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Le Interviste Possibili

Le interviste possibili: VI. Raffaele Serra

Ho l’onore di aprire la nuova serie delle interviste possibili con il musicista Raffaele Serra, uno dei primi sperimentatori in Italia di musica elettronica, fotografo, grande esperto di cinema, autore di progetti molto interessanti legati ai paesaggi sonori.

Benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Tè, caffè, un prosecco, a te la scelta…

Grazie dell’invito…gradirei un tè.

Metto immediatamente il bollitore in funzione…Leggendo un tuo curriculum online, ho scoperto moltissime cose, hai lavorato in Olanda, ti sei occupato di teatro sperimentale, hai collaborato con l’antropologo Fred Gales in merito agli studi incentrati sulle culture arcaiche, ti sei interessato di musicoterapia, e il teatro di fatto è tuttora presente nella tua vita, visto che lavori al Teatro Elfo Puccini a Milano, qual è stata la tua prima performance?

Ho iniziato a lavorare con Teatro Uomo, il primo teatro off di Milano alla fine del 1969 come tecnico delle luci e del suono…iniziava allora la straordinaria avventura del teatro sperimentale in Italia e nel nostro teatro sono passati tutti i personaggi che poi sono entrati nella storia del teatro e della musica. Nel nostro ambiente non c’erano gerarchie da rispettare come nel teatro Borghese così nascevano spontaneamente scambi culturali e amicizie con registi, attori e artisti che già allora rivelavano grande talento e personalità …gli stimoli di ogni tipo non mancavano di certo a quel tempo ..ed io ero molto ricettivo .. siamo il risultato di quello che la nostra curiosità ha trattenuto nella nostra memoria. Pur venendo dalle arti visive – ho frequentato la Scuola D’Arte del Castello Sforzesco – la musica, in tutte le sue forme, è sempre stata la mia grande passione…ho iniziato presto ad ascoltare e a collezionare dischi di musica classica, contemporanea/elettronica, jazz …il rock poi era cresciuto in fretta e già nella seconda metà degli anni ’60 aveva aperto grandi spazi alla sperimentazione. Si pubblicavano e si vendevano dischi impensabili al giorno d’oggi, il rock tedesco in particolare che facendo tesoro delle ricerche dei Beatles e dei primi Pink Floyd e forti del fatto di avere in casa una scena elettronica colta e prestigiosa …Stockhausen in testa …ha dato vita ad una serie di gruppi e di dischi straordinari. La musica di ricerca per la prima volta usciva dalle accademie e dai conservatori e abbracciava il grande pubblico internazionale del rock ….i primi sintetizzatori costosissimi entravano a far parte della strumentazione dei gruppi sostituendo gradualmente le chitarre elettriche ….Tangerine Dream e Klaus Schulze hanno lasciato il segno fin dai primi dischi …pubblicando capolavori senza tempo ….in Italia il primo e il più coraggioso, anche se un po’ ingenuo a seguire questa strada, è stato Franco Battiato, aveva acquistato un costoso sintetizzatore Vcs3 usato e lo studiava giorno e notte ….ed è stato proprio dopo un concerto di Battiato nel nostro teatro – come sempre avevo montato e programmato le luci per lo spettacolo – che decisi il giorno dopo di acquistare un organo elettrico, mixer, echo a nastro e un registratore semiprofessionale a bobine e tre apparecchi radio che usavo sulle onde corte. Iniziò così la mia avventura nell’affascinante mondo dei suoni ….nel frattempo la scena rock si era ancora più evoluta e diversi gruppi avevano completamente abbandonato chitarre e batterie facendo un uso massiccio dei synths, diventati per fortuna più economici ed accessibili, e così feci io stesso, iniziando a collezionarne un bel numero. Ho vissuto ad Amsterdam nella metà degli anni ’80, Fred Gales, oltre che serissimo antropologo era anche compositore di musica elettronica, aveva creato un progetto Sound Reporters che si proponeva la diffusione delle musiche e delle culture dei popoli indigeni, poteva contare sull’appoggio delle istituzioni …Amsterdam era davvero un altro pianeta, tanto che la sede dell’associazione culturale era una ex-scuola elementare dove regolarmente venivano a farci visita i capi ed i rappresentanti delle varie etnie, personaggi incredibili…

Ricordo in particolare Ernesto Xeres Quempe, il capo dei Jivaros, un guerriero con i capelli neri e lisci fino alle reni e un carisma eccezionale ….mi sorprese perché conosceva molto bene la scena politica italiana…le mie prime performances musicali sono nate proprio ad Amsterdam…Ho iniziato ad occuparmi di musicoterapia per auto-terapia…la mia musica è diventata sempre più mantrica, ipnotica, per rallentare il flusso ininterrotto dei pensieri ho iniziato ad usare ed elaborare le melodie raga della musica indiana coniugandole con l’enorme varietà delle sonorità elettroniche …Filippo Massara, musicologo e titolare della Ludi Sounds, ha pubblicato poi agli inizi degli anni ’90 tre miei cd con buoni risultati di vendite anche all’estero.

Non potrebbe essere altrimenti con la tua preparazione…se non ricordo male hai dedicato anche un lavoro al chakra del cuore…

Ezra Pound sosteneva che i poeti che non si occupano di musica diventano cattivi poeti, personalmente diffido di chi non ama la musica, tu che rapporto hai invece con la poesia, la leggi?

Ho sempre letto e amato la poesia fin da adolescente…amo ancora imparare a memoria e recitare per me stesso le poesie che mi colpiscono particolarmente. Penso che la poesia sia al di là delle rime e della metrica “Musica delle parole”….musicalità…ritmo …sonorità ..durata ..sonetto (piccolo suono) …quanti termini hanno in comune Poesia e Musica …

Verissimo, non avevo mai pensato al sonetto come piccolo suono ma in effetti è proprio così…

E il poeta e il musicista usano spesso gli stessi strumenti per comunicare il loro stato d’animo e i loro pensieri…ho sempre poi associato istintivamente il V movimento della “Pastorale” di Beethoven a “La quiete dopo la tempesta” di Leopardi…la musica di Debussy alla poesia di Mallarmé ….e ancora “L’Infinito” di Leopardi alla sublime magnificenza di “Irrlicht” di Klaus Schulze ..

