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Le interviste possibili: VII. Andrea Bettini

Il settimo appuntamento con le interviste possibili si apre con il mecenate delle anime, Andrea Bettini, ideatore di un progetto narrativo unico nel suo genere. Laureato in economia, esperto di marketing, scrittore, ghost-writer, attore in commedie veneziane, qui direi che si affrontano con disinvoltura e maestria discipline e aree diverse.

Benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? A te la scelta…

Guarda qualche settimana fa sono stato a trovare un’amica che sta facendo un corso per “Tea Sommelier” e mi ha introdotto in questo fantastico mondo. Dialogo, ritualità, degustazione e perché no… un viaggio alla scoperta di culture diverse. Affascinato da tutto ciò direi che un tè verde va più che bene.

E allora ci beviamo un tè verde che è anche un antiossidante. Cosa stai organizzando di bello al momento?

Il prossimo 3 ottobre parte la Terza Edizione de “Il mecenate d’anime approda a Venezia”. Ci tengo a sottolineare questo, perché quando ho proposto due anni fa questa iniziativa ad Alain Bullo direttore dell’Hotel Londra Palace, il luogo che ospita questi incontri, è stata un po’ una sfida. Il format era già rodato da un paio d’anni per il web attraverso questi racconti che scrivevo e pubblicavo, però non sapevo che impatto potessero avere queste storie di fronte ad un pubblico e raccontate direttamente dai loro protagonisti. Devo dire che il tutto ha superato ogni più rosea aspettativa. Condividere esperienze positive di persone differenti accomunate tutte però dalla passione, dal talento e dall’entusiasmo è un vero piacere. E poi chissà magari può innescare in chi ascolta quello che chiamo un effetto domino, un processo virtuoso d’imitazione. Oltre a “Il mecenate d’anime”, sono piuttosto concentrato in questo periodo sullo sviluppo di iniziative legate al corporate storytelling. Credo che oggi più che mai ci sia bisogno di raccontare il lato umano di chi fa impresa oggi. Come esempio ti cito Heartbeat, un progetto dove io insieme ad un pittore bassanese, Benedetto Pellizzari, ci ritroviamo a raccontare aziende mettendo insieme due tecniche comunicative diverse, ma complementari come la parola e la pittura. Il tutto è nato da un’idea di una mia ex-collega, Nicole Kreel, consulente d’azienda con anni di esperienza nell’ambito delle dinamiche d’impresa, che mi ha coinvolto in questi ritratti di imprese dove l’obiettivo è quello di mettere su un medesimo piano narrativo tutte le persone che lavorano per un progetto comune. Nel lavoro che stiamo sviluppando in questo periodo ci ha aiutati anche Sonya Robazza, una corporate coach, con la quale siamo andati a scardinare alcuni preconcetti e a condividere una serie di valori aziendali. In tutto questo progetto abbiamo un notevole supporto anche da dogtrot, un’agenzia di comunicazione e design di Treviso, che riesce a far sì che i materiali che produciamo diventino degli utili strumenti alternativi di comunicazione aziendale. Per concludere la parentesi progetti, ti segnalo www.lovefor.it . È un magazine online nato pochi mesi fa proprio dal mio incontro con Margherita Rui, il direttore creativo di dogtrot. Attraverso un format veloce di video-interviste cerchiamo di mettere insieme punti di vista differenti su quale sia il significato del termine design oggi. Design applicato anche fuori dal suo contesto “tradizionale”. È per questo che siamo partiti con uno speciale sul Salone del Mobile di Milano, per poi passare al mondo Fashion in occasione dell’ultima edizione di Pitti Immagine. Ad intervallare i due speciali, una video-monografia dedicata a colui che ha portato il design nella moda: Elio Fiorucci. Con LOVE FOR, siamo solo all’inizio, ma il riscontro è stato veramente molto positivo sia in termini di visualizzazioni al sito sia in termini di complimenti ricevuti da “addetti ai lavori” per la qualità dei contenuti pubblicati.

