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Riflessioni

Suffragette City

Mimosa nemmeno l’ombra.

Auguri per carità che tanto mica si festeggia solo oggi? – Frase sentita fino alla nausea.

Non sarai mica femminista? – tuona come un rimprovero.

Come ricorda Marie Louise von Franz l’anima ha bisogno di rinnovamento.

Allenarsi alla resilienza.

 

 

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Mobius Trip

Quando qualcuno vuole denigrare quello che hai scritto, comincia a darti dell’enciclopedista da strapazzo, “tu e quelle note da Wikipedia” – per poi scoprire che la stessa persona si è fatta pure scrivere la biografia su Wikipedia, fingendo di non avere nulla a che fare con quell’opera di divulgazione, approssimativa e poco affidabile.

Il bue che dice cornuto all’asino per rimanere in tema:

è facile criticare giustamente, è difficile eseguire anche mediocremente – sosteneva Denis Diderot – secondo Wikiquote, altra grande invenzione.

Anche qui si potrebbe discutere su quanto giustamente, giusta-Mente per chi? Come se l’informazione fosse un dato oggettivo in cui mettere in pratica le fatidiche cinque domande chiave della tradizione del giornalismo anglosassone: chi? che cosa? quando? dove? e perché?..ma è lunedì, e non partiamo subito con il piede di guerra, anzi..

Stamattina ho ricevuto l’invito da un literary strategist, un titolo che in italiano fa già sorridere.

Uno stratega letterario. Per cosa?

Per muovermi nel mondo letterario con passo felpato e consapevole. Prendiamola con humour.

Tra i messaggi c’è qualcuno che ulula fonemi alla tastiera, una diversa forma espressiva di un’arte che sfugge a qualsiasi definizione. Non so davvero cosa pensare, oscillo tra senso del pudore e pena: il viso è una maschera di dolore, le sopracciglia inarcate in un’espressione di sollievo in quel canto liberatorio che rispetto a distanza. Sembra felice.

A quel punto per solidarietà intono anch’io un canto improvvisato a squarciagola, mi salva il tasto rewind e una sana autocritica, certo se le pareti potessero parlare sarebbe un’altra storia.

(Mobius Trip, Hp Lovecraft)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Che la forza sia con noi..

Ho passato le feste natalizie con una certa grazia fino al cotechino del primo dell’anno, un tipo di grasso che non si dimentica facilmente.

Tra i libri letti in queste ultime settimane, oltre ai post su Faccialibro con i segni favoriti del 2016 (leone, toro, acquario, scorpione), l’oroscopo cinese della scimmia (favorisce la salute), varie e/o eventuali, metto:

Il pappagallo di Flaubert di Julian Barnes, uscito nel 1984, ripubblicato da Einaudi nel 2014 nella splendida traduzione di Susanna Basso;

Chi ti credi di essere? di Alice Munro, sempre Einaudi (2012), traduzione di Susanna Basso;

Alessandro, romanzo dell’utopia di Klaus Mann, Il Melangolo (2005), traduzione dal tedesco di Gianni Bertocchini.

Parto dall’ultimo che in questo caso non è stato il primo per gradimento.

Alessandro Magno, il Grande, biografia romanzata del figlio di Thomas Mann, scritta a soli 23 anni. Attratta dalla prefazione di Jean Cocteau. Quanto sia attendibile non è dato saperlo, conquiste pagate a duro prezzo, e le solite bassezze umane, alcuni aneddoti mortificanti, tra cui l’abbandono di Arrideo – il fratellastro tardo – a Babilonia perché non c’è più tempo di cercarlo. Le premesse sono un padre ubriacone che violenta ragazzini e una madre che dorme con una cesta di serpenti a fianco del letto, il maestro Aristotele qualcosa semina passeggiando con una borsa di olio caldo appoggiata sulla pancia. Lettura affaticata da uno stile aulico, l’utopia serve a camminare, si arriva fino in India.

Il pappagallo di Flaubert nasce da una sfida: ricostruire la vita dello scrittore partendo dalla microstoria racchiusa in un oggetto, un pappagallo impagliato sulla scrivania di Flaubert durante la stesura di Un coeur simple. Una specie di romanzo capovolto, come racconta l’autore nella postfazione. Apparentemente un potenziale mattone e invece la prospettiva cambia insieme al punto di vista del biografo Braithwaite, un medico inglese, vedovo in pensione, in viaggio verso le spiagge di Rouen alla ricerca di altre verità. Un lutto nel cuore, un vuoto da colmare con vite di altre vite.

Chi ti credi di essere? l’ho invece vissuto più come un compito, avevo letto alcuni racconti della Munro ai tempi dell’università, dopo il romanzo Wild Geese di Martha Ostenso, la metafisica della prateria. Jonathan Franzen consiglia di iniziare da questa raccolta di dieci racconti scritta negli anni settanta che forma un romanzo nell’intreccio delle trame (edizione americana: The beggar maid. Stories of Flo and Rose, edizione canadese: Who do you think you are?). Intanto la frase del titolo funziona per ognuno di noi da specchio: chi ti credi di essere? Chi sei davvero?

Si riparte da Rose, nella lontana provincia di West Hanratty, esotica, come può essere la cartolina di una baita ai tropici. Tutte le cose sono vive. Spinoza.

 

Che la forza sia con noi..

Ho passato le feste natalizie con una certa grazia fino al cotechino del primo dell’anno, un tipo di grasso che non si dimentica facilmente.