Molti associano musica a numeri e colori, però ora che me l’hai fatto notare, è una combinazione affascinante che apre a nuove connessioni…

In questi ultimi anni sto imparando a memoria in francese le pagine delle “Illuminazioni” di Rimbaud che prediligo…e rimango sbalordito dalla musicalità che scaturisce da quei versi immortali …del resto basta ascoltare la “Lectura Dantis” di Carmelo Bene ….oltre alla grande maestria di grandissimo attore, possiamo ascoltare la grande cura …quasi ossessiva che dava alla qualità del suono con l’uso dei migliori microfoni e delle tecniche di registrazione che aveva a disposizione…

Sì, giocando spesso con l’incontro-scontro tra parola, eco e suono…

Come è nata la tua ricerca musicale legata al field recording?

La mia ricerca sul field recording nasce dalla volontà di continuare e sviluppare il lavoro di Luc Ferrari con il suo “Cinéma pour l’oreille”, le orecchie sono gli occhi della mente e da grande appassionato di cinema da sempre compongo colonne sonore per film immaginari. Uso le registrazioni ambientali come micce per dare fuoco alla fantasia dell’ascoltatore ….in questo ho avuto un grande maestro, Alvin Curran, che ho conosciuto a Roma nel 1970 ….Alvin registrava e collezionava una varietà enorme di suoni presi dalla vita di tutti i giorni…infatti i registi famosi ricorrevano spesso a lui…Abitava in una soffitta con temperature torride d’estate e gelide d’inverno, aveva le sue apparecchiature, collezionava strumenti giocattolo, i suoi libri erano custoditi in diverse cassette della frutta usate come libreria ..e ogni notte quando rientrava a casa registrava i suoi passi per tutte le scale, con le scarpe bagnate, con gli zoccoli, con i sandali ….registrava e archiviava. I suoi tre dischi dell’epoca pubblicati in Italia sono degli autentici capolavori, in particolare “Canti e vedute del Giardino Magnetico” e “Fiori Chiari, Fiori Oscuri” dove l’uso del field recording raggiunge il massimo della poesia…esempi irripetibili di vero e proprio “Cinema per le Orecchie” ….questi due dischi mi hanno influenzato parecchio e li ascolto ancora con grande interesse.

Bravissimo musicista…illuminato in ogni senso…

Hai una grande conoscenza cinematografica, su fb ho spesso il piacere di vedere i video che condividi, moltissimi capolavori, quali sono i temi che ti affascinano di più?

Il grande cinema è insieme ai libri e alla musica il mio nutrimento quotidiano da sempre…da adolescente con il mio gruppo di amici frequentavo i cinema d’Essai e la cineteca. Per me il Cinema è la settima arte…in quegli anni l’unico modo di rivedere e studiare un film che mi aveva particolarmente colpito era quello di restare nella sala dopo la prima proiezione, prendere appunti cercando di fermare nella memoria le scene più interessanti…ci sono film che ho desiderato rivedere anche per 30 anni fino a quando sono stati pubblicati in VHS ….e allora è stata una ricerca anche affannata dei capolavori più rari, quelli meno conosciuti, mesi di attesa, sperando di riuscire a farli arrivare dai rivenditori specializzati ….puoi immaginare cosa significa per me da qualche anno avere raccolto nei vari formati tutti i films della mia cineteca ideale e poterli vedere e rivedere ….nel mio studio ho diversi monitors che mandano in rotazione le mie magnifiche ossessioni e nello stesso tempo compongo ….e tutto quello che ho registrato e che registro altro non è che una lunghissima colonna sonora ….i temi che più mi affascinano sono: il sogno e l’altra parte dello specchio…il rapporto tra uomo e donna…le domande sull’esistenza e sulla realtà dello spirito …

Il legame con il sogno e il mondo onirico è indubbio, come sosteneva Bergman, “Nessun’altra arte come il cinema va direttamente ai nostri sentimenti, allo spazio crepuscolare nel profondo della nostra anima, sfiorando soltanto la nostra coscienza diurna. Un nulla del nostro nervo ottico, uno shock: ventiquattro quadratini illuminati al secondo, e tra di essi il buio.”

…Quale video hai scelto per noi e perché?

Quando nelle interviste mi chiedono alla fine di elencare i miei “10 dischi da portare nell’isola deserta” ….mi sento quasi colpevole di dover tralasciare decine e decine di dischi che hanno arricchito la mia vita ….in questo caso poi la scelta deve cadere su un film solo…ma stranamente non ho dubbi ….il film è “Il Volto” di Ingmar Bergman…l’ho visto per la prima volta a 11 anni …Negli anni ‘50 e ’60 i capolavori uscivano a grappoli anche nelle normali sale cinematografiche, spesso si andava al cinema non sapendo esattamente cosa si andava a vedere ..né tantomeno si leggevano le critiche…mio padre mi portava sempre al Museo della Scienza e della Tecnica ..il museo aveva al suo interno una grande sala.. molto bella .. e una programmazione, me ne sono reso conto negli anni successivi di grande qualità, in quella sala ho visto giovanissimo anche un capolavoro assoluto …”La passione di Giovanna D’Arco” di Carl Theodor Dreyer…”Il Volto” è la storia di un illusionista ..capo di una piccola compagnia di girovaghi ..il quale giunto in una città della Svezia nella metà dell’’800 per dare spettacolo è chiamato a palazzo dai maggiorenti che vogliono esaminare i suoi presunti poteri magnetici …l’arrivo suo e dei suoi compagni sconvolge in varia maniera col fascino del mistero tutte le persone del palazzo …ma il suo spettacolo di prova non riesce a convincere gli esaminatori…fattosi ritenere morto, ha occasione di terrorizzare il principale antagonista, un medico positivista, portandolo sull’orlo del cedimento ma poi preoccupato del vivere quotidiano invoca elemosina e pietà, tutti gli si rivoltano contro, quando alcuni suoi compagni di carovana l’hanno abbandonato e quelli del palazzo stanno cantando vittoria i messaggeri del Re vengono a prelevarlo per un grande spettacolo a corte …ed egli si avvia riprendendo la sua iniziale solennità….qualità superiori e significati nascosti sono le caratteristiche di questo film…gli attori, i soliti preferiti da Bergman, danno il meglio di sé, la fotografia è stupenda e il commento sonoro scarno ed essenziale, solo pochi arpeggi solenni di chitarra e una musica “felliniana” alla fine …è perfetto. Per sottolineare il “clima” del film numerosi sono gli spunti di riflessione volutamente non sviluppati e questo rende il film “indecifrabile” …anche dopo ripetute visioni …la suggestione che emana questa opera del regista svedese è evidente sin dalle prime immagini …un film perfetto a mio parere …che non mio stanco mai di rivedere…ultimamente conoscendo i dialoghi a memoria lo rivedo in lingua originale.

