Di Philip Larkin, poeta che mi piace molto, tempo fa avevo tradotto “Home is so sad”(1), la poesia che vi propongo oggi mi ha colpito perché descrive perfettamente il senso di smarrimento provocato da certe paure, con una sensibilità rara, l’imbarazzo di chi osserva si trasforma in timido riserbo.
Non avevo ancora tradotto l’Ulisse (1833) di Alfred Tennyson (1809-1892), poeta laureato di epoca vittoriana, celebratissimo, scoraggiata in parte dalla versione aulica di Giovanni Pascoli[1], poi quando l’ho riletta in inglese, mi ha emozionato di nuovo, una visione diversa che si concentra sulla psicologia del personaggio: un cuore libero che non vuole cedere alla ragionevolezza della vecchiaia per continuare a esplorare nuovi mondi di sé. Telemaco invece è legato al suo ruolo, mantenere l’ordine in assenza del padre, una figura indispensabile perché l’avventura possa prendere vita.
Il tema del viaggio mi ha ricordato un documentario che avevo visto tempo fa sul giornalista Terzani, che raccontò con gli occhi velati dalle lacrime che la sua barba gli aveva salvato la pelle in varie occasioni, un camuffamento che aveva scelto per cercare di assomigliare di più all’altro, a chi andava incontro, per fare in modo che si rispecchiasse in lui e si sentisse accolto nel tentativo camaleontico di annullare le distanze in terre straniere forse per ritrovare se stesso.
Ulisse
Serve poco che un re inoperoso,
Vicino a un focolare calmo, fra aride rupi
Unito a una sposa invecchiata, stia a ripartire ed elemosinare
Leggi ineguali a gente selvaggia,
Che accumula, dorme e mangia, e non mi conosce.
Non riesco a non viaggiare, berrò
Fino all’ultima goccia di vita, ogni volta mi sono divertito
Molto, ho sofferto molto, sia con coloro
Che mi hanno amato, che da solo, sulla riva, quando
Tra correnti tumultuose le piovose Iadi
Hanno agitato il mare oscuro: sono diventato un nome;
Perché volevo sempre vagare con cuore affamato;
Molto ho visto e conosciuto, città di uomini,
E costumi, climi, consigli, governi,
E non di meno me stesso, ma onorato da tutti;
Ho bevuto in onore della gioia della battaglia con i miei pari;
Lontano sulle pianure risonanti della ventosa Troia.
Sono parte di tutto quello che ho incontrato;
Eppure tutta l’esperienza è un arco con cui
Si illumina quel mondo inesplorato, i cui confini sbiadiscono
Sempre più appena mi muovo.
Che noioso è fermarsi, mettere una fine,
Arrugginire spento, non risplendere in azione!
Come se respirare fosse vita. Vita ammassata su vita
Sarebbe troppo poco, e di una vita mi rimane
Poco tempo: ma da quel silenzio eterno,
Si risparmia ogni ora, ancora qualcosa,
Uno che apporti opere nuove, sarebbe ignobile,
Per qualche anno risparmiare e mettere da parte,
Questo spirito esperto che arde dal desiderio
Di seguire la conoscenza come una stella cadente,
Fino ai confini estremi del pensiero umano.
Questo è mio figlio, il mio Telemaco,
Al quale lascio lo scettro e l’isola –
Che io amo molto, a cercare di adempiere
Questo compito, con lenta prudenza rendere mite
Un popolo rude, per teneri gradi
Sottometterlo all’utile e al buono.
Egli è più di tutti senza colpa, equilibrato nella sfera
Dei suoi doveri, adatto a non mancare
Nelle tenere usanze, e rispettare il culto convenevole
Dei miei numi tutelari,
Quando me ne sarò andato. Lui fa il suo lavoro, io il mio.
