Search

venicebyvenice

Making your journey easier

Tag

architettura

London’s calling #5: Peckham

Luoghi non luoghi superluoghi liberamente rivisitati

Peckham?

Hai detto Peckham?

Sì, ho detto proprio Peckham, oggi andiamo oltre, oltre a tutto, oltre il Tamigi, a sud-est, direzione Southwark. Intanto qui hanno ambientato una delle sit-com più divertenti, Only Fools and Horses, due fratelli che tirano bidoni, Del Boy Trotter e suo fratello Rodney, in compagnia del nonno, personaggio surreale, che danno ogni tanto ancora in replica. Trotter/David Jason si è poi infilato in un’altra serie, serissima, il soporifero Inspector Frost (L’ispettore Gelo in A Touch of Frost), ma io ogni volta che lo vedo, scoppio a ridere, perché per me è inchiodato al ruolo di Del Boy, un cialtrone simpatico che ha la mania di usare frasi in francese che non hanno senso, strafalcioni giusto per darsi un tono, il fratello Rodney è la versione maschile di Biancaneve, segue sempre con titubanza le imprese deliranti del fratello, ma lo segue; il nonno è forse il più fuso di tutti, un vecchio lupo di mare, assomiglia al nostromo della pubblicità, che osserva con distacco un mondo che va a rotoli. Guardando il paesaggio urbano dal finestrino dell’autobus, le architetture hanno avuto un destino diverso, la via commerciale che include il mercato e negozi vari è un agglomerato fatiscente di edifici divisi per insegne, molto cemento. Ci sono delle eccezioni, una di queste è la Peckham Central Library, biblioteca e centro multimediale progettato da Alsop e Störmer, che ha vinto nel 2000 il premio Stirling per l’Architettura, e organizza spesso eventi culturali.

Proseguendo la strada, tra Brixton e Peckham, c’è un altro gioiello che è bene visitare di tanto in tanto, la Dulwich Picture Gallery, che ha una imponente collezione di quadri antichi: Rembrandt, Rubens, Canaletto, Poussin, Gainsborough, Hogarth, Reni, Guercino, Tiepolo. Nel corso degli anni si è specializzata nella riproduzione di stampe, che si possono ordinare in vari formati, la mecca dei fanatici del poster artistico. I ritratti sono sereni quadri di famiglia, i cani dipinti hanno delle espressioni significative, l’apparente quiete da setting ideale tipica del pittoresco rivela comunque altro, c’è sempre un dettaglio che supera i limiti della rappresentazione, il quadro nel quadro nel quadro. E poi ha una delle più belle sale da tè in circolazione, le facciate in vetro si aprono al paesaggio verde, anche in una giornata fredda e umida, quel prato verde intenso rimane la cornice ideale per ospitare nuovi pensieri, e non c’è bisogno di spiegare nulla, niente calma quanto una decisione presa.

1 ACROSS: Improvised (3, 3, 4)

Off the cuff, evvai!

§ Chasing sheep is best left to shepherds

Venezia #4: Santa Croce

Da secoli tentano di convincerci che la terra sia una valle di lacrime.

Ma io mi ribello a tutto questo, e credo che l’erotismo, come la rivolta,

sia tra i mezzi eccellenti, adatti a condurci a questa smisurata gioia.

 

Paul Wühr

 

 

San Giacomo dell’Orio ha un’aria esotica, godereccia con tutti i ristoranti che ci sono intorno alla zona, con degli alberi però un po’ spettrali, sempre più curvati, persino le case che si affacciano sul campo sono insolite, dipinte di rosso veneziano ormai stinto, anche se tutt’altro che scolorita è la storia di Lorenzo Lotto, il pittore della pala all’interno della Chiesa, una delle più antiche di Venezia, pianta a croce latina, disposta a lato del campo, argomento preferito dai teorici dell’architettura che potrebbero parlarti per ore della ricostruzione con preziosi frammenti bizantini portati indietro dalla Quarta Crociata, ma soprattutto della colonna in marmo verde con capitello ionico elogiata da John Ruskin…

Io invece dedico volentieri qualche riga al grande Lotto, che ha avuto vita durissima, spesso criticato per non essere mai a passo con i tempi, messo in ombra dai suoi contemporanei, prima Bellini, poi Tiziano, girò l’Italia, spostandosi tra Bergamo, le Marche Roma e il Veneto, alla ricerca di committenze fortunate, e dopo vent’anni di peregrinazioni tornò a Venezia per un breve periodo, ospite non molto gradito di un nipote avvocato che ricambiava con dei “quadreti” perché non era riuscito mai a guadagnare abbastanza denaro come pittore.

Quando poi scopro che all’epoca della realizzazione della pala si era pure ammalato, guardo la composizione con occhi diversi. Costretto a chiedere ospitalità questa volta al fedele amico Bartolomeo Carpan che gli aveva trovato un alloggio a San Stae, aveva cambiato il testamento, decidendo di lasciare i suoi oggetti e le sue tele a due giovani pittori della scuola che potessero farne buon uso.

