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Venezia #8: San Marco notturno

Grazie a una traduzione di qualche anno fa ho scoperto che i quattro cavalli in bronzo dorato sulla facciata della Basilica di San Marco furono un dono fatto a Nerone da Tiridate I, re di Armenia e che poi per varie vicissitudini approdarono qui a Venezia. Per strane associazioni della mente è inevitabile che ogni volta che attraverso Piazza San Marco pensi ai mercanti armeni che lungo Ruga Giuffa commerciavano in pietre preziose, vedo i cavalli e li collego a mucchi di monete d’oro e diamanti che non ho, mentre l’orchestrina del caffè Florian intona melodie rétro a una manciata di viaggiatori estasiati da tanta bellezza.

Il primo romanzo satirico italiano del XVIII secolo fu scritto proprio da un armeno veneziano, Zaccaria Sheriman, I viaggi di Enrico Wanton nei regni delle scimmie e dei cinocefali, delle specie di canidi…un titolo curioso e credo ignorato ai nostri giorni che ridicolizzava una realtà da cui scappare a gambe levate.

La piazza rimane un luogo brulicante di vite passate, lontane, presenti e future, stratificazione di ricordi evocati da raduni storici, alcuni persino epici, e passeggiate solitarie o in compagnia. A vedere i portici delle Procuratie semi vuoti di notte con qualche piccione ingordo con le zampe a mollo in pozzanghere nerastre, si fa fatica a immaginare che in questo stesso luogo ci sia stato un mitico concerto rock, invaso nel lontano 1989 da folle in delirio accorse da ogni angolo del mondo per vedere i Pink Floyd, che come dei tiranni capricciosi avevano preteso una opulenta piattaforma stroboscopica galleggiante in mezzo al bacino di San Marco – esperienza che non fu mai più ripetuta, per la devastazione apportata da maree umane incontrollate, ridimensionata in eventi culturali decisamente più sobri ma meno avvincenti.

Passerelle maleodoranti di alghe umide impilate ai lati della piazza ricordano che prima o poi arriverà l’acqua alta, fenomeno che qui è visibile prima rispetto ad altri sestieri.

Guardando la Torre dell’Orologio immagino la scena di quando i futuristi lanciarono 800000 volantini l’8 luglio del 1910 per divulgare il loro manifesto contro una Venezia passatista:

 

Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l’imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture. Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica, a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata.

 

Propositi che ovviamente non furono mai presi in considerazione dai tecnici dei beni ambientali. Ci sono voluti decenni, ma qualcosa di nuovo è stato costruito, e non posso che essere perennemente grata al ponte di Calatrava che collega Piazzale Roma alla Stazione Ferroviaria e ne dimezza il tragitto. Basta svoltare l’angolo della piazza, fiancheggiando l’enciclopedia illustrata dei capitelli di Palazzo Ducale per assistere allo scenario terapeutico della fondamenta vibrante di luci intermittenti, emozionante ogni volta come un volo notturno, quando felice di tornare a casa ti senti accolto da un’oscurità che ti avvolge.

 

I credenti nelle chiese

si ubriacano di eternità.

Ma io do spallate al cielo

e rimescolo la tenebra.[1]

_____________________________________

[1] Oktoich, Ottetto della Chiesa, Sergej Eisenin

Photo by Trace Hudson on Pexels.com

Venezia #8: San Marco notturno

Grazie a una traduzione di qualche anno fa ho scoperto che i quattro cavalli in bronzo dorato sulla facciata della Basilica di San Marco furono un dono fatto a Nerone da Tiridate I, re di Armenia e che poi per varie vicissitudini approdarono qui a Venezia. Per strane associazioni della mente è inevitabile che ogni volta che attraverso Piazza San Marco pensi ai mercanti armeni che lungo Ruga Giuffa commerciavano in pietre preziose, vedo i cavalli e li collego a mucchi di monete d’oro e diamanti che non ho, mentre l’orchestrina del caffè Florian intona melodie rétro a una manciata di viaggiatori estasiati da tanta bellezza.

