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56esima Biennale di Venezia

 

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Forse questo mondo è l’inferno di un altro pianeta
Aldous Huxley

Anche quest’anno mi sono ridotta agli ultimi giorni per visitare “Tutti i Futuri del mondo”, curata da Okwui Enwezor in occasione del 120esimo anniversario della prima esposizione veneziana (1895), come sempre divisa in due sezioni, le Corderie all’Arsenale e i Giardini a Sant’Elena.

Ora se quelli erano tutti i futuri del mondo, è il caso di risettare il tutto e iniziare daccapo. Alle Corderie si comincia con una foresta di pugnali e le installazioni al neon di Bruce Nauman con parole che trafiggono come spade, e si procede a fatica verso la dissoluzione corporea. Presenze gelide, riti macabri, fotografie di futuri nel passato, frammentazioni di ricordi di vite consumate, di cui è possibile ricostruire solo attimi di quotidiana estraneità, mondi già distrutti, quaderni polverosi abbandonati a terra, teche nere che custodiscono come feretri appunti incompiuti, molte fotografie, quasi troppe, che non incorniciano scatti felici ma inchiodano il visitatore a un mea culpa collettivo.

Cosa si può ricostruire da testimonianze così dolorose? Voci urlanti e lamentose, video in bianco e nero accorati in lingue sconosciute con sottotitoli in inglese e nessuna traduzione italiana, l’incomunicabilità è evidente. Immagini di repertorio di guerre mute ma visibili, bunker abbandonati con tanto di giro di giostra in compagnia di fantasmi di cosmonauti.

A sorpresa il veleno non è stato nella coda, dove si trovano due delle installazioni più suggestive, la Fenice di Xu Bing, sospesa alle porte dei cantieri navali, essere metallico immenso ma statico nel suo non volo, momentaneamente riflesso nell’acqua, e il lavoro encomiabile dell’artista Lu Yang nel Padiglione cinese sulla relazione tra icone sacre, divinità, paramenti rituali e potenziali elettrici del cervello.

L’Italia presenta la video performance di Peter Greenaway, “In principio c’era l’immagine” giocata sul rimando biblico alla parola sostituita con l’icona, un collage di capolavori dell’arte italiana, e molte installazioni dedicate a un immaginario archivio di memoria collettiva, anche se la bellezza rimane relegata a un’antichità che non ritorna se non come atto commemorativo.

Ai Giardini le previsioni non sono migliorate, anzi. Il giardino del disordine come tema ricorrente avrebbe dovuto contenere anche un ordine distante in nuce, seppure spezzato da continue metonimie visive, sinestesie non pervenute.

Gran parte delle performance non erano all’altezza delle colte descrizioni della rassegna stampa. Qualche esempio? La rielaborazione della Pietà di Tiziano nel padiglione danese, l’acqua color carne nel padiglione svizzero, una riflessione sulle sostanze farmacologiche e tossiche e i batteri, la stanza verde nell’installazione russa, il terribile Canadissimo, spazio-bottega-bazaar con un’inutilmente complicata impalcatura esterna e monetine che tintinnavano in una parete trasparente. La Francia ha scelto un albero gigante che emetteva suoni, la Gran Bretagna Sarah Lucas e le sue sculture falliche con tanto di seni avvizziti, tronchi di corpi con sigarette conficcate negli organi genitali, assemblaggi di parti attorcigliate su scatolette di carne in scatola. L’unico a divertirsi è stato un bambino che schiacciava con gusto un’enorme mammella gialla, fino a che la madre ha urlato “assa star!” e ci siamo allontanate dall’invasività del giallo delle stanze.

