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One book in one tweet #24 Mattonville 2

24-120

Le poesie di Giacomo Zanella

Inizia con una dedica a Dante Alighieri e finisce con Astichello, che avrebbe dovuto comprendere 100 sonetti, si ferma a 91. Capiamo.

Il problema storico politico nel pensiero moderno a cura di Franco Tonon

Sottotitolo Antologie filosofiche per problemi. Volendo qui si approfondiscono altri problemi divisi per aree tematiche. Molti dubbi.

Memoriale del convento di José Saramago 

Tra l’oratorio sacro e il picaresco. Un uomo andava alla forca..e il condannato rispose non sono io che vado, sono loro che mi portano.

La mia cucina naturale di Jamie Oliver

Il volume pesa qualche chilo, qui si osano ricette italiane all’inglese, alcune buone altre meno, le foto mentono.

Il look del secolo scorso di Michael Tambini con prefazione di Gillo Dorfles

Ormai storico, alcune mode non torneranno di moda, è certo.

One book in one tweet #24 Mattonville 2

24-120

Le poesie di Giacomo Zanella

Inizia con una dedica a Dante Alighieri e finisce con Astichello, che avrebbe dovuto comprendere 100 sonetti, si ferma a 91. Capiamo.

Il problema storico politico nel pensiero moderno a cura di Franco Tonon

Sottotitolo Antologie filosofiche per problemi. Volendo qui si approfondiscono altri problemi divisi per aree tematiche. Molti dubbi.

Memoriale del convento di José Saramago 

Tra l’oratorio sacro e il picaresco. Un uomo andava alla forca..e il condannato rispose non sono io che vado, sono loro che mi portano.

La mia cucina naturale di Jamie Oliver

Il volume pesa qualche chilo, qui si osano ricette italiane all’inglese, alcune buone altre meno, le foto mentono.

Il look del secolo scorso di Michael Tambini con prefazione di Gillo Dorfles

Ormai storico, alcune mode non torneranno di moda, è certo.

Polvere di neve e fritoe

Bartolomeo Scappi

Il modo in cui un corvo
Di sopra una cicuta
Scrollò sopra di me
Una neve minuta
Diede al mio cuore un tale
Mutamento d’umore,
Da salvare un mio giorno
Ormai senza valore.
 
Polvere di neve, Robert Frost
 

Come ogni Carnevale, almeno qui a Venezia, c’è un freddo polare insopportabile. Ogni anno è così, è la punizione inflitta a chi decide di vestirsi in maschera e vagare ubriaco per calli, scontrandosi con folle in contromano e vigili che invece di veicolare il traffico pedonale lo peggiorano. Ho abbandonato questa malsana abitudine da decenni, il Carnevale lo evito come la peste, le damine e i balli in maschera, i coriandoli impigliati nei capelli appartengono a un passato remoto. Le frittelle no, le mangio sempre di gusto, poi il mercoledì delle Ceneri annuncia la fine della pacchia con il proposito di mettermi a dieta ed entrare in un clima di austerità culinaria forzata, che tanto dura lo spazio di qualche giorno.

A casa i libri non mancano, così ho consultato qualche antico ricettario sul tema. Ho scoperto un’autentica chicca, un volumetto che io e mia sorella regalammo a mio padre – utilissimo scrivere le dediche – cuoco provetto, La Cucina Veneziana[1], mai aperto fino a questa settimana. Leggendo la ricetta delle frittelle veneziane mi chiedevo chi fosse il genio ad aver scritto un testo tutto da interpretare, sicuramente non alla lettera, ventiquattro uova scoraggerebbero chiunque, a meno che non prepariate un banchetto per maiali, ma che va ridimensionata a standard contemporanei. Consigliabile affidarsi al buon senso, astenersi invece chi non è in grado di cucinare un piatto senza angustiarti in continuazione con inutili domande, per intenderci gli eterni indecisi, quelli che devono pesare anche un pizzico di sale.

L’autore è Bartolomeo Scappi, maestro de L’arte del cusinare, pubblicato nel 1570, un veneto che fece la sua fortuna a Roma come “cuoco segreto”, ossia personale di Papa Pio V.