Un film direi a questo punto obbligatorio…grazie davvero di cuore per questa bella conversazione, un vero piacere ascoltarti…

_________________________________________________________

Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà mercoledì 18 settembre, STAY TUNED…

Le interviste possibili: VI. Raffaele Serra

Ho l’onore di aprire la nuova serie delle interviste possibili con il musicista Raffaele Serra, uno dei primi sperimentatori in Italia di musica elettronica, fotografo, grande esperto di cinema, autore di progetti molto interessanti legati ai paesaggi sonori.

Benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Tè, caffè, un prosecco, a te la scelta…

Grazie dell’invito…gradirei un tè.

Metto immediatamente il bollitore in funzione…Leggendo un tuo curriculum online, ho scoperto moltissime cose, hai lavorato in Olanda, ti sei occupato di teatro sperimentale, hai collaborato con l’antropologo Fred Gales in merito agli studi incentrati sulle culture arcaiche, ti sei interessato di musicoterapia, e il teatro di fatto è tuttora presente nella tua vita, visto che lavori al Teatro Elfo Puccini a Milano, qual è stata la tua prima performance?

Ho iniziato a lavorare con Teatro Uomo, il primo teatro off di Milano alla fine del 1969 come tecnico delle luci e del suono…iniziava allora la straordinaria avventura del teatro sperimentale in Italia e nel nostro teatro sono passati tutti i personaggi che poi sono entrati nella storia del teatro e della musica. Nel nostro ambiente non c’erano gerarchie da rispettare come nel teatro Borghese così nascevano spontaneamente scambi culturali e amicizie con registi, attori e artisti che già allora rivelavano grande talento e personalità …gli stimoli di ogni tipo non mancavano di certo a quel tempo ..ed io ero molto ricettivo .. siamo il risultato di quello che la nostra curiosità ha trattenuto nella nostra memoria. Pur venendo dalle arti visive – ho frequentato la Scuola D’Arte del Castello Sforzesco – la musica, in tutte le sue forme, è sempre stata la mia grande passione…ho iniziato presto ad ascoltare e a collezionare dischi di musica classica, contemporanea/elettronica, jazz …il rock poi era cresciuto in fretta e già nella seconda metà degli anni ’60 aveva aperto grandi spazi alla sperimentazione. Si pubblicavano e si vendevano dischi impensabili al giorno d’oggi, il rock tedesco in particolare che facendo tesoro delle ricerche dei Beatles e dei primi Pink Floyd e forti del fatto di avere in casa una scena elettronica colta e prestigiosa …Stockhausen in testa …ha dato vita ad una serie di gruppi e di dischi straordinari. La musica di ricerca per la prima volta usciva dalle accademie e dai conservatori e abbracciava il grande pubblico internazionale del rock ….i primi sintetizzatori costosissimi entravano a far parte della strumentazione dei gruppi sostituendo gradualmente le chitarre elettriche ….Tangerine Dream e Klaus Schulze hanno lasciato il segno fin dai primi dischi …pubblicando capolavori senza tempo ….in Italia il primo e il più coraggioso, anche se un po’ ingenuo a seguire questa strada, è stato Franco Battiato, aveva acquistato un costoso sintetizzatore Vcs3 usato e lo studiava giorno e notte ….ed è stato proprio dopo un concerto di Battiato nel nostro teatro – come sempre avevo montato e programmato le luci per lo spettacolo – che decisi il giorno dopo di acquistare un organo elettrico, mixer, echo a nastro e un registratore semiprofessionale a bobine e tre apparecchi radio che usavo sulle onde corte. Iniziò così la mia avventura nell’affascinante mondo dei suoni ….nel frattempo la scena rock si era ancora più evoluta e diversi gruppi avevano completamente abbandonato chitarre e batterie facendo un uso massiccio dei synths, diventati per fortuna più economici ed accessibili, e così feci io stesso, iniziando a collezionarne un bel numero. Ho vissuto ad Amsterdam nella metà degli anni ’80, Fred Gales, oltre che serissimo antropologo era anche compositore di musica elettronica, aveva creato un progetto Sound Reporters che si proponeva la diffusione delle musiche e delle culture dei popoli indigeni, poteva contare sull’appoggio delle istituzioni …Amsterdam era davvero un altro pianeta, tanto che la sede dell’associazione culturale era una ex-scuola elementare dove regolarmente venivano a farci visita i capi ed i rappresentanti delle varie etnie, personaggi incredibili…

Ricordo in particolare Ernesto Xeres Quempe, il capo dei Jivaros, un guerriero con i capelli neri e lisci fino alle reni e un carisma eccezionale ….mi sorprese perché conosceva molto bene la scena politica italiana…le mie prime performances musicali sono nate proprio ad Amsterdam…Ho iniziato ad occuparmi di musicoterapia per auto-terapia…la mia musica è diventata sempre più mantrica, ipnotica, per rallentare il flusso ininterrotto dei pensieri ho iniziato ad usare ed elaborare le melodie raga della musica indiana coniugandole con l’enorme varietà delle sonorità elettroniche …Filippo Massara, musicologo e titolare della Ludi Sounds, ha pubblicato poi agli inizi degli anni ’90 tre miei cd con buoni risultati di vendite anche all’estero.