Il primo romanzo satirico italiano del XVIII secolo fu scritto proprio da un armeno veneziano, Zaccaria Sheriman, I viaggi di Enrico Wanton nei regni delle scimmie e dei cinocefali, delle specie di canidi…un titolo curioso e credo ignorato ai nostri giorni che ridicolizzava una realtà da cui scappare a gambe levate.

La piazza rimane un luogo brulicante di vite passate, lontane, presenti e future, stratificazione di ricordi evocati da raduni storici, alcuni persino epici, e passeggiate solitarie o in compagnia. A vedere i portici delle Procuratie semi vuoti di notte con qualche piccione ingordo con le zampe a mollo in pozzanghere nerastre, si fa fatica a immaginare che in questo stesso luogo ci sia stato un mitico concerto rock, invaso nel lontano 1989 da folle in delirio accorse da ogni angolo del mondo per vedere i Pink Floyd, che come dei tiranni capricciosi avevano preteso una opulenta piattaforma stroboscopica galleggiante in mezzo al bacino di San Marco – esperienza che non fu mai più ripetuta, per la devastazione apportata da maree umane incontrollate, ridimensionata in eventi culturali decisamente più sobri ma meno avvincenti.

Passerelle maleodoranti di alghe umide impilate ai lati della piazza ricordano che prima o poi arriverà l’acqua alta, fenomeno che qui è visibile prima rispetto ad altri sestieri.

Guardando la Torre dell’Orologio immagino la scena di quando i futuristi lanciarono 800000 volantini l’8 luglio del 1910 per divulgare il loro manifesto contro una Venezia passatista:

 

Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l’imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture. Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica, a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata.

 

Propositi che ovviamente non furono mai presi in considerazione dai tecnici dei beni ambientali. Ci sono voluti decenni, ma qualcosa di nuovo è stato costruito, e non posso che essere perennemente grata al ponte di Calatrava che collega Piazzale Roma alla Stazione Ferroviaria e ne dimezza il tragitto. Basta svoltare l’angolo della piazza, fiancheggiando l’enciclopedia illustrata dei capitelli di Palazzo Ducale per assistere allo scenario terapeutico della fondamenta vibrante di luci intermittenti, emozionante ogni volta come un volo notturno, quando felice di tornare a casa ti senti accolto da un’oscurità che ti avvolge.

 

I credenti nelle chiese

si ubriacano di eternità.

Ma io do spallate al cielo

e rimescolo la tenebra.[1]

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[1] Oktoich, Ottetto della Chiesa, Sergej Eisenin

Photo by Trace Hudson on Pexels.com

Passiamo oltre, forse

“Gradisce un whisky?”

“Solo un dito…”

“Non vuole prima un whisky?”

(Quattro delitti in allegria, Alain Berbérian)

È stata una settimana densa di avvenimenti, politici e non, spezzata da una Pasqua relativamente serena, confortata dalle inesauribili risorse della gastronomia che ha la straordinaria capacità di annullare la dimensione spazio-temporale: in cinque minuti si dimenticano con gusto ore di lavoro in cucina.

Il passaggio dall’”euforia” della festa a un giorno comune mi ha fatto ricordare una poesia di Corrado Govoni (1885-1965), citato spesso male in quasi tutte le antologie letterarie. Un autore anfibio che inizialmente aderisce al futurismo per poi “tradurre i fenomeni della realtà in un personale mondo fiabesco privato.”(1)

La sua opera racchiude un universo apparentemente agreste che però declina con affetto la percezione sinestetica provocata dal ricordo. La leziosità del titolo e la trita rievocazione del circo potrebbero trarre in inganno e invece lo sguardo cade su una gronda…o meglio la gronda nobilita gli stereotipi.

La trombettina

Ecco che cosa resta

di tutta la magia della fiera

quella trombettina


di latta azzurra e verde,

che suona una bambina


camminando, scalza, per i campi.


Ma, in quella nota sforzata,


ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi,


c’è la banda d’oro rumoroso,


la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.


Come, nello sgocciolare della gronda,

c’è tutto lo spavento della bufera,


la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno;


nell’umido cerino d’una lucciola


che si sfa su una foglia di brughiera


tutta la meraviglia della primavera.

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(1) La definizione è di Eugenio Montale.

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