Search

venicebyvenice

Making your journey easier

Tag

furto

Dickens returns: 2. Aspettando Natale

A. D. 2014 15 Dicembre

Dopo la tasi, che in veneto suona anche come paga e taci, e l’imu, non siamo lontani dal Natale magrissimo, mancano solo nove giorni. Uncle Scrooge in Dickens, figura ispirata alla quantità di tirchi incontrati in anni di sfruttamento di lavoro minorile – a 11 anni Charles Dickens fu costretto dai genitori ad andare a lavorare in una fabbrica di lucidi da scarpe per arginare i debiti del padre, l’esperienza fu traumatica, i beni di famiglia vennero comunque pignorati, il padre finì in carcere, seguito dalla moglie e gli altri figli, e Charles venne abbandonato al suo destino, costretto ad arrangiarsi da solo – ha un degno successore nella saga di Zio Paperone, il clan McDuck. Invece del racconto di Natale, mi sono andata a rileggere lo storico numero 70 della collana classici Disney, le origini del famoso nichelino numero 1, guadagnato con il suo primo lavoro di lustrascarpe – rimando immediato a Dickens – originario della brughiera di Rannock, Scozia, un posto amabile, circondato da paludi, erbacce e qualche rapace, abbandonato a causa del Mastino di Whiskervilles nel 1675. Gli antenati del Papero, prima di trasferirsi nella più industriale Glasgow, erano diventati degli armatori, il Capitano Mac Paperon aveva fatto fortuna nelle Indie Occidentali sul veliero “Oca d’oro”, poi si era messo in affari con Swindle MacSue – truffatore di nome e di fatto – che l’aveva incastrato con un contratto capestro per il trasporto del rafano in Giamaica, gli aveva fatto perdere tutto, e gli aveva pure affondato la nave. A Mac Paperon gli era rimasto solo l’orologio, ed era ritornato in Scozia. Da allora un lento declino, fino ad arrivare a Zio Paperone, che al primo lavoro, riceve invece di cinque pence un cent americano, inutilizzabile. Il finto primo cliente glielo aveva mandato il padre per prepararlo alle ingiustizie impreviste, come se la vita non fosse stata abbastanza difficile. Il Papero apprende più del dovuto, comincia a lavorare sodo, senza sosta, con i primi guadagni si compra un carro e un cavallo, poi traffica in torba, aiuta il padre a pagare le spese e pretende, tutte le volte, una ricevuta fiscale. Torna a Rannock Moor, si mette un’armatura antica spaventando quei codardi dei Whiskervilles, trasferisce il business alla stalla centrale di Glasgow, si imbarca come mozzo su una nave che porta bestiame a New Orleans. Il resto si sa, rimane aperta la caccia al misterioso tesoro dell’avo Quaquarone de’ Paperoni, che aveva ricevuto uno scrigno d’oro come premio da Re Macbeth per averlo nascosto nel suo castello nella guerra civile del 1057, prima di essere definitivamente sconfitto. Per proteggere le monete Quaquarone si era murato insieme allo scrigno, talmente bene che né lui né lo scrigno furono più ritrovati in secoli di avidità e di miseria, fino a ridurre la terra intorno al castello a un posto spettrale, con finti mostri e spaventose leggende locali. Zio Paperone già da piccolo capisce che ha un compito ingrato, un segreto custodito da 900 anni, un tesoro che è un regalo di un assassino. Don Rosa glielo fa ritrovare e la saga McDuck continua…every duck has its day

Whodunnit II: altro che Biancaneve

Riconfermo quanto detto in Whodunnit I, non c’entro nulla con Phillip blog, che dopo la pubblicazione del mio post ha pensato bene di cambiare nome, e scegliere il poco elegante Everald Blog, alternandolo a Phillip aka spokexecer, il risultato NON cambia, NON ha nessuna autorizzazione a fregare la mia foto e il mio e-book, per quanto non valgano NULLA. C’è però una differenza rispetto al passato, so chi è stato…poi può pure far passare l’indirizzo dal Portogallo, ma il gesto si commenta da sé. Adios, adios, adios!

Ritrovamenti

English: "Idiot" (1910). Film screen...

