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cavaliere di Chamilly

Buone Feste e Buon Natale a Tutti

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Siamo finalmente arrivati alla meritata pausa natalizia, tempo di raccoglimento, di festa, di momenti passati con le persone più care, a me piace.

Inutile invece far cambiare idea a chi odia il Natale, però se persino il più accanito detrattore Ebenezer Scrooge si ricrede almeno nel racconto, un filo di speranza resta.

Josif Brodskij d’inverno veniva a Venezia a scrivere, complice la nebbia, poche anime in giro, e l’acqua.

La situazione è cambiata rispetto al 1989, agli attuali trenta milioni di turisti l’anno, ma Dorsoduro e la Fondamenta degli Incurabili rimangono luoghi poco frequentati fino alla sorpresa finale della vista del Bacino di San Marco e della Punta della Dogana.

Ho sempre aderito all’idea che Dio sia tempo, o almeno che lo sia il suo spirito. Magari era un’idea mia, di mia fabbricazione, ma adesso non ricordo. In ogni caso ho sempre pensato che se lo spirito di Dio aleggiava sopra la faccia dell’acqua, l’acqua non poteva non rifletterlo. Da qui il mio debole per l’acqua, per le sue pieghe, rughe, increspature e – poiché sono un nordico – per il suo grigiore. Penso, molto semplicemente, che l’acqua sia l’immagine del tempo, e la notte di Capodanno, con un gusto un po’ pagano, cerco sempre di trovarmi vicino all’acqua, possibilmente davanti a un mare o a un oceano, per assistere all’affiorare di una nuova porzione, di un’altra tazza di tempo. Non cerco una sirenetta a cavallo di una conchiglia; voglio vedere una nuvola o la cresta di un’onda che lambisce la riva a mezzanotte. Questo, per me, è tempo che esce dall’acqua e quando guardo il lungo pizzo che depone sulla spiaggia non lo guardo con la curiosità di una zingara sapiente ma con tenerezza e gratitudine. [1]

§

[1] Fondamenta degli Incurabili, Josif Brodskij, Adelphi, 2019, p. 40 §19, Traduzione di Gilberto Forti.

Il ricatto delle missive

Fra i sentimenti, una grande mente apprende la diffidenza per ultima.

(Jean Racine)

Rimettendo apposto gli scaffali della libreria ho ritrovato una piccola gemma, Lettere di una monaca portoghese (1), un breve epistolario pubblicato per la prima volta il 4 Gennaio del 1669. A giudicare dal titolo nessuno immaginerebbe cinque lettere infuocate piene di ardore inviate a un ufficiale francese…Eppure le “portoghesi” divennero un vero e proprio genere letterario che connotava le lettere d’amore appassionate, note anche come lettere di rimprovero. L’arte risiedeva nella stesura delle lamentele che dovevano essere espresse con una certa eleganza, uno dei cinque pilastri della retorica classica.(2)

Qui però le cose si complicavano, le accuse di tradimento e abbandono erano state scritte da una religiosa che si firmava solamente con il nome di Marianna.

L’anonimato dell’autrice contribuì enormemente al successo letterario del testo, un’operazione commerciale ben architettata, con già ventuno ristampe nel giro di cinque anni dalla pubblicazione. Le lettere suscitarono una vera e propria querelle tra chi sosteneva che l’autrice fosse davvero una monaca, Marianna Alcoforada – dai documenti storici si scoprì che effettivamente ci fu una Maria Ana Alcoforado che visse nel convento di Beja e che poteva corrispondere a un identikit verosimile della narratrice – e i non-autenticisti che negavano la possibilità che una suora con una preparazione culturale limitata potesse scrivere nello stesso stile di Racine. Si risalì persino al presunto amante, il cavaliere Noël Bouton de Chamilly, ufficiale di Luigi XIV, che aveva partecipato alla campagna di Portogallo negli stessi anni.

Dopo due secoli Green indicò come possibile autore il conte di Guilleragues, un nobile guascone, originario di Bordeaux, avvocato, amico di molti letterati tra cui Racine, Boileau, Madame de Sévigné, La Rochefoucault. Guilleragues però non rivendicò mai la paternità delle lettere. Il francesista Giovanni Macchia adottò un atteggiamento più scettico non riscontrando nessun parallelo significativo tra le lettere e la vita di Guilleragues.