In pieno fermento Andrea…La narrazione è un tema fondamentale nelle serate e/o eventi che presenti, sapere conquistare chi ti ascolta attraverso il racconto e l’arte della parola. Come è iniziata la tua ricerca?

Curiosità, osservazione e un pizzico di attitudine. Ti dico ciò perché capita a tutti di chiedersi cosa si sa fare meglio, che poi quasi sempre coincide con ciò che ci dà più soddisfazione. Per quanto mi riguarda credo di avere una buona capacità nel promuovere le persone che ritengo valide. Mi entusiasma raccontare storie di persone che hanno progetti, sogni, voglia di fare. Poi c’è un altro aspetto quello legato alla comunicazione. Siamo intossicati da tragedie, crisi e quant’altro. Tutto vero certo. Nessuno vuole nascondere la realtà, però questa è una realtà parziale. Esiste tutta una parte di buone notizie, di persone valide, cose che funzionano che non fanno notizia ed invece sono altrettanto numerose, se non di più, di ciò che di negativo caratterizza la nostra società. Non è una campagna buonistica la mia. Ma un tentativo di riequilibrare l’informazione. Purtroppo negli anni precedenti è stata fatta confusione su cosa vuol dire positività e bello. Ci hanno scippato il sorriso. Lo hanno reso ostaggio della banalità. Ora credo che sia il giusto momento per riaffermare il valore dell’entusiasmo. Per concludere prima di lasciarmi andare ad ulteriori divagazioni, diciamo che la mia ricerca è iniziata in maniera spontanea, ammirando ciò che di bello mi circonda.

Già…come darti torto? Hai incontrato moltissimi talenti, tutti in qualche modo, in misura diversa, tenaci nella loro capacità di perseguire un sogno e di realizzarlo. Che rapporto hai con i sogni? Li ricordi, li annoti, o li dimentichi?

Un rapporto strano. Ultimamente ho spostato l’attenzione dai sogni notturni a quelli diurni o comunque cerco di farli collimare. Ti dico questo perché la fase che precede il sonno mi piace trascorrerla cercando di fare un bilancio della giornata e allo stesso tempo di pensare a nuove cose che posso fare all’indomani. Questi elementi incidono sicuramente sul mio processo di sogno che però a fatica ricordo all’alba nella sua accezione più intangibile. Mentre ben presenti rimangono quegli incipit che mi ero dato prima di addormentarmi e ai quali cerco di dare un seguito, affiancandogli per quanto mi è possibile un’azione e una tempistica di realizzo.

Secondo Oscar Wilde “una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’àncora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela.” Sei d’accordo?

In parte. Secondo me è quel termine utopia che nasconde in sé spesso motivo di rassegnazione e frasi del tipo “tanto non cambia nulla”. Per tornare alla domanda precedente, sostituirei utopia con sogno. Sembra un passaggio da poco invece è quello che fa la differenza. Il sogno, come lo intendo io, è un progetto di vita e se uno ci crede fortemente e fa ogni giorno qualcosa per realizzarlo ha già fatto qualcosa di positivo per cambiare in meglio sé stesso e forse anche il suo Paese. È facile indignarsi per ciò che non va. È molto più difficile invece rimboccarsi le maniche e lavorare per dare il meglio di sé. Le persone che piacciono a me sono queste. Sognatori concreti che con entusiasmo, gioia, determinazione e disciplina costruiscono, passo dopo passo, qualcosa di meraviglioso. Sai magari tanti di questi nemmeno realizzeranno completamente i loro sogni, ma potranno essere soddisfatti di averci provato, di avere dato seguito a un loro pensiero e poi comunque quando inizi un viaggio di questo tipo non puoi che crescere come individuo e collettività nel suo complesso.

Capisco il tuo punto di vista, e sono d’accordo, però credo che l’utopia abbia anche una valenza positiva non riferita al limite invalicabile della chimera, quanto di luogo ideale in cui dare spazio a una realtà immaginata anche se inesistente…un po’ come il ponte ologrammi in Star Trek…una evasione necessaria…

Che video (può essere un pezzo che illustra il tuo lavoro, un brano musicale, un lavoro di un artista che ti piace, il tema è libero) hai scelto per noi e perché?

