Prima o poi quasi tutti gli scrittori si cimentano in un romanzo in cui il protagonista è un artista, un classico che implode ed esplode in altri territori, è il caso di Jed Martin, fotografo, dagli oggetti ai paesaggi senza soggetti, alle mappe delle guide Michelin, a ritrattista, quadri degnamente presentati già dai titoli Bill Gates e Steve Jobs parlano del futuro dell’informatica, sottotitolato La conversazione di Palo Alto, Damien Hirst e Jeff Koons si spartiscono il mercato dell’arte – mai terminato e finito a brandelli – Il giornalista Jean-Pierre Pernaut anima una riunione redazionale, e una gemma inaspettata, Michel Houellebecq scrittore, coup de theatre alla Hitchcock, solo che qui lo scrittore non figura di sfuggita come un cameo ma ha ruolo fondamentale, una guida inconsapevole ai mutamenti creativi di un talento in divenire. Un romanzo con saggio sull’artista, un giallo, un’esplorazione emotiva sulla famiglia e le relazioni sentimentali, padre architetto affermato ma figura silente e indaffarata – non si è mai ripreso dal suicidio della moglie – una vita confusa e solitaria animata da brevi incontri con escort e una donna per cui perdere la testa, un dono che non si è in grado di accettare, la felicità differita.
Questo per chi lo vede dall’esterno, un mondo interiore che cozza con un paesaggio esterno fermo nei suoi rituali borghesi, le incombenze sociali, un ambiente artistico con tutte le sue finzioni e impersonificazioni grottesche, a tratti meschine e imbarazzanti in cui si deve fare finta di essere quello che non si è, sdoppiandosi in un avatar accondiscendente, o in una caricatura di misantropo da esibire alle feste, scontroso ma presente. La noia rimane un elemento fondamentale, scatena piccole rivoluzioni improvvise, molti inferni creativi – le vere autentiche gioie – che divorano tutto il tempo a disposizione e per questo lo rendono sopportabile.
“Essere artista significava innanzitutto essere sottomesso. Sottomesso a messaggi misteriosi, imprevedibili, che si dovevano dunque definire “intuizioni” in mancanza di meglio o in assenza di ogni credenza religiosa; messaggi che comunque comandavano in maniera imperiosa, categorica, senza lasciare la minima possibilità di sottrarvisi – a meno che non si volesse perdere ogni rispetto di se stessi. Tali messaggi potevano implicare la distruzione di un’opera, addirittura di un intero complesso di opere, per imboccare in una direzione radicalmente nuova, o talvolta per rimanere senza alcuna direzione, senza disporre del minimo progetto, della minima speranza di continuazione.” [1]
Una condizione che inevitabilmente riporta le fotografie degli esordi di Jed Martin a un nichilismo che non lascia spazio che al paesaggio, sfondi senza figure, assenze eteree. Grazie ai ritratti quel cerchio si può chiudere.
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[1] Michel Houellebecq, La carta e il territorio, 2010, Bompiani, p. 88. Traduzione di Fabrizio Ascari.
Finalmente un film che interpreta in modo intelligente il senso di impotenza e i conflitti di un’età in divenire. L’impresa quasi impossibile non deve essere stata facile da realizzare, 12 anni nella vita di una famiglia di genitori separati – girato dal regista Richard Linklater dal 2002 al 2013 – in cui i piccoli protagonisti crescono, dalla fase del baffo pazzo e delle tempeste ormonali ai confini dei teens, quando con finta spavalderia si affronta la scelta dell’università per affondare in un mare di incognite. I genitori sono Patricia Arquette, immortale interprete di Medium, e Ethan Hawke nel ruolo del padre sensibile ma economicamente inaffidabile secondo i parametri americani dove se non fai soldi sei un fallito. Mason Evans junior insieme alla sorella Samantha subiscono le unioni disastrose della madre che pur essendo una persona colta, preparata e determinata che ha saputo crescere i figli da sola prendendosi un’ulteriore specializzazione in psicologia, finisce sempre nella morsa di uomini violenti e sadici, i controllori compulsivi, cambia partner ma lo schema si ripete uguale e inesorabile, come se lei stessa non credesse abbastanza nelle sua qualità, confonde il bisogno di protezione con la certezza di una disciplina ordinata, pensando che quella finta e apparente affidabilità di un uomo con un posto sicuro possa dare stabilità alla sua famiglia e alla fine la schiaccia e la mortifica come una camicia troppo stretta dove i bottoni stanno per esplodere. Il padre, roso dai sensi di colpa per non essere stato un buon marito, si sforza di essere un buon genitore, procedendo per tentativi, a volte disastrosi, in cui cerca di trasmettere ai suoi figli l’amore per la musica, è un musicista che sbarca il lunario cambiando spesso città e mestieri, si risposa con una donna adorante figlia di un predicatore con la pistola accanto alla Bibbia, la categoria di quelli che puniscono in nome di Dio, quelli che parlano per sentenze perché teleguidati dalla Verità. E invece dove è la verità?