Pare sia stata un’edizione fortunatissima, con varie ristampe, l’italiano è a tratti incomprensibile, ma per chi è abituato a Pellegrino Artusi sarà come riconoscere un lontano trisavolo:

Per fare varie sorte di frittelle e prima per fare frittelle alla venetiana

Faccianosi bollire sei libbre di latte di capra in una cazuola ben stagnata con sei oncie di butiro fresco e quattro oncie di zucaro e quattro oncie di acqua rosa et un poco di zafferano et sale a bastanza e come il bollo si comincia ad alzare si poneranno dentro due libbre di farina a poco a poco, mescolando continuamente col cocchiaro di legno, sino a tanto che sarà ben soda come la pasta del pane: poi cavisi et pongasi un vaso di rame, ovvero di terra, mescolandola con la cocchiara di legno o con le mani fin tanto che si raffreddi, poi habbinsi ventiquattro ova fresche e ponghisino dentro ad uno a uno, mescolando di continuo con la cocchiara di legno o con le mani fino a tanto che la pasta sarà diventata liquida: finito che sarà di mettere l’ove, battisi per un quarto d’ora fino a tanto che faccia el visiche e lascisi riposare per un quarto d’hora nel vaso bene coperto in luogo caldo e rigattasi un’altra volta. Poi habbisi apparecchiata una padella con strutto dandogli il fuoco, et muovasi la padella facendo che le frittelle si voltino nel strutto. Come si vedrà che hanno preso alquanto di coloretto e saranno leggiere, cavisino con la cocchiara forate e servisino calde con succaro sopra.[2]

Improponibile ma simpatico. In pratica fare a occhio 😉

[1]Giuseppe Maffioli, Franco Muzzio Editore, Padova 1987.

[2]Ibidem, pp. 76-77.

Polvere di neve e fritoe

Bartolomeo Scappi

Il modo in cui un corvo
Di sopra una cicuta
Scrollò sopra di me
Una neve minuta
Diede al mio cuore un tale
Mutamento d’umore,
Da salvare un mio giorno
Ormai senza valore.
 
Polvere di neve, Robert Frost
 

Come ogni Carnevale, almeno qui a Venezia, c’è un freddo polare insopportabile. Ogni anno è così, è la punizione inflitta a chi decide di vestirsi in maschera e vagare ubriaco per calli, scontrandosi con folle in contromano e vigili che invece di veicolare il traffico pedonale lo peggiorano. Ho abbandonato questa malsana abitudine da decenni, il Carnevale lo evito come la peste, le damine e i balli in maschera, i coriandoli impigliati nei capelli appartengono a un passato remoto. Le frittelle no, le mangio sempre di gusto, poi il mercoledì delle Ceneri annuncia la fine della pacchia con il proposito di mettermi a dieta ed entrare in un clima di austerità culinaria forzata, che tanto dura lo spazio di qualche giorno.

A casa i libri non mancano, così ho consultato qualche antico ricettario sul tema. Ho scoperto un’autentica chicca, un volumetto che io e mia sorella regalammo a mio padre – utilissimo scrivere le dediche – cuoco provetto, La Cucina Veneziana[1], mai aperto fino a questa settimana. Leggendo la ricetta delle frittelle veneziane mi chiedevo chi fosse il genio ad aver scritto un testo tutto da interpretare, sicuramente non alla lettera, ventiquattro uova scoraggerebbero chiunque, a meno che non prepariate un banchetto per maiali, ma che va ridimensionata a standard contemporanei. Consigliabile affidarsi al buon senso, astenersi invece chi non è in grado di cucinare un piatto senza angustiarti in continuazione con inutili domande, per intenderci gli eterni indecisi, quelli che devono pesare anche un pizzico di sale.

L’autore è Bartolomeo Scappi, maestro de L’arte del cusinare, pubblicato nel 1570, un veneto che fece la sua fortuna a Roma come “cuoco segreto”, ossia personale di Papa Pio V.

Pare sia stata un’edizione fortunatissima, con varie ristampe, l’italiano è a tratti incomprensibile, ma per chi è abituato a Pellegrino Artusi sarà come riconoscere un lontano trisavolo:

Per fare varie sorte di frittelle e prima per fare frittelle alla venetiana

Faccianosi bollire sei libbre di latte di capra in una cazuola ben stagnata con sei oncie di butiro fresco e quattro oncie di zucaro e quattro oncie di acqua rosa et un poco di zafferano et sale a bastanza e come il bollo si comincia ad alzare si poneranno dentro due libbre di farina a poco a poco, mescolando continuamente col cocchiaro di legno, sino a tanto che sarà ben soda come la pasta del pane: poi cavisi et pongasi un vaso di rame, ovvero di terra, mescolandola con la cocchiara di legno o con le mani fin tanto che si raffreddi, poi habbinsi ventiquattro ova fresche e ponghisino dentro ad uno a uno, mescolando di continuo con la cocchiara di legno o con le mani fino a tanto che la pasta sarà diventata liquida: finito che sarà di mettere l’ove, battisi per un quarto d’ora fino a tanto che faccia el visiche e lascisi riposare per un quarto d’hora nel vaso bene coperto in luogo caldo e rigattasi un’altra volta. Poi habbisi apparecchiata una padella con strutto dandogli il fuoco, et muovasi la padella facendo che le frittelle si voltino nel strutto. Come si vedrà che hanno preso alquanto di coloretto e saranno leggiere, cavisino con la cocchiara forate e servisino calde con succaro sopra.[2]

