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Le interviste possibili: VI. Raffaele Serra

Ho l’onore di aprire la nuova serie delle interviste possibili con il musicista Raffaele Serra, uno dei primi sperimentatori in Italia di musica elettronica, fotografo, grande esperto di cinema, autore di progetti molto interessanti legati ai paesaggi sonori.

Benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Tè, caffè, un prosecco, a te la scelta…

Grazie dell’invito…gradirei un tè.

Metto immediatamente il bollitore in funzione…Leggendo un tuo curriculum online, ho scoperto moltissime cose, hai lavorato in Olanda, ti sei occupato di teatro sperimentale, hai collaborato con l’antropologo Fred Gales in merito agli studi incentrati sulle culture arcaiche, ti sei interessato di musicoterapia, e il teatro di fatto è tuttora presente nella tua vita, visto che lavori al Teatro Elfo Puccini a Milano, qual è stata la tua prima performance?

Ho iniziato a lavorare con Teatro Uomo, il primo teatro off di Milano alla fine del 1969 come tecnico delle luci e del suono…iniziava allora la straordinaria avventura del teatro sperimentale in Italia e nel nostro teatro sono passati tutti i personaggi che poi sono entrati nella storia del teatro e della musica. Nel nostro ambiente non c’erano gerarchie da rispettare come nel teatro Borghese così nascevano spontaneamente scambi culturali e amicizie con registi, attori e artisti che già allora rivelavano grande talento e personalità …gli stimoli di ogni tipo non mancavano di certo a quel tempo ..ed io ero molto ricettivo .. siamo il risultato di quello che la nostra curiosità ha trattenuto nella nostra memoria. Pur venendo dalle arti visive – ho frequentato la Scuola D’Arte del Castello Sforzesco – la musica, in tutte le sue forme, è sempre stata la mia grande passione…ho iniziato presto ad ascoltare e a collezionare dischi di musica classica, contemporanea/elettronica, jazz …il rock poi era cresciuto in fretta e già nella seconda metà degli anni ’60 aveva aperto grandi spazi alla sperimentazione. Si pubblicavano e si vendevano dischi impensabili al giorno d’oggi, il rock tedesco in particolare che facendo tesoro delle ricerche dei Beatles e dei primi Pink Floyd e forti del fatto di avere in casa una scena elettronica colta e prestigiosa …Stockhausen in testa …ha dato vita ad una serie di gruppi e di dischi straordinari. La musica di ricerca per la prima volta usciva dalle accademie e dai conservatori e abbracciava il grande pubblico internazionale del rock ….i primi sintetizzatori costosissimi entravano a far parte della strumentazione dei gruppi sostituendo gradualmente le chitarre elettriche ….Tangerine Dream e Klaus Schulze hanno lasciato il segno fin dai primi dischi …pubblicando capolavori senza tempo ….in Italia il primo e il più coraggioso, anche se un po’ ingenuo a seguire questa strada, è stato Franco Battiato, aveva acquistato un costoso sintetizzatore Vcs3 usato e lo studiava giorno e notte ….ed è stato proprio dopo un concerto di Battiato nel nostro teatro – come sempre avevo montato e programmato le luci per lo spettacolo – che decisi il giorno dopo di acquistare un organo elettrico, mixer, echo a nastro e un registratore semiprofessionale a bobine e tre apparecchi radio che usavo sulle onde corte. Iniziò così la mia avventura nell’affascinante mondo dei suoni ….nel frattempo la scena rock si era ancora più evoluta e diversi gruppi avevano completamente abbandonato chitarre e batterie facendo un uso massiccio dei synths, diventati per fortuna più economici ed accessibili, e così feci io stesso, iniziando a collezionarne un bel numero. Ho vissuto ad Amsterdam nella metà degli anni ’80, Fred Gales, oltre che serissimo antropologo era anche compositore di musica elettronica, aveva creato un progetto Sound Reporters che si proponeva la diffusione delle musiche e delle culture dei popoli indigeni, poteva contare sull’appoggio delle istituzioni …Amsterdam era davvero un altro pianeta, tanto che la sede dell’associazione culturale era una ex-scuola elementare dove regolarmente venivano a farci visita i capi ed i rappresentanti delle varie etnie, personaggi incredibili…

Ricordo in particolare Ernesto Xeres Quempe, il capo dei Jivaros, un guerriero con i capelli neri e lisci fino alle reni e un carisma eccezionale ….mi sorprese perché conosceva molto bene la scena politica italiana…le mie prime performances musicali sono nate proprio ad Amsterdam…Ho iniziato ad occuparmi di musicoterapia per auto-terapia…la mia musica è diventata sempre più mantrica, ipnotica, per rallentare il flusso ininterrotto dei pensieri ho iniziato ad usare ed elaborare le melodie raga della musica indiana coniugandole con l’enorme varietà delle sonorità elettroniche …Filippo Massara, musicologo e titolare della Ludi Sounds, ha pubblicato poi agli inizi degli anni ’90 tre miei cd con buoni risultati di vendite anche all’estero.