Sicuramente dove meno ce l’aspettiamo, negli occhi disarmanti di Mason che osserva e prende appunti con le sue fotografie, nel viso luminoso e intenso di Patricia Arquette che sogna altri orizzonti, nelle battute acide della figlia secchiona cresciuta troppo in fretta, nei dialoghi tra sordi, di chi parla e non si ascolta. Eppure nel commento silenzioso delle inquadrature si continuano a intravedere altri destini, così, all’improvviso, mentre fissiamo con meraviglia un tramonto infuocato tra le rocce, Nicole, la nuova compagna di studi all’università, solleva ogni dubbio: “ci parlano sempre di cogliere l’attimo e se fosse l’attimo a cogliere noi?”
Il settimo appuntamento con le interviste possibili si apre con il mecenate delle anime, Andrea Bettini, ideatore di un progetto narrativo unico nel suo genere. Laureato in economia, esperto di marketing, scrittore, ghost-writer, attore in commedie veneziane, qui direi che si affrontano con disinvoltura e maestria discipline e aree diverse.
Benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? A te la scelta…
Guarda qualche settimana fa sono stato a trovare un’amica che sta facendo un corso per “Tea Sommelier” e mi ha introdotto in questo fantastico mondo. Dialogo, ritualità, degustazione e perché no… un viaggio alla scoperta di culture diverse. Affascinato da tutto ciò direi che un tè verde va più che bene.
E allora ci beviamo un tè verde che è anche un antiossidante. Cosa stai organizzando di bello al momento?
Il prossimo 3 ottobre parte la Terza Edizione de “Il mecenate d’anime approda a Venezia”. Ci tengo a sottolineare questo, perché quando ho proposto due anni fa questa iniziativa ad Alain Bullo direttore dell’Hotel Londra Palace, il luogo che ospita questi incontri, è stata un po’ una sfida. Il format era già rodato da un paio d’anni per il web attraverso questi racconti che scrivevo e pubblicavo, però non sapevo che impatto potessero avere queste storie di fronte ad un pubblico e raccontate direttamente dai loro protagonisti. Devo dire che il tutto ha superato ogni più rosea aspettativa. Condividere esperienze positive di persone differenti accomunate tutte però dalla passione, dal talento e dall’entusiasmo è un vero piacere. E poi chissà magari può innescare in chi ascolta quello che chiamo un effetto domino, un processo virtuoso d’imitazione. Oltre a “Il mecenate d’anime”, sono piuttosto concentrato in questo periodo sullo sviluppo di iniziative legate al corporate storytelling. Credo che oggi più che mai ci sia bisogno di raccontare il lato umano di chi fa impresa oggi. Come esempio ti cito Heartbeat, un progetto dove io insieme ad un pittore bassanese, Benedetto Pellizzari, ci ritroviamo a raccontare aziende mettendo insieme due tecniche comunicative diverse, ma complementari come la parola e la pittura. Il tutto è nato da un’idea di una mia ex-collega, Nicole Kreel, consulente d’azienda con anni di esperienza nell’ambito delle dinamiche d’impresa, che mi ha coinvolto in questi ritratti di imprese dove l’obiettivo è quello di mettere su un medesimo piano narrativo tutte le persone che lavorano per un progetto comune. Nel lavoro che stiamo sviluppando in questo periodo ci ha aiutati anche Sonya Robazza, una corporate coach, con la quale siamo andati a scardinare alcuni preconcetti e a condividere una serie di valori aziendali. In tutto questo progetto abbiamo un notevole supporto anche da dogtrot, un’agenzia di comunicazione e design di Treviso, che riesce a far sì che i materiali che produciamo diventino degli utili strumenti alternativi di comunicazione aziendale.Per concludere la parentesi progetti, ti segnalo www.lovefor.it . È un magazine online nato pochi mesi fa proprio dal mio incontro con Margherita Rui, il direttore creativo di dogtrot. Attraverso un format veloce di video-interviste cerchiamo di mettere insieme punti di vista differenti su quale sia il significato del termine design oggi. Design applicato anche fuori dal suo contesto “tradizionale”. È per questo che siamo partiti con uno speciale sul Salone del Mobile di Milano, per poi passare al mondo Fashion in occasione dell’ultima edizione di Pitti Immagine. Ad intervallare i due speciali, una video-monografia dedicata a colui che ha portato il design nella moda: Elio Fiorucci. Con LOVE FOR, siamo solo all’inizio, ma il riscontro è stato veramente molto positivo sia in termini di visualizzazioni al sito sia in termini di complimenti ricevuti da “addetti ai lavori” per la qualità dei contenuti pubblicati.
In pieno fermento Andrea…La narrazione è un tema fondamentale nelle serate e/o eventi che presenti, sapere conquistare chi ti ascolta attraverso il racconto e l’arte della parola. Come è iniziata la tua ricerca?
