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Francia

Freespace – Giardini e Vaticano – I parte

A S.C.

Se volete farvi un regalo, prima di andare a vedere la Biennale Architettura (aperta fino al 25 Novembre 2018), passate per l’Isola di San Giorgio. La visita varrebbe solo per la Chiesa di Andrea Palladio e le ultime grandi tele di Tintoretto (quest’anno, cinquecentenario della sua nascita, a Venezia grandi celebrazioni con due mostre straordinarie a Palazzo Ducale e all’Accademia) e l’Adorazione dei Pastori del Bassano. Qui, nei giardini che si affacciano sulla parte centrale della laguna veneziana, dieci cappelle progettate da grandi architetti, per la prima volta il Vaticano, un esordio magnifico curato da Francesco Dal Co. Partecipano Andrew D. Berman (USA), Francesco Cellini (Italia), Javier Corvalán Espínola (Paraguay), Flores e Prats (Spagna), Norman Foster (Gran Bretagna), Terunobu Fujimori (Giappone), Sean Godsell (Australia), Carla Juacaba (Brasile), Smiljan Radic Clarke (Cile), Eduardo Souto de Moura (Portogallo). Oltre ai dieci spazi sacri l’Asplund Pavilion dello studio veneziano MAP che contiene i disegni di Gunnar Asplund (1885 – 1940) sulla cappella del bosco, le tradizionali costruzioni in legno scandinave, le Stavkirker, la conversione della basilica romana dalla pietra al legno.

Qui ognuno avrà la sua preferita e la decisione sarà insindacabile. Sono luoghi dell’anima, si sceglie per affinità. Tra tutte spicca la stavkirke di Norman Foster, delicata struttura in legno, ossatura esile aperta tra terra e cielo. E se si procede oltre, la vista si apre su uno scorcio di laguna azzurra che inquadra sullo sfondo l’isola di San Servolo e il Lido in lontananza, e oltre quella striscia di terra, il mare.

20181004_123009.jpg

Ai Giardini le cose cambiano. A volte ho avuto la sensazione che di tutto quello spazio libero (che quest’anno è anche il tema della Biennale) non si sapesse cosa farne…molti appunti sparpagliati nei Padiglioni/Nazioni, con scritte a terra e sui muri, con soluzioni lasciate in sospeso. Si riparte da un’accurata ricerca di appigli storici, geografici, politici, sociali. La crisi è profonda.

La Gran Bretagna che ha vinto una menzione speciale, ha svuotato tutto, una bella tabula rasa, il Padiglione è un enorme spazio bianco vuoto e poi a fianco, una struttura di metallo isola (ISLAND) che si apre al mondo. Tra le 4 e le 5 tè per tutti, menta e lime (il nostro), offerto sulla spettacolare terrazza che ancora una volta sorprende per il belvedere.

La Svizzera che ha vinto il Leone d’oro ospita un progetto che gioca sul fuori scala, House Tour, mobili piccoli e grandi, porte lillipuziane e soglie giganti, rigorosamente in bianco.

Il Belgio anch’esso premiato, ha scelto un’agorà pubblica blu, espressione spaziale del sistema politico europeo…unica richiesta, togliersi le scarpe prima di camminare sulla piazza pubblica.

La Germania con l’installazione Unbuilding Walls, a 29 anni di distanza dal crollo di quella rigida e dolorosa barriera riflette sulla necessità di andare oltre i muri.

La Francia si interroga sul tema di libertà e identità, luoghi infiniti, infrastrutture pubbliche che dovrebbero agevolare l’integrazione.

La Norvegia, Finlandia e Svezia, il Padiglione Nordico da cui sbucano alberi, cerca di stabilire una relazione tra geologia e umanità. Un’altra generosità, è il nome dell’installazione che respira grazie a grandissime cellule case pianeti che vivono grazie all’interazione con l’ambiente nell’era dell’Antropocene.

L’Australia risponde con un giardino caotico che ha una sua grazia, parte degli arbusti sono bruciati dal sole.

20181004_171333-2.jpg

 

Raggiungendo i confini dell’Impero per raggiungere l’Austria e gli altri padiglioni la consapevolezza di un nuovo inizio è necessaria.

Freespace, riaffiorano ricordi che pesano come mille anni.

Siamo già verso l’ora di chiusura, tempo di lasciare i giardini per visitare la prossima volta le Corderie dell’Arsenale.

