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Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister (II parte)

Riprendo la lettura degli anni di pellegrinaggio, lunedì scorso c’eravamo lasciati con l’incontro con i Superiori che avrebbero dovuto facilitare la scelta della futura educazione del figlio di Wilhelm, Felix.

L’appuntamento, come ogni romanzo che si rispetti, è rimandato da altri eventi, dopo essersi congedati dalla famiglia descritta nella novella Il Secondo San Giuseppe e dall’amico Montan che si allontana tra le montagne, Wilhelm e il figlio hanno una piccola disavventura, si inoltrano sempre più in anfratti sconosciuti e vengono fatti prigionieri. Felix è disperato, il padre invece ha una calma serafica, rassicurato da una scritta che vede sulla parete della roccia: “A colui che non è colpevole, libertà e risarcimento, a colui che è stato traviato pietà, ed a colui che è colpevole, giustizia punitrice ed equa.”[1] Niente da temere dal suo punto di vista, e infatti, compare un uomo, l’ideatore della prigione-trappola tra le rocce, che racconta la sua versione dei fatti, è un proprietario terriero e alcuni suoi affittuari non solo si sono rifiutati di pagare il compenso richiesto ma hanno danneggiato anche i terreni, scappando attraverso sentieri rocciosi. Wilhelm e il figlio non hanno nessuna colpa, se non quella di trovarsi nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. Vengono prontamente liberati e accolti regalmente in casa. Lenardo, il padrone di casa, si confida con Wilhelm, ha un grande rimpianto, non aver aiutato una giovane donna di fede Hussita, comunità diffusa in Sassonia, che era stata cacciata dallo zio perché il padre non era stato in grado di pagare i suoi debiti. Le disgrazie della donna le apprendiamo attraverso le lettere che Wilhelm scrive all’amata Natalie, destinataria di molti segreti. E come ogni gentiluomo che si rispetti, può Wilhelm rifiutare una richiesta di chi l’ha ospitato tanto amorevolmente? Ovvio che no, malgrado le sue intenzioni, si ritrova ad accompagnare Lenardo alla casa di questa donna, che lui ricorda chiamarsi Valerine…Le cose non vanno come previsto, Valerine non è la brunetta che lui pensava di ricordare. È una donna bella, elegante, bionda e non mora, e già questo è un dettaglio che lo fa vacillare, ma appena li vede, confessa di essere ancora grata allo zio per tutti i favori ricevuti. Impossibile a credersi, Wilhelm e Lenardo fanno finta di niente ma con uno sguardo complice capiscono che si tratta della persona sbagliata. Valerine, è la figlia di un giudice, amico dello zio, Nachodine è la donna da cercare – in comune solo le finali in -ine ma si sa che la memoria fa brutti scherzi – una sua amica di infanzia e compagna di giochi. A questo punto Wilhelm prende in mano la situazione, decide di mettersi in viaggio per andarla a cercare da solo, intima Lenardo di non seguirlo e di non tentare di mettersi sulle sue tracce una volta ritrovata – sospetto per non essere nuovamente depistato – e di credere alla sua parola. Si mette in cammino verso un villaggio indicato da una lettera che gli ha dato Lenardo. Fa dunque visita a un uomo che insieme al figlio ripara e colleziona oggetti antichi. Wilhelm gli mostra il cofanetto trovato dal figlio nel bosco, e gli chiede se è il caso di forzarlo, visto che era sprovvisto di chiave, la risposta che riceve è molto saggia: “se il cofanetto possiede un significato, dovrà occasionalmente trovare la sua chiave, e proprio là dove meno se l’aspetta.”[2] Wilhelm decide di lasciarglielo in custodia e chiede notizie della famiglia di Nachodine. Il vecchio lo rassicura che si darà da fare, e lo invita ad andare insieme al figlio Felix, che nel frattempo l’ha raggiunto a cavallo, alla grande Istituzione Pedagogica dove incontrare il Superiore.