Curiosità, osservazione e un pizzico di attitudine. Ti dico ciò perché capita a tutti di chiedersi cosa si sa fare meglio, che poi quasi sempre coincide con ciò che ci dà più soddisfazione. Per quanto mi riguarda credo di avere una buona capacità nel promuovere le persone che ritengo valide. Mi entusiasma raccontare storie di persone che hanno progetti, sogni, voglia di fare. Poi c’è un altro aspetto quello legato alla comunicazione. Siamo intossicati da tragedie, crisi e quant’altro. Tutto vero certo. Nessuno vuole nascondere la realtà, però questa è una realtà parziale. Esiste tutta una parte di buone notizie, di persone valide, cose che funzionano che non fanno notizia ed invece sono altrettanto numerose, se non di più, di ciò che di negativo caratterizza la nostra società. Non è una campagna buonistica la mia. Ma un tentativo di riequilibrare l’informazione. Purtroppo negli anni precedenti è stata fatta confusione su cosa vuol dire positività e bello. Ci hanno scippato il sorriso. Lo hanno reso ostaggio della banalità. Ora credo che sia il giusto momento per riaffermare il valore dell’entusiasmo. Per concludere prima di lasciarmi andare ad ulteriori divagazioni, diciamo che la mia ricerca è iniziata in maniera spontanea, ammirando ciò che di bello mi circonda.
Già…come darti torto? Hai incontrato moltissimi talenti, tutti in qualche modo, in misura diversa, tenaci nella loro capacità di perseguire un sogno e di realizzarlo. Che rapporto hai con i sogni? Li ricordi, li annoti, o li dimentichi?
Un rapporto strano. Ultimamente ho spostato l’attenzione dai sogni notturni a quelli diurni o comunque cerco di farli collimare. Ti dico questo perché la fase che precede il sonno mi piace trascorrerla cercando di fare un bilancio della giornata e allo stesso tempo di pensare a nuove cose che posso fare all’indomani. Questi elementi incidono sicuramente sul mio processo di sogno che però a fatica ricordo all’alba nella sua accezione più intangibile. Mentre ben presenti rimangono quegli incipit che mi ero dato prima di addormentarmi e ai quali cerco di dare un seguito, affiancandogli per quanto mi è possibile un’azione e una tempistica di realizzo.
Secondo Oscar Wilde “una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’àncora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela.” Sei d’accordo?
In parte. Secondo me è quel termine utopia che nasconde in sé spesso motivo di rassegnazione e frasi del tipo “tanto non cambia nulla”. Per tornare alla domanda precedente, sostituirei utopia con sogno. Sembra un passaggio da poco invece è quello che fa la differenza. Il sogno, come lo intendo io, è un progetto di vita e se uno ci crede fortemente e fa ogni giorno qualcosa per realizzarlo ha già fatto qualcosa di positivo per cambiare in meglio sé stesso e forse anche il suo Paese. È facile indignarsi per ciò che non va. È molto più difficile invece rimboccarsi le maniche e lavorare per dare il meglio di sé. Le persone che piacciono a me sono queste. Sognatori concreti che con entusiasmo, gioia, determinazione e disciplina costruiscono, passo dopo passo, qualcosa di meraviglioso. Sai magari tanti di questi nemmeno realizzeranno completamente i loro sogni, ma potranno essere soddisfatti di averci provato, di avere dato seguito a un loro pensiero e poi comunque quando inizi un viaggio di questo tipo non puoi che crescere come individuo e collettività nel suo complesso.
Capisco il tuo punto di vista, e sono d’accordo, però credo che l’utopia abbia anche una valenza positiva non riferita al limite invalicabile della chimera, quanto di luogo ideale in cui dare spazio a una realtà immaginata anche se inesistente…un po’ come il ponte ologrammi in Star Trek…una evasione necessaria…
Che video (può essere un pezzo che illustra il tuo lavoro, un brano musicale, un lavoro di un artista che ti piace, il tema è libero) hai scelto per noi e perché?
Dovendone scegliere uno solo mi metti un po’ in difficoltà. Forse però ce n’è uno che racchiude un po’ tutte le caratteristiche che mi citi tu tra parentesi. Il video è questo:
illustra il mio lavoro perché è una sintesi per immagini in movimento di quanto accaduto la prima volta che ho presentato ad un pubblico Il mecenate d’anime; come colonna sonora c’è un brano che mi rappresenta musicalmente parlando, l’autore è Beirut e riprende un po’ quel genere pop-folk che a me piace; il video è stato realizzato da un artista al quale tengo particolarmente, lui si chiama Fabio Guzzano, ed oltre ad essere stato il “mio capo” la prima volta che mi sono affacciato al mondo lavorativo è un caro amico, lui è il direttore creativo di una dinamica web agency, ma soprattutto ha una sensibilità artistica notevole che riesce a fissare anche attraverso l’utilizzo della macchina da presa. Ci sono diversi progetti con lui, uno dei quali è proprio la trasposizione televisiva de Il mecenate d’anime. Prima di concludere Carla permettimi di ringraziare anche altre due persone. Una è Alfredo Montresor, è colui che immortala magistralmente attraverso la sua reflex il cammino de Il mecenate d’anime. È un talento fotografico, invito a visitare la sua pagina flickr http://www.flickr.com/photos/fred_vr . L’altro è Alessio Albano, un altro caro amico ed è colui che ha dato vita al sito de Il mecenate d’anime. Vedi sono contornato di amici!
Carla non aggiungo altro se non un grazie per avermi ospitato nel tuo salotto virtuale. Questo volta mi hai preso piacevolmente in contropiede, lo sai che preferisco intervistare che essere intervistato. A presto e un abbraccio. Andrea.
Grazie a te Andrea, direi che te la sei cavata benissimo, e complimenti per i progetti.