Ai confini dell’impero dei Giardini, l’Austria ha deciso che il padiglione doveva cambiare, ha eliminato lo scalino killer all’ingresso, svuotato lo spazio dipingendolo di nero come un prisma enigmatico alla Kubrick se vogliamo nobilitare l’intervento, e puntato tutto sul giardino, l’installazione sono gli alberi. La Grecia ha presentato un’acuta riflessione sul rapporto tra uomo e bestialità e commercio di pelli, ironizzando sul labile confine tra mondi apparentemente separati, l’Egitto ha costruito delle sculture giardino coperte di erba sintetica e piccole creature di plastica. Il Brasile, seppure non nascondendo una realtà poco rosea, morti violente di uomini ancora ragazzi descritti come se fossero dei colori in un mondo in bianco e nero, e luoghi di reclusione, dà un senso nuovo alla speranza grazie al video di una donna che continuava a correre con una fiaccola in mano attraversando la desolazione con instancabile costanza. La Polonia ci ha informato che poco è cambiato da ogni punto di vista. La Germania è stata impegnativa come sempre, con dettagliate video riflessioni sulla migrazione, e un’installazione sull’internet dancing (di cui pare siano degli esperti i giapponesi) con racconti di spie sovietiche, armi tecnologiche, giochi virtuali. Per gli Stati Uniti un tema nuovo: la fragilità della natura in una realtà sfuggente, con frammenti di racconti di fantasmi della Nuova Scozia, stanze stregate. E devo dire, che i fantasmi si facevano sentire nei lori echi raccapriccianti in molte sale.

L’arte africana che si è deciso di rappresentare oscillava tra una nostalgia per rituali ormai scomparsi e abbandonati e la violenza annichilente di una globalizzazione tirannica, trasfigurata in incubi ricorrenti.

La Spagna ha reso omaggio a Dalì in una non accogliente sala fucsia.

La Corea invece ha ricostruito un setting di fantascienza tra il bianco e blu, pianeti liquidi e keyboard silenziose.

Il Giappone nell’installazione raffinata e poetica di Chiharu Shiota, una barca inghiottita da una nuvola di filo rosso piena di chiavi – il fil rouge che ci connette tutti – ha forse fornito una risposta parziale a tante incognite lasciate cadere in un vuoto tristemente universale. The answer my friend is blowing in the wind, cantava Bob Dylan, qui torna a essere a portata di mano, the key is the hand.

§

Foto di Claudia Bonollo, Produzione Sisterly.

 

 

 

Il Palazzo enciclopedico: Arsenale

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Ogni tanto la memoria mi fa brutti scherzi, ma non ricordo quali.

Rat-man

Sabato sono finalmente riuscita ad andare alla Biennale, solo la prima parte, l’Arsenale, meglio dividere la mostra in due giornate, la quantità di immagini e opere hanno bisogno di essere viste, apprezzate, criticate, dimenticate con adeguata calma. Inizio subito con le lamentele, il biglietto, 25 euro, anche se comprende due visite, in tempi di crisi come questi poteva costare meno, il catalogo, in vendita alla “modica” cifra di 85 euro è rimasto sugli scaffali della libreria, e la versione mini, era brutta con poche immagini, e quindi altrettanto inutile, i bagni, che invece diventano dei luoghi necessari che si è obbligati a visitare più volte durante la mostra sono degli autentici cessi, sporchi e privi di carta igienica, già alla mattina, segno di barbarie per noi visitatori trattati come automi senza diritti. Sul cibo si sa, ormai da anni, che ci si nutre fortunatamente di altro.

Veniamo al palazzo enciclopedico, ispirato da Auriti, nessuna pretesa di fare un elenco esaustivo, ma di nominare i lavori che mi hanno colpito o mi sono piaciuti di più. L’idea di presentare una sorta di Babele artistica, con voci dissonanti fra loro, in un’ipotetica enciclopedia architettonica virtuale è sicuramente stimolante. Molti lavori sono penalizzati da una cattiva esposizione, circondati da altri video che ne coprono in parte il suono. Mi riferisco a un lavoro assolutamente geniale, un video di Aurélien Froment, L’idea di Camillo, sul luogo come tempio della memoria. Ambientato nel Teatro Olimpico di Vicenza, un oratore spiega come certi stilemi architettonici diventano strumenti retorici per declamare un discorso a memoria, semplicemente guardando le sculture, gli intervalli tra le colonne, gli oggetti distribuiti tra le figure, dettagli incisi nella pietra innescano frasi da citare e veicolano flussi di pensiero. Magnifico.

Impossibile non notare le sculture degli uomini manichini dell’artista polacco Pawel Althamer, i visi erano impressionanti per somiglianza a modelli reali, e quei corpi, decomposti, pieni di bende, di tutte le taglie e forme, non potevano non evocare fantasmi, scheletri…

Il video di Ed Atkins, artista inglese, sulla incredibile collezione di arte di André Breton, merita di essere visto nonostante la coda di persone che affolla la sala.