Si rimettono in cammino e arrivano alla piccola comunità popolata solo di adolescenti – e per qualche secondo la mente vola in qualche telefilm di fantascienza dove ci sono sempre società utopiche con adepti con tuniche bianche che venerano strani culti – qui invece i ragazzi si rivolgono a quelli che sono a cavallo con gesti diversi: i più giovani incrociano le braccia sul petto e guardano verso il cielo, i medi tengono le braccia dietro la schiena e guardano la terra, i più grandi, impettiti, le braccia lungo i fianchi, e la testa piegata a destra, si dispongono in fila, altri ragazzi invece rimangono sparpagliati dove sono senza un apparente ordine. Felix chiede subito al Preposto quale gesto compiere, e gli viene suggerito di incrociare le braccia e guardare il cielo. I saluti corrispondono a delle gerarchie ben precise ma altro non viene aggiunto al momento, ogni cosa a suo tempo. Wilhelm nota che sono anche vestiti con colori diversi, di taglio diverso, ma il Preposto li invita a non chiedere altro, regola fondamentale è saper rispettare i segreti, e mai svelare tutto e subito. Decidono quindi di andare a parlare con il Superiore, sullo sfondo i canti dei ragazzi, e il mistero si infittisce sempre più. Scoprono che la musica è il fondamento dell’educazione di tutti i ragazzi, si parte con il canto, poi seguono le specializzazioni con strumenti in regioni remote e isolate per evitare l’angustia sonora di certi esperimenti tipici dei principianti. Wilhelm concorda nella scelta giustamente motivata, mentre a Felix viene assegnato il primo grado di saluto, il padre va a conoscere i Tre Superiori e riceve la prima spiegazione agognata, i tre tipi di saluto servono a insegnare il rispetto secondo tre modalità diverse, verso il cielo, Dio, verso la terra, il nutrimento, il terzo, in piedi e in riga, simboleggia l’essere collegato al mondo con fierezza e senza egoismo. Quelli che non salutano, sono in punizione, vengono ignorati, perché ritenuti indegni di rispetto finché non cambiano atteggiamento. Wilhelm è sempre più ammirato. L’argomento passa alla religione e i Tre lo rassicurano che seguono ugualmente tre forme di rispetto, per la religione etnica, basata sul rispetto per ciò che sta sopra di noi, e per la Storia del Mondo e di tutte le religioni pagane, la religione filosofica, basata sul rispetto per ciò che è uguale a noi e ci aiuta a coltivare il rapporto con i nostri simili e con l’umanità, e la religione cristiana, basata sul rispetto per ciò che sta sotto di noi, attraverso la comprensione del dolore e della sofferenza. Il giorno seguente Wilhelm viene guidato in una galleria ottagonale dove vengono illustrate le religioni, riceve una breve lezione sulla differenza tra miracolo e simbolo: “i miracoli rendono il comune straordinario, i simboli lo straordinario comune…in questo modo il possibile e l’impossibile divengono una cosa sola…Nel simbolo e nella parabola, è il contrario: qui il senso, l’idea, il concetto appaiono come la cosa più alta, straordinaria, irraggiungibile.”[3] Non compare nessuna raffigurazione di Cristo sulla croce, la Storia del Mondo si interrompe qui. I saggi lo invitano ad affidargli il figlio per un anno, non vogliono né possono dare ulteriori spiegazioni in merito all’insegnamento delle religioni. Scopre invece che sono i ragazzi a scegliersi gli abiti da indossare, per i Superiori è ulteriore motivo di studio per scoprire le loro inclinazioni, anche se hanno notato che è usanza comune conformarsi a quanto scelto dagli amici. Wilhelm viene quindi accompagnato ai confini della Provincia Pedagogica con l’impegno di ritornare come concordato con i Tre.

TO BE CONTINUED…alla prossima puntata…

§

 

Votata migliore colonna sonora in Gran Bretagna, per la serie televisiva Utopia, la Bibbia dei telefilm, 2013, di Cristobal Tapia de Veer.


[1] Ibidem, cap. VII, p. 48.
[2] Ibidem, cap. IX, p. 74.
[3] Ibidem, cap. XI, pp. 90-91.

Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister (II parte)

Riprendo la lettura degli anni di pellegrinaggio, lunedì scorso c’eravamo lasciati con l’incontro con i Superiori che avrebbero dovuto facilitare la scelta della futura educazione del figlio di Wilhelm, Felix.