Non potrebbe essere altrimenti con la tua preparazione…se non ricordo male hai dedicato anche un lavoro al chakra del cuore…

Ezra Pound sosteneva che i poeti che non si occupano di musica diventano cattivi poeti, personalmente diffido di chi non ama la musica, tu che rapporto hai invece con la poesia, la leggi?

Ho sempre letto e amato la poesia fin da adolescente…amo ancora imparare a memoria e recitare per me stesso le poesie che mi colpiscono particolarmente. Penso che la poesia sia al di là delle rime e della metrica “Musica delle parole”….musicalità…ritmo …sonorità ..durata ..sonetto (piccolo suono) …quanti termini hanno in comune Poesia e Musica …

Verissimo, non avevo mai pensato al sonetto come piccolo suono ma in effetti è proprio così…

E il poeta e il musicista usano spesso gli stessi strumenti per comunicare il loro stato d’animo e i loro pensieri…ho sempre poi associato istintivamente il V movimento della “Pastorale” di Beethoven a “La quiete dopo la tempesta” di Leopardi…la musica di Debussy alla poesia di Mallarmé ….e ancora “L’Infinito” di Leopardi alla sublime magnificenza di “Irrlicht” di Klaus Schulze ..

Molti associano musica a numeri e colori, però ora che me l’hai fatto notare, è una combinazione affascinante che apre a nuove connessioni…

In questi ultimi anni sto imparando a memoria in francese le pagine delle “Illuminazioni” di Rimbaud che prediligo…e rimango sbalordito dalla musicalità che scaturisce da quei versi immortali …del resto basta ascoltare la “Lectura Dantis” di Carmelo Bene ….oltre alla grande maestria di grandissimo attore, possiamo ascoltare la grande cura …quasi ossessiva che dava alla qualità del suono con l’uso dei migliori microfoni e delle tecniche di registrazione che aveva a disposizione…

Sì, giocando spesso con l’incontro-scontro tra parola, eco e suono…

Come è nata la tua ricerca musicale legata al field recording?

La mia ricerca sul field recording nasce dalla volontà di continuare e sviluppare il lavoro di Luc Ferrari con il suo “Cinéma pour l’oreille”, le orecchie sono gli occhi della mente e da grande appassionato di cinema da sempre compongo colonne sonore per film immaginari. Uso le registrazioni ambientali come micce per dare fuoco alla fantasia dell’ascoltatore ….in questo ho avuto un grande maestro, Alvin Curran, che ho conosciuto a Roma nel 1970 ….Alvin registrava e collezionava una varietà enorme di suoni presi dalla vita di tutti i giorni…infatti i registi famosi ricorrevano spesso a lui…Abitava in una soffitta con temperature torride d’estate e gelide d’inverno, aveva le sue apparecchiature, collezionava strumenti giocattolo, i suoi libri erano custoditi in diverse cassette della frutta usate come libreria ..e ogni notte quando rientrava a casa registrava i suoi passi per tutte le scale, con le scarpe bagnate, con gli zoccoli, con i sandali ….registrava e archiviava. I suoi tre dischi dell’epoca pubblicati in Italia sono degli autentici capolavori, in particolare “Canti e vedute del Giardino Magnetico” e “Fiori Chiari, Fiori Oscuri” dove l’uso del field recording raggiunge il massimo della poesia…esempi irripetibili di vero e proprio “Cinema per le Orecchie” ….questi due dischi mi hanno influenzato parecchio e li ascolto ancora con grande interesse.

Bravissimo musicista…illuminato in ogni senso…

Hai una grande conoscenza cinematografica, su fb ho spesso il piacere di vedere i video che condividi, moltissimi capolavori, quali sono i temi che ti affascinano di più?

Il grande cinema è insieme ai libri e alla musica il mio nutrimento quotidiano da sempre…da adolescente con il mio gruppo di amici frequentavo i cinema d’Essai e la cineteca. Per me il Cinema è la settima arte…in quegli anni l’unico modo di rivedere e studiare un film che mi aveva particolarmente colpito era quello di restare nella sala dopo la prima proiezione, prendere appunti cercando di fermare nella memoria le scene più interessanti…ci sono film che ho desiderato rivedere anche per 30 anni fino a quando sono stati pubblicati in VHS ….e allora è stata una ricerca anche affannata dei capolavori più rari, quelli meno conosciuti, mesi di attesa, sperando di riuscire a farli arrivare dai rivenditori specializzati ….puoi immaginare cosa significa per me da qualche anno avere raccolto nei vari formati tutti i films della mia cineteca ideale e poterli vedere e rivedere ….nel mio studio ho diversi monitors che mandano in rotazione le mie magnifiche ossessioni e nello stesso tempo compongo ….e tutto quello che ho registrato e che registro altro non è che una lunghissima colonna sonora ….i temi che più mi affascinano sono: il sogno e l’altra parte dello specchio…il rapporto tra uomo e donna…le domande sull’esistenza e sulla realtà dello spirito …

Il legame con il sogno e il mondo onirico è indubbio, come sosteneva Bergman, “Nessun’altra arte come il cinema va direttamente ai nostri sentimenti, allo spazio crepuscolare nel profondo della nostra anima, sfiorando soltanto la nostra coscienza diurna. Un nulla del nostro nervo ottico, uno shock: ventiquattro quadratini illuminati al secondo, e tra di essi il buio.”