Ho l’onore di aprire la nuova serie delle interviste possibili con il musicista Raffaele Serra, uno dei primi sperimentatori in Italia di musica elettronica, fotografo, grande esperto di cinema, autore di progetti molto interessanti legati ai paesaggi sonori.
Benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Tè, caffè, un prosecco, a te la scelta…
Grazie dell’invito…gradirei un tè.
Metto immediatamente il bollitore in funzione…Leggendo un tuo curriculum online, ho scoperto moltissime cose, hai lavorato in Olanda, ti sei occupato di teatro sperimentale, hai collaborato con l’antropologo Fred Gales in merito agli studi incentrati sulle culture arcaiche, ti sei interessato di musicoterapia, e il teatro di fatto è tuttora presente nella tua vita, visto che lavori al Teatro Elfo Puccini a Milano, qual è stata la tua prima performance?
Ho iniziato a lavorare con Teatro Uomo, il primo teatro off di Milano alla fine del 1969 come tecnico delle luci e del suono…iniziava allora la straordinaria avventura del teatro sperimentale in Italia e nel nostro teatro sono passati tutti i personaggi che poi sono entrati nella storia del teatro e della musica. Nel nostro ambiente non c’erano gerarchie da rispettare come nel teatro Borghese così nascevano spontaneamente scambi culturali e amicizie con registi, attori e artisti che già allora rivelavano grande talento e personalità …gli stimoli di ogni tipo non mancavano di certo a quel tempo ..ed io ero molto ricettivo .. siamo il risultato di quello che la nostra curiosità ha trattenuto nella nostra memoria. Pur venendo dalle arti visive – ho frequentato la Scuola D’Arte del Castello Sforzesco – la musica, in tutte le sue forme, è sempre stata la mia grande passione…ho iniziato presto ad ascoltare e a collezionare dischi di musica classica, contemporanea/elettronica, jazz …il rock poi era cresciuto in fretta e già nella seconda metà degli anni ’60 aveva aperto grandi spazi alla sperimentazione. Si pubblicavano e si vendevano dischi impensabili al giorno d’oggi, il rock tedesco in particolare che facendo tesoro delle ricerche dei Beatles e dei primi Pink Floyd e forti del fatto di avere in casa una scena elettronica colta e prestigiosa …Stockhausen in testa …ha dato vita ad una serie di gruppi e di dischi straordinari. La musica di ricerca per la prima volta usciva dalle accademie e dai conservatori e abbracciava il grande pubblico internazionale del rock ….i primi sintetizzatori costosissimi entravano a far parte della strumentazione dei gruppi sostituendo gradualmente le chitarre elettriche ….Tangerine Dream e Klaus Schulze hanno lasciato il segno fin dai primi dischi …pubblicando capolavori senza tempo ….in Italia il primo e il più coraggioso, anche se un po’ ingenuo a seguire questa strada, è stato Franco Battiato, aveva acquistato un costoso sintetizzatore Vcs3 usato e lo studiava giorno e notte ….ed è stato proprio dopo un concerto di Battiato nel nostro teatro – come sempre avevo montato e programmato le luci per lo spettacolo – che decisi il giorno dopo di acquistare un organo elettrico, mixer, echo a nastro e un registratore semiprofessionale a bobine e tre apparecchi radio che usavo sulle onde corte. Iniziò così la mia avventura nell’affascinante mondo dei suoni ….nel frattempo la scena rock si era ancora più evoluta e diversi gruppi avevano completamente abbandonato chitarre e batterie facendo un uso massiccio dei synths, diventati per fortuna più economici ed accessibili, e così feci io stesso, iniziando a collezionarne un bel numero. Ho vissuto ad Amsterdam nella metà degli anni ’80, Fred Gales, oltre che serissimo antropologo era anche compositore di musica elettronica, aveva creato un progetto Sound Reporters che si proponeva la diffusione delle musiche e delle culture dei popoli indigeni, poteva contare sull’appoggio delle istituzioni …Amsterdam era davvero un altro pianeta, tanto che la sede dell’associazione culturale era una ex-scuola elementare dove regolarmente venivano a farci visita i capi ed i rappresentanti delle varie etnie, personaggi incredibili…
Ricordo in particolare Ernesto Xeres Quempe, il capo dei Jivaros, un guerriero con i capelli neri e lisci fino alle reni e un carisma eccezionale ….mi sorprese perché conosceva molto bene la scena politica italiana…le mie prime performances musicali sono nate proprio ad Amsterdam…Ho iniziato ad occuparmi di musicoterapia per auto-terapia…la mia musica è diventata sempre più mantrica, ipnotica, per rallentare il flusso ininterrotto dei pensieri ho iniziato ad usare ed elaborare le melodie raga della musica indiana coniugandole con l’enorme varietà delle sonorità elettroniche …Filippo Massara, musicologo e titolare della Ludi Sounds, ha pubblicato poi agli inizi degli anni ’90 tre miei cd con buoni risultati di vendite anche all’estero.
Non potrebbe essere altrimenti con la tua preparazione…se non ricordo male hai dedicato anche un lavoro al chakra del cuore…
Ezra Pound sosteneva che i poeti che non si occupano di musica diventano cattivi poeti, personalmente diffido di chi non ama la musica, tu che rapporto hai invece con la poesia, la leggi?
