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Orsi e passioni canadesi

The Canes Venatici constellation from Uranogra...

[…] non riuscivo a introdurre dei personaggi in una stanza senza descrivere tutti i mobili. Lei mi dice che Hemingway insegnava a non descrivere mai i personaggi. So tutto di quella regola. Ma tiro dritto.

Alice Munro

Mi dispiace per gli altri candidati, ma il premio Nobel per la letteratura – il chimico e filantropo Nobel ha una storia tristissima, per colpa della sua scoperta esplosiva perse il fratello e il padre rimase gravemente menomato – l’hanno dato alla scrittrice canadese Alice Munro, originaria dell’Ontario, terra di orsi, laghi e volpi…

La Munro ora è conosciuta ovunque, grazie alla raccolta di racconti Lives of girls and women, che in italiano viene rovesciato in Vite di donne e ragazze.

Io ho iniziato a leggerla per merito di un’altra scrittrice canadese Marian Engel, autrice di un romanzo molto popolare in Canada, Bear (Orso, 1976), l’incontro di una bibliotecaria con un orso, insolito e a tratti surreale, perché tra i due scoppia la passione, una passione così travolgente che alla fine ti affezioni pure all’orso. E infatti prestai il libro a un amico e non lo rividi più, la trama evidentemente gli era piaciuta.

La Munro fu la prima scrittrice a vincere nel 1986 il Marian Engel Award, un premio letterario in memoria della Engel che onorava la carriera delle scrittrici canadesi con una somma di denaro, circa 10000 $canadesi, durato fino al 2007 e poi sparito dalla circolazione. Ormai io la collego sempre all’orso della Engel, animale mitico che serve per ridefinire il nostro rapporto con la natura selvaggia.

Nel libro della Engel il significato dell’animale varia a seconda dello sguardo di chi lo osserva, non a caso l’orso vive su un’isola sperduta, a sottolineare il fatto di essere lui stesso un’isola in un’altra isola, un’identità a sé. Tralascio le letture psicoanalitiche sulla sessualità dell’orso, dalla “pelliccia così folta da non poter essere penetrata”, ma Lou, la bibliotecaria che deve catalogare il lascito di libri alla fondazione per cui lavora in una remota località del Canada, non si arrende, e rompe il tabù, addomestica temporaneamente l’orso, ma solo temporaneamente, come accade in ogni rituale. Alla fine l’orso ricomparirà solamente nella sua connotazione cosmica come orsa maggiore, ritorna al paesaggio e rivive nel ricordo, secondo il significato originario di ri-cordare, riportare al cuore…

Uno dei più grandi critici letterari del Novecento Northrop Frye è convinto che la narrativa canadese sia ricca di immaginazione proprio perché profondamente radicata nel “possibile”, vasti territori inesplorati che invitano attraversamenti inaspettati.

Ed è proprio così…come testimonia il commento di una lettrice su goodreads:

Ok tornando alla realtà, lasciando da parte simbolismo e allegoria, questo è un libro che racconta di una donna che se la fa con un orso. Inutile aggiungere che non guarderò mai più gli orsi e il miele (e forse anche le persone) senza sentirmi un po’ morbosa da adesso in poi ma devo ammettere che questa bestia strana, inquietante e magnifica mi ha stupito e meravigliato.

L’orso ha colpito ancora…

Le interviste possibili: VIII. Alieno de Boötes

L’ottavo appuntamento con le interviste possibili si sposta nello spazio, sono finalmente riuscita a mettermi in contatto con Alieno de Boötes, direttamente dalla costellazione di Boötes, altrimenti nota come Supervuoto, una delle 48 costellazioni elencate da Tolomeo, nei suoi confini si trova la quarta stella più luminosa del cielo, Arcturus, tra +10° e +60° di declinazione, 13 e 16 ore di ascensione sulla sfera celeste, questo secondo le rotte ufficiali… Il protagonista della nostra puntata colleziona e archivia nella sua libreria tecnologica materiale terrestre e proveniente da altre galassie con amorevole perizia, amante del cinema, musicista e saggista, è un ricercatore esperto. Benvenuto nel mio salotto virtuale, potrei offrirti una grappa Klingon per festeggiare l’eccezionalità dell’evento, inutile dirti che è molto alcolica, un caffè, un tè, ultimamente molto richiesto, a te la scelta…

Dell’ottima acqua frizzante andrebbe benissimo, grazie … è così essenzialmente … “terrestre”!

