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Gli Impostori

Gli evergreen di Gennaio 2023

Classici o meno questi sono gli articoli per questo Gennaio 2023. Il tempo edace dei Sonetti di Shakespeare, il tempo mitico e ciclico di Frazer, il tempo “costruttivo” di Heaney, la Venezia insolita di T. S. Eliot, la visione esotica di Istanbul di Ambler, il caso, il baro, l’ultimo che passa per primo, i naufragi di Hirst.

“Abbiamo tutti la nostra macchina del tempo…”

Riassunto delle puntate precedenti

The road to hell is paved with good intentions

La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni

1.

Quel che importa è imparare a sperare

Ernest Bloch

Giorgio Innocenti stava fissando lo schermo del pc da più di un’ora. Aveva millantato una conoscenza dei classici che non aveva e ora si trovava a tradurre dall’inglese un saggio di teoria morale senza avere nessuna esperienza letteraria.

Passeggiando sotto i portici aveva acquistato da una bancarella una versione tascabile di un’edizione datata anni ’50 dello stesso autore, lo ritenne da subito un colpo di fortuna che lo avrebbe aiutato nella non facile resa della traduzione obsoleta.

Nonostante l’aiuto inaspettato ricevuto in sorte l’impresa si stava rivelando più difficile del previsto, il testo era di una noia mortale, scritto in un inglese impraticabile che non capiva, dal primo capitolo aveva eliminato interi paragrafi, ma ora si era arenato a pagina 23 leggendo una citazione di Pascal che lo aveva fatto riflettere:

“È una malattia naturale dell’uomo credere di possedere la verità direttamente; e da ciò deriva che è sempre disposto a negare tutto quanto gli è incomprensibile.”

Quel saggio stava diventando troppo ingombrante per la sua vita. Perché aveva detto che si era laureato in lingue quando invece non si era nemmeno laureato? Più che una domanda era ormai un tormento che lo perseguitava da anni.

Tutto era iniziato per caso, un mese prima davanti all’ingresso della libreria di via Pietrapiana. Mentre stava per entrare in negozio, un uomo basso e tarchiato gli aveva maldestramente pestato un piede. Stava per mandarlo a quel paese senza troppi preamboli quando riconobbe in quello sguardo furioso, gli occhi scuri inconfondibili del Sarti, un suo ex compagno di classe che non vedeva da tempo.

“Sarti ma sei te?”

“Certo che sono io, e tu chi sei?”

“Ma come? Non mi riconosci più? Ma sei proprio rimbambito! Non ti ricordi? Giorgio Innocenti!”

Nessuno dei due aveva avuto il coraggio di ammettere che erano davvero passati troppi anni e che gli anni li avevano cambiati. Tutte e due senza capelli, sovrappeso, con una pancia piuttosto pronunciata. Tutti e due con un guizzo negli occhi di voglia di vita.

Per togliersi dall’imbarazzo di doversi giustificare per non essersi più frequentati, avevano dato la colpa alla mascherina.

“Guarda come siamo messi!”

“Eh già…allora che mi racconti?”

“Andiamo al chioschetto di Mario che ti offro qualcosa…”

A Giorgio quel chioschetto aveva sempre fatto una tristezza unica ma non aveva osato spegnere quell’accenno di entusiasmo nell’ex compagno.

Arrivati al baretto si era già pentito, al primo bicchiere di Chianti, Sarti era un fiume in piena. Mollato dalla moglie, in causa con dei parenti per un podere, e con una casa editrice piena di debiti, Giorgio ascoltava lo sfogo dell’ex-compagno senza sapere come togliersi di impiccio. Era innegabile che avesse bisogno di farsi ascoltare da qualcuno, Giorgio annuiva in silenzio fino a che il monologo dopo venti minuti prese una piega inaspettata:

“Ma te che hai girato il mondo, non ti andrebbe di aiutarmi nella traduzione di un classico?”

“Io?”

“Sì tu, non hai vissuto all’estero?”

“Sì ma secoli fa…”

“Non fare il finto umile, sei sempre stato un secchione. Sono anche un po’ imbarazzato a chiedertelo, perché non ti posso pagare subito, ma tra vecchi amici ci si mette d’accordo…”

Ecco a questo punto Giorgio pensò al fatto che avessero un concetto di amicizia alquanto diverso. Non aveva mai avuto un amico che fosse durato a lungo, non secondo i suoi parametri di assoluta lealtà mai corrisposta per cui un vero amico è per sempre. E ora, semplicemente per il fatto che quel suo vecchio compagno di classe lo avesse chiamato “amico”, mentre di fatto voleva un favore che avrebbe ripagato malamente, lo convinse ad accettare l’insolita richiesta.

“Va bene, farò quel che posso.”

“Grazie Giorgio, sei un amico, sapevo che su di te avrei potuto contare.”

Sarti prese il suo pacco di libri, lanciò una banconota all’oste e lo liquidò con un “ci si sente allora” senza nemmeno dargli il tempo di replicare.

Giorgio sapeva che ancora una volta avrebbe dovuto recitare una parte, ciondolò verso il negozio dove lavorava come commesso pensando che fosse arrivato il momento di rimettersi in gioco, finalmente.