Eppure – chissà –

là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia

la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo

tra ferri arrugginiti e ossa di tori e di cavalli,

tra antichissimi tripodi su cui arde ancora un po’ d’alloro

e il fumo sale nel tramonto sfilacciandosi come un vello d’oro. [1]

§

[1] Tre poemetti, di Yannis Ritsos, Elena, traduzione di Nicola Crocetti.

 

 

Freespace – Giardini e Vaticano – I parte

A S.C.

Se volete farvi un regalo, prima di andare a vedere la Biennale Architettura (aperta fino al 25 Novembre 2018), passate per l’Isola di San Giorgio. La visita varrebbe solo per la Chiesa di Andrea Palladio e le ultime grandi tele di Tintoretto (quest’anno, cinquecentenario della sua nascita, a Venezia grandi celebrazioni con due mostre straordinarie a Palazzo Ducale e all’Accademia) e l’Adorazione dei Pastori del Bassano. Qui, nei giardini che si affacciano sulla parte centrale della laguna veneziana, dieci cappelle progettate da grandi architetti, per la prima volta il Vaticano, un esordio magnifico curato da Francesco Dal Co. Partecipano Andrew D. Berman (USA), Francesco Cellini (Italia), Javier Corvalán Espínola (Paraguay), Flores e Prats (Spagna), Norman Foster (Gran Bretagna), Terunobu Fujimori (Giappone), Sean Godsell (Australia), Carla Juacaba (Brasile), Smiljan Radic Clarke (Cile), Eduardo Souto de Moura (Portogallo). Oltre ai dieci spazi sacri l’Asplund Pavilion dello studio veneziano MAP che contiene i disegni di Gunnar Asplund (1885 – 1940) sulla cappella del bosco, le tradizionali costruzioni in legno scandinave, le Stavkirker, la conversione della basilica romana dalla pietra al legno.

Qui ognuno avrà la sua preferita e la decisione sarà insindacabile. Sono luoghi dell’anima, si sceglie per affinità. Tra tutte spicca la stavkirke di Norman Foster, delicata struttura in legno, ossatura esile aperta tra terra e cielo. E se si procede oltre, la vista si apre su uno scorcio di laguna azzurra che inquadra sullo sfondo l’isola di San Servolo e il Lido in lontananza, e oltre quella striscia di terra, il mare.

20181004_123009.jpg

Ai Giardini le cose cambiano. A volte ho avuto la sensazione che di tutto quello spazio libero (che quest’anno è anche il tema della Biennale) non si sapesse cosa farne…molti appunti sparpagliati nei Padiglioni/Nazioni, con scritte a terra e sui muri, con soluzioni lasciate in sospeso. Si riparte da un’accurata ricerca di appigli storici, geografici, politici, sociali. La crisi è profonda.

La Gran Bretagna che ha vinto una menzione speciale, ha svuotato tutto, una bella tabula rasa, il Padiglione è un enorme spazio bianco vuoto e poi a fianco, una struttura di metallo isola (ISLAND) che si apre al mondo. Tra le 4 e le 5 tè per tutti, menta e lime (il nostro), offerto sulla spettacolare terrazza che ancora una volta sorprende per il belvedere.

La Svizzera che ha vinto il Leone d’oro ospita un progetto che gioca sul fuori scala, House Tour, mobili piccoli e grandi, porte lillipuziane e soglie giganti, rigorosamente in bianco.

Il Belgio anch’esso premiato, ha scelto un’agorà pubblica blu, espressione spaziale del sistema politico europeo…unica richiesta, togliersi le scarpe prima di camminare sulla piazza pubblica.

La Germania con l’installazione Unbuilding Walls, a 29 anni di distanza dal crollo di quella rigida e dolorosa barriera riflette sulla necessità di andare oltre i muri.

La Francia si interroga sul tema di libertà e identità, luoghi infiniti, infrastrutture pubbliche che dovrebbero agevolare l’integrazione.

La Norvegia, Finlandia e Svezia, il Padiglione Nordico da cui sbucano alberi, cerca di stabilire una relazione tra geologia e umanità. Un’altra generosità, è il nome dell’installazione che respira grazie a grandissime cellule case pianeti che vivono grazie all’interazione con l’ambiente nell’era dell’Antropocene.

L’Australia risponde con un giardino caotico che ha una sua grazia, parte degli arbusti sono bruciati dal sole.

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Raggiungendo i confini dell’Impero per raggiungere l’Austria e gli altri padiglioni la consapevolezza di un nuovo inizio è necessaria.