…Quale video hai scelto per noi e perché?

Quando nelle interviste mi chiedono alla fine di elencare i miei “10 dischi da portare nell’isola deserta” ….mi sento quasi colpevole di dover tralasciare decine e decine di dischi che hanno arricchito la mia vita ….in questo caso poi la scelta deve cadere su un film solo…ma stranamente non ho dubbi ….il film è “Il Volto” di Ingmar Bergman…l’ho visto per la prima volta a 11 anni …Negli anni ‘50 e ’60 i capolavori uscivano a grappoli anche nelle normali sale cinematografiche, spesso si andava al cinema non sapendo esattamente cosa si andava a vedere ..né tantomeno si leggevano le critiche…mio padre mi portava sempre al Museo della Scienza e della Tecnica ..il museo aveva al suo interno una grande sala.. molto bella .. e una programmazione, me ne sono reso conto negli anni successivi di grande qualità, in quella sala ho visto giovanissimo anche un capolavoro assoluto …”La passione di Giovanna D’Arco” di Carl Theodor Dreyer…”Il Volto” è la storia di un illusionista ..capo di una piccola compagnia di girovaghi ..il quale giunto in una città della Svezia nella metà dell’’800 per dare spettacolo è chiamato a palazzo dai maggiorenti che vogliono esaminare i suoi presunti poteri magnetici …l’arrivo suo e dei suoi compagni sconvolge in varia maniera col fascino del mistero tutte le persone del palazzo …ma il suo spettacolo di prova non riesce a convincere gli esaminatori…fattosi ritenere morto, ha occasione di terrorizzare il principale antagonista, un medico positivista, portandolo sull’orlo del cedimento ma poi preoccupato del vivere quotidiano invoca elemosina e pietà, tutti gli si rivoltano contro, quando alcuni suoi compagni di carovana l’hanno abbandonato e quelli del palazzo stanno cantando vittoria i messaggeri del Re vengono a prelevarlo per un grande spettacolo a corte …ed egli si avvia riprendendo la sua iniziale solennità….qualità superiori e significati nascosti sono le caratteristiche di questo film…gli attori, i soliti preferiti da Bergman, danno il meglio di sé, la fotografia è stupenda e il commento sonoro scarno ed essenziale, solo pochi arpeggi solenni di chitarra e una musica “felliniana” alla fine …è perfetto. Per sottolineare il “clima” del film numerosi sono gli spunti di riflessione volutamente non sviluppati e questo rende il film “indecifrabile” …anche dopo ripetute visioni …la suggestione che emana questa opera del regista svedese è evidente sin dalle prime immagini …un film perfetto a mio parere …che non mio stanco mai di rivedere…ultimamente conoscendo i dialoghi a memoria lo rivedo in lingua originale.

Un film direi a questo punto obbligatorio…grazie davvero di cuore per questa bella conversazione, un vero piacere ascoltarti…

_________________________________________________________

Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà mercoledì 18 settembre, STAY TUNED…

Le interviste possibili: VI. Raffaele Serra

Ho l’onore di aprire la nuova serie delle interviste possibili con il musicista Raffaele Serra, uno dei primi sperimentatori in Italia di musica elettronica, fotografo, grande esperto di cinema, autore di progetti molto interessanti legati ai paesaggi sonori.

Benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Tè, caffè, un prosecco, a te la scelta…

Grazie dell’invito…gradirei un tè.

Metto immediatamente il bollitore in funzione…Leggendo un tuo curriculum online, ho scoperto moltissime cose, hai lavorato in Olanda, ti sei occupato di teatro sperimentale, hai collaborato con l’antropologo Fred Gales in merito agli studi incentrati sulle culture arcaiche, ti sei interessato di musicoterapia, e il teatro di fatto è tuttora presente nella tua vita, visto che lavori al Teatro Elfo Puccini a Milano, qual è stata la tua prima performance?

