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A rebours

Illustrations from "Le avventure di Pinoc...

Illustrazione dell’Edizione Bemporad & Figlio, Firenze 1902

Quando hai una cosa, questa può esserti tolta. Quando tu la dai, l’hai data. Nessun ladro te la può rubare. E allora è tua per sempre.

James Joyce

Rileggendo Pinocchio di Collodi, tra l’altro in treno seduta in direzione contraria di marcia, come se fosse un viaggio a ritroso nel tempo, ho riapprezzato la saggezza e l’attualità di questa fiaba che aveva affascinato anche il grande Kubrick.

A parte la classica interpretazione che ci insegnano fin da piccoli, se racconti le bugie ti cresce il naso come Pinocchio, e la rivisitazione nostalgica di Comencini con Manfredi nel ruolo commovente al limite del patetico di Geppetto, mi è sembrata una analisi perfetta dell’evoluzione dell’artista bambino in ciascuno di noi. Un tipo di metamorfosi complessa che porta a un vero e proprio cambiamento di stato, da marionetta ribelle che però viene sempre manipolata e manovrata dagli altri, finché non impara a conoscere la propria natura, a un bambino in carne e ossa; una muda violenta che lo obbliga a scontrarsi con personaggi minacciosi, una realtà in cui l’esterno diventa lo specchio confuso di istinti che sono ancora fuori controllo, la manifestazione di atteggiamenti che si devono smascherare: le lusinghe ingannevoli, l’avidità di chi ti vuole portare via tutto quello che hai, la compagnia di falsi amici.

Nonostante vari tentativi di assassinio, tra cui anche un’impiccagione, gli agguati di losche figure, il bambino-marionetta riesce sempre a cavarsela, mettendosi continuamente nei guai. Nel corso del suo sviluppo personale, cambia anche modo di raccontare bugie, all’inizio per sfuggire al controllo soffocante degli adulti, e poi invece per dare un’immagine diversa da quello che è, la classica bugia bianca, un’inutile forma di seduzione per accontentare i nostri interlocutori, assecondarli con una versione più plausibile dei fatti che però non corrisponde affatto alla nostra essenza.

L’esperienza animale è il passaggio fondamentale che consente di raggiungere lo stadio umano finale con una maggiore consapevolezza. Quando Pinocchio viene trasformato in asino, e usato come animale da circo, prova sulla propria pelle la sconfitta dell’umiliazione. Azzoppato per eseguire un esercizio del suo domatore, finisce per essere buttato in mare, considerato ormai inservibile, un oggetto di cui sbarazzarsi al più presto, liquidato come spazzatura.

Il mare invece lo salva sempre, una vastità indomabile in cui lui nuota come un pesce, cavalca le onde, perché in fondo quell’habitat selvaggio gli è famigliare. Non a caso, la prima esperienza che ha da burattino è con il fuoco, si brucia i piedi per scaldarsi davanti al camino, non è ancora in grado di capire i pericoli rappresentati dall’avere un corpo di legno.

Recupera il padre dalla bocca del pescecane solamente dopo aver imparato a essere empatico, quando prova una pena struggente perché scopre che si è messo in mare per andare a cercarlo senza nemmeno sapere nuotare, una manifestazione di amore incondizionato. Come madre adottiva, una fata turchina bambina, che accetta di vederlo sbagliare, il suo alter ego magico.

Starà a noi mantenere, nel corso della vita, qualcosa che appartiene all’esperienza infantile, la capacità di creare il mondo.[1]

 

[1] Si veda Donald W. Winnicott, Gioco e Realtà, Armando Editore, Roma 1993.

Da evitare come la peste la tipologia Pinocchio patologico, versione adulta, pericolosa.

Pausa pranzo con Frank O’Hara

Le poesie sono cristalli che sedimentano dopo l’effervescente contatto dello spirito con la realtà.

Pierre Reverdy

Questo lunedì afoso una pausa pranzo con Frank O’Hara (1926-1966), poeta, scrittore, critico cinematografico americano, bravissimo pianista, esperto di jazz, morto prematuramente a soli quarant’anni.