Là c’è il porto. La nave issa le vele:
Laggiù risplendono gli oscuri mari aperti. Miei marinai,
Animi che avete faticato, lavorato e pensato,
Che accoglieste con uguale saluto gioioso sia
Le tempeste che il sole, e opponeste
Cuori liberi, fronti libere – voi ed io siamo vecchi;
E la vecchiaia tuttavia ha un suo onore e un suo fardello;
La morte chiude tutto: ma qualcosa prima della fine,
Qualche impresa di fattura nobile, deve essere ancora svolta,
Da uomini degni che lottarono contro gli Dei.
Le luci cominciano a brillare dalle rocce:
Il lungo giorno declina; la luna sorge lenta; il profondo
Si lamenta attorno con molte voci. Venite, amici miei,
Non è troppo tardi per cercare un mondo più nuovo.
Al largo, e sedetevi in ordine per cercare di colpire
I flutti tumultuosi; perché il mio scopo è
Di navigare oltre il tramonto, e i lavacri
Di tutte le stelle occidentali, fino a che non morrò.
Forse gli abissi ci inghiottiranno:
Forse toccheremo le Isole dei Beati,
E rivedremo il grande Achille, che conoscemmo
Anche se perdemmo molto, molto ci resta; e se
Ora non abbiamo la forza che avevamo ai vecchi tempi
Che muoveva terra e cielo; quello che noi siamo, siamo,
Una tempra uguale di cuori eroici,
Resa debole dal tempo e dal destino, ma forte nella volontà
Di lottare, cercare, trovare e non cedere.
[1] Tratta dalla Raccolta del 1938 Traduzioni e Riduzioni, Mondadori, Milano.
Non avevo ancora tradotto l’Ulisse (1833) di Alfred Tennyson (1809-1892), poeta laureato di epoca vittoriana, celebratissimo, scoraggiata in parte dalla versione aulica di Giovanni Pascoli[1], poi quando l’ho riletta in inglese, mi ha emozionato di nuovo, una visione diversa che si concentra sulla psicologia del personaggio: un cuore libero che non vuole cedere alla ragionevolezza della vecchiaia per continuare a esplorare nuovi mondi di sé. Telemaco invece è legato al suo ruolo, mantenere l’ordine in assenza del padre, una figura indispensabile perché l’avventura possa prendere vita.
Il tema del viaggio mi ha ricordato un documentario che avevo visto tempo fa sul giornalista Terzani, che raccontò con gli occhi velati dalle lacrime che la sua barba gli aveva salvato la pelle in varie occasioni, un camuffamento che aveva scelto per cercare di assomigliare di più all’altro, a chi andava incontro, per fare in modo che si rispecchiasse in lui e si sentisse accolto nel tentativo camaleontico di annullare le distanze in terre straniere forse per ritrovare se stesso.
Ulisse
Serve poco che un re inoperoso,
Vicino a un focolare calmo, fra aride rupi
Unito a una sposa invecchiata, stia a ripartire ed elemosinare
Leggi ineguali a gente selvaggia,
Che accumula, dorme e mangia, e non mi conosce.
Non riesco a non viaggiare, berrò
Fino all’ultima goccia di vita, ogni volta mi sono divertito
Molto, ho sofferto molto, sia con coloro
Che mi hanno amato, che da solo, sulla riva, quando
Tra correnti tumultuose le piovose Iadi
Hanno agitato il mare oscuro: sono diventato un nome;
Perché volevo sempre vagare con cuore affamato;
Molto ho visto e conosciuto, città di uomini,
E costumi, climi, consigli, governi,
E non di meno me stesso, ma onorato da tutti;
Ho bevuto in onore della gioia della battaglia con i miei pari;
Lontano sulle pianure risonanti della ventosa Troia.
Sono parte di tutto quello che ho incontrato;
Eppure tutta l’esperienza è un arco con cui
Si illumina quel mondo inesplorato, i cui confini sbiadiscono
Sempre più appena mi muovo.
Che noioso è fermarsi, mettere una fine,
Arrugginire spento, non risplendere in azione!