Ho iniziato a lavorare con Teatro Uomo, il primo teatro off di Milano alla fine del 1969 come tecnico delle luci e del suono…iniziava allora la straordinaria avventura del teatro sperimentale in Italia e nel nostro teatro sono passati tutti i personaggi che poi sono entrati nella storia del teatro e della musica. Nel nostro ambiente non c’erano gerarchie da rispettare come nel teatro Borghese così nascevano spontaneamente scambi culturali e amicizie con registi, attori e artisti che già allora rivelavano grande talento e personalità …gli stimoli di ogni tipo non mancavano di certo a quel tempo ..ed io ero molto ricettivo .. siamo il risultato di quello che la nostra curiosità ha trattenuto nella nostra memoria. Pur venendo dalle arti visive – ho frequentato la Scuola D’Arte del Castello Sforzesco – la musica, in tutte le sue forme, è sempre stata la mia grande passione…ho iniziato presto ad ascoltare e a collezionare dischi di musica classica, contemporanea/elettronica, jazz …il rock poi era cresciuto in fretta e già nella seconda metà degli anni ’60 aveva aperto grandi spazi alla sperimentazione. Si pubblicavano e si vendevano dischi impensabili al giorno d’oggi, il rock tedesco in particolare che facendo tesoro delle ricerche dei Beatles e dei primi Pink Floyd e forti del fatto di avere in casa una scena elettronica colta e prestigiosa …Stockhausen in testa …ha dato vita ad una serie di gruppi e di dischi straordinari. La musica di ricerca per la prima volta usciva dalle accademie e dai conservatori e abbracciava il grande pubblico internazionale del rock ….i primi sintetizzatori costosissimi entravano a far parte della strumentazione dei gruppi sostituendo gradualmente le chitarre elettriche ….Tangerine Dream e Klaus Schulze hanno lasciato il segno fin dai primi dischi …pubblicando capolavori senza tempo ….in Italia il primo e il più coraggioso, anche se un po’ ingenuo a seguire questa strada, è stato Franco Battiato, aveva acquistato un costoso sintetizzatore Vcs3 usato e lo studiava giorno e notte ….ed è stato proprio dopo un concerto di Battiato nel nostro teatro – come sempre avevo montato e programmato le luci per lo spettacolo – che decisi il giorno dopo di acquistare un organo elettrico, mixer, echo a nastro e un registratore semiprofessionale a bobine e tre apparecchi radio che usavo sulle onde corte. Iniziò così la mia avventura nell’affascinante mondo dei suoni ….nel frattempo la scena rock si era ancora più evoluta e diversi gruppi avevano completamente abbandonato chitarre e batterie facendo un uso massiccio dei synths, diventati per fortuna più economici ed accessibili, e così feci io stesso, iniziando a collezionarne un bel numero. Ho vissuto ad Amsterdam nella metà degli anni ’80, Fred Gales, oltre che serissimo antropologo era anche compositore di musica elettronica, aveva creato un progetto Sound Reporters che si proponeva la diffusione delle musiche e delle culture dei popoli indigeni, poteva contare sull’appoggio delle istituzioni …Amsterdam era davvero un altro pianeta, tanto che la sede dell’associazione culturale era una ex-scuola elementare dove regolarmente venivano a farci visita i capi ed i rappresentanti delle varie etnie, personaggi incredibili…

Ricordo in particolare Ernesto Xeres Quempe, il capo dei Jivaros, un guerriero con i capelli neri e lisci fino alle reni e un carisma eccezionale ….mi sorprese perché conosceva molto bene la scena politica italiana…le mie prime performances musicali sono nate proprio ad Amsterdam…Ho iniziato ad occuparmi di musicoterapia per auto-terapia…la mia musica è diventata sempre più mantrica, ipnotica, per rallentare il flusso ininterrotto dei pensieri ho iniziato ad usare ed elaborare le melodie raga della musica indiana coniugandole con l’enorme varietà delle sonorità elettroniche …Filippo Massara, musicologo e titolare della Ludi Sounds, ha pubblicato poi agli inizi degli anni ’90 tre miei cd con buoni risultati di vendite anche all’estero.

Non potrebbe essere altrimenti con la tua preparazione…se non ricordo male hai dedicato anche un lavoro al chakra del cuore…

Ezra Pound sosteneva che i poeti che non si occupano di musica diventano cattivi poeti, personalmente diffido di chi non ama la musica, tu che rapporto hai invece con la poesia, la leggi?

Ho sempre letto e amato la poesia fin da adolescente…amo ancora imparare a memoria e recitare per me stesso le poesie che mi colpiscono particolarmente. Penso che la poesia sia al di là delle rime e della metrica “Musica delle parole”….musicalità…ritmo …sonorità ..durata ..sonetto (piccolo suono) …quanti termini hanno in comune Poesia e Musica …

Verissimo, non avevo mai pensato al sonetto come piccolo suono ma in effetti è proprio così…

E il poeta e il musicista usano spesso gli stessi strumenti per comunicare il loro stato d’animo e i loro pensieri…ho sempre poi associato istintivamente il V movimento della “Pastorale” di Beethoven a “La quiete dopo la tempesta” di Leopardi…la musica di Debussy alla poesia di Mallarmé ….e ancora “L’Infinito” di Leopardi alla sublime magnificenza di “Irrlicht” di Klaus Schulze ..

Molti associano musica a numeri e colori, però ora che me l’hai fatto notare, è una combinazione affascinante che apre a nuove connessioni…

In questi ultimi anni sto imparando a memoria in francese le pagine delle “Illuminazioni” di Rimbaud che prediligo…e rimango sbalordito dalla musicalità che scaturisce da quei versi immortali …del resto basta ascoltare la “Lectura Dantis” di Carmelo Bene ….oltre alla grande maestria di grandissimo attore, possiamo ascoltare la grande cura …quasi ossessiva che dava alla qualità del suono con l’uso dei migliori microfoni e delle tecniche di registrazione che aveva a disposizione…

Sì, giocando spesso con l’incontro-scontro tra parola, eco e suono…

Come è nata la tua ricerca musicale legata al field recording?

