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Luoghi non luoghi superluoghi: La Tempesta del Giorgione

L’amico Faccialibro ha inserito una nuova opzione nella bacheca virtuale, il riciclo del ricordo, se ti fossi dimenticato di quello che hai scritto (?!?), Faccialibro te lo fa rileggere e lo mette in ordine cronologico. L’esercizio ha una sua utilità nella sua totale arbitrarietà, il caso mi ha fatto riscoprire un passato di aforismi, un passaggio obbligato per tutti, le sentenze ad effetto, finora la preferita rimane “il sentimento non è forse un mondo in un pensiero?”, un momento di lucidità di Père Goriot, e i quadri commentati, i classici dell’arte.

Così iniziamo questa settimana pasquale con un signor quadro, La Tempesta del Giorgione, fisicamente piccolo custodito in una teca di vetro per chi ha avuto il piacere di vederlo nelle sale dell’Accademia di Venezia, un capolavoro talmente ricco di interpretazioni che non ho potuto fare a meno di condividerle..(non ci sono gattini).

La Tempesta, Giorgione

Claudia Bonollo: “Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie una immagine o un disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia è il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui il portatore del nostro destino.” Giorgione reinterpreta il mito di Platone partendo da un’elaborazione filosofica e astrologica del Daimon, considerato dalla corrente di pensiero neoplatonica una potenza in atto nell’individuo sin dal momento del primo respiro.

Che cos’è in effetti il Daimon? Per Giorgione, come per tutti gli artisti del Rinascimento, la Potenza in Atto nell’anima dell’uomo si manifesta in Tre Atti: Temperamento, Vocazione e Destino. La vita di ogni essere è condizionata infatti dal Temperamento di nascita (il Bambino) in grado di influenzare le risposte dell’individuo alle sollecitazioni dell’ambiente. La filosofia dei quattro temperamenti elaborata nel Medioevo attraverso testi e manuali di matrice araba, ha una origine antichissima, risalente agli studi astrologici/filosofici compiuti dagli ebrei, dai persiani e dai Caldei. Il momento esatto della nascita disegna una sola e unica immagine (Carta del Cielo) in cui è possibile rintracciare il segno astrologico che sale all’orizzonte (Ascendente) che influenzerà per tutta la vita l’azione, i comportamenti e le scelte dell’individuo. Per Plotino (205 – 270 s.C.), il maggiore dei filosofi neoplatonici, noi ci siamo scelti i genitori, il luogo e la situazione di vita adatti all’anima e corrispondenti alla sua necessità, per cui è l’anima che sceglie l’immagine attraverso cui evolvere nel suo Destino. Sulla base di questi pochi fondamenti di filosofia naturale l’Osservatore che si identifica nello sguardo dell’Artista, l’uomo elegante con il bastone, simbolo della Piccola Opera, inizia a comprendere il significato del Mito costituito dalla coppia Madre nutrice (la carta di Nascita è come una madrina) e Bambino (Temperamento evolutivo). L’artista osserva il “mito”, lo scruta e lo assorbe, consapevole delle forze misteriose con cui la natura rivela il suo terribile potere sulla fragile vita umana (il fulmine di Zeus). Temperamento (Bambino), Vocazione (artista) e Destino (Tempesta) sono le incognite di un gioco a cui non possiamo sottrarci e rappresentano lo stretto cammino (il ponte) che conduce l’uomo dall’irrazionalità dei gesti inconsci (i limiti del bosco) all’interno della coscienza razionale condivisa (la città, simbolo di trasformazione laica della coscienza). James Hilman (Il codice dell’anima, 1998) invita alla “redenzione” la psicologia contemporanea, colpevole di trascurare la visione “romantica” dell’essere in cui convivono bellezza, mistero, estasi, esperienze straordinarie, vocazioni improvvise e inesorabile destino. Persino la neuro-scienza riconosce all’io autobiografico (il temperamento) il merito di ricostruire un senso alla vita, di ricercare un significato unitario alle esperienze e individuare i segni di quella “vocazione” che porta a compimento “l’immagine di nascita”, il daimon, arteficie del destino dell’anima, in cui si ricompone quell’unicità “che chiede di essere vissuta e che è già presente prima di poter essere vissuta.” (pag. 23). Viviamo immersi in un mito assurdo, che non appartiene al nostro dna mediterraneo.

