Search

venicebyvenice

Making your journey easier

Tag

avventura

La Taverna del Doge Loredan

wp-15839435801577882811554357383041.jpg

Ho scoperto questo libro durante una passeggiata a Dorsoduro, il sestiere dove abitavo ai tempi dell’università. Di fronte alla Chiesa dei Carmini c’è un negozio di vinili e libri usati che ha delle edizioni rare. Parlando con il proprietario su una copia in vetrina de Il Doge di Aldo Palazzeschi ha tirato fuori Ongaro. “Questo è un altro classico, pubblicato negli anni ’80, riuscito con la Piemme, conosci? Lui è un giornalista veneziano, è un romanzo ma riconoscerai molti luoghi di Venezia.”

Comprato all’istante, insieme al libro di Palazzeschi.

Ora non rivelerò molto del libro perché quello che è stato una sorpresa per me deve esserlo anche per chi non l’avesse ancora letto. E proprio dove meno me l’aspettavo, ho trovato la soluzione a un enigma intricato che mi ha dato filo da torcere per anni e che dopo la lettura di questo libro non solo non ha più ragione di esistere ma ha dissipato ogni dubbio. Liberatorio in ogni senso.

Siamo nelle mani di un maestro, Ongaro (1925-2018), conosciuto anche con il nome di Alfredo Nogara, giornalista e co-autore di molte storie di Hugo Pratt; uno scrittore totale che ha vissuto in America Latina, viaggiato in tutto il mondo e incontrato un tempo in Camerun il re dei Douala a cui non ha avuto bisogno di presentarsi: “Lei è nato, vicino all’acqua”. Inevitabile il richiamo a Venezia con la casa di infanzia vicino ai tre ponti di Piazzale Roma, tre possibilità in tre direzioni diverse, un tuffo al cuore.

Il romanzo racchiude tre libri in uno: una storia già scritta a cui manca un finale, una fiction che prende vita grazie a una inaspettata riscoperta e il resoconto dei flussi di coscienza dell’editore. Tutto ha inizio grazie a un altro classico stratagemma letterario – il ritrovamento di un manoscritto, la prova tangibile documentata che fa in modo che l’incredibile risulti credibile: una voce sconosciuta urla la sua verità a un mondo che non l’ascolta fino a che qualcuno non la riporta alla luce.

Il protagonista è un editore veneziano di origine austriaca che vive a Cannaregio in una palazzina che si affaccia su rio di San Felice. Shultz trova per caso sopra un armadio un misterioso manoscritto incompleto. Comincia a leggere le pagine del libro per cercare di capire se pubblicarlo o meno, e man mano che legge, riscopre molti punti in comune con un fantasma vissuto due secoli prima, un nobile che si è messo in grossi guai, la comparsa di una donna che nasconde un segreto di cui si vergogna e che ha un doppio femminile nella vita di Shultz. Londra e Venezia sono le due città a cui fare riferimento. Un quadro del ‘700 ritrae il cavaliere William Beckford, e nel quadro sappiamo che c’è già tutto, se solo si prestasse più attenzione a certi dettagli…la consapevolezza arriva dopo.

 

 

 

 

Elevazioni V – And the beat goes on

Non ch’una battaglia,
ma per voi sarò pronto a farne cento:
di mia persona, in tutto quel che vaglia,
fatene voi secondo il vostro intento;
che la cagion ch’io vesto piastra e maglia,
non è per guadagnar terre né argento,
ma sol per far beneficio altrui,
tanto più belle donne come vui. [1] 

Così canta Ruggiero una volta scampato al pericolo della perfida Alcina, la maga che vive su un’isola-balena in movimento oltre le colonne d’Ercole e trasforma i suoi amanti in piante e/o fiori o sassi – Astolfo è diventato un mirto, una variazione rispetto ai maiali di Circe:

Alcina i pesci uscir facea de l’acque
con semplici parole e puri incanti. [2] 

L’incanto dura poco, racconta Astolfo:

Conobbi tardi il suo mobil ingegno,
usato amare e disamare a un punto.
Non era stato oltre a due mesi in regno,
ch’un novo amante al loco mio fu assunto. [3] 