Impossibile leggere in piedi la versione fumetto del Libro della Genesi di Robert Crumb, brillantemente illustrata in bianco e nero, solamente qualche briciola di tavola, come anticipa il cognome “crumb”.

L’artista più giovane presente in questa sezione è invece uno scultore giapponese, Shinichi Sawada, che soffre di una forma grave di autismo, realizza dei piccoli mostri in terracotta, che mescolano animali totem della mitologia giapponese con i suoi demoni personali, di rara bellezza.

Non poteva mancare l’artista visionario, il brasiliano Arthur Bispo do Rosário, un ex marinaio che si mise a realizzare opere ispirate da una voce divina, rinchiuso purtroppo in manicomio, con la possibilità di dedicarsi alla sua arte, enormi tele con formule, abiti cerimoniali, e sculture giocattolo, navi in miniatura, viaggi in altre dimensioni.

Al rientro, sosta nella chiesa di S. Giovanni in Bragora, entriamo, e la musica di Vivaldi ci commuove, guardiamo un busto in suo onore, e scopriamo che è stato battezzato proprio qui.

TO BE CONTINUED…

Il Palazzo enciclopedico: Arsenale

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Ogni tanto la memoria mi fa brutti scherzi, ma non ricordo quali.

Rat-man

Sabato sono finalmente riuscita ad andare alla Biennale, solo la prima parte, l’Arsenale, meglio dividere la mostra in due giornate, la quantità di immagini e opere hanno bisogno di essere viste, apprezzate, criticate, dimenticate con adeguata calma. Inizio subito con le lamentele, il biglietto, 25 euro, anche se comprende due visite, in tempi di crisi come questi poteva costare meno, il catalogo, in vendita alla “modica” cifra di 85 euro è rimasto sugli scaffali della libreria, e la versione mini, era brutta con poche immagini, e quindi altrettanto inutile, i bagni, che invece diventano dei luoghi necessari che si è obbligati a visitare più volte durante la mostra sono degli autentici cessi, sporchi e privi di carta igienica, già alla mattina, segno di barbarie per noi visitatori trattati come automi senza diritti. Sul cibo si sa, ormai da anni, che ci si nutre fortunatamente di altro.

Veniamo al palazzo enciclopedico, ispirato da Auriti, nessuna pretesa di fare un elenco esaustivo, ma di nominare i lavori che mi hanno colpito o mi sono piaciuti di più. L’idea di presentare una sorta di Babele artistica, con voci dissonanti fra loro, in un’ipotetica enciclopedia architettonica virtuale è sicuramente stimolante. Molti lavori sono penalizzati da una cattiva esposizione, circondati da altri video che ne coprono in parte il suono. Mi riferisco a un lavoro assolutamente geniale, un video di Aurélien Froment, L’idea di Camillo, sul luogo come tempio della memoria. Ambientato nel Teatro Olimpico di Vicenza, un oratore spiega come certi stilemi architettonici diventano strumenti retorici per declamare un discorso a memoria, semplicemente guardando le sculture, gli intervalli tra le colonne, gli oggetti distribuiti tra le figure, dettagli incisi nella pietra innescano frasi da citare e veicolano flussi di pensiero. Magnifico.

Impossibile non notare le sculture degli uomini manichini dell’artista polacco Pawel Althamer, i visi erano impressionanti per somiglianza a modelli reali, e quei corpi, decomposti, pieni di bende, di tutte le taglie e forme, non potevano non evocare fantasmi, scheletri…

Il video di Ed Atkins, artista inglese, sulla incredibile collezione di arte di André Breton, merita di essere visto nonostante la coda di persone che affolla la sala.

Impossibile leggere in piedi la versione fumetto del Libro della Genesi di Robert Crumb, brillantemente illustrata in bianco e nero, solamente qualche briciola di tavola, come anticipa il cognome “crumb”.

L’artista più giovane presente in questa sezione è invece uno scultore giapponese, Shinichi Sawada, che soffre di una forma grave di autismo, realizza dei piccoli mostri in terracotta, che mescolano animali totem della mitologia giapponese con i suoi demoni personali, di rara bellezza.

Non poteva mancare l’artista visionario, il brasiliano Arthur Bispo do Rosário, un ex marinaio che si mise a realizzare opere ispirate da una voce divina, rinchiuso purtroppo in manicomio, con la possibilità di dedicarsi alla sua arte, enormi tele con formule, abiti cerimoniali, e sculture giocattolo, navi in miniatura, viaggi in altre dimensioni.