Carla Bonollo: Da una nota di Roberto Tartaglione e Giulia Grassi, un’interessante analisi di varie letture possibili: “Fino alla metà del XIX secolo la scena era interpretata, forse un po’ ingenuamente, come un ritratto dell’artista con la sua famiglia, e il dipinto era intitolato La famiglia di Giorgione. Poi, si è pensato a una rappresentazione derivata dalla mitologia antica: o dalla Tebaide di Stazio (Adrasto scopre in un bosco Hypsipyle che sta allattando Ofelte, figlio di Licurgo) o dalle Metamorfosi di Ovidio (Deucalione e Pirra, i progenitori dell’umanità, sopravvissuti al diluvio universale). Qualcuno l’ha considerato un collage di “personificazioni” astratte: la Fortezza (il soldato) e la Carità (la donna) in perenne lotta contro l’imprevedibilità della Fortuna (il fulmine che squarcia le nubi). Qualche altro ci ha visto una complicata interpretazione esoterica del biblico racconto del “Ritrovamento di Mosè” sulle rive del Nilo. E ugualmente complicata è l’interpretazione di chi mette la scena in rapporto con un romanzo allegorico rinascimentale di Francesco Colonna (Hypnerotomachia Poliphili), carico di richiami all’ermetismo egittizzante: la donna è Iside e Venere insieme, “madre di tutte le cose”, origine e fine di tutto. C’è chi scommette che si tratti di Adamo ed Eva dopo la cacciata dall’Eden: Adamo si riposa dalle sue fatiche, Eva allatta il piccolo Caino, partorito con dolore, la città sullo sfondo è l’Eden perduto, il fulmine simboleggia l’ira divina. E chi sostiene che la Tempesta sia la “coperta” del ritratto del capitano veneziano Erasmo da Narni detto il Gattamelata e rappresenti proprio lui vicino a Treviso, la città di cui doveva ricostruire le mura. E non possiamo tacere che nel 1998 un libro di J. Manuel de Prada, intitolato appunto La Tempesta, ha proposto una nuova, sia pur romanzata, lettura del quadro.”

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Per dovere di cronaca, c’è anche un giallo di Paolo Maurensig, La Tempesta. Il mistero del Giorgione.

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Si ringrazia Giorgione e il fulmine a ciel sereno.

Boyhood ossia il tempo della fanciullezza

A Garfield

Finalmente un film che interpreta in modo intelligente il senso di impotenza e i conflitti di un’età in divenire. L’impresa quasi impossibile non deve essere stata facile da realizzare, 12 anni nella vita di una famiglia di genitori separati – girato dal regista Richard Linklater dal 2002 al 2013 – in cui i piccoli protagonisti crescono, dalla fase del baffo pazzo e delle tempeste ormonali ai confini dei teens, quando con finta spavalderia si affronta la scelta dell’università per affondare in un mare di incognite. I genitori sono Patricia Arquette, immortale interprete di Medium, e Ethan Hawke nel ruolo del padre sensibile ma economicamente inaffidabile secondo i parametri americani dove se non fai soldi sei un fallito. Mason Evans junior insieme alla sorella Samantha subiscono le unioni disastrose della madre che pur essendo una persona colta, preparata e determinata che ha saputo crescere i figli da sola prendendosi un’ulteriore specializzazione in psicologia, finisce sempre nella morsa di uomini violenti e sadici, i controllori compulsivi, cambia partner ma lo schema si ripete uguale e inesorabile, come se lei stessa non credesse abbastanza nelle sua qualità, confonde il bisogno di protezione con la certezza di una disciplina ordinata, pensando che quella finta e apparente affidabilità di un uomo con un posto sicuro possa dare stabilità alla sua famiglia e alla fine la schiaccia e la mortifica come una camicia troppo stretta dove i bottoni stanno per esplodere. Il padre, roso dai sensi di colpa per non essere stato un buon marito, si sforza di essere un buon genitore, procedendo per tentativi, a volte disastrosi, in cui cerca di trasmettere ai suoi figli l’amore per la musica, è un musicista che sbarca il lunario cambiando spesso città e mestieri, si risposa con una donna adorante figlia di un predicatore con la pistola accanto alla Bibbia, la categoria di quelli che puniscono in nome di Dio, quelli che parlano per sentenze perché teleguidati dalla Verità. E invece dove è la verità?

Sicuramente dove meno ce l’aspettiamo, negli occhi disarmanti di Mason che osserva e prende appunti con le sue fotografie, nel viso luminoso e intenso di Patricia Arquette che sogna altri orizzonti, nelle battute acide della figlia secchiona cresciuta troppo in fretta, nei dialoghi tra sordi, di chi parla e non si ascolta. Eppure nel commento silenzioso delle inquadrature si continuano a intravedere altri destini, così, all’improvviso, mentre fissiamo con meraviglia un tramonto infuocato tra le rocce, Nicole, la nuova compagna di studi all’università, solleva ogni dubbio: “ci parlano sempre di cogliere l’attimo e se fosse l’attimo a cogliere noi?”

