità di essere qualcuno, perché non fosse scoperta la sua essenza di nessuno; a Londra trovò la professione cui era predestinato, quella dell’attore, il quale su un palcoscenico giuoca a essere un altro, davanti a un’accolta di persone che giuocano a crederlo. Le fatiche dell’istrione gli fecero conoscere una felicità singolare, forse la prima che provasse; ma applaudito l’ultimo verso e ritirato dalla scena l’ultimo morto, l’odiato sapore della irrealtà tornava a impossessarsi di lui. Cessava di essere Ferrex o Tamerlano ed era nuovamente nessuno. Così, mentre il corpo compiva il suo destino di corpo nei lupanari e nelle bettole di Londra, l’anima che l’abitava era Cesare, che non presta ascolto all’ammonizione dell’augure, e Giulietta, che ha in odio l’allolodola, e Macbeth, che conversa nella landa con le streghe che insieme sono le sue parche. Nessuno fu tanti uomini come quell’uomo, che a somiglianza dell’egizio Proteo poté esaudire tutte le apparenze dell’essere. Talora, lasciò in qualche luogo della sua opera una confessione, certo che non sarebbe stata decifrata; Riccardo afferma che nella sua persona fa la parte di molti, e Jago dice con curiose parole “Non sono quel che sono”. L’identità fondamentale dell’esistere, il sognare e il rappresentare, gl’ispirò passi famosi.

Vent’anni durò in codesta allucinazione guidata, ma una mattina fu sopraffatto dal tedio e dall’orrore d’essere tanti re che muoiono di spada e tanti sventurati amanti che convergono, divergono e melodiosamente agonizzano. Quello stesso giorno decise di vendere il suo teatro. Meno di una settimana più tardi era tornato al paese natale, dove riebbe gli alberi e il fiume della fanciullezza e non li collegò a quegli altri che aveva celebrato la sua musa, illustri per allusioni mitologiche e voci latine. Doveva essere qualcuno; fu un impresario in ritiro che ha fatto fortuna e al quale interessano i prestiti, le liti e la piccola usura. In tale carattere dettò l’arido testamento che conosciamo, dal quale deliberatamente escluse qualsiasi tratto patetico o letterario. Solevano visitare il suo ritiro amici di Londra, ed egli riprendeva per loro la parte del poeta.

La storia aggiunge che, prima di morire o dopo morto, si seppe di fronte a Dio e gli disse: “Io, che tanti uomini sono stato invano, voglio essere uno e io.”

La voce di Dio gli rispose da un turbine: “Neanche io sono; io sognai il mondo come tu sognasti la tua opera, mio Shakespeare, e tra le forme del mio sogno sei tu, che come me sei tanti e nessuno”.

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