Freespace, riaffiorano ricordi che pesano come mille anni.

Siamo già verso l’ora di chiusura, tempo di lasciare i giardini per visitare la prossima volta le Corderie dell’Arsenale.

Eppure – chissà –

là dove qualcuno resiste senza speranza, è forse là che inizia

la storia umana, come la chiamiamo, e la bellezza dell’uomo

tra ferri arrugginiti e ossa di tori e di cavalli,

tra antichissimi tripodi su cui arde ancora un po’ d’alloro

e il fumo sale nel tramonto sfilacciandosi come un vello d’oro. [1]

§

[1] Tre poemetti, di Yannis Ritsos, Elena, traduzione di Nicola Crocetti.

 

 

#Gulliver #IIpuntata

Devo lamentare che le carte sono mischiate male fin quando non ho una buona mano

Si riparte con Gulliver chiuso in un tempio incatenato dai lillipuziani..

L’imperatore è alto come un’unghia di Gulliver – Gulliver questa volta è sobrio. Naso aquilino, virile nel suo piccolo, corona decorata a dovere con pietre preziose e una piuma, e una veste orientale ma anche vagamente europea, non parla nessuna lingua che Gulliver conosca. Gulliver gli rivolge la parola prima in tedesco e in olandese, poi in francese, spagnolo, latino – come ultima spiaggia – con scarsi risultati, viene preso a frecciate, si difende come può, e messo alle strette lancia lillipuziani fuori dalle tasche come insetti fastidiosi. Dopo tutto la guerra è guerra.

Nel regno si è sparsa la voce dell’arrivo di questo strano essere, difficile da nutrire per dimensioni e peso, e di cui l’imperatore non sa che farsene, non sanno come liberarsi della sua carcassa, hanno pure paura che il cadavere provochi delle epidemie. Dopo complesse trattative, scelgono un approccio più amichevole.

Viene dato ordine a seicento lillipuziani di accamparsi notte e giorno fuori dalla mole di Gulliver. Trecento hanno il compito di cucirgli un vestito adeguato alle mode del tempo – la moda è sempre stata di moda – sei maestri tentano di insegnargli il lillipuziano – when in Lilliput do as the Lilliputians do. Il lillipuziano non è poi così difficile, dopo tre settimane Gulliver comincia a capire qualcosa al punto che firma un accordo di pace con il non più temibile capo dei lillipuziani. Viene redatto un inventario dei suoi effetti personali, classificati come oggetti dell’uomo-montagna. Gulliver ci informa che per accedere al servizio di segretario di corte bisogna fare una danza con la corda, chi salta più in alto, vince il posto. Esercizio fisico politico.

Rompe la routine dei “divertimenti” uno strano ritrovamento, una massa informe nera che i Lillipuziani temono come un’epidemia. Trattasi del cappello malandato di Gulliver scampato anch’esso al naufragio. Viene siglato un accordo con l’imperatore di Lilliput che ha un nome facile da ricordare: GOLBASTO MOMAREN EVLAME GURDILO SHEFIN MULLY ULLY GUE. L’uomo montagna si impegna a non lasciare la sua abitazione se non previo consenso del Grande Capo e a difendere qualora venga richiesto il regno lillipuziano, vitto e alloggio incluso. Il cibo fornito segue una strana proporzione calcolata secondo la matematica dei lillipuziani, occhio e croce, porzioni corrispondenti a 1728 pasti lillipuziani. Gulliver è perplesso, ma una volta ottenuta la sua libertà, chiede di poter visitare la capitale del regno, Mildendo.

Una città minuscola si intende, modesta nelle sue dimensioni, che Gulliver rischia di radere al suolo con il bordo del suo mantello. Il centro viene caldamente evitato ma riesce a vedere da una finestra il viso stupito dell’imperatrice. Prima di andare a fare visita al palazzo del capo, si mette a costruirsi due sgabelli per potersi sedere, tre giorni perso nel bosco a tagliare legna.

Una volta tornato al palazzo il capo gli fa sapere che temono un’invasione da un altro regno, gli abitanti di Blefuscu – non sono dei vampiri della Transilvania ma leggo in nota un riferimento alla Francia. Lotte intestine per la rottura delle uova – per non dire altro – in realtà una metafora di Swift sulle guerre religiose tra Inghilterra (Lilliput) e Francia (Blefuscu). Gulliver non vorrebbe essere messo in mezzo, ma offre il suo sostegno se e qualora verrà richiesto.