Non potrebbe essere altrimenti con la tua preparazione…se non ricordo male hai dedicato anche un lavoro al chakra del cuore…

Ezra Pound sosteneva che i poeti che non si occupano di musica diventano cattivi poeti, personalmente diffido di chi non ama la musica, tu che rapporto hai invece con la poesia, la leggi?

Ho sempre letto e amato la poesia fin da adolescente…amo ancora imparare a memoria e recitare per me stesso le poesie che mi colpiscono particolarmente. Penso che la poesia sia al di là delle rime e della metrica “Musica delle parole”….musicalità…ritmo …sonorità ..durata ..sonetto (piccolo suono) …quanti termini hanno in comune Poesia e Musica …

Verissimo, non avevo mai pensato al sonetto come piccolo suono ma in effetti è proprio così…

E il poeta e il musicista usano spesso gli stessi strumenti per comunicare il loro stato d’animo e i loro pensieri…ho sempre poi associato istintivamente il V movimento della “Pastorale” di Beethoven a “La quiete dopo la tempesta” di Leopardi…la musica di Debussy alla poesia di Mallarmé ….e ancora “L’Infinito” di Leopardi alla sublime magnificenza di “Irrlicht” di Klaus Schulze ..

Molti associano musica a numeri e colori, però ora che me l’hai fatto notare, è una combinazione affascinante che apre a nuove connessioni…

In questi ultimi anni sto imparando a memoria in francese le pagine delle “Illuminazioni” di Rimbaud che prediligo…e rimango sbalordito dalla musicalità che scaturisce da quei versi immortali …del resto basta ascoltare la “Lectura Dantis” di Carmelo Bene ….oltre alla grande maestria di grandissimo attore, possiamo ascoltare la grande cura …quasi ossessiva che dava alla qualità del suono con l’uso dei migliori microfoni e delle tecniche di registrazione che aveva a disposizione…

Sì, giocando spesso con l’incontro-scontro tra parola, eco e suono…

Come è nata la tua ricerca musicale legata al field recording?

La mia ricerca sul field recording nasce dalla volontà di continuare e sviluppare il lavoro di Luc Ferrari con il suo “Cinéma pour l’oreille”, le orecchie sono gli occhi della mente e da grande appassionato di cinema da sempre compongo colonne sonore per film immaginari. Uso le registrazioni ambientali come micce per dare fuoco alla fantasia dell’ascoltatore ….in questo ho avuto un grande maestro, Alvin Curran, che ho conosciuto a Roma nel 1970 ….Alvin registrava e collezionava una varietà enorme di suoni presi dalla vita di tutti i giorni…infatti i registi famosi ricorrevano spesso a lui…Abitava in una soffitta con temperature torride d’estate e gelide d’inverno, aveva le sue apparecchiature, collezionava strumenti giocattolo, i suoi libri erano custoditi in diverse cassette della frutta usate come libreria ..e ogni notte quando rientrava a casa registrava i suoi passi per tutte le scale, con le scarpe bagnate, con gli zoccoli, con i sandali ….registrava e archiviava. I suoi tre dischi dell’epoca pubblicati in Italia sono degli autentici capolavori, in particolare “Canti e vedute del Giardino Magnetico” e “Fiori Chiari, Fiori Oscuri” dove l’uso del field recording raggiunge il massimo della poesia…esempi irripetibili di vero e proprio “Cinema per le Orecchie” ….questi due dischi mi hanno influenzato parecchio e li ascolto ancora con grande interesse.

Bravissimo musicista…illuminato in ogni senso…

Hai una grande conoscenza cinematografica, su fb ho spesso il piacere di vedere i video che condividi, moltissimi capolavori, quali sono i temi che ti affascinano di più?

Il grande cinema è insieme ai libri e alla musica il mio nutrimento quotidiano da sempre…da adolescente con il mio gruppo di amici frequentavo i cinema d’Essai e la cineteca. Per me il Cinema è la settima arte…in quegli anni l’unico modo di rivedere e studiare un film che mi aveva particolarmente colpito era quello di restare nella sala dopo la prima proiezione, prendere appunti cercando di fermare nella memoria le scene più interessanti…ci sono film che ho desiderato rivedere anche per 30 anni fino a quando sono stati pubblicati in VHS ….e allora è stata una ricerca anche affannata dei capolavori più rari, quelli meno conosciuti, mesi di attesa, sperando di riuscire a farli arrivare dai rivenditori specializzati ….puoi immaginare cosa significa per me da qualche anno avere raccolto nei vari formati tutti i films della mia cineteca ideale e poterli vedere e rivedere ….nel mio studio ho diversi monitors che mandano in rotazione le mie magnifiche ossessioni e nello stesso tempo compongo ….e tutto quello che ho registrato e che registro altro non è che una lunghissima colonna sonora ….i temi che più mi affascinano sono: il sogno e l’altra parte dello specchio…il rapporto tra uomo e donna…le domande sull’esistenza e sulla realtà dello spirito …

Il legame con il sogno e il mondo onirico è indubbio, come sosteneva Bergman, “Nessun’altra arte come il cinema va direttamente ai nostri sentimenti, allo spazio crepuscolare nel profondo della nostra anima, sfiorando soltanto la nostra coscienza diurna. Un nulla del nostro nervo ottico, uno shock: ventiquattro quadratini illuminati al secondo, e tra di essi il buio.”

…Quale video hai scelto per noi e perché?

