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I racconti della luna pallida di Agosto (1953)

Per chi ha tempo e voglia un film giapponese di rara bellezza. Buona visione.

Le interviste possibili: IV. Wanda Romano

Il quarto appuntamento dedicato alle interviste possibili ha come protagonista Wanda Romano, diplomata in scenografia all’Accademia di Brera, insegnante di materie artistiche, ha vissuto e lavorato per un lungo periodo a Madrid, scultrice, crea collezioni di gioie con un materiale insolito, il PET, la plastica riciclata, e risultati sorprendenti, sfumature di colori luminosi e cangianti, e una leggerezza e duttilità delicata. Le sue opere sono state esposte in mostre collettive e personali all’estero e in Italia, memorabile la sua installazione con 54 pezzi unici al Museo Plart di Napoli.

Prima di tutto, benvenuta nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Una menta, un aperitivo, un prosecco fresco…a te la scelta…

Felice di stare qui stasera, una menta è perfetta, ha un sapore antico.

Anch’io molto…vero, bene, ci beviamo due mente. La prima domanda che ti faccio giusto per rompere il ghiaccio, nella catalogazione classica delle Muse – Clio, Euterpe, Melpomene, Talia, Tersicore, Calliope, Polimnia, Erato, Urania – hai una musa preferita?

Tra le muse scelgo Urania, mi sento poco terrestre ho sempre la sensazione di appartenere ad un altro pianeta, ora più che mai, capisco poco gli umani, mi piace pensare che esistano altri mondi possibili, dove armonia e bellezza non sono contrastate come avviene sulla terra.

Tempi duri in effetti…però nominando Urania mi hai messo immediatamente di buon umore, mi hai fatto venire in mente la bellissima collana di fantascienza, con quelle copertine colorate che si aprono verso altri mondi… Come è iniziata la tua ricerca sugli anelli e oggetti scultura da indossare?

Sono sempre stata attratta dai materiali, sperimentare nuovi materiali, usarli in modo non convenzionale, la realizzazione di micro-sculture mi ha indirizzata alla realizzazione di gioielli, in quanto indossabili. Il corpo, uno “spazio privilegiato” per esporre le proprie opere. La scelta del PET (polietilene tereftelato) tipo di plastica di facile reperibilità, visto che ne siamo invasi – per intenderci sono fatte di PET tutti i contenitori di liquidi alimentari –  materiale, apparentemente povero, ma se sapientemente lavorato, può dare risultati sorprendenti. Vediamo le caratteristiche principali: leggerezza e plasticità, la leggerezza è reale, non solo visiva (data dalle trasparenze) ed è in contrasto con i materiali solitamente usati nella gioielleria, che sono pesantissimi metalli, pietre, ecc…la plasticità mi permette di creare forme dettagliatissime così come si trovano in natura, fonte di grande ispirazione micro-organismi, meduse, fiori, foglie, coralli ecc..La ricerca dell’armonia delle forma ci riporta a Urania e alle geometrie. Calibrare forme e colore, per peso visivo, fino al raggiungimento dell’equilibrio. Altra fonte di ispirazione sono i fratelli Blaschka, due maestri vetrai fine ‘800, straordinari artisti sconosciuti ai più. Realizzarono una quantità di opere in vetro per musei botanici a scopo scientifico, ma di sicuro valore artistico. Lalique, altro straordinario artista, che ha fatto del gioiello, sculture sublimi per forme e colori, impressionante la collezione di opere nel museo Gulbenkian di Lisbona.

Interessante il concetto del peso visivo, fondamentale come hai sottolineato per ottenere un equilibrio armonico…ora che hai nominato il museo Gulbenkian di Lisbona mi sento in colpa per non averlo visitato anni fa, motivo in più per ritornarci… Guardando le tue collezioni si nota che sei un’acuta osservatrice, gli anelli sono impreziositi da dettagli rivelatori, riprodotti con un’accuratezza commovente, mi vengono subito in mente i pistilli negli anelli-fiore, in abbinamenti cromatici giocati su contrasti sempre bene calibrati. Quanto tempo dedichi alla ricerca e alla sperimentazione? Che approccio hai?

Il tempo di realizzazione delle opere è molto vario, vi è molto di imponderabile, inizio con una idea, ma può stravolgersi nel percorso, i tempi di esecuzione variano da ore a settimane, dipende da molti fattori, la tecnica, a fiamma diretta, ricorda un po’ la tecnica del vetro, ma un errore alla fine può distruggere tutto. Per ogni pezzo finito, ve ne sono molti distrutti.

