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Le interviste possibili: VIII. Alieno de Boötes

L’ottavo appuntamento con le interviste possibili si sposta nello spazio, sono finalmente riuscita a mettermi in contatto con Alieno de Boötes, direttamente dalla costellazione di Boötes, altrimenti nota come Supervuoto, una delle 48 costellazioni elencate da Tolomeo, nei suoi confini si trova la quarta stella più luminosa del cielo, Arcturus, tra +10° e +60° di declinazione, 13 e 16 ore di ascensione sulla sfera celeste, questo secondo le rotte ufficiali… Il protagonista della nostra puntata colleziona e archivia nella sua libreria tecnologica materiale terrestre e proveniente da altre galassie con amorevole perizia, amante del cinema, musicista e saggista, è un ricercatore esperto. Benvenuto nel mio salotto virtuale, potrei offrirti una grappa Klingon per festeggiare l’eccezionalità dell’evento, inutile dirti che è molto alcolica, un caffè, un tè, ultimamente molto richiesto, a te la scelta…

Dell’ottima acqua frizzante andrebbe benissimo, grazie … è così essenzialmente … “terrestre”!

Perfetto, l’acqua frizzante piace molto anche a me. La prima domanda che ti faccio è legata proprio al tuo rapporto con la tecnologia, sei un fanatico dell’aggiornamento o un nostalgico?

Non mi sono mai fidato e – da sempre – sono “immediatamente” diffidente nei confronti delle nuove tecnologie in generale, soprattutto guardo sempre con diffidenza l’entusiasmo altrui per le dichiarate “straordinarie libertà” (spesso solo apparenti e falsamente strombazzate) da esse create o favorite. Credo di vivere in un momento in cui brilla troppo spesso la facile illusione di potersi emancipare, liberare dalle presenti catene di un ingombrante passato affidandosi ciecamente alle bizzarre acrobazie di un progresso tecno(il)logico che – a conti fatti invece – disegna principalmente infiniti intrecci di “nuovi bisogni” che risultano poi essere forieri di una ulteriore sostanziale confusione esistenziale (mi viene in mente l’affascinante ma perniciosa “superorganizzazione Huxleyana”). L’unico modo per non soffrire di questo prodotto convulso e caotico sembra essere quello di scegliere di accettare questo status senza opporsi ed abbandonarsi completamente al flusso tecnologico ed alle sue innumerevoli “nuove regole” (ovvero delle “nuove catene “gestite” altrove da sconosciuti “giocatori”). Ma in realtà questa forma di rinuncia non fa proprio per me e quindi fondamentalmente sono un nostalgico perchè ho ancora la sensazione che il passato permetta scelte basate su possibili giudizi fondati (conoscenza), il futuro concede solo prospettive in cui l’errore potenziale è dietro l’angolo (aspirazione). Ovviamente la chiara consapevolezza dello scorrere del tempo in un’unica direzione mi obbliga ad accettare questo ineluttabile processo in divenire che, nostalgica-mente, mi permetto solo di non preferire.

Negli ipotetici mondi futuri segnalati e descritti dalla fantascienza del passato, alcuni purtroppo clamorosamente smentiti dallo sviluppo degli eventi in epoche successive, ho sempre tifato per l’utopia dell’Arcadia, le macchine finiscono sempre per essere troppo invasive e lo spazio riservato all’emozione si trasforma in ossessione di controllo con effetti spesso devastanti. Ci specchiamo spesso in universi che non sappiamo comprendere…è un’attitudine tipicamente terrestre?

Aspiriamo (talvolta specchiandocisi dentro) ad universi e dimensioni parallele perché nel tempo ci siamo emancipati dalle necessità di base ed abbiamo portato la nostra evoluzione ad arricchire lo spirito con osservazioni e speculazioni su realtà (chissà poi quanto “chimicamente solo immaginarie”) dove creare in esse stessi ulteriori elementi di ricerca ed evoluzione. L’”alienità” (o “posizione alternativa” o “aliud Kierkegaardiano”) forse sta nella condizione di forte consapevolezza parallela ad una (o più) delle realtà salvifiche presenti nel contesto involuto del pensiero moderno (sempre più triste e primitivo). Le macchine e/o la ricerca del progresso fine a se stessa sono l’esempio perfetto dell’aspirazione umana a “delegare” qualsiasi cosa finanche una specie di “delega” del proprio stesso “sentire o esistere” ….