Ho sempre letto e amato la poesia fin da adolescente…amo ancora imparare a memoria e recitare per me stesso le poesie che mi colpiscono particolarmente. Penso che la poesia sia al di là delle rime e della metrica “Musica delle parole”….musicalità…ritmo …sonorità ..durata ..sonetto (piccolo suono) …quanti termini hanno in comune Poesia e Musica …
Verissimo, non avevo mai pensato al sonetto come piccolo suono ma in effetti è proprio così…
E il poeta e il musicista usano spesso gli stessi strumenti per comunicare il loro stato d’animo e i loro pensieri…ho sempre poi associato istintivamente il V movimento della “Pastorale” di Beethoven a “La quiete dopo la tempesta” di Leopardi…la musica di Debussy alla poesia di Mallarmé ….e ancora “L’Infinito” di Leopardi alla sublime magnificenza di “Irrlicht” di Klaus Schulze ..
Molti associano musica a numeri e colori, però ora che me l’hai fatto notare, è una combinazione affascinante che apre a nuove connessioni…
In questi ultimi anni sto imparando a memoria in francese le pagine delle “Illuminazioni” di Rimbaud che prediligo…e rimango sbalordito dalla musicalità che scaturisce da quei versi immortali …del resto basta ascoltare la “Lectura Dantis” di Carmelo Bene ….oltre alla grande maestria di grandissimo attore, possiamo ascoltare la grande cura …quasi ossessiva che dava alla qualità del suono con l’uso dei migliori microfoni e delle tecniche di registrazione che aveva a disposizione…
Sì, giocando spesso con l’incontro-scontro tra parola, eco e suono…
Come è nata la tua ricerca musicale legata al field recording?
La mia ricerca sul field recording nasce dalla volontà di continuare e sviluppare il lavoro di Luc Ferrari con il suo “Cinéma pour l’oreille”, le orecchie sono gli occhi della mente e da grande appassionato di cinema da sempre compongo colonne sonore per film immaginari. Uso le registrazioni ambientali come micce per dare fuoco alla fantasia dell’ascoltatore ….in questo ho avuto un grande maestro, Alvin Curran, che ho conosciuto a Roma nel 1970 ….Alvin registrava e collezionava una varietà enorme di suoni presi dalla vita di tutti i giorni…infatti i registi famosi ricorrevano spesso a lui…Abitava in una soffitta con temperature torride d’estate e gelide d’inverno, aveva le sue apparecchiature, collezionava strumenti giocattolo, i suoi libri erano custoditi in diverse cassette della frutta usate come libreria ..e ogni notte quando rientrava a casa registrava i suoi passi per tutte le scale, con le scarpe bagnate, con gli zoccoli, con i sandali ….registrava e archiviava. I suoi tre dischi dell’epoca pubblicati in Italia sono degli autentici capolavori, in particolare “Canti e vedute del Giardino Magnetico” e “Fiori Chiari, Fiori Oscuri” dove l’uso del field recording raggiunge il massimo della poesia…esempi irripetibili di vero e proprio “Cinema per le Orecchie” ….questi due dischi mi hanno influenzato parecchio e li ascolto ancora con grande interesse.
Bravissimo musicista…illuminato in ogni senso…
Hai una grande conoscenza cinematografica, su fb ho spesso il piacere di vedere i video che condividi, moltissimi capolavori, quali sono i temi che ti affascinano di più?
Il grande cinema è insieme ai libri e alla musica il mio nutrimento quotidiano da sempre…da adolescente con il mio gruppo di amici frequentavo i cinema d’Essai e la cineteca. Per me il Cinema è la settima arte…in quegli anni l’unico modo di rivedere e studiare un film che mi aveva particolarmente colpito era quello di restare nella sala dopo la prima proiezione, prendere appunti cercando di fermare nella memoria le scene più interessanti…ci sono film che ho desiderato rivedere anche per 30 anni fino a quando sono stati pubblicati in VHS ….e allora è stata una ricerca anche affannata dei capolavori più rari, quelli meno conosciuti, mesi di attesa, sperando di riuscire a farli arrivare dai rivenditori specializzati ….puoi immaginare cosa significa per me da qualche anno avere raccolto nei vari formati tutti i films della mia cineteca ideale e poterli vedere e rivedere ….nel mio studio ho diversi monitors che mandano in rotazione le mie magnifiche ossessioni e nello stesso tempo compongo ….e tutto quello che ho registrato e che registro altro non è che una lunghissima colonna sonora ….i temi che più mi affascinano sono: il sogno e l’altra parte dello specchio…il rapporto tra uomo e donna…le domande sull’esistenza e sulla realtà dello spirito …
Il legame con il sogno e il mondo onirico è indubbio, come sosteneva Bergman, “Nessun’altra arte come il cinema va direttamente ai nostri sentimenti, allo spazio crepuscolare nel profondo della nostra anima, sfiorando soltanto la nostra coscienza diurna. Un nulla del nostro nervo ottico, uno shock: ventiquattro quadratini illuminati al secondo, e tra di essi il buio.”
…Quale video hai scelto per noi e perché?