Mi soffermo a osservare i santi ai piedi della Madonna, oltre a San Giacomo e Sant’Andrea, ci sono proprio i due Santi medici, Cosma e Damiano, la Madonna malinconica, arrotondata in una veste rossa accesa, ha delle mani lunghissime, il bambino, un’espressione da adulto imbronciato, la coroncina tenuta sospesa sulla testa dagli angeli, e la bisaccia del pellegrino con una piccola conchiglia ai piedi di San Giacomo sono di una bellezza delicata.

Viene banalmente presentato come un genio irrequieto, mi chiedo chi non lo sarebbe stato al posto suo? Tra i suoi ultimi debiti saldati, sei ducati per comprare lacca di grana.

Solita vecchia storia: destini complicati per chi è chiamato a nuove visioni.

Nel campo invece la vita continua come sempre, bambini che corrono come dei forsennati, e madri che urlano come aquile, volutamente ignorate. Attrae l’attenzione un articolo che si sta leggendo di gusto il mio vicino di panchina, “Usura con la cassa peota”, veneziana incriminata per tassi capestro a giocatrici disperate alle slot machine, casi in cui la rivincita non arriva mai. Mi allontano verso il ponte di ferro che porta a Ca’ Tron, il menù alla trattoria all’angolo promette bene: sformato di patate, agnello alle erbe, torta di pere allo zenzero. A questo punto la pausa è necessaria, la visita all’Ouranosaurus nigeriensis lungo 7 metri e alto più di 3,6 al Museo di Storia Naturale è rimandata a data da destinarsi.

 

Photo by cottonbro on Pexels.com

Venezia #4: Santa Croce

Da secoli tentano di convincerci che la terra sia una valle di lacrime.

Ma io mi ribello a tutto questo, e credo che l’erotismo, come la rivolta,

sia tra i mezzi eccellenti, adatti a condurci a questa smisurata gioia.

 

Paul Wühr

 

 

San Giacomo dell’Orio ha un’aria esotica, godereccia con tutti i ristoranti che ci sono intorno alla zona, con degli alberi però un po’ spettrali, sempre più curvati, persino le case che si affacciano sul campo sono insolite, dipinte di rosso veneziano ormai stinto, anche se tutt’altro che scolorita è la storia di Lorenzo Lotto, il pittore della pala all’interno della Chiesa, una delle più antiche di Venezia, pianta a croce latina, disposta a lato del campo, argomento preferito dai teorici dell’architettura che potrebbero parlarti per ore della ricostruzione con preziosi frammenti bizantini portati indietro dalla Quarta Crociata, ma soprattutto della colonna in marmo verde con capitello ionico elogiata da John Ruskin…

Io invece dedico volentieri qualche riga al grande Lotto, che ha avuto vita durissima, spesso criticato per non essere mai a passo con i tempi, messo in ombra dai suoi contemporanei, prima Bellini, poi Tiziano, girò l’Italia, spostandosi tra Bergamo, le Marche Roma e il Veneto, alla ricerca di committenze fortunate, e dopo vent’anni di peregrinazioni tornò a Venezia per un breve periodo, ospite non molto gradito di un nipote avvocato che ricambiava con dei “quadreti” perché non era riuscito mai a guadagnare abbastanza denaro come pittore.

Quando poi scopro che all’epoca della realizzazione della pala si era pure ammalato, guardo la composizione con occhi diversi. Costretto a chiedere ospitalità questa volta al fedele amico Bartolomeo Carpan che gli aveva trovato un alloggio a San Stae, aveva cambiato il testamento, decidendo di lasciare i suoi oggetti e le sue tele a due giovani pittori della scuola che potessero farne buon uso.

Mi soffermo a osservare i santi ai piedi della Madonna, oltre a San Giacomo e Sant’Andrea, ci sono proprio i due Santi medici, Cosma e Damiano, la Madonna malinconica, arrotondata in una veste rossa accesa, ha delle mani lunghissime, il bambino, un’espressione da adulto imbronciato, la coroncina tenuta sospesa sulla testa dagli angeli, e la bisaccia del pellegrino con una piccola conchiglia ai piedi di San Giacomo sono di una bellezza delicata.

Viene banalmente presentato come un genio irrequieto, mi chiedo chi non lo sarebbe stato al posto suo? Tra i suoi ultimi debiti saldati, sei ducati per comprare lacca di grana.

Solita vecchia storia: destini complicati per chi è chiamato a nuove visioni.