Quando nelle interviste mi chiedono alla fine di elencare i miei “10 dischi da portare nell’isola deserta” ….mi sento quasi colpevole di dover tralasciare decine e decine di dischi che hanno arricchito la mia vita ….in questo caso poi la scelta deve cadere su un film solo…ma stranamente non ho dubbi ….il film è “Il Volto” di Ingmar Bergman…l’ho visto per la prima volta a 11 anni …Negli anni ‘50 e ’60 i capolavori uscivano a grappoli anche nelle normali sale cinematografiche, spesso si andava al cinema non sapendo esattamente cosa si andava a vedere ..né tantomeno si leggevano le critiche…mio padre mi portava sempre al Museo della Scienza e della Tecnica ..il museo aveva al suo interno una grande sala.. molto bella .. e una programmazione, me ne sono reso conto negli anni successivi di grande qualità, in quella sala ho visto giovanissimo anche un capolavoro assoluto …”La passione di Giovanna D’Arco” di Carl Theodor Dreyer…”Il Volto” è la storia di un illusionista ..capo di una piccola compagnia di girovaghi ..il quale giunto in una città della Svezia nella metà dell’’800 per dare spettacolo è chiamato a palazzo dai maggiorenti che vogliono esaminare i suoi presunti poteri magnetici …l’arrivo suo e dei suoi compagni sconvolge in varia maniera col fascino del mistero tutte le persone del palazzo …ma il suo spettacolo di prova non riesce a convincere gli esaminatori…fattosi ritenere morto, ha occasione di terrorizzare il principale antagonista, un medico positivista, portandolo sull’orlo del cedimento ma poi preoccupato del vivere quotidiano invoca elemosina e pietà, tutti gli si rivoltano contro, quando alcuni suoi compagni di carovana l’hanno abbandonato e quelli del palazzo stanno cantando vittoria i messaggeri del Re vengono a prelevarlo per un grande spettacolo a corte …ed egli si avvia riprendendo la sua iniziale solennità….qualità superiori e significati nascosti sono le caratteristiche di questo film…gli attori, i soliti preferiti da Bergman, danno il meglio di sé, la fotografia è stupenda e il commento sonoro scarno ed essenziale, solo pochi arpeggi solenni di chitarra e una musica “felliniana” alla fine …è perfetto. Per sottolineare il “clima” del film numerosi sono gli spunti di riflessione volutamente non sviluppati e questo rende il film “indecifrabile” …anche dopo ripetute visioni …la suggestione che emana questa opera del regista svedese è evidente sin dalle prime immagini …un film perfetto a mio parere …che non mio stanco mai di rivedere…ultimamente conoscendo i dialoghi a memoria lo rivedo in lingua originale.

Un film direi a questo punto obbligatorio…grazie davvero di cuore per questa bella conversazione, un vero piacere ascoltarti…

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Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà mercoledì 18 settembre, STAY TUNED…

Le interviste possibili: V. Gianpaolo Arena

Il quinto protagonista delle nostre interviste possibili è Gianpaolo Arena, architetto, fotografo, ideatore di uno dei progetti più innovativi legati al paesaggio, Landscape Stories, che è molto di più di un website legato al tema della fotografia ma un organismo interattivo in continua evoluzione, che diventa rivista, archivio fotografico, fonte ispiratrice con consigli di lettura, crocevia di idee, luogo di incontro e di formazione, per chi si interessa di fotografia e non solo, attivo in ambito internazionale con scorci sempre stimolanti su altre realtà, altri mondi.

Prima di tutto, benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Il caldo è innegabile…una menta, che poi tanto dissetante non è, ma dà subito l’idea dell’estate, acqua fresca, o ti stordisco con un gin tonic, a te la scelta…

Un Pastis 51 potrebbe essere la scelta giusta…

Scelta raffinata…e Pastis 51 sia.

La prima domanda che ti faccio è proprio legata alla metodologia del tuo approccio, è indubbia l’influenza dell’architettura, questo procedere per moduli narrativi che si rincorrono, lasciano tracce, diventano citazioni, come organizzi la tua ricerca?

Il magazine Landscape Stories è nato dall’idea di tre amici che volevano proporre e condividere temi e approfondimenti sulla fotografia con un approccio nuovo, aperto e interdisciplinare. Con Claudio Bettio e Andrea Gaio abbiamo deciso di presentare una serie di proposte tematiche che potessero coinvolgere oltre alla fotografia anche la letteratura, l’arte, la musica, il cinema, l’architettura seguendo unicamente le nostre passioni e le nostre preferenze elettive ed editoriali.

Un saggio di sociologia urbanistica o un trattato sono utili per acquisire dati o conoscenza sulla città allo stesso modo dell’ascolto di Weekend (1930) di Walter Rutmann, di un film di Francesco Rosi, Michelangelo Antonioni o Fernando Di Leo. La citazione e la traccia sono fili rossi utili al viaggio. Il divertimento e il gioco sono parti importanti del percorso narrativo.

Direi fondamentali.

Il paesaggio è veramente un tema vastissimo, tornano subito in mente le incursioni di Walt Whitman nelle praterie americane, quel “vast something” che contiene contraddizioni e moltitudini, che riflette anche paesaggi emotivi, interiori, stati d’animo…cosa ti interessa raccontare?

Nell’ultimo numero pubblicato, LS 12 | River, abbiamo presentato i testi letterari di McCarthy, Faulkner, Conrad… tra gli altri mi vengono in mente anche William Least Heat-Moon, Marilynne Robinson. Whitman è un ottimo cantore di quell’essenza ‘wildnerness’ legata al sogno americano e all’idea di frontiera che ritroviamo nel lavoro dei fotografi che tanto amiamo: Timothy O’Sullivan, Carleton E. Watkins, Robert Adams, Stephen Shore, Jeff Brouws (LS 06 | Cars), Peter Brown (Interviste). Il tema è centrale anche nelle biografie di musicisti che hanno abbracciato la clandestinità, il vagabondaggio e la vita da hobo come Harry Partch, Moondog o John Fahey. Il paesaggio può essere fisico, mentale, psicologico. Ci affascina l’idea di raccontarlo attraverso interpretazioni concettuali e stilistiche diverse.

Attraversamenti comunque legati a profonde trasformazioni in atto, Strade Blu dell’indiano William Least Heath-Moon che tu hai citato tra gli autori trattati è un libro straordinario proprio perché vive grazie al paesaggio americano, come recita il canto Navajo nella chiosa finale: Poi gli dissero: tutto quello che hai visto ricordalo, perché tutto quello che dimentichi ritorna a volare nel vento.

In molti casi evoluzioni pagate a duro prezzo, penso a Moondog, compositore originalissimo, vestito da Vichingo nelle strade di New York…spesso destini comuni a chi è chiamato a nuove visioni. 