Dovendone scegliere uno solo mi metti un po’ in difficoltà. Forse però ce n’è uno che racchiude un po’ tutte le caratteristiche che mi citi tu tra parentesi. Il video è questo:

illustra il mio lavoro perché è una sintesi per immagini in movimento di quanto accaduto la prima volta che ho presentato ad un pubblico Il mecenate d’anime; come colonna sonora c’è un brano che mi rappresenta musicalmente parlando, l’autore è Beirut e riprende un po’ quel genere pop-folk che a me piace; il video è stato realizzato da un artista al quale tengo particolarmente, lui si chiama Fabio Guzzano, ed oltre ad essere stato il “mio capo” la prima volta che mi sono affacciato al mondo lavorativo è un caro amico, lui è il direttore creativo di una dinamica web agency, ma soprattutto ha una sensibilità artistica notevole che riesce a fissare anche attraverso l’utilizzo della macchina da presa. Ci sono diversi progetti con lui, uno dei quali è proprio la trasposizione televisiva de Il mecenate d’anime. Prima di concludere Carla permettimi di ringraziare anche altre due persone. Una è Alfredo Montresor, è colui che immortala magistralmente attraverso la sua reflex il cammino de Il mecenate d’anime. È un talento fotografico, invito a visitare la sua pagina flickr http://www.flickr.com/photos/fred_vr . L’altro è Alessio Albano, un altro caro amico ed è colui che ha dato vita al sito de Il mecenate d’anime. Vedi sono contornato di amici!

Carla non aggiungo altro se non un grazie per avermi ospitato nel tuo salotto virtuale. Questo volta mi hai preso piacevolmente in contropiede, lo sai che preferisco intervistare che essere intervistato. A presto e un abbraccio. Andrea.

Grazie a te Andrea, direi che te la sei cavata benissimo, e complimenti per i progetti.

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Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà mercoledì 25 settembre, STAY TUNED…

Le interviste possibili: IV. Wanda Romano

Il quarto appuntamento dedicato alle interviste possibili ha come protagonista Wanda Romano, diplomata in scenografia all’Accademia di Brera, insegnante di materie artistiche, ha vissuto e lavorato per un lungo periodo a Madrid, scultrice, crea collezioni di gioie con un materiale insolito, il PET, la plastica riciclata, e risultati sorprendenti, sfumature di colori luminosi e cangianti, e una leggerezza e duttilità delicata. Le sue opere sono state esposte in mostre collettive e personali all’estero e in Italia, memorabile la sua installazione con 54 pezzi unici al Museo Plart di Napoli.

Prima di tutto, benvenuta nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Una menta, un aperitivo, un prosecco fresco…a te la scelta…

Felice di stare qui stasera, una menta è perfetta, ha un sapore antico.

Anch’io molto…vero, bene, ci beviamo due mente. La prima domanda che ti faccio giusto per rompere il ghiaccio, nella catalogazione classica delle Muse – Clio, Euterpe, Melpomene, Talia, Tersicore, Calliope, Polimnia, Erato, Urania – hai una musa preferita?

Tra le muse scelgo Urania, mi sento poco terrestre ho sempre la sensazione di appartenere ad un altro pianeta, ora più che mai, capisco poco gli umani, mi piace pensare che esistano altri mondi possibili, dove armonia e bellezza non sono contrastate come avviene sulla terra.

Tempi duri in effetti…però nominando Urania mi hai messo immediatamente di buon umore, mi hai fatto venire in mente la bellissima collana di fantascienza, con quelle copertine colorate che si aprono verso altri mondi… Come è iniziata la tua ricerca sugli anelli e oggetti scultura da indossare?