Ancora più brava allora, vedendo i risultati.

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Guillaume Apollinaire sosteneva che la geometria è per le arti plastiche ciò che la grammatica è per l’arte dello scrittore, sei d’accordo? Che rapporto hai con la tradizione?

Concordo con Apollinaire, senza geometria non vi è equilibrio. La tradizione è fonte di conoscenza, sono attratta dalle tradizioni popolari, penso a certi tesori che si trovano nei musei etnografici…

Sì hai ragione, ho passato giornate intere al British Museum di Londra, anche al Victoria&Albert Museum, ipnotizzata dai vestiti dei Samurai, viaggi a ritroso nel tempo, fughe assolutamente necessarie… Quale video hai scelto per noi e perché?

Il brano ”Perfect Day” di Lou Reed – lo trovo stupendo.

E allora ce lo ascoltiamo molto volentieri, grazie Wanda, e complimenti ancora per le tue opere, preziose e rare.

  

Per chi volesse visitare il blog di Wanda Romano, ecco il link: http://wandaromanodesign.blogspot.it

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Il prossimo appuntamento con le interviste possibili è il 17 luglio, STAY TUNED…

Venezia #9: Venezia riflessa

Cammino lungo il canale animato da case galleggianti, sono a Little Venice, la piccola Venezia, un quartiere di Londra a pochi passi da Maida Vale, zona residenziale nella West End immortalata al cinema dal grande Hitchcock in Dial M for Murder, tradotto in italiano con un titolo diverso, Il Delitto perfetto, perdendo totalmente il riferimento ormai storico al telefono con le lettere e l’evidente gioco di parole. I Charrington gardens citati nel film non esistono in realtà, ma se si seguono alla lettera le indicazioni date per raggiungere la casa in cui viene aggredita Mrs Margot Mary Wendice, interpretata da Grace Kelly, si dice che una volta usciti dalla stazione della metropolitana bisogna girare a sinistra, un probabile riferimento a Warrington Crescent, eleganti architetture disposte a mezzaluna, poco distanti dalla fermata della Bakerloo Line, linea che porta direttamente a casa di Sherlock Holmes.

La Little Venice londinese non ha nulla a che vedere con Venezia, se non per un piccolo canale navigabile che offre un percorso alternativo fino a Camden Lock. Passando per Warwick Avenue si arriva a uno spiazzo a ferro di cavallo circondato da edifici vittoriani con le immancabili colonne bianche davanti all’ingresso, attraccate in file ordinate una serie di abitazioni-barche piene di fiori, segno che nemmeno a bordo si rinuncia all’idea di un giardino.

Poco più in là proprio sul ponte c’è un bar caffè con terrazza con vista sull’acqua, l’apoteosi del pittoresco, un’idea di Venezia rivisitata secondo parametri neoclassici ottocenteschi, con una luce nordica. Cerco un posto a sedere, una breve occhiata ai piatti del giorno e scuoto la testa, c’è sempre questa tendenza a rendere la creatività all’italiana mescolando ingredienti alla rinfusa, un’interpretazione di quello che dovrebbe essere un richiamo al mediterraneo totalmente straniante, la nostalgia di un gianduiotto da Nico alla Zattere è immediata.

Mentre fisso scorci naturali che ricordano quadri preraffaelliti, dove persino gli arbusti secchi hanno una loro grazia, la mente corre veloce verso calle del vento, un corridoio buio e gelido che attraverso a passo spedito per andare incontro all’aria frizzante di San Basilio.

Ho letto moltissimi libri prendendo il sole alle Zattere, quasi un controsenso con uno scenario che potresti guardare per ore senza stancarti mai, sulla panchina, vicino a me, l’immancabile coppia di amiche ben truccate, con messe in piega impeccabili, e mani ingioiellate curatissime che parlano dei fatti loro in totale libertà. Alla fine finisco sempre per farmi distrarre dai passanti, un ragazzo con una tshirt heavy metal con teschio che insegue un cane ringhioso con il collare borchiato che però si chiama Chicco, in compagnia di un’amica giapponese con delle ballerine rosse fluorescenti. Quando si avvicina un tipo con gli occhiali sulla fronte, infilo il libro in borsa, e proseguo la passeggiata lungo la fondamenta, in mente ancora la luce improvvisa di Dante Gabriel Rossetti.

 

Sono già stato qui,

Non so dire come o quando:

Conosco l’erba oltre la porta,

L’odore dolce intenso,

Il suono gemente, le luci sulla riva.