“A Step away from them”, è una poesia en plein air, scritta nel 1956, un quadro vibrante di vita e di luci, scorci di pensiero che attraversano e si perdono nella città, assenze che ritornano a essere presenze.

Distante un passo da loro

È l’ora di pranzo, così me ne vado

a camminare tra taxi colorati ronzanti.

Prima, lungo il marciapiede

dove gli operai nutrono i loro torsi

lucidi e sporchi con panini

e Coca-Cola, con in testa i loro caschi

gialli. Li proteggono dai mattoni in caso di caduta,

immagino. Poi sull’Avenue dove le gonne scattano

sui tacchi e si gonfiano sulle inferriate.

Il sole scotta, ma i taxi

agitano l’aria. Guardo

gli affari in saldo negli orologi a polso. Ci sono

gatti che giocano nella segatura. Continuo fino

a Times Square, dove l’insegna

soffia fumo sulla mia testa, e più in alto

la cascata di luci cade leggera.

Un nero sosta davanti a un ingresso

con uno stuzzicadenti in bocca, muovendolo languidamente

una ballerina di fila bionda abbocca: lui

sorride e si gratta il mento. Improvvisamente

tutto comincia a suonare: sono le 12 e 40 di

un giovedì. La luce al neon di giorno è

un piacere immenso, come scriveva Edwin Denby,

visto che ci sono lampadine accese di giorno.

Mi fermo per un cheeseburger al JULIET’S

CORNER. Giulietta Masina, moglie di

Federico Fellini, e bell’attrice,

e un cioccolato al malto. Una signora

tutta volpi in un giorno così mette il suo barboncino

nel taxi. Ci sono parecchi Portoricani

sull’Avenue oggi, rendendola bella e calda. Prima

è morta Bunny[1], poi John Latouche[2],

poi Jackson Pollock. Ma è piena la terra

di vita, quanto lo era di loro?

Uno ha mangiato, un altro cammina,

supera le riviste con le donne nude

e i poster con la CORRIDA e

l’edificio della Manhattan Storage Warehouse,

che presto butteranno giù. Mi viene in mente

che lì c’era l’Armory Show. Un bicchiere di succo di papaya

e ritorno al lavoro. Ho il cuore in

tasca, sono le Poesie di Pierre Reverdy.

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[1] Violet “Bunny” Lang (1924-1956), attrice, scrittrice e poetessa, attiva nella scena newyorkese degli anni Quaranta e Cinquanta.

[2] John Latouche (1914-1956), musicista, scrittore e librettista.

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A Step Away From Them

It’s my lunch hour, so I go

for a walk among the hum-colored

cabs. First, down the sidewalk

where laborers feed their dirty

glistening torsos sandwiches

and Coca-Cola, with yellow helmets

on. They protect them from falling

bricks, I guess. Then onto the

avenue where skirts are flipping

above heels and blow up over

grates. The sun is hot, but the

cabs stir up the air. I look

at bargains in wristwatches. There

are cats playing in sawdust.On

to Times Square, where the sign

blows smoke over my head, and higher

the waterfall pours lightly. A

Negro stands in a doorway with a

toothpick, languorously agitating

A blonde chorus girl clicks: he

smiles and rubs his chin. Everything

suddenly honks: it is 12:40 of

a Thursday. Neon in daylight is a

great pleasure, as Edwin Denby would

write, as are light bulbs in daylight.

I stop for a cheeseburger at JULIET’S

CORNER. Giulietta Maina, wife of

Federico Fellini, e bell’attrice.

And chocolate malted. A lady in

foxes on such a day puts her poodle

in a cab.There are several Puerto

Ricans on the avenue today, which

makes it beautiful and warm. First

Bunny died, then John Latouche,

then Jackson Pollock. But is the

earth as full of life was full, of them?

And one has eaten and one walks,

past the magazines with nudes

and the posters for BULLFIGHT and

the Manhattan Storage Warehouse,

which they’ll soon tear down. I

used to think they had the Armory

Show there. A glass of papaya juice

and back to work. My heart is in my

pocket, it is Poems by Pierre Reverdy.

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