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Pausa estiva

Arricchiamoci delle nostre reciproche differenze (Paul Valéry in un Bacio Perugina)

Non manco all’appuntamento del lunedì da quasi tre anni (il 29 Agosto per essere precisi), ora sento l’esigenza di prendermi una meritata pausa…il blog, almeno lui, andrà finalmente in ferie, tornerà alive & kicking a fine agosto per festeggiare il suo terzo anno di età…

Vi ringrazio davvero di cuore, lettori riservati ma sensibili, a giudicare dalle preferenze accordate finora. Continua a trionfare la poesia, ben 6 mie traduzioni di classici su 10 articoli selezionati nella classifica di WP, la fiaba di Biancaneve al sesto posto c’entra come i cavoli a merenda però piace a parecchi che per sbaglio passano da queste parti, colpevole la parola “scopa” nel testo, a seguire un articolo storico architettonico che pensavo fosse un mattoncino perché troppo auto-referenziale e invece viene cliccato costantemente, e con grande piacere al decimo posto il mio nuovo progetto dedicato alle interviste possibili, spazio creativo inaugurato il 19 giugno 2013. A presto, Vostra affezionatissima Branoalcollo ♌

Buona estate a tutti, ovunque siate…

§

Circoli tortuosi

English: Walt_Whitman_1940_Issue-5c.jpg Catego...

Mi contraddico? Ebbene sì. Mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini.

Walt Whitman

Ieri mi sono messa a leggere alcuni blog letterari, i soliti noti. La cosa che mi ha colpito di più sono stati i commenti dei lettori-autori ai post degli autori, di solito acidi se non stizzosi. Il leitmotiv era sempre lo stesso, “la tua non è letteratura, non sei un bravo scrittore” o nei casi più fortunati, una critica alla sintassi, evidenziata da una frase colpevole di non avere una virgola, un palese refuso, che veniva isolata nello spazio bianco della casella del commento, accompagnata dalla domanda retorica “ma qui cosa intendevi? Era questo quello che volevi scrivere?” – Ovvio che no, è un errore di battitura, non lo vedi?

La cosa più grave, è che alla fine, il malcapitato di turno finiva sempre per soccombere, sbranato dal gruppo, o semplicemente demotivato da un confronto meschino lasciava correre con un laconico “Questo è quello che so fare”, fine del racconto.

Piccoli mondi antichi dove emergono da subito dinamiche di rivalsa o superiorità presunta, chi appoggia l’amico perché ha fatto la recensione dell’amico e forse pubblicherà la sua – il clan nel clan – chi lecca palesemente il culo, chi lo fa con classe, chi invece l’ha già leccato e ormai si sente al riparo da qualsiasi attacco, “il mio posto l’ho conquistato a caro prezzo, quindi non osate nemmeno contraddirmi, adesso faccio come dico io.”

Per chi è più temerario e decide di partecipare a qualche convegno letterario, prima o poi, avrà il piacere di sentire la fatidica frase: “io faccio letteratura”. Ah sì? E come? Ti chiedi in silenzio. Se solo colgono un’espressione di incredulità, sgranano gli occhi inorriditi dal fatto che tu abbia osato metterlo in dubbio. Basta distrarli con domande sul loro ultimo romanzo, e allora immediatamente si illuminano, grati di essere ancora una volta al centro dell’attenzione, capisci che l’unica cosa che ti viene richiesta è ascoltarli, possibilmente dandogli ragione. A volte, sette ore di monologo sono un po’ troppe anche per chi ci mette tutta la buona volontà, finisci per annuire in silenzio con una smorfia sul viso sempre più rassegnata mentre con la mente sei già a casa in pantofole, felice di non fare parte di nessun clan.

Ho sempre ammirato invece lo spirito di gruppo degli Indiani d’America, sempre tifato per loro nei western, destinati a perdere clamorosamente in battaglie impari tra frecce avvelenate e colpi micidiali di fucile, pronti a difendere la loro tribù fino alla morte, autori di frasi talmente sagge che i visi pallidi dovevano farsele ripetere almeno due volte per capirle, poi alla fine li massacravano lo stesso, ma non avresti dimenticato mai più lo sguardo fiero di Vento nei Capelli.