Ultimamente hai fatto un lungo viaggio in Vietnam che hai documentato in un dettagliato reportage, che sarà presentato anche in una mostra personale a Treviso, qualche foto ho avuto il piacere di vederla nei tuoi post su facebook, ed erano davvero dei ritratti al paesaggio giocati su un rapporto bene equilibrato tra assenze/presenze, quasi sottrazioni incisive, dove emerge ciò che non viene inquadrato o rappresentato. Secondo lo scrittore Giorgio Manganelli, “ogni viaggio inizia con un vagheggiamento e finisce con un invece”, ti ci ritrovi?

Si, mi ci ritrovo. My Vietnam è il titolo della mostra presentata all’interno del festival di fotografia moderna e contemporanea F4_un’idea di fotografia, a cura di Carlo Sala per Fondazione Fabbri. Il titolo nasce da uno scarto anche linguistico… Quante volte nel linguaggio parlato si usa la frase “il mio Vietnam” in riferimento ad un evento tragico. Cfr., a questo proposito i titoli della stampa italiana sono incalzanti “la crisi è il nostro Vietnam”. Vivida è anche la memoria legata ai drammi della guerra rappresentati al cinema, da Coppola a Kubrick. Il mio Vietnam è stato molto diverso, un viaggio attraverso tutto il paese dai forti connotati personali, oltre gli stereotipi. Ho trovato un paese aperto ed accogliente. La differenza tra quel poco che sapevo prima e tutto ciò che ho percepito, vissuto e che mi ha emozionato in seguito, ha formato il corpo principale del mio lavoro fotografico. Tra approccio documentario, diario di viaggio e descrizione narrativa. Con la precisa consapevolezza che quello che ho lasciato è stato molto più di quello che sono riuscito a raccontare.

Chissà magari emergerà altro più avanti…nel frattempo andiamo a vedere la tua mostra.

©Gianpaolo Arena, Ho Chi Minh, Vietnam 2013
©Gianpaolo Arena, Ho Chi Minh, Vietnam 2013

A quali progetti stai lavorando, quali saranno le prossime iniziative di Landscape Stories?

L’organizzazione dei workshop di fotografia, insieme a Giorgia Sarra, sono una realtà importante per il confronto e il dibattito sulla fotografia e lo saranno ancora di più in futuro. Dopo quelli a Venezia con Massimo Siragusa, Bruno Ceschel, Raimond Wouda e Valerio Spada stiamo ora curando quello sulle Dolomiti con Francesco Jodice. Luoghi di eccellenza dove essere circondati dalla bellezza e dal Sublime.

Francesco Jodice

(info)

A dicembre nuovamente a Venezia insieme a Tre Terzi, un approfondimento sull’editoria indipendente e autoprodotta del libro fotografico. Nuove interviste saranno pubblicate a breve con i protagonisti della fotografia internazionale. Una nuova rubrica dedicata alla musica contemporanea, a cura del musicista Enrico Malatesta, vedrà presto la luce e sarà un valido strumento di indagine sulle possibilità che intercorrono tra suono, spazio, intervento e gesto. La pubblicazione a settembre di un numero speciale dedicato al Vietnam mi coinvolge emotivamente in prima persona. Collaborazioni internazionali ci porteranno nuovamente ad abbracciare le storie di paesi e terre lontane e ad approfondire quanto avviene nel mondo.

Bene, fa piacere vedere nascere così tante iniziative.

Che pezzo hai scelto per noi e perché?

Mmmmm troppo difficile rispondere una cosa sola… Trasgredisco e provo con quello che al momento ascolto più frequentemente: Arthur Russell, Slits, Ryoji Ikeda, Los Angeles Free Music Society, Don Cherry, Glenn Gould, Nmperign, Blind Lemon Jefferson, Disco Inferno, Robert Ashley, Neu, la serie Ethiopiques, Fela Kuti, Ariel Pink, Lightning Bolt, Primal Scream, Wire, Robert Hood, Karen Dalton… Tra le visioni consigliate: i film di Bela Tarr e i documentari marini di Jean Painlevé. Tra le cose da non perdere alla biennale di Venezia: The Enclave di Richard Mosse, Trevor Tweeten e Ben Frost…

Forse ho trovato qualcosa che possa idealmente racchiudere suono e immagine:

Jean-Luc Godard – Histoire(s) du cinéma il box della Ecm

 

Perfetto e allora ci salutiamo con Godard, grazie Gianpaolo, è stato un grande piacere.

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Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà a Settembre, nel frattempo buona estate a tutti!

Le interviste possibili: V. Gianpaolo Arena

Il quinto protagonista delle nostre interviste possibili è Gianpaolo Arena, architetto, fotografo, ideatore di uno dei progetti più innovativi legati al paesaggio, Landscape Stories, che è molto di più di un website legato al tema della fotografia ma un organismo interattivo in continua evoluzione, che diventa rivista, archivio fotografico, fonte ispiratrice con consigli di lettura, crocevia di idee, luogo di incontro e di formazione, per chi si interessa di fotografia e non solo, attivo in ambito internazionale con scorci sempre stimolanti su altre realtà, altri mondi.

Prima di tutto, benvenuto nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Il caldo è innegabile…una menta, che poi tanto dissetante non è, ma dà subito l’idea dell’estate, acqua fresca, o ti stordisco con un gin tonic, a te la scelta…

Un Pastis 51 potrebbe essere la scelta giusta…

Scelta raffinata…e Pastis 51 sia.

La prima domanda che ti faccio è proprio legata alla metodologia del tuo approccio, è indubbia l’influenza dell’architettura, questo procedere per moduli narrativi che si rincorrono, lasciano tracce, diventano citazioni, come organizzi la tua ricerca?

Il magazine Landscape Stories è nato dall’idea di tre amici che volevano proporre e condividere temi e approfondimenti sulla fotografia con un approccio nuovo, aperto e interdisciplinare. Con Claudio Bettio e Andrea Gaio abbiamo deciso di presentare una serie di proposte tematiche che potessero coinvolgere oltre alla fotografia anche la letteratura, l’arte, la musica, il cinema, l’architettura seguendo unicamente le nostre passioni e le nostre preferenze elettive ed editoriali.