E anche Ruggiero avrebbe rischiato la stessa metamorfosi, un destino sospeso tra sasso o pianta o corpo liquido, se non fosse stato per l’intervento miracoloso della maga Melissa, amica dell’amata Bradamante che grazie a un anello magico gli fa vedere come stanno le cose: Alcina è una vecchia strega senza denti che usa la magia con la scaltrezza di una seduttrice incallita. Ha due sorelle maghe come lei, la perfida Morgana e la virtuosa Logistilla, che avrà un ruolo fondamentale nella organizzazione della fuga da una fine certa. Grazie a lei, Ruggiero potrà riprendere il viaggio con la mitica Balisarda – la spada appartenuta a Orlando – e liberare Astolfo e Rabicano, il cavallo magico di Astolfo senza peso che non lascia impronte, nato da una fiamma a forma di cavalla e un soffio di vento, e molto accadrà ancora, come vuole tradizione, epica e non.

Scambiare veleno per liquore grato resta il passaggio obbligato dall’illusione alla disillusione, non che l’operazione sia definitiva, la creatività aiuta a riconoscere risorse inesauribili:

E quanti personaggi inutili abbiamo indossato?

Dosso Dossi, Melissa
Dosso Dossi, Melissa (1518-1520)

–––––––––––––––––––––––––––––––––––––

[1] vv. 80-88, canto VI, Orlando Furioso, Ludovico Ariosto, Garzanti, 1986.

[2] Ibidem, vv. 38-39

[3] Ibidem, vv. 50-54.

Il quadro nell’articolo è esposto alla Galleria Borghese di Roma che lo descrive così.

One book in one tweet #16 Sì viaggiare

16-80

Sir Gawain e il Cavaliere verde (Manoscritto anonimo medievale)

Re Artù è a Camelot per celebrare il Capodanno, prima del pranzo è tradizione ascoltare sempre qualche avventura. Eccola qui.

Mario l’epicureo di Walter Pater

Romanzo filosofico ricco di citazioni, già sotto il titolo, “Un sogno di inverno dove le notti sono più lunghe”(Luciano) e pure i sogni.

Viaggio in Armenia di Osip Mandel’štam (a cura di Serena Vitale)

Poeta russo, ebreo, materia armena, struttura di forma persiana. Acqua in armeno è dzur, villaggio è g’jur, è un buon inizio.

Le isole Aran di John M. Synge

Qui torniamo al trapassato, inizio del secolo scorso, vent’anni fa erano più o meno simili, ora forse un passato prossimo.

Fire on the mountain di Anita Desai

Viaggio tra le montagne dove le lettere non arrivano, sfogliando I racconti del cuscino di Sei Shonagon, una dama di corte giapponese.

Il cuore affamato di Ulisse

Alfred Tennyson, 1st Baron Tennyson (1809-1892...

Ardano attraverso la notte, lungamente

le stelle lucentissime.

Ibico

Non avevo ancora tradotto l’Ulisse (1833) di Alfred Tennyson (1809-1892), poeta laureato di epoca vittoriana, celebratissimo, scoraggiata in parte dalla versione aulica di Giovanni Pascoli[1], poi quando l’ho riletta in inglese, mi ha emozionato di nuovo, una visione diversa che si concentra sulla psicologia del personaggio: un cuore libero che non vuole cedere alla ragionevolezza della vecchiaia per continuare a esplorare nuovi mondi di sé. Telemaco invece è legato al suo ruolo, mantenere l’ordine in assenza del padre, una figura indispensabile perché l’avventura possa prendere vita.

Il tema del viaggio mi ha ricordato un documentario che avevo visto tempo fa sul giornalista Terzani, che raccontò con gli occhi velati dalle lacrime che la sua barba gli aveva salvato la pelle in varie occasioni, un camuffamento che aveva scelto per cercare di assomigliare di più all’altro, a chi andava incontro, per fare in modo che si rispecchiasse in lui e si sentisse accolto nel tentativo camaleontico di annullare le distanze in terre straniere forse per ritrovare se stesso.