Il pericolo è dietro l’angolo, la tanto temuta invasione sta per iniziare, Gulliver scorge in lontananza una flotta di nemici in marcia. Un’impresa tutto sommato fattibile, lancia degli arpioni in mare e comincia a legare le navi tra loro..Ore contate per i naviganti di Blefuscu che si devono arrendere all’inevitabile sconfitta. Seguono trattati di pace, e Gulliver ormai è quasi diventato consigliere ufficiale dell’imperatore.

Per chi nel frattempo si chiedesse ma gli animali di Lilliput sono piccoli come i lillipuziani? Gulliver informa che sì, e noi facciamo finta di credergli.

Il viaggio continua..

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Viaggio sentimentale di Laurence Sterne: III e ultima parte

A Tort_ _

A Versailles il Reverendo chiede udienza dal conte B., non è l’unico, così approfitta dell’attesa per farsi un giro, incontra un cavaliere che si è convertito all’arte della pasticceria e offre i suoi dolci e paté fuori dai palazzi dei nobili, visto che deve perdere un po’ di tempo inserisce un racconto inventato di sana pianta, sulla storia dell’investitura di un nobile a Rennes, ma qui diamo libero sfogo alla fiction, intanto sono passate due ore, e si ritorna dal conte B..

Sullo scrittoio una copia di Shakspeare, che nella versione foscoliana si scrive così, come anche “Tis strange!” come esclamazione di stupore viene tradotto nel sintetico “Poffare!” – volendo c’era anche Pofferbacco ma forse a Diodimo sembrava troppo – e il conte viene conquistato dal fatto che Yorik abbia lo stesso nome del buffone Yorik nell’Amleto, che il buffone sia morto da secoli e che sia un teschio è del tutto irrilevante per il conte, il Reverendo Yorik, soprattutto per quel rimando letterario, ha il diritto ad avere un passaporto nuovo di zecca. Mentre si assenta per accelerare le pratiche, Yorik si distrae leggendo Molto Rumore per Nulla, con le schermaglie amorose tra Benedick e Beatrice nel Regno di Sicilia, e così il tempo vola, il conte gli consegna il nuovo documento e lo interroga sulla gentilezza dei Francesi. Yorik non può che esagerare, un po’ forzatamente, e infatti per smorzare i toni aggiunge al discorso che i Francesi hanno un unico difetto: sono forse troppo seri. L’ironia non viene colta. Il conte si ripromette di invitarlo a pranzo non appena si presenterà l’occasione giusta, vuole fargli cambiare idea. Il Reverendo ringrazia e ritorna al suo hotel, a Parigi.

Mai rientro fu più fortunato, trova ad accoglierlo la dama al servizio di Madame R., con la scusa di consegnargli un piccolo portafoglio di seta per le sue monete. Il Reverendo è estasiato, all’inizio per mascherare l’imbarazzo si mette a scriverle una lettera mentre lei lo osserva e gli passa il calamaio, non è concentrato. Si siedono sul suo letto e lei si accorge che il pizzo attorno al collo ha bisogno di qualche punto, Yorik comincia a sudare, poi non si perde d’animo e le fa notare che il nastro della sua scarpa si è slacciato, è arrivato il momento di passare all’azione, indugia un po’ troppo ad accarezzare la fibbia della scarpa, la meta del letto è sempre più vicina…e il cuore va sempre seguito.

La scena successiva il Reverendo è risollevato, non ha voglia di vedere altre persone, nemmeno la sarta da cui aveva comprato due paia di guanti lungo il tratto di strada per l’Opéra, fa sapere a La Fleur che non vuole essere disturbato, la grisette dalle ciglia di seta non viene ricevuta. Lo scudiero La Fleur, grazie alla nuova paga e alla moda parigina, ha cambiato look, pantaloni sgargianti, camicia svolazzante, ha pure un nuovo amore, dopo avergli servito la colazione in camera, si congeda per un appuntamento domenicale con una donna. Ma chi è? Qualcuno che ha conosciuto a Versailles…in casa ha un esempio a cui ispirarsi, ogni occasione è persa. Yorik, dopo aver divorato la colazione, si dedica alla lettura di Rabelais – autore molto amato da Sterne.

Rapito dal racconto di un notaio alle prese con una moglie troppo passionale, si accorge che mancano delle pagine, quando risolleva la testa, La Fleur è già tornato indietro, un po’ accasciato, la demoiselle non ne vuole più sapere di lui e ha di meglio da fare.

