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Albione

A una certa isola

Luoghi non luoghi superluoghi liberamente rivisitati

Come invocarti, gentile Inghilterra?

È evidente che non devo usare

la pompa e lo strepito dell’ode

estranea al tuo pudore.

Non parlerò dei tuoi mari, che sono il Mare,

né dell’imperio che ti impose, isola intima,

la sfida degli altri.

Elencherò a voce bassa alcuni simboli:

Alice, che fu un sogno del Re Rosso,

che fu un sogno di Carroll, oggi un sogno,

il sapore del tè e dei dolci,

un labirinto nel giardino,

una meridiana,

un uomo che spasima (ma a nessuno dice che spasima)

l’Oriente e le solitudini glaciali

che Coleridge non vide

ma cifrò con parole precise,

il rumore della pioggia, che non muta,

la neve sulla guancia,

l’ombra della statua di Samuel Johnson,

la eco di un liuto che perdura

sebbene ormai nessuno possa udirlo,

il cristallo di uno specchio che ha riflesso

lo sguardo cieco di Milton,

la costante veglia di una bussola,

il Libro dei Martiri,

la cronaca di oscure generazioni

nelle ultime pagine di una Bibbia,

la polvere sotto il marmo,

la cautela dell’alba.

Siamo qui noi due, isola segreta.

Nessuno ci ascolta.

Tra due crepuscoli

divideremo in silenzio cose amate.[1]

 

[1] Borges, Tutte le Opere, Meridiani Mondadori, trad. a cura di Domenico Porzio.

A una certa isola

Luoghi non luoghi superluoghi liberamente rivisitati

Come invocarti, gentile Inghilterra?

È evidente che non devo usare

la pompa e lo strepito dell’ode

estranea al tuo pudore.

Non parlerò dei tuoi mari, che sono il Mare,

né dell’imperio che ti impose, isola intima,

la sfida degli altri.

Elencherò a voce bassa alcuni simboli:

Alice, che fu un sogno del Re Rosso,

che fu un sogno di Carroll, oggi un sogno,

il sapore del tè e dei dolci,

un labirinto nel giardino,

una meridiana,

un uomo che spasima (ma a nessuno dice che spasima)

l’Oriente e le solitudini glaciali

che Coleridge non vide

ma cifrò con parole precise,

il rumore della pioggia, che non muta,

la neve sulla guancia,

l’ombra della statua di Samuel Johnson,

la eco di un liuto che perdura

sebbene ormai nessuno possa udirlo,

il cristallo di uno specchio che ha riflesso

lo sguardo cieco di Milton,

la costante veglia di una bussola,

il Libro dei Martiri,

la cronaca di oscure generazioni

nelle ultime pagine di una Bibbia,

la polvere sotto il marmo,

la cautela dell’alba.

Siamo qui noi due, isola segreta.

Nessuno ci ascolta.

Tra due crepuscoli

divideremo in silenzio cose amate.[1]

 

[1] Borges, Tutte le Opere, Meridiani Mondadori, trad. a cura di Domenico Porzio.

Teardrops

Piove…Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane; ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane…

Nel lontano 1984, ormai secolo scorso, le gocce di pioggia nella terra d’Albione venivano immortalate in un pezzo degli Eurythmics, frammenti di memoria che si scioglievano in lacrime per diventare emozioni nuove:

Here comes the rain again falling on my head like a memory, falling on my head like a new emotion.

Le parole nuove di oggi sono di un poeta friulano, Pierluigi Cappello[1], potenti e amorevoli:

Piove, e se piovesse per sempre


sarebbe questa tua carezza lunga


che si ferma sul petto, le tempie;


eccoci, luccicante sorella,


nel cerchio del tempo buono, nell’ora


indovinata


stiamo noi, due sguardi versati in un corpo,


uno stare senza dimora


che ci fa intangibili, sottili come un sentiero


di matita 
da me a te né dopo né dove, amore,


nello scorrere
 quando mi dici guardami bene, guarda:


l’albero è capovolto, la radice è nell’aria.