 

Ulisse

Serve poco che un re inoperoso,

Vicino a un focolare calmo, fra aride rupi

Unito a una sposa invecchiata, stia a ripartire ed elemosinare

Leggi ineguali a gente selvaggia,

Che accumula, dorme e mangia, e non mi conosce.

Non riesco a non viaggiare, berrò

Fino all’ultima goccia di vita, ogni volta mi sono divertito

Molto, ho sofferto molto, sia con coloro

Che mi hanno amato, che da solo, sulla riva, quando

Tra correnti tumultuose le piovose Iadi

Hanno agitato il mare oscuro: sono diventato un nome;

Perché volevo sempre vagare con cuore affamato;

Molto ho visto e conosciuto, città di uomini,

E costumi, climi, consigli, governi,

E non di meno me stesso, ma onorato da tutti;

Ho bevuto in onore della gioia della battaglia con i miei pari;

Lontano sulle pianure risonanti della ventosa Troia.

Sono parte di tutto quello che ho incontrato;

Eppure tutta l’esperienza è un arco con cui 

Si illumina quel mondo inesplorato, i cui confini sbiadiscono

Sempre più appena mi muovo.

Che noioso è fermarsi, mettere una fine,

Arrugginire spento, non risplendere in azione!

Come se respirare fosse vita. Vita ammassata su vita

Sarebbe troppo poco, e di una vita mi rimane

Poco tempo: ma da quel silenzio eterno,

Si risparmia ogni ora, ancora qualcosa,

Uno che apporti opere nuove, sarebbe ignobile,

Per qualche anno risparmiare e mettere da parte,

Questo spirito esperto che arde dal desiderio

Di seguire la conoscenza come una stella cadente,

Fino ai confini estremi del pensiero umano.

Questo è mio figlio, il mio Telemaco,

Al quale lascio lo scettro e l’isola –

Che io amo molto, a cercare di adempiere

Questo compito, con lenta prudenza rendere mite

Un popolo rude, per teneri gradi

Sottometterlo all’utile e al buono.

Egli è più di tutti senza colpa, equilibrato nella sfera

Dei suoi doveri, adatto a non mancare

Nelle tenere usanze, e rispettare il culto convenevole

Dei miei numi tutelari,

Quando me ne sarò andato. Lui fa il suo lavoro, io il mio.

Là c’è il porto. La nave issa le vele:

Laggiù risplendono gli oscuri mari aperti. Miei marinai,

Animi che avete faticato, lavorato e pensato,

Che accoglieste con uguale saluto gioioso sia

Le tempeste che il sole, e opponeste

Cuori liberi, fronti libere – voi ed io siamo vecchi;

E la vecchiaia tuttavia ha un suo onore e un suo fardello;

La morte chiude tutto: ma qualcosa prima della fine,

Qualche impresa di fattura nobile, deve essere ancora svolta,

Da uomini degni che lottarono contro gli Dei.

Le luci cominciano a brillare dalle rocce:

Il lungo giorno declina; la luna sorge lenta; il profondo

Si lamenta attorno con molte voci. Venite, amici miei,

Non è troppo tardi per cercare un mondo più nuovo.

Al largo, e sedetevi in ordine per cercare di colpire

I flutti tumultuosi; perché il mio scopo è

Di navigare oltre il tramonto, e i lavacri

Di tutte le stelle occidentali, fino a che non morrò.

Forse gli abissi ci inghiottiranno:

Forse toccheremo le Isole dei Beati,

E rivedremo il grande Achille, che conoscemmo

Anche se perdemmo molto, molto ci resta; e se

Ora non abbiamo la forza che avevamo ai vecchi tempi

Che muoveva terra e cielo; quello che noi siamo, siamo,

Una tempra uguale di cuori eroici,

Resa debole dal tempo e dal destino, ma forte nella volontà

Di lottare, cercare, trovare e non cedere.

 

 


[1] Tratta dalla Raccolta del 1938 Traduzioni e Riduzioni, Mondadori, Milano.

 

Powered by WordPress.com.

Up ↑