La mia ricerca sul field recording nasce dalla volontà di continuare e sviluppare il lavoro di Luc Ferrari con il suo “Cinéma pour l’oreille”, le orecchie sono gli occhi della mente e da grande appassionato di cinema da sempre compongo colonne sonore per film immaginari. Uso le registrazioni ambientali come micce per dare fuoco alla fantasia dell’ascoltatore ….in questo ho avuto un grande maestro, Alvin Curran, che ho conosciuto a Roma nel 1970 ….Alvin registrava e collezionava una varietà enorme di suoni presi dalla vita di tutti i giorni…infatti i registi famosi ricorrevano spesso a lui…Abitava in una soffitta con temperature torride d’estate e gelide d’inverno, aveva le sue apparecchiature, collezionava strumenti giocattolo, i suoi libri erano custoditi in diverse cassette della frutta usate come libreria ..e ogni notte quando rientrava a casa registrava i suoi passi per tutte le scale, con le scarpe bagnate, con gli zoccoli, con i sandali ….registrava e archiviava. I suoi tre dischi dell’epoca pubblicati in Italia sono degli autentici capolavori, in particolare “Canti e vedute del Giardino Magnetico” e “Fiori Chiari, Fiori Oscuri” dove l’uso del field recording raggiunge il massimo della poesia…esempi irripetibili di vero e proprio “Cinema per le Orecchie” ….questi due dischi mi hanno influenzato parecchio e li ascolto ancora con grande interesse.

Bravissimo musicista…illuminato in ogni senso…

Hai una grande conoscenza cinematografica, su fb ho spesso il piacere di vedere i video che condividi, moltissimi capolavori, quali sono i temi che ti affascinano di più?

Il grande cinema è insieme ai libri e alla musica il mio nutrimento quotidiano da sempre…da adolescente con il mio gruppo di amici frequentavo i cinema d’Essai e la cineteca. Per me il Cinema è la settima arte…in quegli anni l’unico modo di rivedere e studiare un film che mi aveva particolarmente colpito era quello di restare nella sala dopo la prima proiezione, prendere appunti cercando di fermare nella memoria le scene più interessanti…ci sono film che ho desiderato rivedere anche per 30 anni fino a quando sono stati pubblicati in VHS ….e allora è stata una ricerca anche affannata dei capolavori più rari, quelli meno conosciuti, mesi di attesa, sperando di riuscire a farli arrivare dai rivenditori specializzati ….puoi immaginare cosa significa per me da qualche anno avere raccolto nei vari formati tutti i films della mia cineteca ideale e poterli vedere e rivedere ….nel mio studio ho diversi monitors che mandano in rotazione le mie magnifiche ossessioni e nello stesso tempo compongo ….e tutto quello che ho registrato e che registro altro non è che una lunghissima colonna sonora ….i temi che più mi affascinano sono: il sogno e l’altra parte dello specchio…il rapporto tra uomo e donna…le domande sull’esistenza e sulla realtà dello spirito …

Il legame con il sogno e il mondo onirico è indubbio, come sosteneva Bergman, “Nessun’altra arte come il cinema va direttamente ai nostri sentimenti, allo spazio crepuscolare nel profondo della nostra anima, sfiorando soltanto la nostra coscienza diurna. Un nulla del nostro nervo ottico, uno shock: ventiquattro quadratini illuminati al secondo, e tra di essi il buio.”

…Quale video hai scelto per noi e perché?

Quando nelle interviste mi chiedono alla fine di elencare i miei “10 dischi da portare nell’isola deserta” ….mi sento quasi colpevole di dover tralasciare decine e decine di dischi che hanno arricchito la mia vita ….in questo caso poi la scelta deve cadere su un film solo…ma stranamente non ho dubbi ….il film è “Il Volto” di Ingmar Bergman…l’ho visto per la prima volta a 11 anni …Negli anni ‘50 e ’60 i capolavori uscivano a grappoli anche nelle normali sale cinematografiche, spesso si andava al cinema non sapendo esattamente cosa si andava a vedere ..né tantomeno si leggevano le critiche…mio padre mi portava sempre al Museo della Scienza e della Tecnica ..il museo aveva al suo interno una grande sala.. molto bella .. e una programmazione, me ne sono reso conto negli anni successivi di grande qualità, in quella sala ho visto giovanissimo anche un capolavoro assoluto …”La passione di Giovanna D’Arco” di Carl Theodor Dreyer…”Il Volto” è la storia di un illusionista ..capo di una piccola compagnia di girovaghi ..il quale giunto in una città della Svezia nella metà dell’’800 per dare spettacolo è chiamato a palazzo dai maggiorenti che vogliono esaminare i suoi presunti poteri magnetici …l’arrivo suo e dei suoi compagni sconvolge in varia maniera col fascino del mistero tutte le persone del palazzo …ma il suo spettacolo di prova non riesce a convincere gli esaminatori…fattosi ritenere morto, ha occasione di terrorizzare il principale antagonista, un medico positivista, portandolo sull’orlo del cedimento ma poi preoccupato del vivere quotidiano invoca elemosina e pietà, tutti gli si rivoltano contro, quando alcuni suoi compagni di carovana l’hanno abbandonato e quelli del palazzo stanno cantando vittoria i messaggeri del Re vengono a prelevarlo per un grande spettacolo a corte …ed egli si avvia riprendendo la sua iniziale solennità….qualità superiori e significati nascosti sono le caratteristiche di questo film…gli attori, i soliti preferiti da Bergman, danno il meglio di sé, la fotografia è stupenda e il commento sonoro scarno ed essenziale, solo pochi arpeggi solenni di chitarra e una musica “felliniana” alla fine …è perfetto. Per sottolineare il “clima” del film numerosi sono gli spunti di riflessione volutamente non sviluppati e questo rende il film “indecifrabile” …anche dopo ripetute visioni …la suggestione che emana questa opera del regista svedese è evidente sin dalle prime immagini …un film perfetto a mio parere …che non mio stanco mai di rivedere…ultimamente conoscendo i dialoghi a memoria lo rivedo in lingua originale.