L’appuntamento, come ogni romanzo che si rispetti, è rimandato da altri eventi, dopo essersi congedati dalla famiglia descritta nella novella Il Secondo San Giuseppe e dall’amico Montan che si allontana tra le montagne, Wilhelm e il figlio hanno una piccola disavventura, si inoltrano sempre più in anfratti sconosciuti e vengono fatti prigionieri. Felix è disperato, il padre invece ha una calma serafica, rassicurato da una scritta che vede sulla parete della roccia: “A colui che non è colpevole, libertà e risarcimento, a colui che è stato traviato pietà, ed a colui che è colpevole, giustizia punitrice ed equa.”[1] Niente da temere dal suo punto di vista, e infatti, compare un uomo, l’ideatore della prigione-trappola tra le rocce, che racconta la sua versione dei fatti, è un proprietario terriero e alcuni suoi affittuari non solo si sono rifiutati di pagare il compenso richiesto ma hanno danneggiato anche i terreni, scappando attraverso sentieri rocciosi. Wilhelm e il figlio non hanno nessuna colpa, se non quella di trovarsi nel luogo sbagliato nel momento sbagliato. Vengono prontamente liberati e accolti regalmente in casa. Lenardo, il padrone di casa, si confida con Wilhelm, ha un grande rimpianto, non aver aiutato una giovane donna di fede Hussita, comunità diffusa in Sassonia, che era stata cacciata dallo zio perché il padre non era stato in grado di pagare i suoi debiti. Le disgrazie della donna le apprendiamo attraverso le lettere che Wilhelm scrive all’amata Natalie, destinataria di molti segreti. E come ogni gentiluomo che si rispetti, può Wilhelm rifiutare una richiesta di chi l’ha ospitato tanto amorevolmente? Ovvio che no, malgrado le sue intenzioni, si ritrova ad accompagnare Lenardo alla casa di questa donna, che lui ricorda chiamarsi Valerine…Le cose non vanno come previsto, Valerine non è la brunetta che lui pensava di ricordare. È una donna bella, elegante, bionda e non mora, e già questo è un dettaglio che lo fa vacillare, ma appena li vede, confessa di essere ancora grata allo zio per tutti i favori ricevuti. Impossibile a credersi, Wilhelm e Lenardo fanno finta di niente ma con uno sguardo complice capiscono che si tratta della persona sbagliata. Valerine, è la figlia di un giudice, amico dello zio, Nachodine è la donna da cercare – in comune solo le finali in -ine ma si sa che la memoria fa brutti scherzi – una sua amica di infanzia e compagna di giochi. A questo punto Wilhelm prende in mano la situazione, decide di mettersi in viaggio per andarla a cercare da solo, intima Lenardo di non seguirlo e di non tentare di mettersi sulle sue tracce una volta ritrovata – sospetto per non essere nuovamente depistato – e di credere alla sua parola. Si mette in cammino verso un villaggio indicato da una lettera che gli ha dato Lenardo. Fa dunque visita a un uomo che insieme al figlio ripara e colleziona oggetti antichi. Wilhelm gli mostra il cofanetto trovato dal figlio nel bosco, e gli chiede se è il caso di forzarlo, visto che era sprovvisto di chiave, la risposta che riceve è molto saggia: “se il cofanetto possiede un significato, dovrà occasionalmente trovare la sua chiave, e proprio là dove meno se l’aspetta.”[2] Wilhelm decide di lasciarglielo in custodia e chiede notizie della famiglia di Nachodine. Il vecchio lo rassicura che si darà da fare, e lo invita ad andare insieme al figlio Felix, che nel frattempo l’ha raggiunto a cavallo, alla grande Istituzione Pedagogica dove incontrare il Superiore.