 

Sei stata mia prima,

Quanto tempo prima non so:

Ma appena si librò in volo quella rondine

Girasti il collo in questo modo,

Cadde un velo, e conobbi tutto di te.

 

Tutto questo è già stato così?

E così il volo vorticoso del tempo

Non ci restituirà ancora il nostro amore con le nostre vite

A dispetto della morte,

E il giorno e la notte ci concederanno ancora una volta un piacere?

 

 

 

 

 

 

Photo by cheptu00e9 cormani on Pexels.com

L’eco di Forugh

Tra le grandi interpreti della poesia persiana spicca Forugh Farrokhzad (1935-1967), un’artista che si è distinta per il suo talento e il suo coraggio, aldilà delle vicissitudini sentimentali – il divorzio dal marito, il conseguente allontanamento dal nucleo famigliare e dal figlio, condannato duramente all’epoca – in una continua tensione alla ricerca di un’espressione di sé e di un universo poetico che racchiudesse e ispirasse altri mondi e altre visioni.

La sua prima raccolta di poesie venne pubblicata nel 1955, il suo unico documentario Khaneh siah ast (The House is black) sulla vita dei lebbrosi in Iran risale al 1963, ha vinto parecchi premi internazionali.

Per le traduzioni in italiano, segnalo È solo la voce che resta. Canti di una donna ribelle del Novecento iraniano a cura di F. Mardani[1].

In rete c’è moltissimo materiale in inglese. Ho trovato curioso che la parola “voce” nella poesia È solo la voce che resta, un manifesto sul rapporto tra la donna, la creatività e il potere, sia stata tradotta diversamente in inglese con sound, che sì richiama il significato di voce, ma assume una connotazione più ampia, perché diventa eco naturale di altri suoni, non necessariamente umani.

La versione che vi propongo è una mia traduzione dall’inglese dell’iranista Michael C. Hillmann, un’altra interpretazione possibile di “una discendente della stirpe degli alberi”…

È solo il suono che resta

 

Perché dovrei fermarmi, perché?

Gli uccelli se ne sono andati alla ricerca

della direzione azzurra.

L’orizzonte è verticale, verticale

e il movimento come una fontana;

e ai confini della visione

ruotano pianeti luminosi.

La terra in elevazione raggiunge la ripetizione

e i pozzi di aria

si trasformano in canali di connessione;

e il giorno è una vastità,

che non si adatta alla mente ristretta

dei vermi dei giornali.

 

Perché dovrei fermarmi?

La strada passa attraverso i capillari della vita,

la qualità dell’ambiente

nella nave dell’utero della luna

eliminerà le cellule corrotte.

E nello spazio chimico dopo l’aurora

c’è solo il suono,

il suono che attirerà le particelle del tempo.

Perché dovrei fermarmi?

 

Cosa potrebbe essere la palude?

Che cosa potrebbe essere la palude se non terreno fertile

per insetti corrotti?

Cadaveri tumefatti scarabocchiano i pensieri dell’obitorio,

chi è poco virile ha nascosto

la sua mancanza di virilità nell’oscurità,

e l’insetto…ah,

quando l’insetto parla,

perché dovrei fermarmi?

La cooperazione delle lettere di piombo è futile,

non risparmierà il misero pensiero.

Sono una discendente della stirpe degli alberi.

Respirare aria stantia mi deprime.

Un uccello morto mi consigliò

di consegnare il volo alla memoria.

Il massimo sforzo dei poteri è l’unione,

legarsi al principio raggiante del sole

e riversarsi nella comprensione della luce.

È naturale per i mulini a vento andare a pezzi.

 

Perché dovrei fermarmi?

Stringo al mio seno

i fasci acerbi di grano

e li allatto.

 

Il suono, il suono, solo il suono

il suono di desideri limpidi

di acqua che scorre,

il suono della caduta di una stella di luce

sulla superficie della femminilità della terra

il suono del legame tra il seme del senso

e l’espansione di una mente condivisa di amore.

Il suono, il suono, il suono,

rimane solo il suono.

 

Nella terra dei nani,

i criteri di valutazione

hanno sempre viaggiato nell’orbita dello zero.

Perché dovrei fermarmi?

Obbedisco ai quattro elementi;

e il lavoro per schizzare

la costituzione del mio cuore

non è affare

del governo locale dei ciechi.

 

Che cos’è rispetto a me la lunga lamentosa sfrenatezza

negli organi sessuali degli animali?