Nel campo invece la vita continua come sempre, bambini che corrono come dei forsennati, e madri che urlano come aquile, volutamente ignorate. Attrae l’attenzione un articolo che si sta leggendo di gusto il mio vicino di panchina, “Usura con la cassa peota”, veneziana incriminata per tassi capestro a giocatrici disperate alle slot machine, casi in cui la rivincita non arriva mai. Mi allontano verso il ponte di ferro che porta a Ca’ Tron, il menù alla trattoria all’angolo promette bene: sformato di patate, agnello alle erbe, torta di pere allo zenzero. A questo punto la pausa è necessaria, la visita all’Ouranosaurus nigeriensis lungo 7 metri e alto più di 3,6 al Museo di Storia Naturale è rimandata a data da destinarsi.

 

Photo by cottonbro on Pexels.com

Le essenze spiritose

Alla bisnonna Assunta e a zio Felice

Lungo la Riviera del Brenta in un borgo a ferro di cavallo i miei antenati facevano i distillatori. Non è rimasto nulla dei segreti del mestiere, a parte un paio di vecchi alambicchi rotti, sacchi di etichette e una fitta corrispondenza.

Pare che il vecchio capostipite, il mio bisnonno, nato il mio stesso giorno, un secolo prima, fosse un uomo distinto, piuttosto gaudente con il vizio del gioco. Aveva due occhi neri lucidi come due biglie e portava i baffi all’insù. Si era sposato in seconde nozze con la Signora G., una donna robusta, severa, proprietaria di una fabbrica di laterizi. Dalla loro unione era nato un unico figlio, un ragazzo malinconico, svogliato negli studi, dalla corporatura esile e dal destino infelice, morì giovanissimo di spagnola.

La Signora G. era rimasta impietrita dal dolore di quella perdita prematura, privata dell’unico erede a cui aveva deciso di affidare la gestione di un solido impero economico accumulato con ferrea disciplina. Una volta vedova, si era messa in affari con il figliastro, un rampante industriale di origine vicentina, che aveva deciso di lanciarsi in una nuova impresa, creando una distilleria destinata alla produzione di grappa e liquori. Reinterpretò la tipologia classica della cittadella industriale, costruendo accanto agli edifici commerciali le abitazioni per gli operai.

Mia nonna, di origine veronese, figlia di un tecnico cartaceo, era rimasta folgorata dalla giovialità del Signor B., se n’era innamorata perdutamente. Aveva studiato alla scuola francese, era una donna piuttosto colta che si era trasferita sulla Riviera per gestire insieme al padre un albergo ristorante, che aveva come logo la vite.

L’unione fu molto travagliata, il marito sempre in viaggio di lavoro, lei sempre sola con due bambini e un padre vecchio da accudire.

Mio nonno morì improvvisamente a soli quarantaquattro anni di peritonite, suo fratello medico non era riuscito a salvarlo. Per mio padre e per mio zio, rimasti orfani così giovani, il proprio padre nei racconti materni continuava a esistere come una figura eroica, un bravo industriale, generoso e affettuoso. Alcune foto scolorite restituiscono istanti felici mentre giocano nel frutteto di famiglia, mio nonno li guarda con ammirazione, mia nonna si affaccia timidamente dalla finestra che dà sul giardino, vicini ma distanti.

La morte di mio nonno segnò l’inizio di un lento declino, mia nonna a poco, a poco, cominciò a sentirsi sempre più limitata dalla sua condizione femminile ai tempi del fascismo. Decise di chiudere la distilleria, svendette l’albergo e affittò gli edifici commerciali a degli artigiani locali.

Mio padre avrebbe voluto ripristinare tutto secondo gli antichi albori. Era riuscito a coronare il sogno della sua via diventando un pilota di volo acrobatico. Il fratello maggiore, che invece voleva essere un giornalista, aveva scelto di fare quello che da lui ci si aspettava: era un imprenditore. Morì a trentaquattro anni in un incidente stradale. Mio padre non si riprese mai da quel lutto, sentiva che la vita con lui era stata più che generosa, con il fratello ingrata.

Da allora si era messo in testa di rimettere a posto tutto da solo, voleva restaurare la villa in cui era nato. È morto prima di riuscire a portare a termine quello che si era prefissato.

Le essenze spiritose sono svanite per sempre, a noi, eredi del Signor B., il compito di dare una configurazione più propizia a un setting desolato, non operativo da anni. Non si poteva più ripristinare il passato, così come avrebbe voluto mio padre, ma si doveva cercare un nuovo senso, riesaminando con cura gli indizi che avevamo a disposizione. Bisognava rianimare gli spazi, il luogo chiedeva di ritornare in vita, proprio come la vite, simbolo di forza, di creatività e capacità di adattamento, aveva resistito tutto quel tempo per aprirsi al cambiamento.

Curiosamente “Vine” (vitis vinifera) figura anche tra i Rimedi dei Fiori di Bach, è un fiore vivamente consigliato per sviluppare una maggiore consapevolezza delle proprie capacità nel rispetto dell’individualità degli altri, imparare a essere autorevole senza essere autoritario. Vita vitis…

“A doctor can bury his mistakes but an architect can only advise his clients to plant vines”. (Frank Lloyd Wright)


TO BE CONTINUED…

Powered by WordPress.com.

Up ↑