Sono sempre stata attratta dai materiali, sperimentare nuovi materiali, usarli in modo non convenzionale, la realizzazione di micro-sculture mi ha indirizzata alla realizzazione di gioielli, in quanto indossabili. Il corpo, uno “spazio privilegiato” per esporre le proprie opere. La scelta del PET (polietilene tereftelato) tipo di plastica di facile reperibilità, visto che ne siamo invasi – per intenderci sono fatte di PET tutti i contenitori di liquidi alimentari –  materiale, apparentemente povero, ma se sapientemente lavorato, può dare risultati sorprendenti. Vediamo le caratteristiche principali: leggerezza e plasticità, la leggerezza è reale, non solo visiva (data dalle trasparenze) ed è in contrasto con i materiali solitamente usati nella gioielleria, che sono pesantissimi metalli, pietre, ecc…la plasticità mi permette di creare forme dettagliatissime così come si trovano in natura, fonte di grande ispirazione micro-organismi, meduse, fiori, foglie, coralli ecc..La ricerca dell’armonia delle forma ci riporta a Urania e alle geometrie. Calibrare forme e colore, per peso visivo, fino al raggiungimento dell’equilibrio. Altra fonte di ispirazione sono i fratelli Blaschka, due maestri vetrai fine ‘800, straordinari artisti sconosciuti ai più. Realizzarono una quantità di opere in vetro per musei botanici a scopo scientifico, ma di sicuro valore artistico. Lalique, altro straordinario artista, che ha fatto del gioiello, sculture sublimi per forme e colori, impressionante la collezione di opere nel museo Gulbenkian di Lisbona.

Interessante il concetto del peso visivo, fondamentale come hai sottolineato per ottenere un equilibrio armonico…ora che hai nominato il museo Gulbenkian di Lisbona mi sento in colpa per non averlo visitato anni fa, motivo in più per ritornarci… Guardando le tue collezioni si nota che sei un’acuta osservatrice, gli anelli sono impreziositi da dettagli rivelatori, riprodotti con un’accuratezza commovente, mi vengono subito in mente i pistilli negli anelli-fiore, in abbinamenti cromatici giocati su contrasti sempre bene calibrati. Quanto tempo dedichi alla ricerca e alla sperimentazione? Che approccio hai?

Il tempo di realizzazione delle opere è molto vario, vi è molto di imponderabile, inizio con una idea, ma può stravolgersi nel percorso, i tempi di esecuzione variano da ore a settimane, dipende da molti fattori, la tecnica, a fiamma diretta, ricorda un po’ la tecnica del vetro, ma un errore alla fine può distruggere tutto. Per ogni pezzo finito, ve ne sono molti distrutti.

Ancora più brava allora, vedendo i risultati.

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Guillaume Apollinaire sosteneva che la geometria è per le arti plastiche ciò che la grammatica è per l’arte dello scrittore, sei d’accordo? Che rapporto hai con la tradizione?

Concordo con Apollinaire, senza geometria non vi è equilibrio. La tradizione è fonte di conoscenza, sono attratta dalle tradizioni popolari, penso a certi tesori che si trovano nei musei etnografici…

Sì hai ragione, ho passato giornate intere al British Museum di Londra, anche al Victoria&Albert Museum, ipnotizzata dai vestiti dei Samurai, viaggi a ritroso nel tempo, fughe assolutamente necessarie… Quale video hai scelto per noi e perché?

Il brano ”Perfect Day” di Lou Reed – lo trovo stupendo.

E allora ce lo ascoltiamo molto volentieri, grazie Wanda, e complimenti ancora per le tue opere, preziose e rare.

  

Per chi volesse visitare il blog di Wanda Romano, ecco il link: http://wandaromanodesign.blogspot.it

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Il prossimo appuntamento con le interviste possibili è il 17 luglio, STAY TUNED…

Keats e l’umor nero

Frontispiece for the 1638 edition of The Anato...