Si rimettono in cammino e arrivano alla piccola comunità popolata solo di adolescenti – e per qualche secondo la mente vola in qualche telefilm di fantascienza dove ci sono sempre società utopiche con adepti con tuniche bianche che venerano strani culti – qui invece i ragazzi si rivolgono a quelli che sono a cavallo con gesti diversi: i più giovani incrociano le braccia sul petto e guardano verso il cielo, i medi tengono le braccia dietro la schiena e guardano la terra, i più grandi, impettiti, le braccia lungo i fianchi, e la testa piegata a destra, si dispongono in fila, altri ragazzi invece rimangono sparpagliati dove sono senza un apparente ordine. Felix chiede subito al Preposto quale gesto compiere, e gli viene suggerito di incrociare le braccia e guardare il cielo. I saluti corrispondono a delle gerarchie ben precise ma altro non viene aggiunto al momento, ogni cosa a suo tempo. Wilhelm nota che sono anche vestiti con colori diversi, di taglio diverso, ma il Preposto li invita a non chiedere altro, regola fondamentale è saper rispettare i segreti, e mai svelare tutto e subito. Decidono quindi di andare a parlare con il Superiore, sullo sfondo i canti dei ragazzi, e il mistero si infittisce sempre più. Scoprono che la musica è il fondamento dell’educazione di tutti i ragazzi, si parte con il canto, poi seguono le specializzazioni con strumenti in regioni remote e isolate per evitare l’angustia sonora di certi esperimenti tipici dei principianti. Wilhelm concorda nella scelta giustamente motivata, mentre a Felix viene assegnato il primo grado di saluto, il padre va a conoscere i Tre Superiori e riceve la prima spiegazione agognata, i tre tipi di saluto servono a insegnare il rispetto secondo tre modalità diverse, verso il cielo, Dio, verso la terra, il nutrimento, il terzo, in piedi e in riga, simboleggia l’essere collegato al mondo con fierezza e senza egoismo. Quelli che non salutano, sono in punizione, vengono ignorati, perché ritenuti indegni di rispetto finché non cambiano atteggiamento. Wilhelm è sempre più ammirato. L’argomento passa alla religione e i Tre lo rassicurano che seguono ugualmente tre forme di rispetto, per la religione etnica, basata sul rispetto per ciò che sta sopra di noi, e per la Storia del Mondo e di tutte le religioni pagane, la religione filosofica, basata sul rispetto per ciò che è uguale a noi e ci aiuta a coltivare il rapporto con i nostri simili e con l’umanità, e la religione cristiana, basata sul rispetto per ciò che sta sotto di noi, attraverso la comprensione del dolore e della sofferenza. Il giorno seguente Wilhelm viene guidato in una galleria ottagonale dove vengono illustrate le religioni, riceve una breve lezione sulla differenza tra miracolo e simbolo: “i miracoli rendono il comune straordinario, i simboli lo straordinario comune…in questo modo il possibile e l’impossibile divengono una cosa sola…Nel simbolo e nella parabola, è il contrario: qui il senso, l’idea, il concetto appaiono come la cosa più alta, straordinaria, irraggiungibile.”[3] Non compare nessuna raffigurazione di Cristo sulla croce, la Storia del Mondo si interrompe qui. I saggi lo invitano ad affidargli il figlio per un anno, non vogliono né possono dare ulteriori spiegazioni in merito all’insegnamento delle religioni. Scopre invece che sono i ragazzi a scegliersi gli abiti da indossare, per i Superiori è ulteriore motivo di studio per scoprire le loro inclinazioni, anche se hanno notato che è usanza comune conformarsi a quanto scelto dagli amici. Wilhelm viene quindi accompagnato ai confini della Provincia Pedagogica con l’impegno di ritornare come concordato con i Tre.

TO BE CONTINUED…alla prossima puntata…

§

 

Votata migliore colonna sonora in Gran Bretagna, per la serie televisiva Utopia, la Bibbia dei telefilm, 2013, di Cristobal Tapia de Veer.


[1] Ibidem, cap. VII, p. 48.
[2] Ibidem, cap. IX, p. 74.
[3] Ibidem, cap. XI, pp. 90-91.

Le interviste possibili: VIII. Alieno de Boötes

L’ottavo appuntamento con le interviste possibili si sposta nello spazio, sono finalmente riuscita a mettermi in contatto con Alieno de Boötes, direttamente dalla costellazione di Boötes, altrimenti nota come Supervuoto, una delle 48 costellazioni elencate da Tolomeo, nei suoi confini si trova la quarta stella più luminosa del cielo, Arcturus, tra +10° e +60° di declinazione, 13 e 16 ore di ascensione sulla sfera celeste, questo secondo le rotte ufficiali… Il protagonista della nostra puntata colleziona e archivia nella sua libreria tecnologica materiale terrestre e proveniente da altre galassie con amorevole perizia, amante del cinema, musicista e saggista, è un ricercatore esperto. Benvenuto nel mio salotto virtuale, potrei offrirti una grappa Klingon per festeggiare l’eccezionalità dell’evento, inutile dirti che è molto alcolica, un caffè, un tè, ultimamente molto richiesto, a te la scelta…

Dell’ottima acqua frizzante andrebbe benissimo, grazie … è così essenzialmente … “terrestre”!