Un film direi a questo punto obbligatorio…grazie davvero di cuore per questa bella conversazione, un vero piacere ascoltarti…

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Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà mercoledì 18 settembre, STAY TUNED…

I draghi locopei – l’originale ;-)

Erotosonetto, Edoardo Sanguineti

Se sa sedurti soltanto un sonetto,

Archetipo d’amaro amore assente,

Nasconderò nei tuoi nomi il mio niente,

Golfo mio, mia girandola, mio ghetto:

Umiliato unicorno, unico e urgente,

Inciderò in te impronte, intimo insetto,

Nodo dei nodi, nudo nervosetto,

Enfasi estrema, epigramma emergente:

Tenera in tutto, torre di tormenti,

Infarcito mio infarto, idolo, inferno,

Apriti a me, tu, aurora di aghi ardenti:

Muta medusa, muscolo materno,

Ascoltami, arida aspide, e acconsenti:

Tremo con te, tremendo, tardo terno.

Ho ripreso in mano un mio vecchio Dizionario dei Giochi con le parole [1], devo ammettere che gli esempi sarebbero da aggiornare, per certi versi simili alle risate a denti stretti della Settimana Enigmistica. I draghi locopei sono l’anagramma di giochi di parole, un nome lievemente fantasy, genere che non rientra tra le mie letture preferite. Sfogliando i vari giochi proposti, mi ha incuriosito la spiegazione del passatempo “marchesa-maschera”, forse in voga tra i giovani ottantenni, che consiste nello slittamento di una lettera che cambia completamente il significato di una parola, un divertimento contorto che si capisce meglio una volta letto l’esempio: Il sindaco di Udine bacia la mona della Regina – un refuso comparso in una didascalia di una foto degli anni ’20. A sorpresa scopro che lo scioglilingua sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa, altro non è che un’altra possibile declinazione del famoso “marchesa-maschera”, impossibile non inciampare nell’inversione delle sillabe pa-ca, ca-pa… Il colpo di grazia arriva con un contributo di Amedeo Tosetti che ci propone alcune frasi chiarificatrici: Io sto disteso in cotal foggia all’ombra di un faggio e mi disseto. Tu, Titiro, versi un sorso di vino rosso ai servi, facili ad èsili esili. Stai sicuro: io non ricuso la tua ospitalità. Anche a Paride scorrono rapide le ore della giovinezza. Molta fatica per nulla. Direi peggio dei pedanti che vogliono raccontarti le barzellette, che poi puntualmente dimenticano dei pezzi. E ci sono pure quelli che si esaltano se per pietà accenni un sorriso, te ne racconto un’altra? Anche no, grazie davvero. Allora mi è venuto in mente un film degli anni quaranta di Howard Hawks, Colpo di Fulmine (Ball of Fire) con una strepitosa Barbara Stanwyck, che a torto si ricorda di solito per la serie televisiva western in cui è la padrona antipatica di un ranch, e invece qui sconvolge la vita di un gruppo di lessicografi intenti a scrivere le voci di un’enciclopedia, una rivisitazione di Biancaneve e i sette nani, pre-google. Eccoli in azione mentre tentano di imparare la conga, male e per poco, ci pensa la governante castratrice a metterli in riga. Secchioni emozionati. E anche youtube che ha rimosso il video, ce ne faremo una ragione 😉


[1] A cura di Giampaolo Dossena, 1994, Garzanti Editore.

I draghi locopei – l’originale ;-)

Erotosonetto, Edoardo Sanguineti

Se sa sedurti soltanto un sonetto,

Archetipo d’amaro amore assente,

Nasconderò nei tuoi nomi il mio niente,

Golfo mio, mia girandola, mio ghetto:

Umiliato unicorno, unico e urgente,

Inciderò in te impronte, intimo insetto,

Nodo dei nodi, nudo nervosetto,

Enfasi estrema, epigramma emergente:

Tenera in tutto, torre di tormenti,

Infarcito mio infarto, idolo, inferno,

Apriti a me, tu, aurora di aghi ardenti:

Muta medusa, muscolo materno,

Ascoltami, arida aspide, e acconsenti:

Tremo con te, tremendo, tardo terno.