Al rientro, sosta nella chiesa di S. Giovanni in Bragora, entriamo, e la musica di Vivaldi ci commuove, guardiamo un busto in suo onore, e scopriamo che è stato battezzato proprio qui.

TO BE CONTINUED…

Le interviste possibili: V. Gianpaolo Arena

Il quinto protagonista delle nostre interviste possibili è Gianpaolo Arena, architetto, fotografo, ideatore di uno dei progetti più innovativi legati al paesaggio, Landscape Stories, che è molto di più di un website legato al tema della fotografia ma un organismo interattivo in continua evoluzione, che diventa rivista, archivio fotografico, fonte ispiratrice con consigli di lettura, crocevia di idee, luogo di incontro e di formazione, per chi si interessa di fotografia e non solo, attivo in ambito internazionale con scorci sempre stimolanti su altre realtà, altri mondi.

Prima di tutto, benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Il caldo è innegabile…una menta, che poi tanto dissetante non è, ma dà subito l’idea dell’estate, acqua fresca, o ti stordisco con un gin tonic, a te la scelta…

Un Pastis 51 potrebbe essere la scelta giusta…

Scelta raffinata…e Pastis 51 sia.

La prima domanda che ti faccio è proprio legata alla metodologia del tuo approccio, è indubbia l’influenza dell’architettura, questo procedere per moduli narrativi che si rincorrono, lasciano tracce, diventano citazioni, come organizzi la tua ricerca?

Il magazine Landscape Stories è nato dall’idea di tre amici che volevano proporre e condividere temi e approfondimenti sulla fotografia con un approccio nuovo, aperto e interdisciplinare. Con Claudio Bettio e Andrea Gaio abbiamo deciso di presentare una serie di proposte tematiche che potessero coinvolgere oltre alla fotografia anche la letteratura, l’arte, la musica, il cinema, l’architettura seguendo unicamente le nostre passioni e le nostre preferenze elettive ed editoriali.

Un saggio di sociologia urbanistica o un trattato sono utili per acquisire dati o conoscenza sulla città allo stesso modo dell’ascolto di Weekend (1930) di Walter Rutmann, di un film di Francesco Rosi, Michelangelo Antonioni o Fernando Di Leo. La citazione e la traccia sono fili rossi utili al viaggio. Il divertimento e il gioco sono parti importanti del percorso narrativo.

Direi fondamentali.

Il paesaggio è veramente un tema vastissimo, tornano subito in mente le incursioni di Walt Whitman nelle praterie americane, quel “vast something” che contiene contraddizioni e moltitudini, che riflette anche paesaggi emotivi, interiori, stati d’animo…cosa ti interessa raccontare?

Nell’ultimo numero pubblicato, LS 12 | River, abbiamo presentato i testi letterari di McCarthy, Faulkner, Conrad… tra gli altri mi vengono in mente anche William Least Heat-Moon, Marilynne Robinson. Whitman è un ottimo cantore di quell’essenza ‘wildnerness’ legata al sogno americano e all’idea di frontiera che ritroviamo nel lavoro dei fotografi che tanto amiamo: Timothy O’Sullivan, Carleton E. Watkins, Robert Adams, Stephen Shore, Jeff Brouws (LS 06 | Cars), Peter Brown (Interviste). Il tema è centrale anche nelle biografie di musicisti che hanno abbracciato la clandestinità, il vagabondaggio e la vita da hobo come Harry Partch, Moondog o John Fahey. Il paesaggio può essere fisico, mentale, psicologico. Ci affascina l’idea di raccontarlo attraverso interpretazioni concettuali e stilistiche diverse.

Attraversamenti comunque legati a profonde trasformazioni in atto, Strade Blu dell’indiano William Least Heath-Moon che tu hai citato tra gli autori trattati è un libro straordinario proprio perché vive grazie al paesaggio americano, come recita il canto Navajo nella chiosa finale: Poi gli dissero: tutto quello che hai visto ricordalo, perché tutto quello che dimentichi ritorna a volare nel vento.

In molti casi evoluzioni pagate a duro prezzo, penso a Moondog, compositore originalissimo, vestito da Vichingo nelle strade di New York…spesso destini comuni a chi è chiamato a nuove visioni. 

