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Wallace Stevens e il fantasma del coniglio

Wallace Stevens' house
Wallace Stevens’ house

 

 

 

 

 

 

 

In una delle mie solite peregrinazioni online che mi portano a raggiungere sempre luoghi inaspettati, sono capitata su un titolo curioso, “The Rabbit as king of the ghosts” – il coniglio come re dei fantasmi – una poesia scritta da Wallace Stevens (1879 – 1955) nella primavera del 1937; protagonista un misterioso coniglio nel giardino della casa dello scrittore ad Hartford, nel Connecticut.

Leggendo le interpretazioni dei commentatori, il significato della poesia diventava sempre più confuso, si era aperto un vero caso sull’identità del coniglio, il dilemma veniva risolto solo in parte. C’era chi sosteneva che il coniglio alludesse a qualcosa di indefinito, senza però specificare cosa, chi invece era convinto che il coniglio fosse una metafora della poesia stessa, chi non si arrendeva alla fisicità del gatto, un personaggio minore rispetto al coniglio ma che comunque aveva un ruolo di disturbo, e alla fine scompariva nell’erba come un insetto, previsto dal cambio di prospettiva.

Nessuna delle spiegazioni mi aveva convinto completamente, cerchez le lapin mi sono detta…così l’ho tradotta, e mi sono fatta una mia opinione.

Originario di Reading in Pennsylvania, Stevens aveva studiato legge ad Harvard e New York e si era trasferito con la moglie Elsie Viola Kachel nel Connecticut – nella casa raffigurata nella foto – per lavorare come dirigente in una compagnia assicurativa. La vita matrimoniale venne minata dalla malattia mentale della moglie, dalla quale Stevens non si separò mai, due mondi paralleli sotto lo stesso tetto. Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento segnalo il carteggio The contemplated spouse, una raccolta che contiene tutte le lettere scritte alla moglie.

“The rabbit as king of the ghosts”, è una poesia apparentemente semplice ma piuttosto complessa, come è del resto la scrittura di Stevens, costruita a strati, secondo livelli di lettura diversi che man mano si fanno più intricati; la metamorfosi del coniglio è una riflessione sulla creatività, costruita sul rapporto conflittuale tra due animali, il gatto e il coniglio.

L’identità, o meglio il tema della megalomania del coniglio, ricomparirà in un altro romanzo americano, Infinite Jest (1996) di David Foster Wallace, dove Stevens viene evocato con un verso della sua poesia, “a self that touches all edges” (un sé che tocca tutti i confini).

Stevens descrive perfettamente quel momento in cui ci perdiamo completamente nei nostri pensieri in una dimensione sospesa, in cui esistiamo solo noi, immersi nelle nostre proiezioni mentali, quell’istante effimero in cui siamo inconsapevolmente felici e non abbiamo bisogno di altro.

Quel preciso momento di onnipotenza creativa è stato descritto dettagliatamente  dallo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi in un saggio brillante, Finding Flow, trovare quel “flusso” o esperienza ottimale in cui siamo totalmente presi da ciò che facciamo, e quando coincidiamo con le nostre azioni, assaporiamo la felicità, perdiamo la dimensione del tempo, istanti diventano ore.

Il coniglio di Stevens si alimenta dell’ispirazione della notte, diventa macroscopico al punto da confondersi con la volta del cielo, un’estensione di uno stato d’animo bisognoso di nuove visioni.

Il coniglio come re dei fantasmi

 

La difficoltà a pensare alla fine del giorno,

Quando l’ombra informe copre il sole

E non rimane che la luce sulla tua pelliccia–

 

C’era il gatto che si sbrodolava di latte tutto il giorno

Un gatto grasso, lingua rossa, mente verde, latte bianco

E agosto è il mese più tranquillo.

 

Starsene sull’erba, in questo periodo tranquillissimo,

Senza quel monumento del gatto.

Il gatto dimenticato sulla luna;

 

E sentire che la luce è una luce di coniglio

In cui tutto ha un senso per te

E non c’è bisogno di spiegare nulla;

 

Allora non c’è nulla a cui pensare. Arriva da sola;

E l’est si affretta a ovest, e l’ovest scende in fretta

Niente importa, e l’erba è piena

 

Piena di te, gli alberi intorno sono per te,

L’intera vastità della notte è per te,

Un sé che tocca tutti i confini,

 

Diventi un sé che riempie i quattro angoli della notte,

Il gatto rosso scompare nella luce della tua pelliccia,

E ti ritrovi incurvato, incurvato più in alto,

 

Incurvato sempre più in alto, nero come la pietra–

Ti siedi con la testa come un intaglio nello spazio,

E il gattino verde è un insetto nell’erba.