Ho ripreso in mano un mio vecchio Dizionario dei Giochi con le parole [1], devo ammettere che gli esempi sarebbero da aggiornare, per certi versi simili alle risate a denti stretti della Settimana Enigmistica. I draghi locopei sono l’anagramma di giochi di parole, un nome lievemente fantasy, genere che non rientra tra le mie letture preferite. Sfogliando i vari giochi proposti, mi ha incuriosito la spiegazione del passatempo “marchesa-maschera”, forse in voga tra i giovani ottantenni, che consiste nello slittamento di una lettera che cambia completamente il significato di una parola, un divertimento contorto che si capisce meglio una volta letto l’esempio: Il sindaco di Udine bacia la mona della Regina – un refuso comparso in una didascalia di una foto degli anni ’20. A sorpresa scopro che lo scioglilingua sopra la panca la capra campa, sotto la panca la capra crepa, altro non è che un’altra possibile declinazione del famoso “marchesa-maschera”, impossibile non inciampare nell’inversione delle sillabe pa-ca, ca-pa… Il colpo di grazia arriva con un contributo di Amedeo Tosetti che ci propone alcune frasi chiarificatrici: Io sto disteso in cotal foggia all’ombra di un faggio e mi disseto. Tu, Titiro, versi un sorso di vino rosso ai servi, facili ad èsili esili. Stai sicuro: io non ricuso la tua ospitalità. Anche a Paride scorrono rapide le ore della giovinezza. Molta fatica per nulla. Direi peggio dei pedanti che vogliono raccontarti le barzellette, che poi puntualmente dimenticano dei pezzi. E ci sono pure quelli che si esaltano se per pietà accenni un sorriso, te ne racconto un’altra? Anche no, grazie davvero. Allora mi è venuto in mente un film degli anni quaranta di Howard Hawks, Colpo di Fulmine (Ball of Fire) con una strepitosa Barbara Stanwyck, che a torto si ricorda di solito per la serie televisiva western in cui è la padrona antipatica di un ranch, e invece qui sconvolge la vita di un gruppo di lessicografi intenti a scrivere le voci di un’enciclopedia, una rivisitazione di Biancaneve e i sette nani, pre-google. Eccoli in azione mentre tentano di imparare la conga, male e per poco, ci pensa la governante castratrice a metterli in riga. Secchioni emozionati. E anche youtube che ha rimosso il video, ce ne faremo una ragione 😉


[1] A cura di Giampaolo Dossena, 1994, Garzanti Editore.

Legittime evasioni

“È inutile sbarrare le porte alle idee, le scavalcano.”

Klemens von Metternich

Saluto la fine di gennaio con un insolito omaggio a Silvio Pellico (1789-1854), ricordato prevalentemente per Le mie prigioni. Grazie a Google, ho trovato una versione integrale dell’opera, l’edizione pubblicata a Parigi nel 1835, una copia custodita gelosamente in una biblioteca dell’Università del Michigan. Da subito mi hanno spiazzato le prime righe dell’incipit: “Il Venerdì 13 ottobre 1820 fui arrestato a Milano…lascio la politica ov’ella sta e parlo d’altro.”[1]

Ma come? Ci hanno incrinato per anni con la storia di Silvio Pellico imprigionato ingiustamente nello Spielberg, con l’immagine stampata a imperitura memoria di lui rinchiuso in una celletta a scrivere note virulente contro gli austriaci, insistendo sulle sue idee patriottiche e lui invece per sua ammissione confessa un’intenzione diversa…

Il volumetto dedicato agli anni di prigionia, di cui solo un anno e mezzo scontato in Italia e il resto a Brno, parla infatti di tutt’altro.

Nel tentativo maldestro di creare un ritratto ideale di sé, Pellico fin dalle prime pagine rivela un fervore religioso impressionante, disseminando il resoconto della sua incarcerazione con aneddoti di un’ingenuità disarmante, in uno stile a volte lezioso, ricco di diminutivi che dovrebbero intenerire il lettore, ma che invece a lungo andare stuccano. Nel carcere di Torino fa amicizia con un orfano sordomuto, che battezza subito con un soprannome infelice “il mutino”, a cui lancia pezzi di pane dalle sbarre, come a un cane bisognoso d’affetto. Qui scopre che l’amico Melchiorre Gioia è stato imprigionato e per un breve periodo i due si salutano dalle rispettive celle sollevando un lembo di fazzoletto, finché non vengono scoperti e ogni futura comunicazione sospesa. Silvio si innamora del canto di una donna che si distingue dal vocio sguaiato delle sue compagne per il tono pieno di grazia, e prontamente le assegna il nome di Maddalena. Deriso dai carcerati per aver dimostrato un’eccessiva compassione nei confronti della donna, per cui si è preso una cotta, e che non ha mai visto, capisce ben presto che è meglio tenere certe confessioni per sé: “mi spiegai e non fui capito.”[2]

Sul muro della cella rimane colpito da alcuni versi firmati dal Duca di Normandia, uno strano personaggio che dice di essere Luigi XVII e di essere stato usurpato dallo zio Luigi XVIII, che lo intrattiene con racconti degni di una fiction: “io non potendo crederlo, pur l’ammirava.”[3]

Viene trasferito a Venezia, nella prigione dei Piombi, città che aveva visitato l’anno prima alloggiando all’hotel della luna. Passando per Piazza San Marco si ricorda le parole profetiche di un mendicante che aveva incontrato in quell’occasione, e che l’aveva subito riconosciuto come forestiero, “lei è felice, invece per me questo è un luogo di disgrazia.”