“Alcuni scienziati affermano che l’idrogeno, poiché sembra essere ovunque, sia la sostanza basilare dell’universo; non sono d’accordo. Io dico che c’è molta più stupidità che idrogeno, e che quella è la vera sostanza costitutiva dell’universo.” Aveva ragione Frank Zappa?

Detta da un terrestre cinico e disilluso (ed orgogliosamente non particolarmente colto) è una sarcastica e paradossale affermazione che ha le sue teoriche evidenze a favore. Ma la stupidità rimane essenzialmente un parametro troppo “umano” per poter essere applicato ad un ipotetico qualsiasi universo che ancora non conosciamo (ma che forse proveremo a conoscere purtroppo sospinti proprio da quella umana stupidità).

“Cambiare musica” è una tipica espressione che segnala la necessità di cambiare scenario, non a caso il cambiamento è innescato dall’udito, da una colonna sonora che ci permette di intravvedere altri mondi possibili e magicamente l’esterno si accorda a un interno che ci corrisponde. Ricordi ancora il primo disco che hai ascoltato?

Si, perfettamente. Era un 78 giri che mio padre aveva portato dai suoi numerosi viaggi in Cina nel 1932. Era una pièce orchestrale giapponese che all’epoca era una esplicita manifestazione di propaganda di regime estremamente patriottica (da quello che ho poi scoperto negli anni) ma che ha avuto nel mio immaginario di due anni un effetto detonante tanto persistemte che ancora oggi mi ricordo quasi perfettamente la sua linea melodica, pur non avendo più avuto ormai da anni l’opportunità di ascoltarlo … (grazie – appunto – a quella tecnologia di cui sopra che, migliorando i propri standard, di fatto CANCELLA i precedenti relegando i prodotti passati ad inutili oggetti di memoria inservibili alla trasmissione generazionale culturale). Ricordo anche il primo ascolto più essenzialmente ludico, ma già abbastanza consapevole, del Peer Gynt di Edward Grieg avvenuto pochi anni dopo, così come alla stessa stregua uno dei primi 45 giri della Kama-Sutra che gracchiando dalla mia radio-giradischi Imperial raccontava di un’estate passata nella caotica città della dinamica (e lontana) america (“Summer in the city” di Lovin’ Spoonful). Ma forse io “cambiai musica” quando mio fratello maggiore (alla cui preziosa memoria dedico sempre ancora oggi ogni mio ascolto musicale) mi fece conoscere un modo “parallelo” di ascoltare la musica, di approcciarne il senso … anche di quella più apparentemente semplice e banale. Ho così incontrato Beatles, Rolling Stones e Bob Dylan all’inizio del mio “nuovo itinerario” fino al messaggio essenziale che ho capito ascoltando – adolescente – l’”animale” Eric Burdon cantare (accompagnato da un gruppo chiamato “GUERRA”) “No, They can’t take away our music”. Per me fu quello il bivio da cui sono poi partito per la mia personale audio-esplorazione parallela.

Quale video hai scelto per noi e perché?

[Scena Stargate di 2001 Odissea nello spazio]

Perchè racchiude in un unico microuniverso audiovisivo di poco più di nove minuti il “passato”, il “presente”, un “futuro”, una “tecnologia” e la “primordialità essenziale”, la “paura” e lo “stupore o meraviglia” il tutto nella prospettiva di una sconosciuta ma percepita speranza. (e poi perchè mi ricorda un po’ Bootes!)

Grazie Alieno, non potevi fare scelta migliore, è stato un grande regalo averti a bordo qui con noi.

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Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà mercoledì 2 ottobre, STAY TUNED…

Che fine ha fatto Carneade?

Carneades Cyrenævs

 

“Carneade! Chi era costui? – ruminava tra sé Don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo[1] aperto davanti quando Perpetua entrò a portargli l’ambasciata. – Carneade! questo nome mi pare bene di averlo letto o sentito; doveva essere un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli, ma chi diavolo era costui?”