Perfetto, l’acqua frizzante piace molto anche a me. La prima domanda che ti faccio è legata proprio al tuo rapporto con la tecnologia, sei un fanatico dell’aggiornamento o un nostalgico?

Non mi sono mai fidato e – da sempre – sono “immediatamente” diffidente nei confronti delle nuove tecnologie in generale, soprattutto guardo sempre con diffidenza l’entusiasmo altrui per le dichiarate “straordinarie libertà” (spesso solo apparenti e falsamente strombazzate) da esse create o favorite. Credo di vivere in un momento in cui brilla troppo spesso la facile illusione di potersi emancipare, liberare dalle presenti catene di un ingombrante passato affidandosi ciecamente alle bizzarre acrobazie di un progresso tecno(il)logico che – a conti fatti invece – disegna principalmente infiniti intrecci di “nuovi bisogni” che risultano poi essere forieri di una ulteriore sostanziale confusione esistenziale (mi viene in mente l’affascinante ma perniciosa “superorganizzazione Huxleyana”). L’unico modo per non soffrire di questo prodotto convulso e caotico sembra essere quello di scegliere di accettare questo status senza opporsi ed abbandonarsi completamente al flusso tecnologico ed alle sue innumerevoli “nuove regole” (ovvero delle “nuove catene “gestite” altrove da sconosciuti “giocatori”). Ma in realtà questa forma di rinuncia non fa proprio per me e quindi fondamentalmente sono un nostalgico perchè ho ancora la sensazione che il passato permetta scelte basate su possibili giudizi fondati (conoscenza), il futuro concede solo prospettive in cui l’errore potenziale è dietro l’angolo (aspirazione). Ovviamente la chiara consapevolezza dello scorrere del tempo in un’unica direzione mi obbliga ad accettare questo ineluttabile processo in divenire che, nostalgica-mente, mi permetto solo di non preferire.

Negli ipotetici mondi futuri segnalati e descritti dalla fantascienza del passato, alcuni purtroppo clamorosamente smentiti dallo sviluppo degli eventi in epoche successive, ho sempre tifato per l’utopia dell’Arcadia, le macchine finiscono sempre per essere troppo invasive e lo spazio riservato all’emozione si trasforma in ossessione di controllo con effetti spesso devastanti. Ci specchiamo spesso in universi che non sappiamo comprendere…è un’attitudine tipicamente terrestre?

Aspiriamo (talvolta specchiandocisi dentro) ad universi e dimensioni parallele perché nel tempo ci siamo emancipati dalle necessità di base ed abbiamo portato la nostra evoluzione ad arricchire lo spirito con osservazioni e speculazioni su realtà (chissà poi quanto “chimicamente solo immaginarie”) dove creare in esse stessi ulteriori elementi di ricerca ed evoluzione. L’”alienità” (o “posizione alternativa” o “aliud Kierkegaardiano”) forse sta nella condizione di forte consapevolezza parallela ad una (o più) delle realtà salvifiche presenti nel contesto involuto del pensiero moderno (sempre più triste e primitivo). Le macchine e/o la ricerca del progresso fine a se stessa sono l’esempio perfetto dell’aspirazione umana a “delegare” qualsiasi cosa finanche una specie di “delega” del proprio stesso “sentire o esistere” ….

“Alcuni scienziati affermano che l’idrogeno, poiché sembra essere ovunque, sia la sostanza basilare dell’universo; non sono d’accordo. Io dico che c’è molta più stupidità che idrogeno, e che quella è la vera sostanza costitutiva dell’universo.” Aveva ragione Frank Zappa?

Detta da un terrestre cinico e disilluso (ed orgogliosamente non particolarmente colto) è una sarcastica e paradossale affermazione che ha le sue teoriche evidenze a favore. Ma la stupidità rimane essenzialmente un parametro troppo “umano” per poter essere applicato ad un ipotetico qualsiasi universo che ancora non conosciamo (ma che forse proveremo a conoscere purtroppo sospinti proprio da quella umana stupidità).

“Cambiare musica” è una tipica espressione che segnala la necessità di cambiare scenario, non a caso il cambiamento è innescato dall’udito, da una colonna sonora che ci permette di intravvedere altri mondi possibili e magicamente l’esterno si accorda a un interno che ci corrisponde. Ricordi ancora il primo disco che hai ascoltato?