Come se respirare fosse vita. Vita ammassata su vita
Sarebbe troppo poco, e di una vita mi rimane
Poco tempo: ma da quel silenzio eterno,
Si risparmia ogni ora, ancora qualcosa,
Uno che apporti opere nuove, sarebbe ignobile,
Per qualche anno risparmiare e mettere da parte,
Questo spirito esperto che arde dal desiderio
Di seguire la conoscenza come una stella cadente,
Fino ai confini estremi del pensiero umano.
Questo è mio figlio, il mio Telemaco,
Al quale lascio lo scettro e l’isola –
Che io amo molto, a cercare di adempiere
Questo compito, con lenta prudenza rendere mite
Un popolo rude, per teneri gradi
Sottometterlo all’utile e al buono.
Egli è più di tutti senza colpa, equilibrato nella sfera
Dei suoi doveri, adatto a non mancare
Nelle tenere usanze, e rispettare il culto convenevole
Dei miei numi tutelari,
Quando me ne sarò andato. Lui fa il suo lavoro, io il mio.
Là c’è il porto. La nave issa le vele:
Laggiù risplendono gli oscuri mari aperti. Miei marinai,
Animi che avete faticato, lavorato e pensato,
Che accoglieste con uguale saluto gioioso sia
Le tempeste che il sole, e opponeste
Cuori liberi, fronti libere – voi ed io siamo vecchi;
E la vecchiaia tuttavia ha un suo onore e un suo fardello;
La morte chiude tutto: ma qualcosa prima della fine,
Qualche impresa di fattura nobile, deve essere ancora svolta,
Da uomini degni che lottarono contro gli Dei.
Le luci cominciano a brillare dalle rocce:
Il lungo giorno declina; la luna sorge lenta; il profondo
Si lamenta attorno con molte voci. Venite, amici miei,
Non è troppo tardi per cercare un mondo più nuovo.
Al largo, e sedetevi in ordine per cercare di colpire
I flutti tumultuosi; perché il mio scopo è
Di navigare oltre il tramonto, e i lavacri
Di tutte le stelle occidentali, fino a che non morrò.
Forse gli abissi ci inghiottiranno:
Forse toccheremo le Isole dei Beati,
E rivedremo il grande Achille, che conoscemmo
Anche se perdemmo molto, molto ci resta; e se
Ora non abbiamo la forza che avevamo ai vecchi tempi
Che muoveva terra e cielo; quello che noi siamo, siamo,
Una tempra uguale di cuori eroici,
Resa debole dal tempo e dal destino, ma forte nella volontà
Di lottare, cercare, trovare e non cedere.
[1] Tratta dalla Raccolta del 1938 Traduzioni e Riduzioni, Mondadori, Milano.
In ogni secolo gli esseri umani hanno pensato di aver capito definitivamente l’Universo e, in ogni secolo, si è capito che avevano sbagliato. Da ciò segue che l’unica cosa certa che possiamo dire oggi sulle nostre attuali conoscenze è che sono sbagliate.
(Isaac Asimov)
Secondo il saggio sulle emozioni di Dylan Evans (1), la logica di Spock non è attendibile. Il Vulcaniano noto per la capacità di essere più razionale nelle sue valutazioni perché impassibile, è in realtà privo di un grande strumento conoscitivo: l’emozione stessa, utilissima per rettificare il giudizio. Alla luce di questa nuova interpretazione, Spock partirebbe già svantaggiato rispetto a un comune mortale o terrestre, risultando anche meno intelligente. Non solo, senza il feedback fornito proprio dalle emozioni non potrebbe sopravvivere a lungo ed evolvere.
Il neuroscienziato Joseph LeDoux ha individuato due percorsi paralleli rispetto all’emozione che corrisponde alla paura, il primo è la reazione immediata istintiva che di solito ci fa reagire tempestivamente di fronte al pericolo, il secondo invece stempera la reazione aiutandoci a riflettere sul modo migliore per affrontare la situazione. In caso di fobie, il secondo percorso non funziona più, si reagisce in modo spropositato perché si spezza il meccanismo di connessione tra le due visioni.