Perfetto, l’acqua frizzante piace molto anche a me. La prima domanda che ti faccio è legata proprio al tuo rapporto con la tecnologia, sei un fanatico dell’aggiornamento o un nostalgico?

Non mi sono mai fidato e – da sempre – sono “immediatamente” diffidente nei confronti delle nuove tecnologie in generale, soprattutto guardo sempre con diffidenza l’entusiasmo altrui per le dichiarate “straordinarie libertà” (spesso solo apparenti e falsamente strombazzate) da esse create o favorite. Credo di vivere in un momento in cui brilla troppo spesso la facile illusione di potersi emancipare, liberare dalle presenti catene di un ingombrante passato affidandosi ciecamente alle bizzarre acrobazie di un progresso tecno(il)logico che – a conti fatti invece – disegna principalmente infiniti intrecci di “nuovi bisogni” che risultano poi essere forieri di una ulteriore sostanziale confusione esistenziale (mi viene in mente l’affascinante ma perniciosa “superorganizzazione Huxleyana”). L’unico modo per non soffrire di questo prodotto convulso e caotico sembra essere quello di scegliere di accettare questo status senza opporsi ed abbandonarsi completamente al flusso tecnologico ed alle sue innumerevoli “nuove regole” (ovvero delle “nuove catene “gestite” altrove da sconosciuti “giocatori”). Ma in realtà questa forma di rinuncia non fa proprio per me e quindi fondamentalmente sono un nostalgico perchè ho ancora la sensazione che il passato permetta scelte basate su possibili giudizi fondati (conoscenza), il futuro concede solo prospettive in cui l’errore potenziale è dietro l’angolo (aspirazione). Ovviamente la chiara consapevolezza dello scorrere del tempo in un’unica direzione mi obbliga ad accettare questo ineluttabile processo in divenire che, nostalgica-mente, mi permetto solo di non preferire.

Negli ipotetici mondi futuri segnalati e descritti dalla fantascienza del passato, alcuni purtroppo clamorosamente smentiti dallo sviluppo degli eventi in epoche successive, ho sempre tifato per l’utopia dell’Arcadia, le macchine finiscono sempre per essere troppo invasive e lo spazio riservato all’emozione si trasforma in ossessione di controllo con effetti spesso devastanti. Ci specchiamo spesso in universi che non sappiamo comprendere…è un’attitudine tipicamente terrestre?

Aspiriamo (talvolta specchiandocisi dentro) ad universi e dimensioni parallele perché nel tempo ci siamo emancipati dalle necessità di base ed abbiamo portato la nostra evoluzione ad arricchire lo spirito con osservazioni e speculazioni su realtà (chissà poi quanto “chimicamente solo immaginarie”) dove creare in esse stessi ulteriori elementi di ricerca ed evoluzione. L’”alienità” (o “posizione alternativa” o “aliud Kierkegaardiano”) forse sta nella condizione di forte consapevolezza parallela ad una (o più) delle realtà salvifiche presenti nel contesto involuto del pensiero moderno (sempre più triste e primitivo). Le macchine e/o la ricerca del progresso fine a se stessa sono l’esempio perfetto dell’aspirazione umana a “delegare” qualsiasi cosa finanche una specie di “delega” del proprio stesso “sentire o esistere” ….

“Alcuni scienziati affermano che l’idrogeno, poiché sembra essere ovunque, sia la sostanza basilare dell’universo; non sono d’accordo. Io dico che c’è molta più stupidità che idrogeno, e che quella è la vera sostanza costitutiva dell’universo.” Aveva ragione Frank Zappa?

Detta da un terrestre cinico e disilluso (ed orgogliosamente non particolarmente colto) è una sarcastica e paradossale affermazione che ha le sue teoriche evidenze a favore. Ma la stupidità rimane essenzialmente un parametro troppo “umano” per poter essere applicato ad un ipotetico qualsiasi universo che ancora non conosciamo (ma che forse proveremo a conoscere purtroppo sospinti proprio da quella umana stupidità).