Si, perfettamente. Era un 78 giri che mio padre aveva portato dai suoi numerosi viaggi in Cina nel 1932. Era una pièce orchestrale giapponese che all’epoca era una esplicita manifestazione di propaganda di regime estremamente patriottica (da quello che ho poi scoperto negli anni) ma che ha avuto nel mio immaginario di due anni un effetto detonante tanto persistemte che ancora oggi mi ricordo quasi perfettamente la sua linea melodica, pur non avendo più avuto ormai da anni l’opportunità di ascoltarlo … (grazie – appunto – a quella tecnologia di cui sopra che, migliorando i propri standard, di fatto CANCELLA i precedenti relegando i prodotti passati ad inutili oggetti di memoria inservibili alla trasmissione generazionale culturale). Ricordo anche il primo ascolto più essenzialmente ludico, ma già abbastanza consapevole, del Peer Gynt di Edward Grieg avvenuto pochi anni dopo, così come alla stessa stregua uno dei primi 45 giri della Kama-Sutra che gracchiando dalla mia radio-giradischi Imperial raccontava di un’estate passata nella caotica città della dinamica (e lontana) america (“Summer in the city” di Lovin’ Spoonful). Ma forse io “cambiai musica” quando mio fratello maggiore (alla cui preziosa memoria dedico sempre ancora oggi ogni mio ascolto musicale) mi fece conoscere un modo “parallelo” di ascoltare la musica, di approcciarne il senso … anche di quella più apparentemente semplice e banale. Ho così incontrato Beatles, Rolling Stones e Bob Dylan all’inizio del mio “nuovo itinerario” fino al messaggio essenziale che ho capito ascoltando – adolescente – l’”animale” Eric Burdon cantare (accompagnato da un gruppo chiamato “GUERRA”) “No, They can’t take away our music”. Per me fu quello il bivio da cui sono poi partito per la mia personale audio-esplorazione parallela.

Quale video hai scelto per noi e perché?

[Scena Stargate di 2001 Odissea nello spazio]

Perchè racchiude in un unico microuniverso audiovisivo di poco più di nove minuti il “passato”, il “presente”, un “futuro”, una “tecnologia” e la “primordialità essenziale”, la “paura” e lo “stupore o meraviglia” il tutto nella prospettiva di una sconosciuta ma percepita speranza. (e poi perchè mi ricorda un po’ Bootes!)

Grazie Alieno, non potevi fare scelta migliore, è stato un grande regalo averti a bordo qui con noi.

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Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà mercoledì 2 ottobre, STAY TUNED…

Le interviste possibili: VIII. Alieno de Boötes

L’ottavo appuntamento con le interviste possibili si sposta nello spazio, sono finalmente riuscita a mettermi in contatto con Alieno de Boötes, direttamente dalla costellazione di Boötes, altrimenti nota come Supervuoto, una delle 48 costellazioni elencate da Tolomeo, nei suoi confini si trova la quarta stella più luminosa del cielo, Arcturus, tra +10° e +60° di declinazione, 13 e 16 ore di ascensione sulla sfera celeste, questo secondo le rotte ufficiali… Il protagonista della nostra puntata colleziona e archivia nella sua libreria tecnologica materiale terrestre e proveniente da altre galassie con amorevole perizia, amante del cinema, musicista e saggista, è un ricercatore esperto. Benvenuto nel mio salotto virtuale, potrei offrirti una grappa Klingon per festeggiare l’eccezionalità dell’evento, inutile dirti che è molto alcolica, un caffè, un tè, ultimamente molto richiesto, a te la scelta…

Dell’ottima acqua frizzante andrebbe benissimo, grazie … è così essenzialmente … “terrestre”!

Perfetto, l’acqua frizzante piace molto anche a me. La prima domanda che ti faccio è legata proprio al tuo rapporto con la tecnologia, sei un fanatico dell’aggiornamento o un nostalgico?