Una domanda che più o meno hanno posto a tutti, se non altro a scuola dove si era obbligati a rispondere in modo automatico con “il filosofo di Cirene noto per la sua straordinaria abilità retorica”[2] – punto. Non occorreva aggiungere altro, bastava quello, come se quelle poche parole ci elevassero a un gradino superiore rispetto alla tanto vituperata ignoranza di Don Abbondio, il prete vigliacco per antonomasia, incapace di prendere una decisione, perseguitato dalle minacce dei Bravi, cattivi come il male. Da allora l’abbinamento è stato immortalato in un classico della letteratura italiana, uno stoico destinato a cadere nel dimenticatoio e che puntualmente riaffiora quando si nomina Don Abbondio, in un incrocio perfetto come in un cruciverba.

Sono andata a riguardare una vecchia antologia di filosofia, e la pagina intonsa dedicata a Carneade con nessuna riga sottolineata, ha riconfermato quello che già sospettavo, saltato a piè pari, nemmeno letto, nemmeno invogliata dal titolo del capitolo: “Gli sviluppi dello scetticismo accademico con Carneade.”

A quel punto meritava un po’ di attenzione. Attivo nell’Accademia, non ha lasciato nulla di scritto, il suo pensiero ci è stato tramandato da Cicerone, che ne osannava la sapienza, “Carneades tibi sapiens non videtur?” (Non ti pare che sia sapiente Carneade?) e da Sesto Empirico, filosofo greco antico scettico.

Di che sapienza si tratta? Liquidato in pochi paragrafi, viene presentato come l’autore della celebre dottrina del probabile che si snoda in tre assunti fondamentali:

1) La rappresentazione rispetto all’oggetto è vera o falsa, rispetto al soggetto appare vera oppure falsa. Dato che il vero oggettivo non può essere compreso dall’uomo, bisogna attenersi a ciò che appare vero, il probabile, la “rappresentazione persuasiva semplice.”

2) Dal momento che le rappresentazioni sono collegate tra loro, è più credibile quel tipo di rappresentazione che non viene contraddetta da nessuna contraria, e si ha un tipo di “rappresentazione persuasiva e non contraddetta” che ha un grado maggiore di probabilità.

3) Il livello più alto è invece la “rappresentazione persuasiva non contraddetta ed esaminata da ogni parte”, ossia si aggiunge la garanzia di un metodico esame di tutte le rappresentazioni connesse.

L’unica certezza in Carneade è che non esiste un criterio assoluto di verità, esiste il criterio stabilito da ciò che è probabile.

La svolta arriverà con l’eclettismo, che in greco significa “scegliere e unire”, promosso da Filone di Larissa che ebbe tra i suoi discepoli proprio Cicerone. Filone cercò di superare la contraddizione evidenziata dal discepolo Antioco nella dottrina di Carneade: prima aveva ammesso che esistevano rappresentazioni false che non davano luogo a nessuna certezza, secondo aveva sostenuto che non c’erano rappresentazioni vere che si distinguevano perfettamente da quelle false e che quindi non potevano essere definite certe o non certe. Secondo Antioco le due posizioni si annullavano, se si ammetteva la prima, cadeva la seconda e viceversa. Filone cercò di mediare con una sfumatura in più, sostenendo che non c’erano certezze, ma solo apparenze che ci davano la probabilità. Non pervenivamo alla percezione del vero oggettivo ma potevamo pervenire solo con l’evidenza del probabile. Antioco non ne fu convinto e cambiò rotta.

Personalmente in caso di dubbio continuo a seguire una regola fondamentale appresa dal grande maestro Sherlock Holmes, “conoscete il mio metodo, un sistema fondato sull’osservazione di piccole cose.”


[1] La dottrina di San Carlo Borromeo spiegata da Vincenzo Tasca veneziano, nota all’edizione de I Promessi Sposi, capitolo VIII, pag. 180, Ceschina Editore, Milano 1963.

[2] Nato a Cirene nel 219 a.C. e morto nel 129 a.C. – (un longevo novantenne).