La vendetta, il senso di colpa, l’amore vengono invece classificate come emozioni cognitive superiori, relativamente recenti rispetto alle emozioni primordiali come la gioia, la paura, la sofferenza. Cominciarono a svilupparsi circa 60 milioni di anni fa, molto più tardi se paragonate ai 500 milioni di esistenza del cervello dei vertebrati.
Le cose cominciano a complicarsi quando a provare le emozioni non sono più gli uomini, ma le macchine, un tema ricorrente di moltissimi film di fantascienza (2001 Odissea nello Spazio, Blade Runner, Io Robot, etc…). Inevitabilmente l’emozione finisce per mandare in tilt la ferrea disciplina della macchina con un effetto deflagrante quasi sempre irreversibile.
La tendenza dell’informatica di questo nuovo millennio è sempre più orientata verso una maggiore umanizzazione dei computer. Non si è ancora arrivati ai modelli letterari e cinematografici, ma si stanno facendo passi da gigante nella sfera affettiva legata alla gamma di emozioni che un robot può provare. Al MIT stanno lavorando da anni alla programmazione di un robot emotivo, Kismet. Se tutto dovesse andare come previsto, entro il 2050 esisteranno robot in grado di interpretare il nostro stato emotivo e di interagire con noi. La Sony ha già progettato un robot giocattolo AIBO, capace di provare sei emozioni distinte: contentezza, tristezza, rabbia, sorpresa, simpatia e antipatia.
Impossibile non rievocare l’attesa struggente di David, il bambino robot interpretato da Haley Joel Osmond in Intelligenza Artificiale (2001), un soggetto di Stanley Kubrick, completato da Steven Spielberg.
Il film avrebbe meritato un destino diverso, se fosse stato diretto dal genio di Kubrick, ma offre comunque qualche spunto di riflessione, nonostante le frequenti cadute di gusto causate dal tentativo maldestro di riscrivere in chiave moderna la storia di Pinocchio. Quello che colpisce è che David viene programmato ad amare incondizionatamente la madre Monica, dimostrando una dedizione che non può essere umana e che non verrà ricambiata. La madre adottiva, preoccupata di mettere in pericolo il figlio naturale che si è inaspettatamente ripreso da una grave malattia, decide ben presto di sbarazzarsi del robot bambino. Commette un errore gravissimo, invece di riportarlo al centro robotico per essere distrutto, secondo la procedura consigliata in caso di restituzione di un prodotto non voluto, lo abbandona in un bosco, pensando che risparmiandogli la “vita”, il robot sia in grado di cavarsela, trattandolo come una macchina autonoma capace di badare a se stessa. David non si riprenderà mai più dal dolore di quel rifiuto, per quell’errore di programmazione continuerà ad aspettarla per sempre. Verrà ritrovato da altri robot, dopo duemila anni, imprigionato nel ghiaccio ed esaminato come un reperto tecnologico. La razza umana ormai si è estinta ma le macchine si sono talmente evolute che sono in grado di replicarsi e programmarsi da sole. Riescono a ricostruire la memoria di David e decidono di esaudire il suo desiderio, clonano la madre da una esile ciocca di capelli che il robot conserva ancora. David potrà finalmente trascorrere un giorno intero insieme alla “nuova” madre, prima di spegnersi per sempre. Il trauma dell’abbandono viene risanato con la realizzazione di quel desiderio che si è trasformato in ossessione, e David potrà andare “nel luogo dove nascono i sogni”.
Tutto ritorna a scorrere mentre la volatilità e l’imprevedibilità dei sentimenti umani continuano a sfuggire a ogni tentativo di catalogazione.
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(1) Dylan Evans, Emozioni, La Scienza del sentimento, Laterza, Bari 2004.
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