Non mi sono mai fidato e – da sempre – sono “immediatamente” diffidente nei confronti delle nuove tecnologie in generale, soprattutto guardo sempre con diffidenza l’entusiasmo altrui per le dichiarate “straordinarie libertà” (spesso solo apparenti e falsamente strombazzate) da esse create o favorite. Credo di vivere in un momento in cui brilla troppo spesso la facile illusione di potersi emancipare, liberare dalle presenti catene di un ingombrante passato affidandosi ciecamente alle bizzarre acrobazie di un progresso tecno(il)logico che – a conti fatti invece – disegna principalmente infiniti intrecci di “nuovi bisogni” che risultano poi essere forieri di una ulteriore sostanziale confusione esistenziale (mi viene in mente l’affascinante ma perniciosa “superorganizzazione Huxleyana”). L’unico modo per non soffrire di questo prodotto convulso e caotico sembra essere quello di scegliere di accettare questo status senza opporsi ed abbandonarsi completamente al flusso tecnologico ed alle sue innumerevoli “nuove regole” (ovvero delle “nuove catene “gestite” altrove da sconosciuti “giocatori”). Ma in realtà questa forma di rinuncia non fa proprio per me e quindi fondamentalmente sono un nostalgico perchè ho ancora la sensazione che il passato permetta scelte basate su possibili giudizi fondati (conoscenza), il futuro concede solo prospettive in cui l’errore potenziale è dietro l’angolo (aspirazione). Ovviamente la chiara consapevolezza dello scorrere del tempo in un’unica direzione mi obbliga ad accettare questo ineluttabile processo in divenire che, nostalgica-mente, mi permetto solo di non preferire.

Negli ipotetici mondi futuri segnalati e descritti dalla fantascienza del passato, alcuni purtroppo clamorosamente smentiti dallo sviluppo degli eventi in epoche successive, ho sempre tifato per l’utopia dell’Arcadia, le macchine finiscono sempre per essere troppo invasive e lo spazio riservato all’emozione si trasforma in ossessione di controllo con effetti spesso devastanti. Ci specchiamo spesso in universi che non sappiamo comprendere…è un’attitudine tipicamente terrestre?

Aspiriamo (talvolta specchiandocisi dentro) ad universi e dimensioni parallele perché nel tempo ci siamo emancipati dalle necessità di base ed abbiamo portato la nostra evoluzione ad arricchire lo spirito con osservazioni e speculazioni su realtà (chissà poi quanto “chimicamente solo immaginarie”) dove creare in esse stessi ulteriori elementi di ricerca ed evoluzione. L’”alienità” (o “posizione alternativa” o “aliud Kierkegaardiano”) forse sta nella condizione di forte consapevolezza parallela ad una (o più) delle realtà salvifiche presenti nel contesto involuto del pensiero moderno (sempre più triste e primitivo). Le macchine e/o la ricerca del progresso fine a se stessa sono l’esempio perfetto dell’aspirazione umana a “delegare” qualsiasi cosa finanche una specie di “delega” del proprio stesso “sentire o esistere” ….

“Alcuni scienziati affermano che l’idrogeno, poiché sembra essere ovunque, sia la sostanza basilare dell’universo; non sono d’accordo. Io dico che c’è molta più stupidità che idrogeno, e che quella è la vera sostanza costitutiva dell’universo.” Aveva ragione Frank Zappa?

Detta da un terrestre cinico e disilluso (ed orgogliosamente non particolarmente colto) è una sarcastica e paradossale affermazione che ha le sue teoriche evidenze a favore. Ma la stupidità rimane essenzialmente un parametro troppo “umano” per poter essere applicato ad un ipotetico qualsiasi universo che ancora non conosciamo (ma che forse proveremo a conoscere purtroppo sospinti proprio da quella umana stupidità).

“Cambiare musica” è una tipica espressione che segnala la necessità di cambiare scenario, non a caso il cambiamento è innescato dall’udito, da una colonna sonora che ci permette di intravvedere altri mondi possibili e magicamente l’esterno si accorda a un interno che ci corrisponde. Ricordi ancora il primo disco che hai ascoltato?

Si, perfettamente. Era un 78 giri che mio padre aveva portato dai suoi numerosi viaggi in Cina nel 1932. Era una pièce orchestrale giapponese che all’epoca era una esplicita manifestazione di propaganda di regime estremamente patriottica (da quello che ho poi scoperto negli anni) ma che ha avuto nel mio immaginario di due anni un effetto detonante tanto persistemte che ancora oggi mi ricordo quasi perfettamente la sua linea melodica, pur non avendo più avuto ormai da anni l’opportunità di ascoltarlo … (grazie – appunto – a quella tecnologia di cui sopra che, migliorando i propri standard, di fatto CANCELLA i precedenti relegando i prodotti passati ad inutili oggetti di memoria inservibili alla trasmissione generazionale culturale). Ricordo anche il primo ascolto più essenzialmente ludico, ma già abbastanza consapevole, del Peer Gynt di Edward Grieg avvenuto pochi anni dopo, così come alla stessa stregua uno dei primi 45 giri della Kama-Sutra che gracchiando dalla mia radio-giradischi Imperial raccontava di un’estate passata nella caotica città della dinamica (e lontana) america (“Summer in the city” di Lovin’ Spoonful). Ma forse io “cambiai musica” quando mio fratello maggiore (alla cui preziosa memoria dedico sempre ancora oggi ogni mio ascolto musicale) mi fece conoscere un modo “parallelo” di ascoltare la musica, di approcciarne il senso … anche di quella più apparentemente semplice e banale. Ho così incontrato Beatles, Rolling Stones e Bob Dylan all’inizio del mio “nuovo itinerario” fino al messaggio essenziale che ho capito ascoltando – adolescente – l’”animale” Eric Burdon cantare (accompagnato da un gruppo chiamato “GUERRA”) “No, They can’t take away our music”. Per me fu quello il bivio da cui sono poi partito per la mia personale audio-esplorazione parallela.