Che fine ha fatto Carneade?

Carneades Cyrenævs

 

“Carneade! Chi era costui? – ruminava tra sé Don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo[1] aperto davanti quando Perpetua entrò a portargli l’ambasciata. – Carneade! questo nome mi pare bene di averlo letto o sentito; doveva essere un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli, ma chi diavolo era costui?”

Una domanda che più o meno hanno posto a tutti, se non altro a scuola dove si era obbligati a rispondere in modo automatico con “il filosofo di Cirene noto per la sua straordinaria abilità retorica”[2] – punto. Non occorreva aggiungere altro, bastava quello, come se quelle poche parole ci elevassero a un gradino superiore rispetto alla tanto vituperata ignoranza di Don Abbondio, il prete vigliacco per antonomasia, incapace di prendere una decisione, perseguitato dalle minacce dei Bravi, cattivi come il male. Da allora l’abbinamento è stato immortalato in un classico della letteratura italiana, uno stoico destinato a cadere nel dimenticatoio e che puntualmente riaffiora quando si nomina Don Abbondio, in un incrocio perfetto come in un cruciverba.

Sono andata a riguardare una vecchia antologia di filosofia, e la pagina intonsa dedicata a Carneade con nessuna riga sottolineata, ha riconfermato quello che già sospettavo, saltato a piè pari, nemmeno letto, nemmeno invogliata dal titolo del capitolo: “Gli sviluppi dello scetticismo accademico con Carneade.”

A quel punto meritava un po’ di attenzione. Attivo nell’Accademia, non ha lasciato nulla di scritto, il suo pensiero ci è stato tramandato da Cicerone, che ne osannava la sapienza, “Carneades tibi sapiens non videtur?” (Non ti pare che sia sapiente Carneade?) e da Sesto Empirico, filosofo greco antico scettico.

Di che sapienza si tratta? Liquidato in pochi paragrafi, viene presentato come l’autore della celebre dottrina del probabile che si snoda in tre assunti fondamentali:

1) La rappresentazione rispetto all’oggetto è vera o falsa, rispetto al soggetto appare vera oppure falsa. Dato che il vero oggettivo non può essere compreso dall’uomo, bisogna attenersi a ciò che appare vero, il probabile, la “rappresentazione persuasiva semplice.”

2) Dal momento che le rappresentazioni sono collegate tra loro, è più credibile quel tipo di rappresentazione che non viene contraddetta da nessuna contraria, e si ha un tipo di “rappresentazione persuasiva e non contraddetta” che ha un grado maggiore di probabilità.

3) Il livello più alto è invece la “rappresentazione persuasiva non contraddetta ed esaminata da ogni parte”, ossia si aggiunge la garanzia di un metodico esame di tutte le rappresentazioni connesse.

L’unica certezza in Carneade è che non esiste un criterio assoluto di verità, esiste il criterio stabilito da ciò che è probabile.

La svolta arriverà con l’eclettismo, che in greco significa “scegliere e unire”, promosso da Filone di Larissa che ebbe tra i suoi discepoli proprio Cicerone. Filone cercò di superare la contraddizione evidenziata dal discepolo Antioco nella dottrina di Carneade: prima aveva ammesso che esistevano rappresentazioni false che non davano luogo a nessuna certezza, secondo aveva sostenuto che non c’erano rappresentazioni vere che si distinguevano perfettamente da quelle false e che quindi non potevano essere definite certe o non certe. Secondo Antioco le due posizioni si annullavano, se si ammetteva la prima, cadeva la seconda e viceversa. Filone cercò di mediare con una sfumatura in più, sostenendo che non c’erano certezze, ma solo apparenze che ci davano la probabilità. Non pervenivamo alla percezione del vero oggettivo ma potevamo pervenire solo con l’evidenza del probabile. Antioco non ne fu convinto e cambiò rotta.

Personalmente in caso di dubbio continuo a seguire una regola fondamentale appresa dal grande maestro Sherlock Holmes, “conoscete il mio metodo, un sistema fondato sull’osservazione di piccole cose.”