Ultimamente hai fatto un lungo viaggio in Vietnam che hai documentato in un dettagliato reportage, che sarà presentato anche in una mostra personale a Treviso, qualche foto ho avuto il piacere di vederla nei tuoi post su facebook, ed erano davvero dei ritratti al paesaggio giocati su un rapporto bene equilibrato tra assenze/presenze, quasi sottrazioni incisive, dove emerge ciò che non viene inquadrato o rappresentato. Secondo lo scrittore Giorgio Manganelli, “ogni viaggio inizia con un vagheggiamento e finisce con un invece”, ti ci ritrovi?

Si, mi ci ritrovo. My Vietnam è il titolo della mostra presentata all’interno del festival di fotografia moderna e contemporanea F4_un’idea di fotografia, a cura di Carlo Sala per Fondazione Fabbri. Il titolo nasce da uno scarto anche linguistico… Quante volte nel linguaggio parlato si usa la frase “il mio Vietnam” in riferimento ad un evento tragico. Cfr., a questo proposito i titoli della stampa italiana sono incalzanti “la crisi è il nostro Vietnam”. Vivida è anche la memoria legata ai drammi della guerra rappresentati al cinema, da Coppola a Kubrick. Il mio Vietnam è stato molto diverso, un viaggio attraverso tutto il paese dai forti connotati personali, oltre gli stereotipi. Ho trovato un paese aperto ed accogliente. La differenza tra quel poco che sapevo prima e tutto ciò che ho percepito, vissuto e che mi ha emozionato in seguito, ha formato il corpo principale del mio lavoro fotografico. Tra approccio documentario, diario di viaggio e descrizione narrativa. Con la precisa consapevolezza che quello che ho lasciato è stato molto più di quello che sono riuscito a raccontare.

Chissà magari emergerà altro più avanti…nel frattempo andiamo a vedere la tua mostra.

©Gianpaolo Arena, Ho Chi Minh, Vietnam 2013
©Gianpaolo Arena, Ho Chi Minh, Vietnam 2013

A quali progetti stai lavorando, quali saranno le prossime iniziative di Landscape Stories?

L’organizzazione dei workshop di fotografia, insieme a Giorgia Sarra, sono una realtà importante per il confronto e il dibattito sulla fotografia e lo saranno ancora di più in futuro. Dopo quelli a Venezia con Massimo Siragusa, Bruno Ceschel, Raimond Wouda e Valerio Spada stiamo ora curando quello sulle Dolomiti con Francesco Jodice. Luoghi di eccellenza dove essere circondati dalla bellezza e dal Sublime.

Francesco Jodice

(info)

A dicembre nuovamente a Venezia insieme a Tre Terzi, un approfondimento sull’editoria indipendente e autoprodotta del libro fotografico. Nuove interviste saranno pubblicate a breve con i protagonisti della fotografia internazionale. Una nuova rubrica dedicata alla musica contemporanea, a cura del musicista Enrico Malatesta, vedrà presto la luce e sarà un valido strumento di indagine sulle possibilità che intercorrono tra suono, spazio, intervento e gesto. La pubblicazione a settembre di un numero speciale dedicato al Vietnam mi coinvolge emotivamente in prima persona. Collaborazioni internazionali ci porteranno nuovamente ad abbracciare le storie di paesi e terre lontane e ad approfondire quanto avviene nel mondo.

Bene, fa piacere vedere nascere così tante iniziative.

Che pezzo hai scelto per noi e perché?

Mmmmm troppo difficile rispondere una cosa sola… Trasgredisco e provo con quello che al momento ascolto più frequentemente: Arthur Russell, Slits, Ryoji Ikeda, Los Angeles Free Music Society, Don Cherry, Glenn Gould, Nmperign, Blind Lemon Jefferson, Disco Inferno, Robert Ashley, Neu, la serie Ethiopiques, Fela Kuti, Ariel Pink, Lightning Bolt, Primal Scream, Wire, Robert Hood, Karen Dalton… Tra le visioni consigliate: i film di Bela Tarr e i documentari marini di Jean Painlevé. Tra le cose da non perdere alla biennale di Venezia: The Enclave di Richard Mosse, Trevor Tweeten e Ben Frost…

Forse ho trovato qualcosa che possa idealmente racchiudere suono e immagine:

Jean-Luc Godard – Histoire(s) du cinéma il box della Ecm

 

Perfetto e allora ci salutiamo con Godard, grazie Gianpaolo, è stato un grande piacere.