Quale video hai scelto per noi e perché?

[Scena Stargate di 2001 Odissea nello spazio]

Perchè racchiude in un unico microuniverso audiovisivo di poco più di nove minuti il “passato”, il “presente”, un “futuro”, una “tecnologia” e la “primordialità essenziale”, la “paura” e lo “stupore o meraviglia” il tutto nella prospettiva di una sconosciuta ma percepita speranza. (e poi perchè mi ricorda un po’ Bootes!)

Grazie Alieno, non potevi fare scelta migliore, è stato un grande regalo averti a bordo qui con noi.

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Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà mercoledì 2 ottobre, STAY TUNED…

Le interviste possibili: IV. Wanda Romano

Il quarto appuntamento dedicato alle interviste possibili ha come protagonista Wanda Romano, diplomata in scenografia all’Accademia di Brera, insegnante di materie artistiche, ha vissuto e lavorato per un lungo periodo a Madrid, scultrice, crea collezioni di gioie con un materiale insolito, il PET, la plastica riciclata, e risultati sorprendenti, sfumature di colori luminosi e cangianti, e una leggerezza e duttilità delicata. Le sue opere sono state esposte in mostre collettive e personali all’estero e in Italia, memorabile la sua installazione con 54 pezzi unici al Museo Plart di Napoli.

Prima di tutto, benvenuta nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Una menta, un aperitivo, un prosecco fresco…a te la scelta…

Felice di stare qui stasera, una menta è perfetta, ha un sapore antico.

Anch’io molto…vero, bene, ci beviamo due mente. La prima domanda che ti faccio giusto per rompere il ghiaccio, nella catalogazione classica delle Muse – Clio, Euterpe, Melpomene, Talia, Tersicore, Calliope, Polimnia, Erato, Urania – hai una musa preferita?

Tra le muse scelgo Urania, mi sento poco terrestre ho sempre la sensazione di appartenere ad un altro pianeta, ora più che mai, capisco poco gli umani, mi piace pensare che esistano altri mondi possibili, dove armonia e bellezza non sono contrastate come avviene sulla terra.

Tempi duri in effetti…però nominando Urania mi hai messo immediatamente di buon umore, mi hai fatto venire in mente la bellissima collana di fantascienza, con quelle copertine colorate che si aprono verso altri mondi… Come è iniziata la tua ricerca sugli anelli e oggetti scultura da indossare?

Sono sempre stata attratta dai materiali, sperimentare nuovi materiali, usarli in modo non convenzionale, la realizzazione di micro-sculture mi ha indirizzata alla realizzazione di gioielli, in quanto indossabili. Il corpo, uno “spazio privilegiato” per esporre le proprie opere. La scelta del PET (polietilene tereftelato) tipo di plastica di facile reperibilità, visto che ne siamo invasi – per intenderci sono fatte di PET tutti i contenitori di liquidi alimentari –  materiale, apparentemente povero, ma se sapientemente lavorato, può dare risultati sorprendenti. Vediamo le caratteristiche principali: leggerezza e plasticità, la leggerezza è reale, non solo visiva (data dalle trasparenze) ed è in contrasto con i materiali solitamente usati nella gioielleria, che sono pesantissimi metalli, pietre, ecc…la plasticità mi permette di creare forme dettagliatissime così come si trovano in natura, fonte di grande ispirazione micro-organismi, meduse, fiori, foglie, coralli ecc..La ricerca dell’armonia delle forma ci riporta a Urania e alle geometrie. Calibrare forme e colore, per peso visivo, fino al raggiungimento dell’equilibrio. Altra fonte di ispirazione sono i fratelli Blaschka, due maestri vetrai fine ‘800, straordinari artisti sconosciuti ai più. Realizzarono una quantità di opere in vetro per musei botanici a scopo scientifico, ma di sicuro valore artistico. Lalique, altro straordinario artista, che ha fatto del gioiello, sculture sublimi per forme e colori, impressionante la collezione di opere nel museo Gulbenkian di Lisbona.