Fuori dall’albergo Yorik osserva che c’è sempre un mendicante che chiede l’elemosina, questa volta ha puntato due signore, a cui chiede 12 soldi, è talmente insistente e abile che riesce a ottenere esattamente quello che vuole, grazie al potere dell’adulazione. Yorik divide le dame francesi in tre categorie distinte per fasce d’età: coquette, déiste – amante dei liberi pensatori – e devota, l’ipocrita per eccellenza. Il Reverendo ormai è conteso da tutte le dame della buona società francese, partecipa a cene e a dibattiti su argomenti vari, fino a che comincia a provare nausea per se stesso, per quello che sta diventando, una specie di pallone gonfiato che vive alle spese dei suoi ospiti, è arrivato il momento di cambiare aria e partire per l’Italia.

Lungo il tragitto da Parigi a Lione, Yorik che non può fare a meno di raccontare qualche aneddoto, inserisce la storia straziante di Maria, una donna impazzita per amore che vaga come un pastorella, suona delle melodie malinconiche con il flauto, la famiglia per quanto preoccupata non ha i mezzi né per curarla né per capirla, il padre è morto. Il Reverendo si sente un nuovo Don Chisciotte – la pastorella ricorda vagamente la sua versione di Marcella Bella – accompagna la ragazza per un tratto di strada e riprende il viaggio, interrotto da una nuova avventura, il ronzino perde un ferro di cavallo, e la sosta si fa obbligatoria, vicino al Tararo. Viene invitato a cena da una famiglia di contadini, mangia di gusto in compagnia e alla fine del pasto gli fanno pure un concerto con tanto di viola.

Il giorno dopo si ritrova in un albergo in Savoia, a dover dividere la stanza, l’unica disponibile con due letti e un caminetto con una signora piemontese e la sua cameriera. Per rompere il ghiaccio bevono una bottiglia di vino rosso, si mettono d’accordo che una volta chiusi dietro le tende dei loro rispettivi letti a baldacchino – il Reverendo ha l’ordine tassativo di non levarsi mai la sua veste da camera – non si possono rivolgere la parola, vi lascio immaginare che fine faccia la cameriera nel cuore della notte…Sterne allude ma non specifica, Didimo lascia intendere che cogliere la rosa forse vuol dire altro.

E così si chiude il secondo tomo, senza fare in tempo a compilare gli altri due volumi riservati all’Italia.

§

If love is a game where you win or you lose, can you explain the consequences right here, ah ’cause we have found that love is always near…

§

Altre letture

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Viaggio sentimentale di Laurence Sterne: III e ultima parte

A Tort_ _

A Versailles il Reverendo chiede udienza dal conte B., non è l’unico, così approfitta dell’attesa per farsi un giro, incontra un cavaliere che si è convertito all’arte della pasticceria e offre i suoi dolci e paté fuori dai palazzi dei nobili, visto che deve perdere un po’ di tempo inserisce un racconto inventato di sana pianta, sulla storia dell’investitura di un nobile a Rennes, ma qui diamo libero sfogo alla fiction, intanto sono passate due ore, e si ritorna dal conte B..

Sullo scrittoio una copia di Shakspeare, che nella versione foscoliana si scrive così, come anche “Tis strange!” come esclamazione di stupore viene tradotto nel sintetico “Poffare!” – volendo c’era anche Pofferbacco ma forse a Diodimo sembrava troppo – e il conte viene conquistato dal fatto che Yorik abbia lo stesso nome del buffone Yorik nell’Amleto, che il buffone sia morto da secoli e che sia un teschio è del tutto irrilevante per il conte, il Reverendo Yorik, soprattutto per quel rimando letterario, ha il diritto ad avere un passaporto nuovo di zecca. Mentre si assenta per accelerare le pratiche, Yorik si distrae leggendo Molto Rumore per Nulla, con le schermaglie amorose tra Benedick e Beatrice nel Regno di Sicilia, e così il tempo vola, il conte gli consegna il nuovo documento e lo interroga sulla gentilezza dei Francesi. Yorik non può che esagerare, un po’ forzatamente, e infatti per smorzare i toni aggiunge al discorso che i Francesi hanno un unico difetto: sono forse troppo seri. L’ironia non viene colta. Il conte si ripromette di invitarlo a pranzo non appena si presenterà l’occasione giusta, vuole fargli cambiare idea. Il Reverendo ringrazia e ritorna al suo hotel, a Parigi.