“Cambiare musica” è una tipica espressione che segnala la necessità di cambiare scenario, non a caso il cambiamento è innescato dall’udito, da una colonna sonora che ci permette di intravvedere altri mondi possibili e magicamente l’esterno si accorda a un interno che ci corrisponde. Ricordi ancora il primo disco che hai ascoltato?

Si, perfettamente. Era un 78 giri che mio padre aveva portato dai suoi numerosi viaggi in Cina nel 1932. Era una pièce orchestrale giapponese che all’epoca era una esplicita manifestazione di propaganda di regime estremamente patriottica (da quello che ho poi scoperto negli anni) ma che ha avuto nel mio immaginario di due anni un effetto detonante tanto persistemte che ancora oggi mi ricordo quasi perfettamente la sua linea melodica, pur non avendo più avuto ormai da anni l’opportunità di ascoltarlo … (grazie – appunto – a quella tecnologia di cui sopra che, migliorando i propri standard, di fatto CANCELLA i precedenti relegando i prodotti passati ad inutili oggetti di memoria inservibili alla trasmissione generazionale culturale). Ricordo anche il primo ascolto più essenzialmente ludico, ma già abbastanza consapevole, del Peer Gynt di Edward Grieg avvenuto pochi anni dopo, così come alla stessa stregua uno dei primi 45 giri della Kama-Sutra che gracchiando dalla mia radio-giradischi Imperial raccontava di un’estate passata nella caotica città della dinamica (e lontana) america (“Summer in the city” di Lovin’ Spoonful). Ma forse io “cambiai musica” quando mio fratello maggiore (alla cui preziosa memoria dedico sempre ancora oggi ogni mio ascolto musicale) mi fece conoscere un modo “parallelo” di ascoltare la musica, di approcciarne il senso … anche di quella più apparentemente semplice e banale. Ho così incontrato Beatles, Rolling Stones e Bob Dylan all’inizio del mio “nuovo itinerario” fino al messaggio essenziale che ho capito ascoltando – adolescente – l’”animale” Eric Burdon cantare (accompagnato da un gruppo chiamato “GUERRA”) “No, They can’t take away our music”. Per me fu quello il bivio da cui sono poi partito per la mia personale audio-esplorazione parallela.

Quale video hai scelto per noi e perché?

[Scena Stargate di 2001 Odissea nello spazio]

Perchè racchiude in un unico microuniverso audiovisivo di poco più di nove minuti il “passato”, il “presente”, un “futuro”, una “tecnologia” e la “primordialità essenziale”, la “paura” e lo “stupore o meraviglia” il tutto nella prospettiva di una sconosciuta ma percepita speranza. (e poi perchè mi ricorda un po’ Bootes!)

Grazie Alieno, non potevi fare scelta migliore, è stato un grande regalo averti a bordo qui con noi.

–––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––

Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà mercoledì 2 ottobre, STAY TUNED…

Le interviste possibili: VIII. Alieno de Boötes

L’ottavo appuntamento con le interviste possibili si sposta nello spazio, sono finalmente riuscita a mettermi in contatto con Alieno de Boötes, direttamente dalla costellazione di Boötes, altrimenti nota come Supervuoto, una delle 48 costellazioni elencate da Tolomeo, nei suoi confini si trova la quarta stella più luminosa del cielo, Arcturus, tra +10° e +60° di declinazione, 13 e 16 ore di ascensione sulla sfera celeste, questo secondo le rotte ufficiali… Il protagonista della nostra puntata colleziona e archivia nella sua libreria tecnologica materiale terrestre e proveniente da altre galassie con amorevole perizia, amante del cinema, musicista e saggista, è un ricercatore esperto. Benvenuto nel mio salotto virtuale, potrei offrirti una grappa Klingon per festeggiare l’eccezionalità dell’evento, inutile dirti che è molto alcolica, un caffè, un tè, ultimamente molto richiesto, a te la scelta…

Dell’ottima acqua frizzante andrebbe benissimo, grazie … è così essenzialmente … “terrestre”!

Perfetto, l’acqua frizzante piace molto anche a me. La prima domanda che ti faccio è legata proprio al tuo rapporto con la tecnologia, sei un fanatico dell’aggiornamento o un nostalgico?

