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Gabriele D’Annunzio

La Riviera del Brenta | The Brenta Riviera

Eccoci giunti alla piacevole Mira

di bei giardini e di palagi adorna.

Si esce fuor del Naviglio e si respira,

si passeggia, si pranza e poi si torna.

 

Carlo Goldoni

Mira è una località distante circa 20 Km da Venezia, costeggia il canale Brenta, un tempo importante centro di scambio commerciale, luogo preferito di vacanza dei nobili veneziani che qui trascorrevano l’estate.

Nella zona ci sono molte ville storiche, immerse nella campagna veneta, che vale la pena visitare se passate da queste parti. Villa Widmann Foscari e la Barchessa Valmarana, e la cinquecentesca Malcontenta, progettata da Andrea Palladio per i Foscari a Fusina, che un tempo era luogo di raccordo per le imbarcazioni che dalla laguna entravano nel Brenta attraverso un ingegnoso sistema di chiuse.

La villa delle ville, la più maestosa, è a Stra, Villa Pisani, dove si può ammirare l’ultima opera di Giambattista Tiepolo in Italia prima del suo trasferimento definitivo a Madrid nel 1762. Ha uno dei più grandi labirinti d’Europa, citato anche ne Il Fuoco di Gabriele D’Annunzio.

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Mira, 12 miles away from Venice, is a village running along the river Brenta, in the past, was an important commercial network, the favourite holiday location for the Venetian noblemen who spent their summer here.

In the area there are many historical villas, plunged into the deep Venetian countryside that it is worth exploring if you are coming in this direction. Villa Widmann Foscari and the Wing Valmarana, the Xvi century Malcontenta, designed for the Foscaris in Fusina, where a while ago boats coming from the lagoon were set into the Brenta through an ingenious river-lock device.

Villa Pisani, the villa par excellence, is located in Stra, and here one can admire the last work by Giambattista Tiepolo before he moved to Madrid for good in 1762. It hosts one of the biggest mazes in Europe, quoted also in a novel by Gabriele D’Annunzio (Il Fuoco, The Flame)…

 

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L’Epifania del Fuoco

È arrivato il momento di affrontare la lettura della trilogia incompiuta del Melograno di Gabriele D’Annunzio. La prefazione coltissima nell’edizione Oscar Mondadori è a cura di Anco Marzio Mutterle, che in tempi lontani è stato mio professore di Letteratura Italiana a Ca’ Foscari. La stesura del romanzo è stata sofferta, la variazione del titolo già dice molto. Leggendo la fitta corrispondenza con gli editori, prima si doveva chiamare La Sublime Avventura, poi La Grazia per approdare al titolo finale Il Fuoco (1897), il fuoco di una passione che lascerà il segno. D’Annunzio si fa trascinare così tanto dalla forza dirompente del fuoco che i due romanzi successivi si perdono lungo la via, La Vittoria dell’Uomo (o La Corona) e Il Trionfo della vita.

C’è chi ha visto nella descrizione di un amore durato meno di un anno un parallelo tra la Foscarina – l’attrice nel romanzo – ed Eleonora Duse – l’attrice nella vita del poeta – che forse non gradiva essere riconosciuta in modo troppo plateale. Gli eteronimi nella finzione lasciano ampio spazio all’immaginazione, Stelio Èffrena indubbiamente è l’ideale di artista al quale D’Annunzio aspira, tutto concentrato sulla realizzazione della sua opera anche a scapito delle donne che gli stanno accanto e che attivano possibili flussi narrativi.

Il primo capitolo si apre in uno scenario straordinario, la sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, in un linguaggio ormai troppo distante per i nostri geroglifici quotidiani ma da cui si capisce che l’adulazione funziona sempre. È Stelio che vuole essere al centro di quel quadro magnifico.

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