 

 

 

 

 

 

 

 

I confronti sono odiosi

Robert Burton, Anatomia della Malinconia, 1621

Nell’ultimo mese di questo faticoso 2012 sono andata a rileggere alcuni versi di John Keats (1795-1821), il poeta romantico per eccellenza, spesso ricordato per l’ode all’usignolo o usignuolo a seconda delle antologie, omaggiato anche in un saggio di Borges[1], che citando Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer apre uno scorcio illuminante sulla dimensione atemporale:

Chiediamoci con sincerità se la rondine di quest’estate è un’altra da quella dell’estate passata e se realmente tra le due il miracolo di trarre qualcosa dal nulla si è verificato milioni di volte per essere smentito altrettanto dall’annientamento assoluto. Chi mi oda affermare che il gatto che sta giocando lì è lo stesso che saltava e scherzava in quel luogo trecento anni fa, penserà di me quello che vorrà, ma pazzia più strana è immaginare che fondamentalmente sia un altro.[2]

Sempre secondo Borges, Keats ha intuito attraverso la poesia l’importanza dell’archetipo, la forma-pensiero dell’immaginario umano.

L’Ode alla Malinconia [3] offre un ritratto significativo, la personificazione delicata di uno stato d’animo sfuggente come una nuvola, il paesaggio emotivo dell’umor nero nel 1819, quasi due secoli fa, un passato che si rinnova a ogni lettura.

Ode alla Malinconia

1

No, no, non andare al Lete, non strizzare

Le radici salde dall’aconito per un vino velenoso;

Né sopporta che la tua fronte pallida sia baciata

Dalla belladonna, il grappolo rubino di Proserpina;

Non farne un rosario di bacche del tasso,

Né lascia che lo scarabeo, o la falena della morte siano

La tua Psiche luttuosa, né la civetta piumata

Sia tua amante nei misteri del dolore;

Perché l’ombra all’ombra torni troppo placidamente,

E anneghi l’angoscia insonne dell’anima.

2

Ma quando arriverà l’attacco malinconico

Fulmineo dal cielo come una nuvola lacrimosa,

Che nutre tutti i fiori dal capo appassito,

E nasconde la collina verde nel sudario di Aprile;

Nutri allora il tuo dolore con una rosa del mattino,

O con l’arcobaleno di un’onda salata di sabbia,

O con la ricchezza delle peonie rotonde;

O se la tua compagna mostra una rabbia più ricca,

Imprigiona la sua morbida mano, e lascia che deliri,

E nutriti a fondo, profondamente dei suoi occhi senza pari.

3

Sì, Lei abita con la Bellezza – La Bellezza che deve morire;

E la Gioia, la cui mano sta sempre sulle labbra

A invocare l’addio; e vicino il doloroso Piacere,

Che muta in veleno mentre succhia con la bocca d’ape:

Sì, nello stesso tempio del Diletto,

La Malinconia velata ha il suo altare sovrano,

Anche se nessuno la scorge se non colui che con lingua ostinata

Sa schiacciare il grappolo della Gioia sul palato raffinato;

La sua anima avrà il sapore della tristezza della sua potenza,

E rimarrà sospesa tra i suoi trofei nuvolosi.

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Ode on Melancholy

1

No, no, go not to Lethe, neither twist

Wolf’s-bane, tight-rooted, for its poisonous wine;

Nor suffer thy pale forehead to be kiss’d

By nightshade, ruby grape of Proserpine;

Make not your rosary of yew-berries,

Nor let the beetle, nor the death-moth be

Your mournful Psyche, nor the downy owl

A partner in your sorrow’s mysteries;

For shade to shade will come too drowsily,

And drown the wakeful anguish of the soul.

2

She dwells with Beauty—Beauty that must die;

But when the melancholy fit shall fall

Sudden from heaven like a weeping cloud,

That fosters the droop-headed flowers all,

And hides the green hill in an April shroud;

Then glut thy sorrow on a morning rose,

Or on the rainbow of the salt sand-wave,

Or on the wealth of globed peonies;

Or if thy mistress some rich anger shows,

Emprison her soft hand, and let her rave,

And feed deep, deep upon her peerless eyes.