——————————————————————————————–

The Rabbit as king of the ghosts

 

The difficulty to think at the end of day,

When the shapeless shadow covers the sun

And nothing is left except light on your fur—

 

There was the cat slopping its milk all day,

Fat cat, red tongue, green mind, white milk

And August the most peaceful month.

 

To be, in the grass, in the peacefullest time,

Without that monument of cat,

The cat forgotten on the moon;

 

And to feel that the light is a rabbit-light

In which everything is meant for you

And nothing need be explained;

 

Then there is nothing to think of. It comes of itself;

And east rushes west and west rushes down,

No matter. The grass is full

 

And full of yourself. The trees around are for you,

The whole of the wideness of night is for you,

A self that touches all edges,

 

You become a self that fills the four corners of night.

The red cat hides away in the fur-light

And there you are humped high, humped up,

 

You are humped higher and higher, black as stone—

You sit with your head like a carving in space

And the little green cat is a bug in the grass.

Wallace Stevens e il fantasma del coniglio

Wallace Stevens' house
Wallace Stevens’ house

 

 

 

 

 

 

 

In una delle mie solite peregrinazioni online che mi portano a raggiungere sempre luoghi inaspettati, sono capitata su un titolo curioso, “The Rabbit as king of the ghosts” – il coniglio come re dei fantasmi – una poesia scritta da Wallace Stevens (1879 – 1955) nella primavera del 1937; protagonista un misterioso coniglio nel giardino della casa dello scrittore ad Hartford, nel Connecticut.

Leggendo le interpretazioni dei commentatori, il significato della poesia diventava sempre più confuso, si era aperto un vero caso sull’identità del coniglio, il dilemma veniva risolto solo in parte. C’era chi sosteneva che il coniglio alludesse a qualcosa di indefinito, senza però specificare cosa, chi invece era convinto che il coniglio fosse una metafora della poesia stessa, chi non si arrendeva alla fisicità del gatto, un personaggio minore rispetto al coniglio ma che comunque aveva un ruolo di disturbo, e alla fine scompariva nell’erba come un insetto, previsto dal cambio di prospettiva.

Nessuna delle spiegazioni mi aveva convinto completamente, cerchez le lapin mi sono detta…così l’ho tradotta, e mi sono fatta una mia opinione.

Originario di Reading in Pennsylvania, Stevens aveva studiato legge ad Harvard e New York e si era trasferito con la moglie Elsie Viola Kachel nel Connecticut – nella casa raffigurata nella foto – per lavorare come dirigente in una compagnia assicurativa. La vita matrimoniale venne minata dalla malattia mentale della moglie, dalla quale Stevens non si separò mai, due mondi paralleli sotto lo stesso tetto. Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento segnalo il carteggio The contemplated spouse, una raccolta che contiene tutte le lettere scritte alla moglie.

“The rabbit as king of the ghosts”, è una poesia apparentemente semplice ma piuttosto complessa, come è del resto la scrittura di Stevens, costruita a strati, secondo livelli di lettura diversi che man mano si fanno più intricati; la metamorfosi del coniglio è una riflessione sulla creatività, costruita sul rapporto conflittuale tra due animali, il gatto e il coniglio.

L’identità, o meglio il tema della megalomania del coniglio, ricomparirà in un altro romanzo americano, Infinite Jest (1996) di David Foster Wallace, dove Stevens viene evocato con un verso della sua poesia, “a self that touches all edges” (un sé che tocca tutti i confini).

Stevens descrive perfettamente quel momento in cui ci perdiamo completamente nei nostri pensieri in una dimensione sospesa, in cui esistiamo solo noi, immersi nelle nostre proiezioni mentali, quell’istante effimero in cui siamo inconsapevolmente felici e non abbiamo bisogno di altro.

Quel preciso momento di onnipotenza creativa è stato descritto dettagliatamente  dallo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi in un saggio brillante, Finding Flow, trovare quel “flusso” o esperienza ottimale in cui siamo totalmente presi da ciò che facciamo, e quando coincidiamo con le nostre azioni, assaporiamo la felicità, perdiamo la dimensione del tempo, istanti diventano ore.