[1] La dottrina di San Carlo Borromeo spiegata da Vincenzo Tasca veneziano, nota all’edizione de I Promessi Sposi, capitolo VIII, pag. 180, Ceschina Editore, Milano 1963.

[2] Nato a Cirene nel 219 a.C. e morto nel 129 a.C. – (un longevo novantenne).

E oggi sono 2 anni

OGGI Branoalcollo compie 2 anni

Il blog è nato un tardo pomeriggio del 29 Agosto del 2010 nel segno della Vergine, l’anno della Tigre di Metallo secondo l’oroscopo cinese. Da allora ho pubblicato con disciplina prussiana 143 articoli, divisi tra traduzioni di poesie, prevalentemente dall’inglese, saggi, stralci dei miei nuovi e vecchi lavori, progetti e riflessioni varie su temi che mi hanno sempre interessato, primo fra tutti il nostro rapporto con il tempo in campo letterario, filosofico, poetico.

Nella classifica degli articoli più letti ho avuto un’ulteriore riconferma, continuano a esserci con mio grande piacere le poesie. Ho sempre trovato noiosa la tendenza accademica ad appesantire i testi con note eccessivamente prolisse e pedanti. Le poesie vanno lette a voce alta, possibilmente senza l’enfasi di certi nostri attori italiani. Non devono essere spiegate con inutili parafrasi, non c’è bisogno di ridire male quanto è già stato scritto in modo sublime, è sufficiente una breve introduzione efficace al punto da stimolare la nostra immaginazione.

La difficoltà di ogni traduzione poetica sta proprio nel riprodurre la bellezza e il ritmo delle parole nella versione originale, mantenendone la stessa intensità. Il destino dei classici è legato a una continua rilettura, perché le traduzioni invecchiano, testimoniano il passare del tempo, hanno sempre bisogno di essere rapportate a una dimensione presente, in una tensione creativa che si nutre proprio della sua stessa transitorietà, puntuale momentaneamente ma in perenne movimento come è giusto che sia. Una traduzione italiana anni ’50 a volte può risultare insopportabile per certi vezzi stilistici – ho anch’io le mie manie, sono totalmente a sfavore del pronome ella o di chi usa fottuto come calco dall’americano, specialmente nei film dove improvvisamente tutti diventano fottuti, vivono in fottute case, parlano con i loro fottuti amici, leggono i loro fottuti libri, un inferno – tranne casi rarissimi deve essere rielaborata secondo nuovi parametri, apprezzando l’impegno di chi ci ha preceduto nell’impresa, e ha condiviso con noi un percorso comune aiutandoci a capire meglio le nostre stesse fragilità.

I sonetti di Shakespeare figurano tra i preferiti, seguiti da quattro autori pilastro: Wordsworth, Auden, Heaney e Yeats. Insieme ai saggi, ha avuto un’attenzione inaspettata una nuova categoria introdotta quest’anno, quella dedicata ai liberi pensatori e filosofi, ai primi posti Pavel Florenskij e le sue teorie sull’icona e il tempo capovolto. Fa eccezione la recensione di Biancaneve e i sette nani, in mezzo a due corpose relazioni di architettura. Evidentemente Biancaneve ha più seguaci di quanto potessi immaginare, in postazione stabile per tutto questo biennio – sospetto più per un dirottamento sbadato dai siti porno nei motori di ricerca. Il contrasto continua a farmi ridere. L’idea iniziale quando ho aperto il blog era proprio di dare spazio anche alla cultura pop, ai momenti di relax nell’arco della giornata, che poi è quello che faccio abitualmente, leggendo e mescolando generi diversi, e ascoltando vari tipi di musica.

Rispetto all’anno scorso le visite sono quadruplicate, la scelta di reinterpretare i classici procedendo per aree tematiche è stata apprezzata. Grazie davvero di cuore a tutti quelli che hanno navigato nel mare di Branoalcollo, a chi mi ha seguito con costanza e affetto fin dall’inizio, ai nuovi iscritti che sono sempre benvenuti, a chi mi legge per la prima volta ORA.

L’avventura continua con impegno e immutata passione. A prestissimo, un brindisi virtuale con tutti voi, cin cin, cheers, Qaplà!