3

And Joy, whose hand is ever at his lips

Bidding adieu; and aching Pleasure nigh,

Turning to poison while the bee-mouth sips:

Ay, in the very temple of Delight

Veil’d Melancholy has her sovran shrine,

Though seen of none save him whose strenuous tongue

Can burst Joy’s grape against his palate fine;

His soul shalt taste the sadness of her might,

And be among her cloudy trophies hung.


[1] L’usignuolo di Keats, pp. 120-123, Altre Inquisizioni, Borges, Feltrinelli, Milano 1993.

[2] Ibidem, p. 121.

[3] Dal greco melancolia, termine dell’antica medicina che indicava uno stato di abbassamento dell’umore che si credeva dovuto a una eccessiva secrezione di bile nera da parte del fegato (in Greco: melanos = nero e chole = bile).

Rosa rosae

…“la rosa è amica di Bellezza,

e l’usignolo s’accompagna all’Amore,

all’uno attribuisci virtù, all’altra mutevolezza.

Molte rose sono sbocciate in questo giardino, eppure,

nessuno può cogliere in esso una rosa senza provare dolore di spine.”

(Hâfez)

Oggi un omaggio alle declinazioni della rosa in poesia, probabilmente uno dei fiori più citati in rima. Le famose ottave barocche di Giambattista Marino spesso ricordate come esercizio di stile sulle proprietà della rosa, in realtà rappresentavano un elemento di rottura rispetto al genere eroico del ‘500 che prevedeva il tema guerresco. L’Adone raccoglie venti canti dedicati esclusivamente al tema dell’amore: “…La vera regola è saper rompere le regole a tempo e luogo, accomodandosi al costume corrente e al gusto del secolo.” (1)

Rosa riso d’amor, del ciel fattura,

rosa del sangue mio fatta vermiglia,

pregio del mondo e fregio di natura,

de la terra e del sol vergine figlia,

d’ogni ninfa e pastor delizia e cura,

onor de l’odorifera famiglia,

tu tieni d’ogni beltà le palme prime,

sovra il vulgo de’ fior donna sublime.

❊

Quasi in bel tron imperadrice altera

siedi colà su la nativa sponda.

Turba d’aure vezzosa e lusinghiera

ti corteggia d’intorno e ti seconda;

e di guardie pungenti armata schiera

ti difende per tutto e ti circonda:

e tu, fastosa nel tuo regio vanto,

porti d’or la corona e d’ostro il manto.

Il tema dell’irraggiungibilità della rosa (2) viene riassunto da Jorge Luis Borges, con una poesia enciclopedica che si articola riprendendo antiche metafore:

La rosa,

l’immarcescibile rosa che non canto,

quella che è peso è fragranza,

quella del nero giardino nell’alta notte,

quella di qualsiasi giardino e qualsiasi sera,

la rosa che risorge dalla tenue

cenere per l’arte dell’alchimia,

la rosa dei persiani e di Ariosto,

quella che sempre sta sola,

quella che sempre è la rosa delle rose,

il giovane fiore platonico,

l’ardente e cieca rosa che non canto,

la rosa irraggiungibile. 

❊

La volatilità della passione diventa resoconto memorabile di una passione finita in Dino Campana (3):

In un momento

Sono sfiorite le rose

I petali caduti

Perché io non potevo dimenticare le rose

Le cercavamo insieme

Abbiamo trovato delle rose

Erano le sue rose erano le mie rose

Questo viaggio chiamavamo amore

Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose

Che brillavano un momento al sole del mattino

Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi

Le rose che non erano le nostre rose

Le mie rose le sue rose

P.S. E così dimenticammo le rose.

(per Sibilla Aleramo)

❊

Rainer Maria Rilke ha pubblicato un’intera raccolta di poesie, Les Roses, (4) composte in francese tra il 1924 e il 1926, che sono delicate riflessioni sulla metafisica della rosa.

Se la tua freschezza a volte ci stupisce;


gioiosa rosa,


è perché in te, petalo contro petalo,


dentro te stessa, ti riposi.