I racconti della luna pallida di Agosto (1953)

Per chi ha tempo e voglia un film giapponese di rara bellezza. Buona visione.

I racconti della luna pallida di Agosto (1953)

Per chi ha tempo e voglia un film giapponese di rara bellezza. Buona visione.

Le essenze spiritose

Alla bisnonna Assunta e a zio Felice

Lungo la Riviera del Brenta in un borgo a ferro di cavallo i miei antenati facevano i distillatori. Non è rimasto nulla dei segreti del mestiere, a parte un paio di vecchi alambicchi rotti, sacchi di etichette e una fitta corrispondenza.

Pare che il vecchio capostipite, il mio bisnonno, nato il mio stesso giorno, un secolo prima, fosse un uomo distinto, piuttosto gaudente con il vizio del gioco. Aveva due occhi neri lucidi come due biglie e portava i baffi all’insù. Si era sposato in seconde nozze con la Signora G., una donna robusta, severa, proprietaria di una fabbrica di laterizi. Dalla loro unione era nato un unico figlio, un ragazzo malinconico, svogliato negli studi, dalla corporatura esile e dal destino infelice, morì giovanissimo di spagnola.

La Signora G. era rimasta impietrita dal dolore di quella perdita prematura, privata dell’unico erede a cui aveva deciso di affidare la gestione di un solido impero economico accumulato con ferrea disciplina. Una volta vedova, si era messa in affari con il figliastro, un rampante industriale di origine vicentina, che aveva deciso di lanciarsi in una nuova impresa, creando una distilleria destinata alla produzione di grappa e liquori. Reinterpretò la tipologia classica della cittadella industriale, costruendo accanto agli edifici commerciali le abitazioni per gli operai.

Mia nonna, di origine veronese, figlia di un tecnico cartaceo, era rimasta folgorata dalla giovialità del Signor B., se n’era innamorata perdutamente. Aveva studiato alla scuola francese, era una donna piuttosto colta che si era trasferita sulla Riviera per gestire insieme al padre un albergo ristorante, che aveva come logo la vite.

L’unione fu molto travagliata, il marito sempre in viaggio di lavoro, lei sempre sola con due bambini e un padre vecchio da accudire.

Mio nonno morì improvvisamente a soli quarantaquattro anni di peritonite, suo fratello medico non era riuscito a salvarlo. Per mio padre e per mio zio, rimasti orfani così giovani, il proprio padre nei racconti materni continuava a esistere come una figura eroica, un bravo industriale, generoso e affettuoso. Alcune foto scolorite restituiscono istanti felici mentre giocano nel frutteto di famiglia, mio nonno li guarda con ammirazione, mia nonna si affaccia timidamente dalla finestra che dà sul giardino, vicini ma distanti.

La morte di mio nonno segnò l’inizio di un lento declino, mia nonna a poco, a poco, cominciò a sentirsi sempre più limitata dalla sua condizione femminile ai tempi del fascismo. Decise di chiudere la distilleria, svendette l’albergo e affittò gli edifici commerciali a degli artigiani locali.

Mio padre avrebbe voluto ripristinare tutto secondo gli antichi albori. Era riuscito a coronare il sogno della sua via diventando un pilota di volo acrobatico. Il fratello maggiore, che invece voleva essere un giornalista, aveva scelto di fare quello che da lui ci si aspettava: era un imprenditore. Morì a trentaquattro anni in un incidente stradale. Mio padre non si riprese mai da quel lutto, sentiva che la vita con lui era stata più che generosa, con il fratello ingrata.

Da allora si era messo in testa di rimettere a posto tutto da solo, voleva restaurare la villa in cui era nato. È morto prima di riuscire a portare a termine quello che si era prefissato.

Le essenze spiritose sono svanite per sempre, a noi, eredi del Signor B., il compito di dare una configurazione più propizia a un setting desolato, non operativo da anni. Non si poteva più ripristinare il passato, così come avrebbe voluto mio padre, ma si doveva cercare un nuovo senso, riesaminando con cura gli indizi che avevamo a disposizione. Bisognava rianimare gli spazi, il luogo chiedeva di ritornare in vita, proprio come la vite, simbolo di forza, di creatività e capacità di adattamento, aveva resistito tutto quel tempo per aprirsi al cambiamento.

Curiosamente “Vine” (vitis vinifera) figura anche tra i Rimedi dei Fiori di Bach, è un fiore vivamente consigliato per sviluppare una maggiore consapevolezza delle proprie capacità nel rispetto dell’individualità degli altri, imparare a essere autorevole senza essere autoritario. Vita vitis…

“A doctor can bury his mistakes but an architect can only advise his clients to plant vines”. (Frank Lloyd Wright)


TO BE CONTINUED…

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