Un saggio di sociologia urbanistica o un trattato sono utili per acquisire dati o conoscenza sulla città allo stesso modo dell’ascolto di Weekend (1930) di Walter Rutmann, di un film di Francesco Rosi, Michelangelo Antonioni o Fernando Di Leo. La citazione e la traccia sono fili rossi utili al viaggio. Il divertimento e il gioco sono parti importanti del percorso narrativo.

Direi fondamentali.

Il paesaggio è veramente un tema vastissimo, tornano subito in mente le incursioni di Walt Whitman nelle praterie americane, quel “vast something” che contiene contraddizioni e moltitudini, che riflette anche paesaggi emotivi, interiori, stati d’animo…cosa ti interessa raccontare?

Nell’ultimo numero pubblicato, LS 12 | River, abbiamo presentato i testi letterari di McCarthy, Faulkner, Conrad… tra gli altri mi vengono in mente anche William Least Heat-Moon, Marilynne Robinson. Whitman è un ottimo cantore di quell’essenza ‘wildnerness’ legata al sogno americano e all’idea di frontiera che ritroviamo nel lavoro dei fotografi che tanto amiamo: Timothy O’Sullivan, Carleton E. Watkins, Robert Adams, Stephen Shore, Jeff Brouws (LS 06 | Cars), Peter Brown (Interviste). Il tema è centrale anche nelle biografie di musicisti che hanno abbracciato la clandestinità, il vagabondaggio e la vita da hobo come Harry Partch, Moondog o John Fahey. Il paesaggio può essere fisico, mentale, psicologico. Ci affascina l’idea di raccontarlo attraverso interpretazioni concettuali e stilistiche diverse.

Attraversamenti comunque legati a profonde trasformazioni in atto, Strade Blu dell’indiano William Least Heath-Moon che tu hai citato tra gli autori trattati è un libro straordinario proprio perché vive grazie al paesaggio americano, come recita il canto Navajo nella chiosa finale: Poi gli dissero: tutto quello che hai visto ricordalo, perché tutto quello che dimentichi ritorna a volare nel vento.

In molti casi evoluzioni pagate a duro prezzo, penso a Moondog, compositore originalissimo, vestito da Vichingo nelle strade di New York…spesso destini comuni a chi è chiamato a nuove visioni. 

Ultimamente hai fatto un lungo viaggio in Vietnam che hai documentato in un dettagliato reportage, che sarà presentato anche in una mostra personale a Treviso, qualche foto ho avuto il piacere di vederla nei tuoi post su facebook, ed erano davvero dei ritratti al paesaggio giocati su un rapporto bene equilibrato tra assenze/presenze, quasi sottrazioni incisive, dove emerge ciò che non viene inquadrato o rappresentato. Secondo lo scrittore Giorgio Manganelli, “ogni viaggio inizia con un vagheggiamento e finisce con un invece”, ti ci ritrovi?

Si, mi ci ritrovo. My Vietnam è il titolo della mostra presentata all’interno del festival di fotografia moderna e contemporanea F4_un’idea di fotografia, a cura di Carlo Sala per Fondazione Fabbri. Il titolo nasce da uno scarto anche linguistico… Quante volte nel linguaggio parlato si usa la frase “il mio Vietnam” in riferimento ad un evento tragico. Cfr., a questo proposito i titoli della stampa italiana sono incalzanti “la crisi è il nostro Vietnam”. Vivida è anche la memoria legata ai drammi della guerra rappresentati al cinema, da Coppola a Kubrick. Il mio Vietnam è stato molto diverso, un viaggio attraverso tutto il paese dai forti connotati personali, oltre gli stereotipi. Ho trovato un paese aperto ed accogliente. La differenza tra quel poco che sapevo prima e tutto ciò che ho percepito, vissuto e che mi ha emozionato in seguito, ha formato il corpo principale del mio lavoro fotografico. Tra approccio documentario, diario di viaggio e descrizione narrativa. Con la precisa consapevolezza che quello che ho lasciato è stato molto più di quello che sono riuscito a raccontare.

Chissà magari emergerà altro più avanti…nel frattempo andiamo a vedere la tua mostra.

©Gianpaolo Arena, Ho Chi Minh, Vietnam 2013
©Gianpaolo Arena, Ho Chi Minh, Vietnam 2013

A quali progetti stai lavorando, quali saranno le prossime iniziative di Landscape Stories?

L’organizzazione dei workshop di fotografia, insieme a Giorgia Sarra, sono una realtà importante per il confronto e il dibattito sulla fotografia e lo saranno ancora di più in futuro. Dopo quelli a Venezia con Massimo Siragusa, Bruno Ceschel, Raimond Wouda e Valerio Spada stiamo ora curando quello sulle Dolomiti con Francesco Jodice. Luoghi di eccellenza dove essere circondati dalla bellezza e dal Sublime.

Francesco Jodice

(info)

A dicembre nuovamente a Venezia insieme a Tre Terzi, un approfondimento sull’editoria indipendente e autoprodotta del libro fotografico. Nuove interviste saranno pubblicate a breve con i protagonisti della fotografia internazionale. Una nuova rubrica dedicata alla musica contemporanea, a cura del musicista Enrico Malatesta, vedrà presto la luce e sarà un valido strumento di indagine sulle possibilità che intercorrono tra suono, spazio, intervento e gesto. La pubblicazione a settembre di un numero speciale dedicato al Vietnam mi coinvolge emotivamente in prima persona. Collaborazioni internazionali ci porteranno nuovamente ad abbracciare le storie di paesi e terre lontane e ad approfondire quanto avviene nel mondo.

Bene, fa piacere vedere nascere così tante iniziative.

Che pezzo hai scelto per noi e perché?

Mmmmm troppo difficile rispondere una cosa sola… Trasgredisco e provo con quello che al momento ascolto più frequentemente: Arthur Russell, Slits, Ryoji Ikeda, Los Angeles Free Music Society, Don Cherry, Glenn Gould, Nmperign, Blind Lemon Jefferson, Disco Inferno, Robert Ashley, Neu, la serie Ethiopiques, Fela Kuti, Ariel Pink, Lightning Bolt, Primal Scream, Wire, Robert Hood, Karen Dalton… Tra le visioni consigliate: i film di Bela Tarr e i documentari marini di Jean Painlevé. Tra le cose da non perdere alla biennale di Venezia: The Enclave di Richard Mosse, Trevor Tweeten e Ben Frost…

Forse ho trovato qualcosa che possa idealmente racchiudere suono e immagine:

Jean-Luc Godard – Histoire(s) du cinéma il box della Ecm

 

Perfetto e allora ci salutiamo con Godard, grazie Gianpaolo, è stato un grande piacere.