 

Un corpo sveglio il cui centro dorme,


mentre innumerevoli si toccano


le tenerezze del cuore silenzioso


che culminano poi nella tua bocca.

❊

La frase di Gertrude Stein, Rose is a rose is a rose is a rose, di solito riportata come gioco linguistico, è il frutto di una sintesi intelligente sul problema degli universali. Il fiore qui pone le basi per una nuova relazione tra narrazione e realtà, riprendendo le discussioni filosofiche nate fin dal Medioevo tra nominalisti e realisti. (5)

Robert Frost affronta lo stesso argomento in modo ironico, con una poesia sulla genealogia della rosa: The Rose Family. La circolarità del verso restituisce un senso nuovo:

The rose is a rose,

And was always a rose;

But the theory now goes

That the apple’s a rose,

And the pear is, and so’s

The plum, I suppose.

The dear only knows

What will next prove a rose.

You, of course, are a rose –

But were always a rose.

 

E allora se in inglese ci capitasse di essere chiamati Petal, sarebbe davvero un grande complimento.

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(1) Giambattista Marino, L’Adone, pubblicato nel 1623 ma in lavorazione già dal 1596, un’opera di lunga gestazione.

(2) La Rosa, traduzione di Domenico Porzio, Meridiani Mondadori, Borges, Volume I, Milano 1984.

(3) In un momento, Dino Campana, scritta intorno al 1917.

(4) Rainer Marie Rilke, edizione italiana, Le Rose, Passigli editore, 2010. La  traduzione è a cura di S. Mori Carmignani.

(5) Abelardo (1079 – 1142) è stato il primo a utilizzare la rosa come esempio concettuale. Secondo il teologo e filosofo francese non c’è nulla di universale; l’universalità viene interpretata come un’operazione mentale con cui si prendono in considerazione gli aspetti in cui le cose vengono radunate per similitudine, tralasciando gli aspetti differenti.

Cuor di leone

San Girolamo, patrono dei traduttori, a volte è raffigurato in compagnia di un leone. A Venezia, alla Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, un intero ciclo di Vittore Carpaccio è dedicato al santo. Nella tela “San Girolamo e il leone nel convento”, il santo ritorna dall’eremitaggio nel deserto con un leone che aveva ammansito togliendogli una spina dalla zampa. L’opera mostra il momento in cui i frati del convento vedono la belva e fuggono terrorizzati prima che il monaco possa raccontare come siano andati i fatti. Ci sono moltissimi altri dipinti legati all’episodio del leone accudito dal santo. Alla National Gallery di Londra si può ammirare il quadro straordinario di Antonello da Messina. In realtà l’associazione santo-leone è piuttosto comune, basti pensare a San Marco…

Ma come mai il leone accompagna quasi sempre l’eremita nelle sue peregrinazioni? La spiegazione più convincente e commovente viene proprio da James Hillman che ha scritto un bellissimo saggio sul pensiero del cuore. (1)

Il leone ruggisce al deserto dell’anima, San Girolamo abita il cuore del leone. Qui la rabbia leonina non è associata all’aggressione, all’ostilità, alla violenza, ma alla vitalità delle emozioni, le passioni dell’anima rendono abitabile persino il deserto. Non a caso, l’animale scelto dal santo è il re degli animali, un animale regale che diventa il guardiano di un sottile equilibrio tra rabbia e pulsione. La preghiera nasce proprio come diretta conseguenza della confessione, la necessità di spostare la riflessione da sé al potere indipendente ed evocativo delle immagini.

Nel Fedro di Platone, come ricorda Hillman, Socrate significativamente nomina per primo Pan, il semidio figlio di Hermes e della ninfa Driope: “O Caro Pan, e voi altre divinità di questo luogo, datemi la bellezza interiore dell’anima e, quanto all’esterno, che esso si accordi con ciò che è nel mio interno“.

Per l’eremita il ruggito del leone non è altro che il risveglio dell’anima.

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(1) L’anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi, Milano, 2002.

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