Se volete lasciare un commento e/o eventuali suggerimenti, critiche costruttive, io sono qui, non come Renato Zero ma ci sono.

Spinoza riflesso in versi

 

“Non si discute per aver ragione ma per capire.”

Jorge Luis Borges

Ho scoperto che in Italia esiste un concorso letterario dedicato a chi vuole scrivere una poesia sulle opere di Baruch Spinoza (1632-1677). Quest’anno è stato annullato ma chissà forse verrà riattivato il prossimo. Una vita intensa, seppure breve, impiegata nella redazione di un’opera fondamentale per il pensiero occidentale, l’Ethica, uscita postuma nel 1677 insieme al Trattato sull’emendazione dell’intelletto. Il Trattato su Dio, l’uomo e la felicità, scritto intorno al 1660, venne invece pubblicato solamente nell’ ‘800. Un filosofo che pagò a caro prezzo l’amore per la sua indipendenza, allontanato dalla stessa famiglia, scomunicato e bandito dalla Sinagoga, rinunciò alla cattedra universitaria perché temeva che potesse compromettere la sua libertà di pensiero e accettò un impiego come molatore di vetri ottici. Un mestiere che stranamente ha qualche attinenza con la sua ricerca, riformulare una nuova visione. In Spinoza, il pensiero cartesiano prende una direzione nuova, res cogitans e res extensa diventano due infiniti attributi della sostanza di Dio. Dio è l’unica sostanza esistente, “tutto ciò che è, è in Dio, senza Dio, nessuna cosa può essere, né essere concepita.” Dio viene descritto come necessità assoluta di essere, da cui derivano gli infiniti attributi e gli infiniti modi che costituiscono il mondo. Come dall’infinito si arrivi al finito non viene spiegato, resta un’aporia.

La ricerca della felicità non sta nel conseguire né i piaceri dei sensi, né le ricchezze, né gli onori che devono essere visti solo come mezzi, e mai come fini, per vivere in funzione di un obiettivo supremo. La distinzione tra bene e male rimane un fatto assolutamente interpretativo privo di valenza oggettiva: “…Il bene e il male non indicano nulla che esista ontologicamente nelle cose considerate in sé oggettivamente, ma sono essi pure ‘modi di pensiero’ e nozioni che l’uomo si forma paragonando le cose fra loro e riportandole a sé.”

Si parte da Dio per ridare un significato nuovo all’uomo. Per capire meglio il senso, ecco che ancora una volta ci viene incontro la poesia. Nell’impresa di tradurre in versi il pensiero spinoziano si è già cimentato a suo tempo un altro scrittore illuminato, Jorge Luis Borges, lasciandoci due splendidi ritratti rivelatori.

Baruch Spinoza

 

L’occaso, caligine d’oro, barbaglia

Sulla finestra. L’assiduo manoscritto

Aspetta, già pregno di infinito.

Qualcuno costruisce un Dio nella penombra.

Un uomo genera un Dio. È un ebreo

Di tristi occhi e di pelle olivastra;

Il tempo lo trasporta come trascina il fiume

Una foglia nell’acqua che discende.

Non importa. Il mago insiste e forgia

Dio con geometria raffinata;

Dalla sua debolezza, dal suo nulla,

Seguita a modellare Dio con la parola.

Il più generoso amore gli fu largito,

L’amore che non chiede di essere amato.

 

Spinoza

 

Le diafani mani dell’ebreo

Tagliano nella penombra le lenti;

Muore la sera tra paura e freddo.

(Le sere sono uguali a ogni altra sera.)

Ma le mani e lo spazio di giacinto

Che impallidisce il confine del Ghetto

Appena esistono per l’uomo quieto

Che sta sognando un chiaro labirinto.

Non lo turba la fama, che è riflesso

Di altri sogni nel sogno dello specchio,

Né l’amore pudico delle vergini.

Libero da metafora e da mito

Intaglia un arduo vetro: l’infinito

Ritratto di Chi è tutte le sue stelle.[1]


[1] Tratta dalla raccolta a cura di Domenico Porzio, L’altro, lo stesso, ne I Meridiani, Jorge Borges, Mondadori, Milano, 1998.








			

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