Che cos’è rispetto a me l’umile movimento del verme

nel suo vuoto di carne?

La stirpe sanguinante dei fiori

Mi ha affidato alla vita.

E tu conosci la stirpe

Sanguinante dei fiori?

——————————————————————————————–

[1] Aliberti Editore, Reggio Emilia, 2009.

In merito alla versione originale in inglese, avevo messo il link ma purtroppo è stato rimosso, e siccome sono contraria a ogni forma di censura, e non abito “nella terra dei nani”, lo posto direttamente qui:

It is only sound that remains Why should I stop, why? The birds have gone in search of the blue direction. The horizon is vertical, vertical and movement fountain-like;

And at the limits of vision 
shining planets spin. 
The earth in elevation reaches repetition, and air wells changes into tunnels of connection; and day is a vastness, which does not fit into narrow mind 
of newspaper worms.

Why should I stop? 
The road passes through the capillaries of life, 
the quality of the environment in the ship of the uterus of the moon 
will kill the corrupt cells. 
And in the chemical space after sunrise there is only sound, 
sound that will attract the particles of time. Why should I stop?

What can a swamp be? 
What can a swamp be but the spawning ground 
of corrupt insects? 
Swollen corpses scrawl the morgue’s thoughts, the unmanly one has hidden his lack of manliness in blackness, 
and the bug… ah, when the bug talks, why should I stop? 


Cooperation of lead letters is futile,
it will not save the lowly thought. I am a descendant of the house of trees. 
Breathing stale air depresses me. A bird which died advised me to commit flight to memory. The ultimate extent of powers is union, joining with the bright principle of the sun and pouring into the understanding of light. It is natural for windmills to fall apart.

Why should I stop? 
I clasp to my breast 
the unripe bunches of wheat and breastfeed them.

Sound, sound, only sound, the sound of the limpid wishes of water to flow,
the sound of the falling of star light 
on the wall of earth’s femininity 
the sound of the binding of meaning’s sperm 
and the expansion of the shared mind of love. 
Sound, sound, sound, only sound remains.

In the land of dwarfs, the criteria of comparison have always traveled in the orbit of zero. Why should I stop? 
I obey the four elements; and the job of drawing up
the constitution of my heart
is not the business of the local government of the blind.

What is the lengthy whimpering wildness 
in animals sexual organs to me?  What to me is the worm’s humble movement in its fleshy vacuum? 
The bleeding ancestry of flowers 
has committed me to life. 
Are you familiar with the bleeding 
ancestry of the flowers?

L’eco di Forugh

Tra le grandi interpreti della poesia persiana spicca Forugh Farrokhzad (1935-1967), un’artista che si è distinta per il suo talento e il suo coraggio, aldilà delle vicissitudini sentimentali – il divorzio dal marito, il conseguente allontanamento dal nucleo famigliare e dal figlio, condannato duramente all’epoca – in una continua tensione alla ricerca di un’espressione di sé e di un universo poetico che racchiudesse e ispirasse altri mondi e altre visioni.

La sua prima raccolta di poesie venne pubblicata nel 1955, il suo unico documentario Khaneh siah ast (The House is black) sulla vita dei lebbrosi in Iran risale al 1963, ha vinto parecchi premi internazionali.

Per le traduzioni in italiano, segnalo È solo la voce che resta. Canti di una donna ribelle del Novecento iraniano a cura di F. Mardani[1].

In rete c’è moltissimo materiale in inglese. Ho trovato curioso che la parola “voce” nella poesia È solo la voce che resta, un manifesto sul rapporto tra la donna, la creatività e il potere, sia stata tradotta diversamente in inglese con sound, che sì richiama il significato di voce, ma assume una connotazione più ampia, perché diventa eco naturale di altri suoni, non necessariamente umani.

La versione che vi propongo è una mia traduzione dall’inglese dell’iranista Michael C. Hillmann, un’altra interpretazione possibile di “una discendente della stirpe degli alberi”…

È solo il suono che resta

 

Perché dovrei fermarmi, perché?

Gli uccelli se ne sono andati alla ricerca

della direzione azzurra.

L’orizzonte è verticale, verticale

e il movimento come una fontana;

e ai confini della visione

ruotano pianeti luminosi.

La terra in elevazione raggiunge la ripetizione

e i pozzi di aria

si trasformano in canali di connessione;

e il giorno è una vastità,

che non si adatta alla mente ristretta

dei vermi dei giornali.