Quando nelle interviste mi chiedono alla fine di elencare i miei “10 dischi da portare nell’isola deserta” ….mi sento quasi colpevole di dover tralasciare decine e decine di dischi che hanno arricchito la mia vita ….in questo caso poi la scelta deve cadere su un film solo…ma stranamente non ho dubbi ….il film è “Il Volto” di Ingmar Bergman…l’ho visto per la prima volta a 11 anni …Negli anni ‘50 e ’60 i capolavori uscivano a grappoli anche nelle normali sale cinematografiche, spesso si andava al cinema non sapendo esattamente cosa si andava a vedere ..né tantomeno si leggevano le critiche…mio padre mi portava sempre al Museo della Scienza e della Tecnica ..il museo aveva al suo interno una grande sala.. molto bella .. e una programmazione, me ne sono reso conto negli anni successivi di grande qualità, in quella sala ho visto giovanissimo anche un capolavoro assoluto …”La passione di Giovanna D’Arco” di Carl Theodor Dreyer…”Il Volto” è la storia di un illusionista ..capo di una piccola compagnia di girovaghi ..il quale giunto in una città della Svezia nella metà dell’’800 per dare spettacolo è chiamato a palazzo dai maggiorenti che vogliono esaminare i suoi presunti poteri magnetici …l’arrivo suo e dei suoi compagni sconvolge in varia maniera col fascino del mistero tutte le persone del palazzo …ma il suo spettacolo di prova non riesce a convincere gli esaminatori…fattosi ritenere morto, ha occasione di terrorizzare il principale antagonista, un medico positivista, portandolo sull’orlo del cedimento ma poi preoccupato del vivere quotidiano invoca elemosina e pietà, tutti gli si rivoltano contro, quando alcuni suoi compagni di carovana l’hanno abbandonato e quelli del palazzo stanno cantando vittoria i messaggeri del Re vengono a prelevarlo per un grande spettacolo a corte …ed egli si avvia riprendendo la sua iniziale solennità….qualità superiori e significati nascosti sono le caratteristiche di questo film…gli attori, i soliti preferiti da Bergman, danno il meglio di sé, la fotografia è stupenda e il commento sonoro scarno ed essenziale, solo pochi arpeggi solenni di chitarra e una musica “felliniana” alla fine …è perfetto. Per sottolineare il “clima” del film numerosi sono gli spunti di riflessione volutamente non sviluppati e questo rende il film “indecifrabile” …anche dopo ripetute visioni …la suggestione che emana questa opera del regista svedese è evidente sin dalle prime immagini …un film perfetto a mio parere …che non mio stanco mai di rivedere…ultimamente conoscendo i dialoghi a memoria lo rivedo in lingua originale.
Un film direi a questo punto obbligatorio…grazie davvero di cuore per questa bella conversazione, un vero piacere ascoltarti…
Ho l’onore di aprire la nuova serie delle interviste possibili con il musicista Raffaele Serra, uno dei primi sperimentatori in Italia di musica elettronica, fotografo, grande esperto di cinema, autore di progetti molto interessanti legati ai paesaggi sonori.
Benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Tè, caffè, un prosecco, a te la scelta…
Grazie dell’invito…gradirei un tè.
Metto immediatamente il bollitore in funzione…Leggendo un tuo curriculum online, ho scoperto moltissime cose, hai lavorato in Olanda, ti sei occupato di teatro sperimentale, hai collaborato con l’antropologo Fred Gales in merito agli studi incentrati sulle culture arcaiche, ti sei interessato di musicoterapia, e il teatro di fatto è tuttora presente nella tua vita, visto che lavori al Teatro Elfo Puccini a Milano, qual è stata la tua prima performance?
Ho iniziato a lavorare con Teatro Uomo, il primo teatro off di Milano alla fine del 1969 come tecnico delle luci e del suono…iniziava allora la straordinaria avventura del teatro sperimentale in Italia e nel nostro teatro sono passati tutti i personaggi che poi sono entrati nella storia del teatro e della musica. Nel nostro ambiente non c’erano gerarchie da rispettare come nel teatro Borghese così nascevano spontaneamente scambi culturali e amicizie con registi, attori e artisti che già allora rivelavano grande talento e personalità …gli stimoli di ogni tipo non mancavano di certo a quel tempo ..ed io ero molto ricettivo .. siamo il risultato di quello che la nostra curiosità ha trattenuto nella nostra memoria. Pur venendo dalle arti visive – ho frequentato la Scuola D’Arte del Castello Sforzesco – la musica, in tutte le sue forme, è sempre stata la mia grande passione…ho iniziato presto ad ascoltare e a collezionare dischi di musica classica, contemporanea/elettronica, jazz …il rock poi era cresciuto in fretta e già nella seconda metà degli anni ’60 aveva aperto grandi spazi alla sperimentazione. Si pubblicavano e si vendevano dischi impensabili al giorno d’oggi, il rock tedesco in particolare che facendo tesoro delle ricerche dei Beatles e dei primi Pink Floyd e forti del fatto di avere in casa una scena elettronica colta e prestigiosa …Stockhausen in testa …ha dato vita ad una serie di gruppi e di dischi straordinari. La musica di ricerca per la prima volta usciva dalle accademie e dai conservatori e abbracciava il grande pubblico internazionale del rock ….i primi sintetizzatori costosissimi entravano a far parte della strumentazione dei gruppi sostituendo gradualmente le chitarre elettriche ….Tangerine Dream e Klaus Schulze hanno lasciato il segno fin dai primi dischi …pubblicando capolavori senza tempo ….in Italia