“La rana non si ingozza mai di tutta l’acqua dello stagno in cui vive”, mi ricorda un vecchio proverbio Sioux. Per un attimo mi sento invasa da un nuovo proposito, è arrivato il momento di mettere in pratica la temperanza, termine che ho solo usato in qualche versione dal latino, poi guardo la periferia devastata, un paesaggio urbano assolutamente desolato, e inevitabilmente riaffiora una strana nostalgia.

Circoli tortuosi

English: Walt_Whitman_1940_Issue-5c.jpg Catego...

Mi contraddico? Ebbene sì. Mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini.

Walt Whitman

Ieri mi sono messa a leggere alcuni blog letterari, i soliti noti. La cosa che mi ha colpito di più sono stati i commenti dei lettori-autori ai post degli autori, di solito acidi se non stizzosi. Il leitmotiv era sempre lo stesso, “la tua non è letteratura, non sei un bravo scrittore” o nei casi più fortunati, una critica alla sintassi, evidenziata da una frase colpevole di non avere una virgola, un palese refuso, che veniva isolata nello spazio bianco della casella del commento, accompagnata dalla domanda retorica “ma qui cosa intendevi? Era questo quello che volevi scrivere?” – Ovvio che no, è un errore di battitura, non lo vedi?

La cosa più grave, è che alla fine, il malcapitato di turno finiva sempre per soccombere, sbranato dal gruppo, o semplicemente demotivato da un confronto meschino lasciava correre con un laconico “Questo è quello che so fare”, fine del racconto.

Piccoli mondi antichi dove emergono da subito dinamiche di rivalsa o superiorità presunta, chi appoggia l’amico perché ha fatto la recensione dell’amico e forse pubblicherà la sua – il clan nel clan – chi lecca palesemente il culo, chi lo fa con classe, chi invece l’ha già leccato e ormai si sente al riparo da qualsiasi attacco, “il mio posto l’ho conquistato a caro prezzo, quindi non osate nemmeno contraddirmi, adesso faccio come dico io.”

Per chi è più temerario e decide di partecipare a qualche convegno letterario, prima o poi, avrà il piacere di sentire la fatidica frase: “io faccio letteratura”. Ah sì? E come? Ti chiedi in silenzio. Se solo colgono un’espressione di incredulità, sgranano gli occhi inorriditi dal fatto che tu abbia osato metterlo in dubbio. Basta distrarli con domande sul loro ultimo romanzo, e allora immediatamente si illuminano, grati di essere ancora una volta al centro dell’attenzione, capisci che l’unica cosa che ti viene richiesta è ascoltarli, possibilmente dandogli ragione. A volte, sette ore di monologo sono un po’ troppe anche per chi ci mette tutta la buona volontà, finisci per annuire in silenzio con una smorfia sul viso sempre più rassegnata mentre con la mente sei già a casa in pantofole, felice di non fare parte di nessun clan.

Ho sempre ammirato invece lo spirito di gruppo degli Indiani d’America, sempre tifato per loro nei western, destinati a perdere clamorosamente in battaglie impari tra frecce avvelenate e colpi micidiali di fucile, pronti a difendere la loro tribù fino alla morte, autori di frasi talmente sagge che i visi pallidi dovevano farsele ripetere almeno due volte per capirle, poi alla fine li massacravano lo stesso, ma non avresti dimenticato mai più lo sguardo fiero di Vento nei Capelli.

“La rana non si ingozza mai di tutta l’acqua dello stagno in cui vive”, mi ricorda un vecchio proverbio Sioux. Per un attimo mi sento invasa da un nuovo proposito, è arrivato il momento di mettere in pratica la temperanza, termine che ho solo usato in qualche versione dal latino, poi guardo la periferia devastata, un paesaggio urbano assolutamente desolato, e inevitabilmente riaffiora una strana nostalgia.