Tra i libri letti in queste ultime settimane, oltre ai post su Faccialibro con i segni favoriti del 2016 (leone, toro, acquario, scorpione), l’oroscopo cinese della scimmia (favorisce la salute), varie e/o eventuali, metto:

Il pappagallo di Flaubert di Julian Barnes, uscito nel 1984, ripubblicato da Einaudi nel 2014 nella splendida traduzione di Susanna Basso;

Chi ti credi di essere? di Alice Munro, sempre Einaudi (2012), traduzione di Susanna Basso;

Alessandro, romanzo dell’utopia di Klaus Mann, Il Melangolo (2005), traduzione dal tedesco di Gianni Bertocchini.

Parto dall’ultimo che in questo caso non è stato il primo per gradimento.

Alessandro Magno, il Grande, biografia romanzata del figlio di Thomas Mann, scritta a soli 23 anni. Attratta dalla prefazione di Jean Cocteau. Quanto sia attendibile non è dato saperlo, conquiste pagate a duro prezzo, e le solite bassezze umane, alcuni aneddoti mortificanti, tra cui l’abbandono di Arrideo – il fratellastro tardo – a Babilonia perché non c’è più tempo di cercarlo. Le premesse sono un padre ubriacone che violenta ragazzini e una madre che dorme con una cesta di serpenti a fianco del letto, il maestro Aristotele qualcosa semina passeggiando con una borsa di olio caldo appoggiata sulla pancia. Lettura affaticata da uno stile aulico, l’utopia serve a camminare, si arriva fino in India.

Il pappagallo di Flaubert nasce da una sfida: ricostruire la vita dello scrittore partendo dalla microstoria racchiusa in un oggetto, un pappagallo impagliato sulla scrivania di Flaubert durante la stesura di Un coeur simple. Una specie di romanzo capovolto, come racconta l’autore nella postfazione. Apparentemente un potenziale mattone e invece la prospettiva cambia insieme al punto di vista del biografo Braithwaite, un medico inglese, vedovo in pensione, in viaggio verso le spiagge di Rouen alla ricerca di altre verità. Un lutto nel cuore, un vuoto da colmare con vite di altre vite.

Chi ti credi di essere? l’ho invece vissuto più come un compito, avevo letto alcuni racconti della Munro ai tempi dell’università, dopo il romanzo Wild Geese di Martha Ostenso, la metafisica della prateria. Jonathan Franzen consiglia di iniziare da questa raccolta di dieci racconti scritta negli anni settanta che forma un romanzo nell’intreccio delle trame (edizione americana: The beggar maid. Stories of Flo and Rose, edizione canadese: Who do you think you are?). Intanto la frase del titolo funziona per ognuno di noi da specchio: chi ti credi di essere? Chi sei davvero?

Si riparte da Rose, nella lontana provincia di West Hanratty, esotica, come può essere la cartolina di una baita ai tropici. Tutte le cose sono vive. Spinoza.

 

Elevazioni VI – On the road again

Non come i Rockets, che chissà che fine avranno fatto, alieni francesi che atterravano sul palco da un’astronave fuoco – concerto visto nella piccola Udine secoli fa – dipinti d’argento..poi ogni tanto dicevano che qualcuno era morto per la pittura tossica sul corpo, “ma non lo sapevano che faceva male?” – ci chiedevamo preoccupate, finché non ricomparivano su qualche altro palco, sbucando fuori dal solito uovo metallico con luci laser che invadevano la sala con inutili nuvole di fumo, smog all’ennesima potenza.

Non che di questi tempi ce ne sia bisogno, almeno qui in Veneto, Novembre contempla nebbia e umidità alle stelle, qualche consiglio luminoso dai versi di Adrienne Rich (1929-2012), che si interrogano sui limiti della rappresentazione stessa, semplici ma non troppo. C’è chi si arrampica sullo scarto tra significante e significato, e la complicata relazione tra indole e natura e un linguaggio simbolico poetico frutto di reiterati tentativi di seduzione verso un mondo che ci sfugge, le interpretazioni restano aperte.

 

Riflessioni rurali

Questa è l’erba su cui i piedi mettono radici.

La dipingi d’arancio o la canti verde,

Ma non hai mai trovato

Un modo per far dire all’erba quello che vuoi che dica.

Una nuvola può essere qualsiasi cosa credi:

Struzzo torre pendente occhio fisso

Ma non hai mai trovato una sola nuvola capace di esprimere il cielo.

Vai là fuori con la tua splendida maestria;

Raymond che taglia il prato non fa di meno.

La natura inumana dice:

Il vero successo è la pazienza inumana.

L’impazienza umana ti fa inciampare mentre corri.

Stai fermo e mettiti disteso.

È l’erba ad abbattere il falciatore;

È la nuvola a inghiottire il cielo.

§

Rural reflections

This is the grass your feet are planted on.
You paint it orange or you sing it green,
But you have never found
A way to make the grass mean what you mean.

A cloud can be whatever you intend:
Ostrich or leaning tower or staring eye.
But you have never found
A cloud sufficient to express the sky.

Get out there with your splendid expertise;
Raymond who cuts the meadow does not less.
Inhuman nature says:
Inhuman patience is the true success.

Human impatience trips you as you run;
Stand still and you must lie.
It is the grass that cuts the mower down;
It is the cloud that swallows up the sky.

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