il primo e il più coraggioso, anche se un po’ ingenuo a seguire questa strada, è stato Franco Battiato, aveva acquistato un costoso sintetizzatore Vcs3 usato e lo studiava giorno e notte ….ed è stato proprio dopo un concerto di Battiato nel nostro teatro – come sempre avevo montato e programmato le luci per lo spettacolo – che decisi il giorno dopo di acquistare un organo elettrico, mixer, echo a nastro e un registratore semiprofessionale a bobine e tre apparecchi radio che usavo sulle onde corte. Iniziò così la mia avventura nell’affascinante mondo dei suoni ….nel frattempo la scena rock si era ancora più evoluta e diversi gruppi avevano completamente abbandonato chitarre e batterie facendo un uso massiccio dei synths, diventati per fortuna più economici ed accessibili, e così feci io stesso, iniziando a collezionarne un bel numero. Ho vissuto ad Amsterdam nella metà degli anni ’80, Fred Gales, oltre che serissimo antropologo era anche compositore di musica elettronica, aveva creato un progetto Sound Reporters che si proponeva la diffusione delle musiche e delle culture dei popoli indigeni, poteva contare sull’appoggio delle istituzioni …Amsterdam era davvero un altro pianeta, tanto che la sede dell’associazione culturale era una ex-scuola elementare dove regolarmente venivano a farci visita i capi ed i rappresentanti delle varie etnie, personaggi incredibili…
Ricordo in particolare Ernesto Xeres Quempe, il capo dei Jivaros, un guerriero con i capelli neri e lisci fino alle reni e un carisma eccezionale ….mi sorprese perché conosceva molto bene la scena politica italiana…le mie prime performances musicali sono nate proprio ad Amsterdam…Ho iniziato ad occuparmi di musicoterapia per auto-terapia…la mia musica è diventata sempre più mantrica, ipnotica, per rallentare il flusso ininterrotto dei pensieri ho iniziato ad usare ed elaborare le melodie raga della musica indiana coniugandole con l’enorme varietà delle sonorità elettroniche …Filippo Massara, musicologo e titolare della Ludi Sounds, ha pubblicato poi agli inizi degli anni ’90 tre miei cd con buoni risultati di vendite anche all’estero.
Non potrebbe essere altrimenti con la tua preparazione…se non ricordo male hai dedicato anche un lavoro al chakra del cuore…
Ezra Pound sosteneva che i poeti che non si occupano di musica diventano cattivi poeti, personalmente diffido di chi non ama la musica, tu che rapporto hai invece con la poesia, la leggi?
Ho sempre letto e amato la poesia fin da adolescente…amo ancora imparare a memoria e recitare per me stesso le poesie che mi colpiscono particolarmente. Penso che la poesia sia al di là delle rime e della metrica “Musica delle parole”….musicalità…ritmo …sonorità ..durata ..sonetto (piccolo suono) …quanti termini hanno in comune Poesia e Musica …
Verissimo, non avevo mai pensato al sonetto come piccolo suono ma in effetti è proprio così…
E il poeta e il musicista usano spesso gli stessi strumenti per comunicare il loro stato d’animo e i loro pensieri…ho sempre poi associato istintivamente il V movimento della “Pastorale” di Beethoven a “La quiete dopo la tempesta” di Leopardi…la musica di Debussy alla poesia di Mallarmé ….e ancora “L’Infinito” di Leopardi alla sublime magnificenza di “Irrlicht” di Klaus Schulze ..
Molti associano musica a numeri e colori, però ora che me l’hai fatto notare, è una combinazione affascinante che apre a nuove connessioni…
In questi ultimi anni sto imparando a memoria in francese le pagine delle “Illuminazioni” di Rimbaud che prediligo…e rimango sbalordito dalla musicalità che scaturisce da quei versi immortali …del resto basta ascoltare la “Lectura Dantis” di Carmelo Bene ….oltre alla grande maestria di grandissimo attore, possiamo ascoltare la grande cura …quasi ossessiva che dava alla qualità del suono con l’uso dei migliori microfoni e delle tecniche di registrazione che aveva a disposizione…
Sì, giocando spesso con l’incontro-scontro tra parola, eco e suono…
Come è nata la tua ricerca musicale legata al field recording?
La mia ricerca sul field recording nasce dalla volontà di continuare e sviluppare il lavoro di Luc Ferrari con il suo “Cinéma pour l’oreille”, le orecchie sono gli occhi della mente e da grande appassionato di cinema da sempre compongo colonne sonore per film immaginari. Uso le registrazioni ambientali come micce per dare fuoco alla fantasia dell’ascoltatore ….in questo ho avuto un grande maestro, Alvin Curran, che ho conosciuto a Roma nel 1970 ….Alvin registrava e collezionava una varietà enorme di suoni presi dalla vita di tutti i giorni…infatti i registi famosi ricorrevano spesso a lui…Abitava in una soffitta con temperature torride d’estate e gelide d’inverno, aveva le sue apparecchiature, collezionava strumenti giocattolo, i suoi libri erano custoditi in diverse cassette della frutta usate come libreria ..e ogni notte quando rientrava a casa registrava i suoi passi per tutte le scale, con le scarpe bagnate, con gli zoccoli, con i sandali ….registrava e archiviava. I suoi tre dischi dell’epoca pubblicati in Italia sono degli autentici capolavori, in particolare “Canti e vedute del Giardino Magnetico” e “Fiori Chiari, Fiori Oscuri” dove l’uso del field recording raggiunge il massimo della poesia…esempi irripetibili di vero e proprio “Cinema per le Orecchie” ….questi due dischi mi hanno influenzato parecchio e li ascolto ancora con grande interesse.