Il coniglio di Stevens si alimenta dell’ispirazione della notte, diventa macroscopico al punto da confondersi con la volta del cielo, un’estensione di uno stato d’animo bisognoso di nuove visioni.

Il coniglio come re dei fantasmi

 

La difficoltà a pensare alla fine del giorno,

Quando l’ombra informe copre il sole

E non rimane che la luce sulla tua pelliccia–

 

C’era il gatto che si sbrodolava di latte tutto il giorno

Un gatto grasso, lingua rossa, mente verde, latte bianco

E agosto è il mese più tranquillo.

 

Starsene sull’erba, in questo periodo tranquillissimo,

Senza quel monumento del gatto.

Il gatto dimenticato sulla luna;

 

E sentire che la luce è una luce di coniglio

In cui tutto ha un senso per te

E non c’è bisogno di spiegare nulla;

 

Allora non c’è nulla a cui pensare. Arriva da sola;

E l’est si affretta a ovest, e l’ovest scende in fretta

Niente importa, e l’erba è piena

 

Piena di te, gli alberi intorno sono per te,

L’intera vastità della notte è per te,

Un sé che tocca tutti i confini,

 

Diventi un sé che riempie i quattro angoli della notte,

Il gatto rosso scompare nella luce della tua pelliccia,

E ti ritrovi incurvato, incurvato più in alto,

 

Incurvato sempre più in alto, nero come la pietra–

Ti siedi con la testa come un intaglio nello spazio,

E il gattino verde è un insetto nell’erba.

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The Rabbit as king of the ghosts

 

The difficulty to think at the end of day,

When the shapeless shadow covers the sun

And nothing is left except light on your fur—

 

There was the cat slopping its milk all day,

Fat cat, red tongue, green mind, white milk

And August the most peaceful month.

 

To be, in the grass, in the peacefullest time,

Without that monument of cat,

The cat forgotten on the moon;

 

And to feel that the light is a rabbit-light

In which everything is meant for you

And nothing need be explained;

 

Then there is nothing to think of. It comes of itself;

And east rushes west and west rushes down,

No matter. The grass is full

 

And full of yourself. The trees around are for you,

The whole of the wideness of night is for you,

A self that touches all edges,

 

You become a self that fills the four corners of night.

The red cat hides away in the fur-light

And there you are humped high, humped up,

 

You are humped higher and higher, black as stone—

You sit with your head like a carving in space

And the little green cat is a bug in the grass.

Il ricatto delle missive

Fra i sentimenti, una grande mente apprende la diffidenza per ultima.

(Jean Racine)

Rimettendo apposto gli scaffali della libreria ho ritrovato una piccola gemma, Lettere di una monaca portoghese (1), un breve epistolario pubblicato per la prima volta il 4 Gennaio del 1669. A giudicare dal titolo nessuno immaginerebbe cinque lettere infuocate piene di ardore inviate a un ufficiale francese…Eppure le “portoghesi” divennero un vero e proprio genere letterario che connotava le lettere d’amore appassionate, note anche come lettere di rimprovero. L’arte risiedeva nella stesura delle lamentele che dovevano essere espresse con una certa eleganza, uno dei cinque pilastri della retorica classica.(2)

Qui però le cose si complicavano, le accuse di tradimento e abbandono erano state scritte da una religiosa che si firmava solamente con il nome di Marianna.

L’anonimato dell’autrice contribuì enormemente al successo letterario del testo, un’operazione commerciale ben architettata, con già ventuno ristampe nel giro di cinque anni dalla pubblicazione. Le lettere suscitarono una vera e propria querelle tra chi sosteneva che l’autrice fosse davvero una monaca, Marianna Alcoforada – dai documenti storici si scoprì che effettivamente ci fu una Maria Ana Alcoforado che visse nel convento di Beja e che poteva corrispondere a un identikit verosimile della narratrice – e i non-autenticisti che negavano la possibilità che una suora con una preparazione culturale limitata potesse scrivere nello stesso stile di Racine. Si risalì persino al presunto amante, il cavaliere Noël Bouton de Chamilly, ufficiale di Luigi XIV, che aveva partecipato alla campagna di Portogallo negli stessi anni.