 

Perché dovrei fermarmi?

La strada passa attraverso i capillari della vita,

la qualità dell’ambiente

nella nave dell’utero della luna

eliminerà le cellule corrotte.

E nello spazio chimico dopo l’aurora

c’è solo il suono,

il suono che attirerà le particelle del tempo.

Perché dovrei fermarmi?

 

Cosa potrebbe essere la palude?

Che cosa potrebbe essere la palude se non terreno fertile

per insetti corrotti?

Cadaveri tumefatti scarabocchiano i pensieri dell’obitorio,

chi è poco virile ha nascosto

la sua mancanza di virilità nell’oscurità,

e l’insetto…ah,

quando l’insetto parla,

perché dovrei fermarmi?

La cooperazione delle lettere di piombo è futile,

non risparmierà il misero pensiero.

Sono una discendente della stirpe degli alberi.

Respirare aria stantia mi deprime.

Un uccello morto mi consigliò

di consegnare il volo alla memoria.

Il massimo sforzo dei poteri è l’unione,

legarsi al principio raggiante del sole

e riversarsi nella comprensione della luce.

È naturale per i mulini a vento andare a pezzi.

 

Perché dovrei fermarmi?

Stringo al mio seno

i fasci acerbi di grano

e li allatto.

 

Il suono, il suono, solo il suono

il suono di desideri limpidi

di acqua che scorre,

il suono della caduta di una stella di luce

sulla superficie della femminilità della terra

il suono del legame tra il seme del senso

e l’espansione di una mente condivisa di amore.

Il suono, il suono, il suono,

rimane solo il suono.

 

Nella terra dei nani,

i criteri di valutazione

hanno sempre viaggiato nell’orbita dello zero.

Perché dovrei fermarmi?

Obbedisco ai quattro elementi;

e il lavoro per schizzare

la costituzione del mio cuore

non è affare

del governo locale dei ciechi.

 

Che cos’è rispetto a me la lunga lamentosa sfrenatezza

negli organi sessuali degli animali?

Che cos’è rispetto a me l’umile movimento del verme

nel suo vuoto di carne?

La stirpe sanguinante dei fiori

Mi ha affidato alla vita.

E tu conosci la stirpe

Sanguinante dei fiori?

——————————————————————————————–

[1] Aliberti Editore, Reggio Emilia, 2009.

In merito alla versione originale in inglese, avevo messo il link ma purtroppo è stato rimosso, e siccome sono contraria a ogni forma di censura, e non abito “nella terra dei nani”, lo posto direttamente qui:

It is only sound that remains Why should I stop, why? The birds have gone in search of the blue direction. The horizon is vertical, vertical and movement fountain-like;

And at the limits of vision 
shining planets spin. 
The earth in elevation reaches repetition, and air wells changes into tunnels of connection; and day is a vastness, which does not fit into narrow mind 
of newspaper worms.

Why should I stop? 
The road passes through the capillaries of life, 
the quality of the environment in the ship of the uterus of the moon 
will kill the corrupt cells. 
And in the chemical space after sunrise there is only sound, 
sound that will attract the particles of time. Why should I stop?

What can a swamp be? 
What can a swamp be but the spawning ground 
of corrupt insects? 
Swollen corpses scrawl the morgue’s thoughts, the unmanly one has hidden his lack of manliness in blackness, 
and the bug… ah, when the bug talks, why should I stop? 


Cooperation of lead letters is futile,
it will not save the lowly thought. I am a descendant of the house of trees. 
Breathing stale air depresses me. A bird which died advised me to commit flight to memory. The ultimate extent of powers is union, joining with the bright principle of the sun and pouring into the understanding of light. It is natural for windmills to fall apart.

Why should I stop? 
I clasp to my breast 
the unripe bunches of wheat and breastfeed them.

Sound, sound, only sound, the sound of the limpid wishes of water to flow,
the sound of the falling of star light 
on the wall of earth’s femininity 
the sound of the binding of meaning’s sperm 
and the expansion of the shared mind of love. 
Sound, sound, sound, only sound remains.

In the land of dwarfs, the criteria of comparison have always traveled in the orbit of zero. Why should I stop? 
I obey the four elements; and the job of drawing up
the constitution of my heart
is not the business of the local government of the blind.

What is the lengthy whimpering wildness 
in animals sexual organs to me?  What to me is the worm’s humble movement in its fleshy vacuum? 
The bleeding ancestry of flowers 
has committed me to life. 
Are you familiar with the bleeding 
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