Bravissimo musicista…illuminato in ogni senso…
Hai una grande conoscenza cinematografica, su fb ho spesso il piacere di vedere i video che condividi, moltissimi capolavori, quali sono i temi che ti affascinano di più?
Il grande cinema è insieme ai libri e alla musica il mio nutrimento quotidiano da sempre…da adolescente con il mio gruppo di amici frequentavo i cinema d’Essai e la cineteca. Per me il Cinema è la settima arte…in quegli anni l’unico modo di rivedere e studiare un film che mi aveva particolarmente colpito era quello di restare nella sala dopo la prima proiezione, prendere appunti cercando di fermare nella memoria le scene più interessanti…ci sono film che ho desiderato rivedere anche per 30 anni fino a quando sono stati pubblicati in VHS ….e allora è stata una ricerca anche affannata dei capolavori più rari, quelli meno conosciuti, mesi di attesa, sperando di riuscire a farli arrivare dai rivenditori specializzati ….puoi immaginare cosa significa per me da qualche anno avere raccolto nei vari formati tutti i films della mia cineteca ideale e poterli vedere e rivedere ….nel mio studio ho diversi monitors che mandano in rotazione le mie magnifiche ossessioni e nello stesso tempo compongo ….e tutto quello che ho registrato e che registro altro non è che una lunghissima colonna sonora ….i temi che più mi affascinano sono: il sogno e l’altra parte dello specchio…il rapporto tra uomo e donna…le domande sull’esistenza e sulla realtà dello spirito …
Il legame con il sogno e il mondo onirico è indubbio, come sosteneva Bergman, “Nessun’altra arte come il cinema va direttamente ai nostri sentimenti, allo spazio crepuscolare nel profondo della nostra anima, sfiorando soltanto la nostra coscienza diurna. Un nulla del nostro nervo ottico, uno shock: ventiquattro quadratini illuminati al secondo, e tra di essi il buio.”
…Quale video hai scelto per noi e perché?
Quando nelle interviste mi chiedono alla fine di elencare i miei “10 dischi da portare nell’isola deserta” ….mi sento quasi colpevole di dover tralasciare decine e decine di dischi che hanno arricchito la mia vita ….in questo caso poi la scelta deve cadere su un film solo…ma stranamente non ho dubbi ….il film è “Il Volto” di Ingmar Bergman…l’ho visto per la prima volta a 11 anni …Negli anni ‘50 e ’60 i capolavori uscivano a grappoli anche nelle normali sale cinematografiche, spesso si andava al cinema non sapendo esattamente cosa si andava a vedere ..né tantomeno si leggevano le critiche…mio padre mi portava sempre al Museo della Scienza e della Tecnica ..il museo aveva al suo interno una grande sala.. molto bella .. e una programmazione, me ne sono reso conto negli anni successivi di grande qualità, in quella sala ho visto giovanissimo anche un capolavoro assoluto …”La passione di Giovanna D’Arco” di Carl Theodor Dreyer…”Il Volto” è la storia di un illusionista ..capo di una piccola compagnia di girovaghi ..il quale giunto in una città della Svezia nella metà dell’’800 per dare spettacolo è chiamato a palazzo dai maggiorenti che vogliono esaminare i suoi presunti poteri magnetici …l’arrivo suo e dei suoi compagni sconvolge in varia maniera col fascino del mistero tutte le persone del palazzo …ma il suo spettacolo di prova non riesce a convincere gli esaminatori…fattosi ritenere morto, ha occasione di terrorizzare il principale antagonista, un medico positivista, portandolo sull’orlo del cedimento ma poi preoccupato del vivere quotidiano invoca elemosina e pietà, tutti gli si rivoltano contro, quando alcuni suoi compagni di carovana l’hanno abbandonato e quelli del palazzo stanno cantando vittoria i messaggeri del Re vengono a prelevarlo per un grande spettacolo a corte …ed egli si avvia riprendendo la sua iniziale solennità….qualità superiori e significati nascosti sono le caratteristiche di questo film…gli attori, i soliti preferiti da Bergman, danno il meglio di sé, la fotografia è stupenda e il commento sonoro scarno ed essenziale, solo pochi arpeggi solenni di chitarra e una musica “felliniana” alla fine …è perfetto. Per sottolineare il “clima” del film numerosi sono gli spunti di riflessione volutamente non sviluppati e questo rende il film “indecifrabile” …anche dopo ripetute visioni …la suggestione che emana questa opera del regista svedese è evidente sin dalle prime immagini …un film perfetto a mio parere …che non mio stanco mai di rivedere…ultimamente conoscendo i dialoghi a memoria lo rivedo in lingua originale.
Un film direi a questo punto obbligatorio…grazie davvero di cuore per questa bella conversazione, un vero piacere ascoltarti…
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