 

 

 

 

 

Un essere che s’adatta a tutto: ecco, forse, la miglior definizione che si possa dare dell’uomo.

Fëdor Dostoevskij

Il primo ricordo che ho risale a quando avevo due anni. Ricordo solo una stanza bianca, con una luce quasi accecante, ero spaventatissima. Non ho mai avuto paura del buio, invece l’intensità di quella luce non l’ho mai dimenticata.

Avevo avuto un attacco di convulsioni con febbre altissima e mi avevano ricoverata in ospedale. Fui messa sotto osservazione per una notte, legata al letto, mia madre appena lo scoprì fece una scenata degna di Anna Magnani e mi portò via con la delicatezza che poteva avere un’orsa ferita.

Dell’episodio in famiglia non se n’è mai parlato più di tanto, so solo che per altri sei anni, sono stata costretta a sottopormi a dei controlli periodici, primo fra tutti l’ispezione obbligatoria dell’elettroencefalogramma.

Da allora odio l’odore acre dell’aceto, forse perché ha lo stesso odore delle fialette che mi spruzzavano in testa prima di attaccarmi gli elettrodi. Quando vedevo che la macchina riproduceva con ritmo cacofonico una sfilza di zig-zag, cominciavo a preoccuparmi, pensavo che non fosse normale, agitata ma muta come un pesce, mentre l’infermiera friulana svolgeva meccanicamente le sue mansioni con una dose impercettibile di umanità, senza prestare nessuna attenzione al mio imbarazzo da bambina adulta. Mia madre mi aspettava fuori con quel suo tipico sguardo fiero sempre teso, pronta ad azzannare qualcuno se fosse stato necessario. Capivo che non era grave, semplicemente guardando l’espressione dei suoi occhi quando leggeva il responso che l’infermiera le consegnava con efficienza militaresca alla fine della visita.

A otto anni finalmente mi liberarono dal supplizio dell’elettroencefalogramma, non so se il merito fosse da attribuire a un medico tirolese che mi aveva curato o un colpo di fortuna, smisi di prendere la mia mini pastiglia quotidiana abbandonando la routine di quelle fastidiose intrusioni. Mi accontentai soddisfatta della spiegazione sommaria che mia madre mi diede: “non c’è n’è più bisogno, gli esami erano solo per precauzione.”

Dopo quel comunicato breve ma efficace, l’argomento venne archiviato per sempre nella memoria storica di famiglia, il problema era stato risolto e quindi non era necessario ritornarci sopra. Giustamente a quell’età non ci feci caso, preferivo andare in giro con la mia bicicletta Celestina, che in effetti era davvero celeste.

Decenni dopo il tema dell’epilessia, parola che a casa mia non era mai stata pronunciata, ricomparve grazie a un libro, più che un libro un capolavoro, L’Idiota di Dostoevskij.

Vivevo a Londra, in una casa orrenda nell’East End, una di quelle fregature che ti prendi solamente quando sei inesperta e senza soldi, e azzardi un salto quantico dall’estrema provincia alla metropoli. Lavoravo come commessa in un negozio di lusso di scarpe. Vendere su commissione era un lavoro che detestavo con tutte le mie forze, incapace di fregare i clienti come facevano i miei colleghi con una scaltrezza da gatti randagi. Sapevano procurarsi da mangiare senza andare troppo per il sottile. Avevano pietà di te solo all’inizio di giornata, il tacito accordo, l’unico a essere rispettato all’unanimità, era che non era ammesso rubare i clienti a chi non aveva fatto la prima vendita, ossia rifilato il primo bidone. Ero sempre l’ultima ad avere “aperto”, un eufemismo che indicava la fine della tregua e annunciava la guerra aperta giornaliera. Nelle pause tra uno scippo e l’altro, mi mettevo a leggere. Sceglievo apposta romanzi lunghissimi, avevo bisogno di esplorare altri mondi, lontani anni luce dal magazzino nel seminterrato. Fu un periodo davvero miserabile risollevato però da magnifiche letture. Credo di non aver mai pianto così tanto leggendo i pensieri del principe Myskin, erano lacrime di riconoscenza.

Powered by WordPress.com.

Up ↑