Tu quoque

Hesiod and the Muse
Image via Wikipedia

Quando penso al diario di bordo mi viene subito in mente il capitano Kirk che compila resoconti angoscianti dall’astronave Enterprise, a partire da una remota data astrale…la parola blogger non mi è mai piaciuta, ma apparentemente non esiste una traduzione in italiano, e se esistesse sarebbe una perifrasi: “chi scrive un blog”.

Non si riesce quindi ancora una volta a fare a meno di ricorrere all’inglese.

Siamo in un’era tecnologica dove l’ascolto è necessariamente passato in secondo piano, una Babele di lingue dove tutti si parlano sopra, certi che prima o poi il nostro messaggio arriverà a destinazione, anche se non si sa dove.

A parte i parenti prossimi, non sono ancora riuscita a scoprire l’identità dei miei lettori, espertissimi nel custodire la loro privacy.

Con WordPress, è possibile vedere quale parola compare nel motore di ricerca, e in teoria un elenco di chi ti ha letto. Ogni volta che clicco un link, mi ritrovo sempre dirottata su siti anonimi con indirizzi e-mail che assomigliano a degli algoritmi. L’abilità tecnologica di alcuni miei lettori metterebbe a dura prova il più scaltro degli investigatori, sono sicura che sarebbero tempi duri persino per Sherlock Holmes.

Scoraggiata dall’inizio, ho ormai rinunciato a cercare di decrittare geroglifici incomprensibili, inutile svelare identità che si vogliono nascondere.

Sono invece rimasta piacevolmente colpita dal fatto che ai primi posti, nella classifica degli articoli più letti, oltre agli aggiornamenti settimanali sul mio nuovo giallo, figurano sempre le traduzioni di Shakespeare, Auden, lo spazio dedicato alla poesia.

Ringrazio quindi tutti quelli che continuano a navigare nel mare di Branoalcollo, il viaggio continua, per il resto vale quanto consiglia Oscar Wilde, “bisognerebbe sempre avere qualcosa di sensazionale da leggere in treno.”

Tu quoque

Hesiod and the Muse
Image via Wikipedia

Quando penso al diario di bordo mi viene subito in mente il capitano Kirk che compila resoconti angoscianti dall’astronave Enterprise, a partire da una remota data astrale…la parola blogger non mi è mai piaciuta, ma apparentemente non esiste una traduzione in italiano, e se esistesse sarebbe una perifrasi: “chi scrive un blog”.

Non si riesce quindi ancora una volta a fare a meno di ricorrere all’inglese.

Siamo in un’era tecnologica dove l’ascolto è necessariamente passato in secondo piano, una Babele di lingue dove tutti si parlano sopra, certi che prima o poi il nostro messaggio arriverà a destinazione, anche se non si sa dove.

A parte i parenti prossimi, non sono ancora riuscita a scoprire l’identità dei miei lettori, espertissimi nel custodire la loro privacy.

Con WordPress, è possibile vedere quale parola compare nel motore di ricerca, e in teoria un elenco di chi ti ha letto. Ogni volta che clicco un link, mi ritrovo sempre dirottata su siti anonimi con indirizzi e-mail che assomigliano a degli algoritmi. L’abilità tecnologica di alcuni miei lettori metterebbe a dura prova il più scaltro degli investigatori, sono sicura che sarebbero tempi duri persino per Sherlock Holmes.

Scoraggiata dall’inizio, ho ormai rinunciato a cercare di decrittare geroglifici incomprensibili, inutile svelare identità che si vogliono nascondere.

Sono invece rimasta piacevolmente colpita dal fatto che ai primi posti, nella classifica degli articoli più letti, oltre agli aggiornamenti settimanali sul mio nuovo giallo, figurano sempre le traduzioni di Shakespeare, Auden, lo spazio dedicato alla poesia.

Ringrazio quindi tutti quelli che continuano a navigare nel mare di Branoalcollo, il viaggio continua, per il resto vale quanto consiglia Oscar Wilde, “bisognerebbe sempre avere qualcosa di sensazionale da leggere in treno.”

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