Non mi sono mai fidato e – da sempre – sono “immediatamente” diffidente nei confronti delle nuove tecnologie in generale, soprattutto guardo sempre con diffidenza l’entusiasmo altrui per le dichiarate “straordinarie libertà” (spesso solo apparenti e falsamente strombazzate) da esse create o favorite. Credo di vivere in un momento in cui brilla troppo spesso la facile illusione di potersi emancipare, liberare dalle presenti catene di un ingombrante passato affidandosi ciecamente alle bizzarre acrobazie di un progresso tecno(il)logico che – a conti fatti invece – disegna principalmente infiniti intrecci di “nuovi bisogni” che risultano poi essere forieri di una ulteriore sostanziale confusione esistenziale (mi viene in mente l’affascinante ma perniciosa “superorganizzazione Huxleyana”). L’unico modo per non soffrire di questo prodotto convulso e caotico sembra essere quello di scegliere di accettare questo status senza opporsi ed abbandonarsi completamente al flusso tecnologico ed alle sue innumerevoli “nuove regole” (ovvero delle “nuove catene “gestite” altrove da sconosciuti “giocatori”). Ma in realtà questa forma di rinuncia non fa proprio per me e quindi fondamentalmente sono un nostalgico perchè ho ancora la sensazione che il passato permetta scelte basate su possibili giudizi fondati (conoscenza), il futuro concede solo prospettive in cui l’errore potenziale è dietro l’angolo (aspirazione). Ovviamente la chiara consapevolezza dello scorrere del tempo in un’unica direzione mi obbliga ad accettare questo ineluttabile processo in divenire che, nostalgica-mente, mi permetto solo di non preferire.

Negli ipotetici mondi futuri segnalati e descritti dalla fantascienza del passato, alcuni purtroppo clamorosamente smentiti dallo sviluppo degli eventi in epoche successive, ho sempre tifato per l’utopia dell’Arcadia, le macchine finiscono sempre per essere troppo invasive e lo spazio riservato all’emozione si trasforma in ossessione di controllo con effetti spesso devastanti. Ci specchiamo spesso in universi che non sappiamo comprendere…è un’attitudine tipicamente terrestre?

Aspiriamo (talvolta specchiandocisi dentro) ad universi e dimensioni parallele perché nel tempo ci siamo emancipati dalle necessità di base ed abbiamo portato la nostra evoluzione ad arricchire lo spirito con osservazioni e speculazioni su realtà (chissà poi quanto “chimicamente solo immaginarie”) dove creare in esse stessi ulteriori elementi di ricerca ed evoluzione. L’”alienità” (o “posizione alternativa” o “aliud Kierkegaardiano”) forse sta nella condizione di forte consapevolezza parallela ad una (o più) delle realtà salvifiche presenti nel contesto involuto del pensiero moderno (sempre più triste e primitivo). Le macchine e/o la ricerca del progresso fine a se stessa sono l’esempio perfetto dell’aspirazione umana a “delegare” qualsiasi cosa finanche una specie di “delega” del proprio stesso “sentire o esistere” ….

“Alcuni scienziati affermano che l’idrogeno, poiché sembra essere ovunque, sia la sostanza basilare dell’universo; non sono d’accordo. Io dico che c’è molta più stupidità che idrogeno, e che quella è la vera sostanza costitutiva dell’universo.” Aveva ragione Frank Zappa?

Detta da un terrestre cinico e disilluso (ed orgogliosamente non particolarmente colto) è una sarcastica e paradossale affermazione che ha le sue teoriche evidenze a favore. Ma la stupidità rimane essenzialmente un parametro troppo “umano” per poter essere applicato ad un ipotetico qualsiasi universo che ancora non conosciamo (ma che forse proveremo a conoscere purtroppo sospinti proprio da quella umana stupidità).

“Cambiare musica” è una tipica espressione che segnala la necessità di cambiare scenario, non a caso il cambiamento è innescato dall’udito, da una colonna sonora che ci permette di intravvedere altri mondi possibili e magicamente l’esterno si accorda a un interno che ci corrisponde. Ricordi ancora il primo disco che hai ascoltato?