Improponibile ma simpatico. In pratica fare a occhio 😉

[1]Giuseppe Maffioli, Franco Muzzio Editore, Padova 1987.

[2]Ibidem, pp. 76-77.

Mare magnum

Deutsch: Francis Bacon Frontispiz aus Sylva sy...

Ho sempre sognato di dipingere il sorriso, ma non ci sono mai riuscito

Francis Bacon

Mi ha sempre incuriosito il fatto che sir Francis Bacon (1561-1626), nome prima latinizzato in Franciscus Baconus, e poi italianizzato in Francesco Bacone, fosse un antenato del pittore Francis Bacon (1909-1992). Filosofo preferito dagli illuministi, Diderot dedicò a lui l’Enciclopedia, viene considerato il padre dell’empirismo inglese, autore di un’opera complessa, il Novum Organicum (1620), una critica diretta all’Organicum aristotelico e alla logica scolastica.

Bacone non risparmia nessuno, vuole rifondare un nuovo sapere, una nuova scienza, libera da pre-giudizi, i temibilissimi idoli, e basata su un nuovo metodo: l’induzione per eliminazione. Leggendo alcuni tentativi di spiegazione del suo metodo su alcuni dizionari filosofici, ho avuto la stessa impressione confusa restituita dalle traduzioni tecniche multilingue degli elettrodomestici: un senso di vaghezza diffuso, in cui il messaggio non è affatto chiaro ma volutamente ambiguo per non cadere in un errore di interpretazione che restituisce la confusione mentale del traduttore. E come di solito accade, si finisce con l’imparare da soli, procedendo per tentativi, un sistema primitivo che funziona sempre.

Bacone sostiene che l’immaginazione ha poteri occulti, ma sono straordinarie le sue applicazioni: può essere utilizzata per bloccare il processo di fermentazione della birra. Sicuramente un’idea fuori dal comune.

Tra i progetti che stavano a cuore al Lord Cancelliere della filosofia (1) ci sono un elenco di esplorazioni accomunate dallo stesso intento, introdurre in un corpo dato un’opera nuova: fare leghe di metalli per scopi diversi, rendere il vetro più trasparente, o infrangibile, individuare un metodo per conservare durante l’estate i limoni, le arance, i cedri, far maturare più rapidamente i piselli, le fragole o le ciligie, cercare di ottenere – dal ferro unito alla selce o a qualche altra pietra – un metallo più leggero del ferro e non attaccabile dalla ruggine, (il comunemente noto acciaio), fondamentale per gli utensili di cucina, spiedi, fornelli, girarrosti, pentole, e in secondo luogo, per gli strumenti bellici, come pezzi di artiglieria, saracinesche, griglie, catene.

Bacone predilige sempre gli experimenta lucifera, gli esperimenti che portano luce, “hanno la meravigliosa virtù di non ingannare e di non deludere mai, non hanno il compito di produrre qualche opera, ma di rivelare qualche causa naturale. Così qualunque risultato essi forniscono, soddisfano il loro scopo e risolvono il problema.” (2)

Un sistema apparentemente semplice arricchito da una serie di ramificazioni: istanze solitarie, istanze migranti, istanze ostensive, istanze clandestine, istanze costitutive, istanze conformi, istanze monadiche, istanze devianti…Le istanze della croce introducono il concetto di bivio o biforcazione di fronte a una causa esaminata: nel dubbio, bisogna sempre preferire il vincolo che rimane costante e indissolubile.

La questione rimane tuttora aperta, secondo la meccanica quantistica è probabile riscoprire leggi scientifiche contro-intuitive.

Ci sono cattivi esploratori che pensano che non ci siano terre dove approdare solo perché non riescono a vedere altro che mare attorno a sé.

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(1) La definizione è di Harvey.

(2) Giovanni Reale, Dario Antiseri, Il pensiero occidentale, Volume II, Edizioni Scolastica, 1983, p. 258.

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