Dopo due secoli Green indicò come possibile autore il conte di Guilleragues, un nobile guascone, originario di Bordeaux, avvocato, amico di molti letterati tra cui Racine, Boileau, Madame de Sévigné, La Rochefoucault. Guilleragues però non rivendicò mai la paternità delle lettere. Il francesista Giovanni Macchia adottò un atteggiamento più scettico non riscontrando nessun parallelo significativo tra le lettere e la vita di Guilleragues.

Ancora oggi gli studiosi continuano a dubitare.

Leggendo le lettere si capisce da subito che la frustrazione di un amore non corrisposto è stata costruita con grande abilità, in un susseguirsi di domande che alimentano altre domande, con una tensione crescente che alterna logica e struggimento.

La scrittura restituisce le riflessioni confuse di un’anima tormentata che si interroga costantemente perché non si dà pace. Dopo un percorso labirintico, fortunatamente Marianna approda a una verità disarmante, la rabbia deve cedere il posto a una nuova consapevolezza: “…sono forse obbligata a rendervi puntualmente conto di tutte le mie emozioni?”

In quel preciso istante non si può non essere non solidali con la riscoperta di una tappa obbligatoria: l’amorevolezza. L’ira non è mai placata dall’ira.

——————————————————————————————–

(1)  Marsilio Editori, Venezia 1991.

(2)  Ordo, inventio, dispositio, elocutio, elegantia.

Il ricatto delle missive

Fra i sentimenti, una grande mente apprende la diffidenza per ultima.

(Jean Racine)

Rimettendo apposto gli scaffali della libreria ho ritrovato una piccola gemma, Lettere di una monaca portoghese (1), un breve epistolario pubblicato per la prima volta il 4 Gennaio del 1669. A giudicare dal titolo nessuno immaginerebbe cinque lettere infuocate piene di ardore inviate a un ufficiale francese…Eppure le “portoghesi” divennero un vero e proprio genere letterario che connotava le lettere d’amore appassionate, note anche come lettere di rimprovero. L’arte risiedeva nella stesura delle lamentele che dovevano essere espresse con una certa eleganza, uno dei cinque pilastri della retorica classica.(2)

Qui però le cose si complicavano, le accuse di tradimento e abbandono erano state scritte da una religiosa che si firmava solamente con il nome di Marianna.

L’anonimato dell’autrice contribuì enormemente al successo letterario del testo, un’operazione commerciale ben architettata, con già ventuno ristampe nel giro di cinque anni dalla pubblicazione. Le lettere suscitarono una vera e propria querelle tra chi sosteneva che l’autrice fosse davvero una monaca, Marianna Alcoforada – dai documenti storici si scoprì che effettivamente ci fu una Maria Ana Alcoforado che visse nel convento di Beja e che poteva corrispondere a un identikit verosimile della narratrice – e i non-autenticisti che negavano la possibilità che una suora con una preparazione culturale limitata potesse scrivere nello stesso stile di Racine. Si risalì persino al presunto amante, il cavaliere Noël Bouton de Chamilly, ufficiale di Luigi XIV, che aveva partecipato alla campagna di Portogallo negli stessi anni.

Dopo due secoli Green indicò come possibile autore il conte di Guilleragues, un nobile guascone, originario di Bordeaux, avvocato, amico di molti letterati tra cui Racine, Boileau, Madame de Sévigné, La Rochefoucault. Guilleragues però non rivendicò mai la paternità delle lettere. Il francesista Giovanni Macchia adottò un atteggiamento più scettico non riscontrando nessun parallelo significativo tra le lettere e la vita di Guilleragues.

Ancora oggi gli studiosi continuano a dubitare.

Leggendo le lettere si capisce da subito che la frustrazione di un amore non corrisposto è stata costruita con grande abilità, in un susseguirsi di domande che alimentano altre domande, con una tensione crescente che alterna logica e struggimento.

La scrittura restituisce le riflessioni confuse di un’anima tormentata che si interroga costantemente perché non si dà pace. Dopo un percorso labirintico, fortunatamente Marianna approda a una verità disarmante, la rabbia deve cedere il posto a una nuova consapevolezza: “…sono forse obbligata a rendervi puntualmente conto di tutte le mie emozioni?”

In quel preciso istante non si può non essere non solidali con la riscoperta di una tappa obbligatoria: l’amorevolezza. L’ira non è mai placata dall’ira.

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(1)  Marsilio Editori, Venezia 1991.

(2)  Ordo, inventio, dispositio, elocutio, elegantia.

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