Si, perfettamente. Era un 78 giri che mio padre aveva portato dai suoi numerosi viaggi in Cina nel 1932. Era una pièce orchestrale giapponese che all’epoca era una esplicita manifestazione di propaganda di regime estremamente patriottica (da quello che ho poi scoperto negli anni) ma che ha avuto nel mio immaginario di due anni un effetto detonante tanto persistemte che ancora oggi mi ricordo quasi perfettamente la sua linea melodica, pur non avendo più avuto ormai da anni l’opportunità di ascoltarlo … (grazie – appunto – a quella tecnologia di cui sopra che, migliorando i propri standard, di fatto CANCELLA i precedenti relegando i prodotti passati ad inutili oggetti di memoria inservibili alla trasmissione generazionale culturale). Ricordo anche il primo ascolto più essenzialmente ludico, ma già abbastanza consapevole, del Peer Gynt di Edward Grieg avvenuto pochi anni dopo, così come alla stessa stregua uno dei primi 45 giri della Kama-Sutra che gracchiando dalla mia radio-giradischi Imperial raccontava di un’estate passata nella caotica città della dinamica (e lontana) america (“Summer in the city” di Lovin’ Spoonful). Ma forse io “cambiai musica” quando mio fratello maggiore (alla cui preziosa memoria dedico sempre ancora oggi ogni mio ascolto musicale) mi fece conoscere un modo “parallelo” di ascoltare la musica, di approcciarne il senso … anche di quella più apparentemente semplice e banale. Ho così incontrato Beatles, Rolling Stones e Bob Dylan all’inizio del mio “nuovo itinerario” fino al messaggio essenziale che ho capito ascoltando – adolescente – l’”animale” Eric Burdon cantare (accompagnato da un gruppo chiamato “GUERRA”) “No, They can’t take away our music”. Per me fu quello il bivio da cui sono poi partito per la mia personale audio-esplorazione parallela.

Quale video hai scelto per noi e perché?

[Scena Stargate di 2001 Odissea nello spazio]

Perchè racchiude in un unico microuniverso audiovisivo di poco più di nove minuti il “passato”, il “presente”, un “futuro”, una “tecnologia” e la “primordialità essenziale”, la “paura” e lo “stupore o meraviglia” il tutto nella prospettiva di una sconosciuta ma percepita speranza. (e poi perchè mi ricorda un po’ Bootes!)

Grazie Alieno, non potevi fare scelta migliore, è stato un grande regalo averti a bordo qui con noi.

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Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà mercoledì 2 ottobre, STAY TUNED…

Pizzini

La fantascienza non è scritta per gli scienziati più di quanto le storie di fantasmi siano scritte per i fantasmi.

Brian Aldiss

Da un po’ di tempo fluttuano pizzini ovunque mi giri: post risentiti dall’amante tradita all’amico sposato che la tradisce con una new entry, mentre la moglie ignara è schiacciata da una vita di doveri – un classico che di solito viene camuffato come racconto – lettere di rimprovero a fantasmi della rete, coppie che si nascondono dietro avatar che sono frammenti di un unico puzzle, che si inseguono in commenti ammiccanti, attizzati da una complicità apparentemente segreta, che secondo loro non verrà mai decifrata.

Un panorama che risulta a lungo andare deprimente, sembra di risentire l’eco delle verità amare di Alda Merini, “non mi manca quello che mostravi di essere, mi manca quello che pensavo tu fossi.” Quasi tutti sono messaggi di amore in codice, in molti casi, non corrisposto, non almeno quanto si vorrebbe, sperando che il destinatario misterioso li legga e si senta parte di quella intensa confessione anonima condivisa con assoluti estranei ma indirizzata a una persona speciale.

E fin qui nulla di nuovo, la sorpresa è semmai quando si scoprono spezzoni di frasi riportate in articoli di persone che fingono di citarti, o ancor peggio, ti taggano in mezzo a recensioni di autori pomposi con cui non hai nulla in comune, né per stile né per affinità elettive. Misere ripicche o aberrazioni della rete, di questa tecnologia che ci fa sentire comunque protagonisti, tiranni di vuoti cosmici abitati dai nostri pensieri.

Stanislaw Lem l’aveva già capito in tempi ormai lontani, nelle trame intricate di Solaris, il pianeta alimentato da un magma omnisciente che finisce per inglobare le emozioni e le paure inconsce di un gruppo di astronauti in missione, e quando poi restituisce l’incubo di un meccanismo inceppato, diventa un mostro da cui scappare, uno specchio in cui nessuno vuole riconoscersi.

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