Ancora oggi gli studiosi continuano a dubitare.

Leggendo le lettere si capisce da subito che la frustrazione di un amore non corrisposto è stata costruita con grande abilità, in un susseguirsi di domande che alimentano altre domande, con una tensione crescente che alterna logica e struggimento.

La scrittura restituisce le riflessioni confuse di un’anima tormentata che si interroga costantemente perché non si dà pace. Dopo un percorso labirintico, fortunatamente Marianna approda a una verità disarmante, la rabbia deve cedere il posto a una nuova consapevolezza: “…sono forse obbligata a rendervi puntualmente conto di tutte le mie emozioni?”

In quel preciso istante non si può non essere non solidali con la riscoperta di una tappa obbligatoria: l’amorevolezza. L’ira non è mai placata dall’ira.

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(1)  Marsilio Editori, Venezia 1991.

(2)  Ordo, inventio, dispositio, elocutio, elegantia.

Il ricatto delle missive

Fra i sentimenti, una grande mente apprende la diffidenza per ultima.

(Jean Racine)

Rimettendo apposto gli scaffali della libreria ho ritrovato una piccola gemma, Lettere di una monaca portoghese (1), un breve epistolario pubblicato per la prima volta il 4 Gennaio del 1669. A giudicare dal titolo nessuno immaginerebbe cinque lettere infuocate piene di ardore inviate a un ufficiale francese…Eppure le “portoghesi” divennero un vero e proprio genere letterario che connotava le lettere d’amore appassionate, note anche come lettere di rimprovero. L’arte risiedeva nella stesura delle lamentele che dovevano essere espresse con una certa eleganza, uno dei cinque pilastri della retorica classica.(2)

Qui però le cose si complicavano, le accuse di tradimento e abbandono erano state scritte da una religiosa che si firmava solamente con il nome di Marianna.

L’anonimato dell’autrice contribuì enormemente al successo letterario del testo, un’operazione commerciale ben architettata, con già ventuno ristampe nel giro di cinque anni dalla pubblicazione. Le lettere suscitarono una vera e propria querelle tra chi sosteneva che l’autrice fosse davvero una monaca, Marianna Alcoforada – dai documenti storici si scoprì che effettivamente ci fu una Maria Ana Alcoforado che visse nel convento di Beja e che poteva corrispondere a un identikit verosimile della narratrice – e i non-autenticisti che negavano la possibilità che una suora con una preparazione culturale limitata potesse scrivere nello stesso stile di Racine. Si risalì persino al presunto amante, il cavaliere Noël Bouton de Chamilly, ufficiale di Luigi XIV, che aveva partecipato alla campagna di Portogallo negli stessi anni.

Dopo due secoli Green indicò come possibile autore il conte di Guilleragues, un nobile guascone, originario di Bordeaux, avvocato, amico di molti letterati tra cui Racine, Boileau, Madame de Sévigné, La Rochefoucault. Guilleragues però non rivendicò mai la paternità delle lettere. Il francesista Giovanni Macchia adottò un atteggiamento più scettico non riscontrando nessun parallelo significativo tra le lettere e la vita di Guilleragues.

Ancora oggi gli studiosi continuano a dubitare.

Leggendo le lettere si capisce da subito che la frustrazione di un amore non corrisposto è stata costruita con grande abilità, in un susseguirsi di domande che alimentano altre domande, con una tensione crescente che alterna logica e struggimento.

La scrittura restituisce le riflessioni confuse di un’anima tormentata che si interroga costantemente perché non si dà pace. Dopo un percorso labirintico, fortunatamente Marianna approda a una verità disarmante, la rabbia deve cedere il posto a una nuova consapevolezza: “…sono forse obbligata a rendervi puntualmente conto di tutte le mie emozioni?”

In quel preciso istante non si può non essere non solidali con la riscoperta di una tappa obbligatoria: l’amorevolezza. L’ira non è mai placata dall’ira.

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(1)  Marsilio Editori, Venezia 1991.

(2)  Ordo, inventio, dispositio, elocutio, elegantia.

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