Interessante il concetto del peso visivo, fondamentale come hai sottolineato per ottenere un equilibrio armonico…ora che hai nominato il museo Gulbenkian di Lisbona mi sento in colpa per non averlo visitato anni fa, motivo in più per ritornarci… Guardando le tue collezioni si nota che sei un’acuta osservatrice, gli anelli sono impreziositi da dettagli rivelatori, riprodotti con un’accuratezza commovente, mi vengono subito in mente i pistilli negli anelli-fiore, in abbinamenti cromatici giocati su contrasti sempre bene calibrati. Quanto tempo dedichi alla ricerca e alla sperimentazione? Che approccio hai?

Il tempo di realizzazione delle opere è molto vario, vi è molto di imponderabile, inizio con una idea, ma può stravolgersi nel percorso, i tempi di esecuzione variano da ore a settimane, dipende da molti fattori, la tecnica, a fiamma diretta, ricorda un po’ la tecnica del vetro, ma un errore alla fine può distruggere tutto. Per ogni pezzo finito, ve ne sono molti distrutti.

Ancora più brava allora, vedendo i risultati.

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Guillaume Apollinaire sosteneva che la geometria è per le arti plastiche ciò che la grammatica è per l’arte dello scrittore, sei d’accordo? Che rapporto hai con la tradizione?

Concordo con Apollinaire, senza geometria non vi è equilibrio. La tradizione è fonte di conoscenza, sono attratta dalle tradizioni popolari, penso a certi tesori che si trovano nei musei etnografici…

Sì hai ragione, ho passato giornate intere al British Museum di Londra, anche al Victoria&Albert Museum, ipnotizzata dai vestiti dei Samurai, viaggi a ritroso nel tempo, fughe assolutamente necessarie… Quale video hai scelto per noi e perché?

Il brano ”Perfect Day” di Lou Reed – lo trovo stupendo.

E allora ce lo ascoltiamo molto volentieri, grazie Wanda, e complimenti ancora per le tue opere, preziose e rare.

  

Per chi volesse visitare il blog di Wanda Romano, ecco il link: http://wandaromanodesign.blogspot.it

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Il prossimo appuntamento con le interviste possibili è il 17 luglio, STAY TUNED…

L’estate di Philip Larkin

A Chichan

Di Philip Larkin, poeta che mi piace molto, tempo fa avevo tradotto “Home is so sad”(1), la poesia che vi propongo oggi mi ha colpito perché descrive perfettamente il senso di smarrimento provocato da certe paure, con una sensibilità rara, l’imbarazzo di chi osserva si trasforma in timido riserbo.

Mamma, l’estate e io

Mia madre, che odia i temporali,

Blocca ogni giorno d’estate e lo svuota

Sospettosa per paura che cumuli

Di nuvole nere come uva si appostino nel cielo,

Ma quando il tempo di Agosto si guasta

E arrivano le piogge, e un fragile gelo

Affila l’aria abbandonata dagli uccelli

Perde il suo sguardo estivo preoccupato,

E io, suo figlio, anche se nato d’estate

E amante dell’estate, pure io

Mi sento più a mio agio quando cadono le foglie,

Troppo spesso i giorni estivi appaiono

Emblemi di una felicità perfetta

Che non sono capace di affrontare, devo aspettare

Un tempo meno sicuro, meno ricco, meno chiaro:

Un Autunno più adatto.

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Mother, Summer, I

My mother, who hates thunder storms,

Holds up each summer day and shakes

It out suspiciously, lest swarms

Of grape-dark clouds are lurking there;

But when the August weather breaks

And rains begin, and brittle frost

Sharpens the bird-abandoned air,

Her worried summer look is lost,

And I her son, though summer-born

And summer-loving, none the less

Am easier when the leaves are gone

Too often summer days appear

Emblems of perfect happiness

I can’t confront: I must await

A time less bold, less rich, less clear:

An autumn more appropriate.

§

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(1) vedi http://branoalcollo.wpcomstaging.com/2012/06/18/attraversamenti/

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