————————————————————————–

Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà a Settembre, nel frattempo buona estate a tutti!

Le interviste possibili: V. Gianpaolo Arena

Il quinto protagonista delle nostre interviste possibili è Gianpaolo Arena, architetto, fotografo, ideatore di uno dei progetti più innovativi legati al paesaggio, Landscape Stories, che è molto di più di un website legato al tema della fotografia ma un organismo interattivo in continua evoluzione, che diventa rivista, archivio fotografico, fonte ispiratrice con consigli di lettura, crocevia di idee, luogo di incontro e di formazione, per chi si interessa di fotografia e non solo, attivo in ambito internazionale con scorci sempre stimolanti su altre realtà, altri mondi.

Prima di tutto, benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Il caldo è innegabile…una menta, che poi tanto dissetante non è, ma dà subito l’idea dell’estate, acqua fresca, o ti stordisco con un gin tonic, a te la scelta…

Un Pastis 51 potrebbe essere la scelta giusta…

Scelta raffinata…e Pastis 51 sia.

La prima domanda che ti faccio è proprio legata alla metodologia del tuo approccio, è indubbia l’influenza dell’architettura, questo procedere per moduli narrativi che si rincorrono, lasciano tracce, diventano citazioni, come organizzi la tua ricerca?

Il magazine Landscape Stories è nato dall’idea di tre amici che volevano proporre e condividere temi e approfondimenti sulla fotografia con un approccio nuovo, aperto e interdisciplinare. Con Claudio Bettio e Andrea Gaio abbiamo deciso di presentare una serie di proposte tematiche che potessero coinvolgere oltre alla fotografia anche la letteratura, l’arte, la musica, il cinema, l’architettura seguendo unicamente le nostre passioni e le nostre preferenze elettive ed editoriali.

Un saggio di sociologia urbanistica o un trattato sono utili per acquisire dati o conoscenza sulla città allo stesso modo dell’ascolto di Weekend (1930) di Walter Rutmann, di un film di Francesco Rosi, Michelangelo Antonioni o Fernando Di Leo. La citazione e la traccia sono fili rossi utili al viaggio. Il divertimento e il gioco sono parti importanti del percorso narrativo.

Direi fondamentali.

Il paesaggio è veramente un tema vastissimo, tornano subito in mente le incursioni di Walt Whitman nelle praterie americane, quel “vast something” che contiene contraddizioni e moltitudini, che riflette anche paesaggi emotivi, interiori, stati d’animo…cosa ti interessa raccontare?

Nell’ultimo numero pubblicato, LS 12 | River, abbiamo presentato i testi letterari di McCarthy, Faulkner, Conrad… tra gli altri mi vengono in mente anche William Least Heat-Moon, Marilynne Robinson. Whitman è un ottimo cantore di quell’essenza ‘wildnerness’ legata al sogno americano e all’idea di frontiera che ritroviamo nel lavoro dei fotografi che tanto amiamo: Timothy O’Sullivan, Carleton E. Watkins, Robert Adams, Stephen Shore, Jeff Brouws (LS 06 | Cars), Peter Brown (Interviste). Il tema è centrale anche nelle biografie di musicisti che hanno abbracciato la clandestinità, il vagabondaggio e la vita da hobo come Harry Partch, Moondog o John Fahey. Il paesaggio può essere fisico, mentale, psicologico. Ci affascina l’idea di raccontarlo attraverso interpretazioni concettuali e stilistiche diverse.

Attraversamenti comunque legati a profonde trasformazioni in atto, Strade Blu dell’indiano William Least Heath-Moon che tu hai citato tra gli autori trattati è un libro straordinario proprio perché vive grazie al paesaggio americano, come recita il canto Navajo nella chiosa finale: Poi gli dissero: tutto quello che hai visto ricordalo, perché tutto quello che dimentichi ritorna a volare nel vento.

In molti casi evoluzioni pagate a duro prezzo, penso a Moondog, compositore originalissimo, vestito da Vichingo nelle strade di New York…spesso destini comuni a chi è chiamato a nuove visioni. 