Il carceriere, la moglie e la figlia conoscono le tragedie di Pellico, tutti hanno letto Francesca da Rimini e hanno per lui un trattamento di riguardo. Pellico passa le giornate a leggere la Bibbia, a scrivere bozze di tragedie, allietato dalle visite della figlia racchia del carceriere che però prepara un ottimo caffè, a differenza della “acqua calda” della madre e lo distrae dalle punture delle zanzare. Un caffè tira un altro, e Pellico si prende un’altra cotta, comincia ad affezionarsi alla racchia, che però lo tratta come un padre, e gli confessa di essersi innamorata di un altro. Pellico si deve accontentare del ruolo di confessore, ascolta gli sfoghi della racchia, e tra i due nasce un’amicizia non ben definita. Arrossisce teneramente quando lei gli chiede di tradurle alcuni passi del Cantico dei Cantici, imbarazzatissimo, salta volutamente dei pezzi che considera troppo spinti. Quando ormai gli è chiaro che la racchia è più che un’amica, gli viene detto da un altro carceriere che la ragazza si è ammalata ed è stata mandata in campagna. Pellico per giorni non si dà pace, finché riceve dal suo secondino una lettera da un suo ammiratore, un lettore delle sue opere, folgorato dalla sua Francesca da Rimini. All’inizio è titubante, non sa se credere al secondino, che nel frattempo ha già soprannominato come “Tremolino”, ha paura di rispondere, ma dopo aver esitato a lungo, decide di abbandonarsi nuovamente a una promessa di amicizia, rassicurato dalla guardia complice nel mantenere segreta ogni futura corrispondenza tra i due. Tremolino gli annuncia le missive con una frase concordata: “sognai, mi gera un gatto e tu mi accarezzavi”. E qui la scena involontariamente si fa comica.

Inizia così una fitta corrispondenza con l’ammiratore misterioso che si firma con il nome di Giuliano. Pellico ancora una volta si fa prendere dall’entusiasmo e dopo un’accesa discussione epistolare sulla religione e il cristianesimo, Giuliano replica con una lettera piena di insulti. Pellico amareggiato e sorpreso dal gesto, decide di perdonare la reazione intollerante dell’amico ma Giuliano è risoluto, non ne vuole più sapere. Dopo l’ennesimo tentativo conciliatorio di Pellico che scopre che l’amico nel frattempo si è ammalato, Giuliano rompe il silenzio con un laconico “noi non ci amiamo.”[4]

Pellico ripiomba in una solitudine senza speranza, soffre moltissimo, si dedica come sempre alla lettura della Bibbia. Dopo un incendio che coinvolge parte dell’edificio delle carceri veneziane, viene trasferito all’isola di San Michele insieme ad altri prigionieri politici. Condannato a morte, il 21 Febbraio del 1822 gli viene comunicato che l’imperatore gli ha commutato la pena a quindici anni di carcere nella fortezza dello Spielberg, successivamente ridotta a sette anni e mezzo.

Nella nuova sistemazione, si prospetta una realtà durissima, viene sottoposto a tre perquisizioni giornaliere, legato con catene, malnutrito con pane e acqua e qualche razione di minestra rancida. Si ammala immediatamente, ma il carceriere Schiller, un vecchio burbero ha pietà di lui trattandolo con meno severità. In cella stringe amicizia con un nobile, il conte Antonio Oroboni con cui condivide le sue passioni letterarie. Oroboni gli ricorda il mai dimenticato Giuliano. Supera l’asprezza del carcere divorando libri, prevalentemente classici, Shakespeare, Scott, Byron, migliora la sua conoscenza del greco continuando a rileggere Omero. Ormai non riceve più notizie dalla famiglia, scrive per distrarsi trame di tragedie. Anni sempre più bui, rattristati dalla perdita graduale di amici prigionieri come lui, addolorato per la scomparsa dell’adorato conte Oroboni, che viene ricordato con le ultime parole pronunciate in punto di morte: “io perdono di cuore i miei nemici.”

Pietro Maroncelli cerca di consolarlo come può, in condizioni di salute sempre più gravi, provato da un tumore al ginocchio, Pellico lo assiste mentre gli amputano una gamba. La reclusione si protrae oltre i termini previsti dalla condanna iniziale, e Pellico finisce per scontare dieci anni di carcere, salvato da continue evasioni narrative, allegando in appendice alle sue memorie oltre ai suoi scritti, le riflessioni dell’amico Maroncelli, brevi versi, addizioni compensatorie di vite mai vissute.


[1] I capitolo de Le mie Prigioni, 1835, Parigi.

[2] Ibidem, p. 30.

[3] Ibidem, p. 45.

[4] Ibidem, p. 99.

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