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Il prossimo appuntamento con le interviste possibili sarà a Settembre, nel frattempo buona estate a tutti!

Le interviste possibili: IV. Wanda Romano

Il quarto appuntamento dedicato alle interviste possibili ha come protagonista Wanda Romano, diplomata in scenografia all’Accademia di Brera, insegnante di materie artistiche, ha vissuto e lavorato per un lungo periodo a Madrid, scultrice, crea collezioni di gioie con un materiale insolito, il PET, la plastica riciclata, e risultati sorprendenti, sfumature di colori luminosi e cangianti, e una leggerezza e duttilità delicata. Le sue opere sono state esposte in mostre collettive e personali all’estero e in Italia, memorabile la sua installazione con 54 pezzi unici al Museo Plart di Napoli.

Prima di tutto, benvenuta nel mio salotto virtuale, cosa ti offro? Una menta, un aperitivo, un prosecco fresco…a te la scelta…

Felice di stare qui stasera, una menta è perfetta, ha un sapore antico.

Anch’io molto…vero, bene, ci beviamo due mente. La prima domanda che ti faccio giusto per rompere il ghiaccio, nella catalogazione classica delle Muse – Clio, Euterpe, Melpomene, Talia, Tersicore, Calliope, Polimnia, Erato, Urania – hai una musa preferita?

Tra le muse scelgo Urania, mi sento poco terrestre ho sempre la sensazione di appartenere ad un altro pianeta, ora più che mai, capisco poco gli umani, mi piace pensare che esistano altri mondi possibili, dove armonia e bellezza non sono contrastate come avviene sulla terra.

Tempi duri in effetti…però nominando Urania mi hai messo immediatamente di buon umore, mi hai fatto venire in mente la bellissima collana di fantascienza, con quelle copertine colorate che si aprono verso altri mondi… Come è iniziata la tua ricerca sugli anelli e oggetti scultura da indossare?

Sono sempre stata attratta dai materiali, sperimentare nuovi materiali, usarli in modo non convenzionale, la realizzazione di micro-sculture mi ha indirizzata alla realizzazione di gioielli, in quanto indossabili. Il corpo, uno “spazio privilegiato” per esporre le proprie opere. La scelta del PET (polietilene tereftelato) tipo di plastica di facile reperibilità, visto che ne siamo invasi – per intenderci sono fatte di PET tutti i contenitori di liquidi alimentari –  materiale, apparentemente povero, ma se sapientemente lavorato, può dare risultati sorprendenti. Vediamo le caratteristiche principali: leggerezza e plasticità, la leggerezza è reale, non solo visiva (data dalle trasparenze) ed è in contrasto con i materiali solitamente usati nella gioielleria, che sono pesantissimi metalli, pietre, ecc…la plasticità mi permette di creare forme dettagliatissime così come si trovano in natura, fonte di grande ispirazione micro-organismi, meduse, fiori, foglie, coralli ecc..La ricerca dell’armonia delle forma ci riporta a Urania e alle geometrie. Calibrare forme e colore, per peso visivo, fino al raggiungimento dell’equilibrio. Altra fonte di ispirazione sono i fratelli Blaschka, due maestri vetrai fine ‘800, straordinari artisti sconosciuti ai più. Realizzarono una quantità di opere in vetro per musei botanici a scopo scientifico, ma di sicuro valore artistico. Lalique, altro straordinario artista, che ha fatto del gioiello, sculture sublimi per forme e colori, impressionante la collezione di opere nel museo Gulbenkian di Lisbona.

Interessante il concetto del peso visivo, fondamentale come hai sottolineato per ottenere un equilibrio armonico…ora che hai nominato il museo Gulbenkian di Lisbona mi sento in colpa per non averlo visitato anni fa, motivo in più per ritornarci… Guardando le tue collezioni si nota che sei un’acuta osservatrice, gli anelli sono impreziositi da dettagli rivelatori, riprodotti con un’accuratezza commovente, mi vengono subito in mente i pistilli negli anelli-fiore, in abbinamenti cromatici giocati su contrasti sempre bene calibrati. Quanto tempo dedichi alla ricerca e alla sperimentazione? Che approccio hai?

Il tempo di realizzazione delle opere è molto vario, vi è molto di imponderabile, inizio con una idea, ma può stravolgersi nel percorso, i tempi di esecuzione variano da ore a settimane, dipende da molti fattori, la tecnica, a fiamma diretta, ricorda un po’ la tecnica del vetro, ma un errore alla fine può distruggere tutto. Per ogni pezzo finito, ve ne sono molti distrutti.

Ancora più brava allora, vedendo i risultati.

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Guillaume Apollinaire sosteneva che la geometria è per le arti plastiche ciò che la grammatica è per l’arte dello scrittore, sei d’accordo? Che rapporto hai con la tradizione?

Concordo con Apollinaire, senza geometria non vi è equilibrio. La tradizione è fonte di conoscenza, sono attratta dalle tradizioni popolari, penso a certi tesori che si trovano nei musei etnografici…

Sì hai ragione, ho passato giornate intere al British Museum di Londra, anche al Victoria&Albert Museum, ipnotizzata dai vestiti dei Samurai, viaggi a ritroso nel tempo, fughe assolutamente necessarie… Quale video hai scelto per noi e perché?

Il brano ”Perfect Day” di Lou Reed – lo trovo stupendo.

E allora ce lo ascoltiamo molto volentieri, grazie Wanda, e complimenti ancora per le tue opere, preziose e rare.

  

Per chi volesse visitare il blog di Wanda Romano, ecco il link: http://wandaromanodesign.blogspot.it

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Il prossimo appuntamento con le interviste possibili è il 17 luglio, STAY TUNED…

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