Ultimamente hai fatto un lungo viaggio in Vietnam che hai documentato in un dettagliato reportage, che sarà presentato anche in una mostra personale a Treviso, qualche foto ho avuto il piacere di vederla nei tuoi post su facebook, ed erano davvero dei ritratti al paesaggio giocati su un rapporto bene equilibrato tra assenze/presenze, quasi sottrazioni incisive, dove emerge ciò che non viene inquadrato o rappresentato. Secondo lo scrittore Giorgio Manganelli, “ogni viaggio inizia con un vagheggiamento e finisce con un invece”, ti ci ritrovi?

Si, mi ci ritrovo. My Vietnam è il titolo della mostra presentata all’interno del festival di fotografia moderna e contemporanea F4_un’idea di fotografia, a cura di Carlo Sala per Fondazione Fabbri. Il titolo nasce da uno scarto anche linguistico… Quante volte nel linguaggio parlato si usa la frase “il mio Vietnam” in riferimento ad un evento tragico. Cfr., a questo proposito i titoli della stampa italiana sono incalzanti “la crisi è il nostro Vietnam”. Vivida è anche la memoria legata ai drammi della guerra rappresentati al cinema, da Coppola a Kubrick. Il mio Vietnam è stato molto diverso, un viaggio attraverso tutto il paese dai forti connotati personali, oltre gli stereotipi. Ho trovato un paese aperto ed accogliente. La differenza tra quel poco che sapevo prima e tutto ciò che ho percepito, vissuto e che mi ha emozionato in seguito, ha formato il corpo principale del mio lavoro fotografico. Tra approccio documentario, diario di viaggio e descrizione narrativa. Con la precisa consapevolezza che quello che ho lasciato è stato molto più di quello che sono riuscito a raccontare.

Chissà magari emergerà altro più avanti…nel frattempo andiamo a vedere la tua mostra.

©Gianpaolo Arena, Ho Chi Minh, Vietnam 2013
©Gianpaolo Arena, Ho Chi Minh, Vietnam 2013

A quali progetti stai lavorando, quali saranno le prossime iniziative di Landscape Stories?

L’organizzazione dei workshop di fotografia, insieme a Giorgia Sarra, sono una realtà importante per il confronto e il dibattito sulla fotografia e lo saranno ancora di più in futuro. Dopo quelli a Venezia con Massimo Siragusa, Bruno Ceschel, Raimond Wouda e Valerio Spada stiamo ora curando quello sulle Dolomiti con Francesco Jodice. Luoghi di eccellenza dove essere circondati dalla bellezza e dal Sublime.

Francesco Jodice

(info)

A dicembre nuovamente a Venezia insieme a Tre Terzi, un approfondimento sull’editoria indipendente e autoprodotta del libro fotografico. Nuove interviste saranno pubblicate a breve con i protagonisti della fotografia internazionale. Una nuova rubrica dedicata alla musica contemporanea, a cura del musicista Enrico Malatesta, vedrà presto la luce e sarà un valido strumento di indagine sulle possibilità che intercorrono tra suono, spazio, intervento e gesto. La pubblicazione a settembre di un numero speciale dedicato al Vietnam mi coinvolge emotivamente in prima persona. Collaborazioni internazionali ci porteranno nuovamente ad abbracciare le storie di paesi e terre lontane e ad approfondire quanto avviene nel mondo.

Bene, fa piacere vedere nascere così tante iniziative.

Che pezzo hai scelto per noi e perché?

Mmmmm troppo difficile rispondere una cosa sola… Trasgredisco e provo con quello che al momento ascolto più frequentemente: Arthur Russell, Slits, Ryoji Ikeda, Los Angeles Free Music Society, Don Cherry, Glenn Gould, Nmperign, Blind Lemon Jefferson, Disco Inferno, Robert Ashley, Neu, la serie Ethiopiques, Fela Kuti, Ariel Pink, Lightning Bolt, Primal Scream, Wire, Robert Hood, Karen Dalton… Tra le visioni consigliate: i film di Bela Tarr e i documentari marini di Jean Painlevé. Tra le cose da non perdere alla biennale di Venezia: The Enclave di Richard Mosse, Trevor Tweeten e Ben Frost…

Forse ho trovato qualcosa che possa idealmente racchiudere suono e immagine:

Jean-Luc Godard – Histoire(s) du cinéma il box della Ecm

 

Perfetto e allora ci salutiamo con Godard, grazie Gianpaolo, è stato un grande piacere.

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Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà a Settembre, nel frattempo buona estate a tutti!

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