Mai rientro fu più fortunato, trova ad accoglierlo la dama al servizio di Madame R., con la scusa di consegnargli un piccolo portafoglio di seta per le sue monete. Il Reverendo è estasiato, all’inizio per mascherare l’imbarazzo si mette a scriverle una lettera mentre lei lo osserva e gli passa il calamaio, non è concentrato. Si siedono sul suo letto e lei si accorge che il pizzo attorno al collo ha bisogno di qualche punto, Yorik comincia a sudare, poi non si perde d’animo e le fa notare che il nastro della sua scarpa si è slacciato, è arrivato il momento di passare all’azione, indugia un po’ troppo ad accarezzare la fibbia della scarpa, la meta del letto è sempre più vicina…e il cuore va sempre seguito.

La scena successiva il Reverendo è risollevato, non ha voglia di vedere altre persone, nemmeno la sarta da cui aveva comprato due paia di guanti lungo il tratto di strada per l’Opéra, fa sapere a La Fleur che non vuole essere disturbato, la grisette dalle ciglia di seta non viene ricevuta. Lo scudiero La Fleur, grazie alla nuova paga e alla moda parigina, ha cambiato look, pantaloni sgargianti, camicia svolazzante, ha pure un nuovo amore, dopo avergli servito la colazione in camera, si congeda per un appuntamento domenicale con una donna. Ma chi è? Qualcuno che ha conosciuto a Versailles…in casa ha un esempio a cui ispirarsi, ogni occasione è persa. Yorik, dopo aver divorato la colazione, si dedica alla lettura di Rabelais – autore molto amato da Sterne.

Rapito dal racconto di un notaio alle prese con una moglie troppo passionale, si accorge che mancano delle pagine, quando risolleva la testa, La Fleur è già tornato indietro, un po’ accasciato, la demoiselle non ne vuole più sapere di lui e ha di meglio da fare.

Fuori dall’albergo Yorik osserva che c’è sempre un mendicante che chiede l’elemosina, questa volta ha puntato due signore, a cui chiede 12 soldi, è talmente insistente e abile che riesce a ottenere esattamente quello che vuole, grazie al potere dell’adulazione. Yorik divide le dame francesi in tre categorie distinte per fasce d’età: coquette, déiste – amante dei liberi pensatori – e devota, l’ipocrita per eccellenza. Il Reverendo ormai è conteso da tutte le dame della buona società francese, partecipa a cene e a dibattiti su argomenti vari, fino a che comincia a provare nausea per se stesso, per quello che sta diventando, una specie di pallone gonfiato che vive alle spese dei suoi ospiti, è arrivato il momento di cambiare aria e partire per l’Italia.

Lungo il tragitto da Parigi a Lione, Yorik che non può fare a meno di raccontare qualche aneddoto, inserisce la storia straziante di Maria, una donna impazzita per amore che vaga come un pastorella, suona delle melodie malinconiche con il flauto, la famiglia per quanto preoccupata non ha i mezzi né per curarla né per capirla, il padre è morto. Il Reverendo si sente un nuovo Don Chisciotte – la pastorella ricorda vagamente la sua versione di Marcella Bella – accompagna la ragazza per un tratto di strada e riprende il viaggio, interrotto da una nuova avventura, il ronzino perde un ferro di cavallo, e la sosta si fa obbligatoria, vicino al Tararo. Viene invitato a cena da una famiglia di contadini, mangia di gusto in compagnia e alla fine del pasto gli fanno pure un concerto con tanto di viola.

Il giorno dopo si ritrova in un albergo in Savoia, a dover dividere la stanza, l’unica disponibile con due letti e un caminetto con una signora piemontese e la sua cameriera. Per rompere il ghiaccio bevono una bottiglia di vino rosso, si mettono d’accordo che una volta chiusi dietro le tende dei loro rispettivi letti a baldacchino – il Reverendo ha l’ordine tassativo di non levarsi mai la sua veste da camera – non si possono rivolgere la parola, vi lascio immaginare che fine faccia la cameriera nel cuore della notte…Sterne allude ma non specifica, Didimo lascia intendere che cogliere la rosa forse vuol dire altro.

E così si chiude il secondo tomo, senza fare in tempo a compilare gli altri due volumi riservati all’Italia.

§

If love is a game where you win or you lose, can you explain the consequences right here, ah ’cause we have found that love is always near…

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Altre letture

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