TO BE CONTINUED…GLI IMPOSTORI ©Branoalcollo

Gli impostori

Stay tuned! I’ll be back #prossimamente

In lavorazione…

Oltre il nero #1

Di tutti i fantasmi i fantasmi dei nostri vecchi amori sono i peggiori.
Arthur Conan Doyle

Il ritratto barocco di Elisabetta Querini di Niccolò Cassana ritrae la nobildonna veneziana in abito da Dogaressa, il corno ducale ricoperto di lucentissime perle, un girocollo prezioso e una croce decorata con diamanti, la mano appoggiata sotto il petto quasi a mascherare un dolore perenne, gli occhi liquidi color nocciola fissano un orizzonte lontano, alle sue spalle broccati argento dorati.

Sulla Riviera del Brenta circolano strane voci sul suo conto ormai da più tre secoli, difficile credere a quanto si racconta. Sposata a Silvestro Valier del ramo dei Valier di San Giobbe, gli portò in dote ben 45,000 ducati e non risparmiò le sue energie a beneficio di opere caritatevoli, incontrando personaggi illustri e famosi, gli ambasciatori di Francia e Spagna, il Duca di Parete Francesco Moles, fino a diventare Direttrice dell’Ospedale dei Derelitti.

Ritratto della Dogaressa Elisabetta Querini ©Niccolò Cassana

Il consorte, figlio del Doge Bertucci, viene ricordato in modo benevolo nel motto latino del suo ritratto parlante a Palazzo Ducale: Sylvester Valiero Bertucii ducis filius, magnus in patre, maximus in se ipso – Silvestro Valier, figlio del doge Bertucci, grande per via del padre, ancor più per meriti suoi. Generoso, di natura caritatevole, amava organizzare feste sfarzose, al punto da suscitare grande eco l’elezione a dogaressa della moglie Elisabetta, “Betta” per gli amici più cari.

Una coppia indissolubilmente unita negli intenti sociali e pubblici, segnata dalla perdita dell’unico figlio Bertucci, morto a soli quattro mesi di età. Passeggiando lungo il parco che costeggia la villa sul Brenta, Villa Valier compare dietro un cancello in ferro battuto, cinta da un muro alto che custodisce un grande parco. Pochi metri più in là quello che resta dello splendore di Villa Valmarana, accessibile lungo il Naviglio Brenta via acqua.

Se ci si incammina lungo un piccolo sentiero che segue l’ansa dell’isolotto sul canale, si accede alla Barchessa anche via terraferma. Nel parco, un busto del Doge Mocenigo che deve averne passate di tutti i colori con la peste a Venezia, qualche antico cimelio rurale, e i sublimi dipinti celesti di Giambattista Tiepolo che qui ritrae la Brenta come una divinità femminile. Degli antichi arredi è rimasto qualche mobilio, le finestre inquadrano il grande parco animato da alberi secolari, testimoni silenti di avventure remote, invece nessuna traccia visibile del passaggio segreto che collegava le due ville fra loro e che probabilmente doveva servire a nascondere incontri clandestini.

Di Lusieta non sappiamo nulla, non ha nemmeno un cognome, il diminutivo già anticipa una vicinanza affettuosa, la trama del pettegolezzo locale è ormai un classico, l’incontro tra il nobile veneziano e la domestica all’insaputa della nobildonna. Tutto grazie a quel misterioso passaggio sotterraneo segreto.

Cosa sia successo tra quelle mura rimane un mistero, forse la dogaressa deve avere fiutato qualche assenza sospetta del marito, e quel passaggio che non viene più percorso da secoli nasconde un’unica certezza: qualcuno doveva essere passato da quelle parti, non certo per portare una tazza di caffè.

Ora a vedere la faccia austera del Doge l’immaginazione deve avere galoppato parecchio, ma a volte, gli scenari più improbabili sono terreno fertile per innescare le passioni più insospettabili.

Ritratto del Doge Silvestro Valier ©Niccolò Cassana

La vendetta della Dogaressa, leggenda racconta, pare si sia scatenata una notte di Carnevale del 1700, dove nel rovesciamento dei ruoli tutto è possibile. Banchetti a lume di candela, valletti impomatati intenti a vegliare nobili ubriachi barcollare da una sala all’altra e quel passaggio segreto che per ordine della Dogaressa non deve essere più percorso.

Nel cuore della notte Lusieta, coperta da un lungo mantello nero, percorre trafelante al buio il passaggio segreto che la porta nella stanza del suo amante, nonostante la luce della candela, procede a tentoni, toccando i mattoni ruvidi. L’aria è ferma, fa fatica a respirare, non avrebbe dovuto bere quel bicchiere di Malvasia trovato sul tavolo nel salone di casa, si appoggia al muro, le gira la testa, si toglie la maschera per asciugare il sudore sulla fronte, il cuore comincia a battere sempre più forte, sempre più forte, non vede più nulla, le manca l’aria, tenta di urlare aiuto ma non ha voce, non riesce nemmeno a emettere un flebile suono, cade a terra priva di forze, a pochi metri dalla fine del tunnel. Non si alzerà mai più. Nel salone della villa Silvestro Valier si è addormentato sul tavolo da gioco, forse sta sognando Lusieta per l’ultima volta.

§

Oltre il Nero, racconti Ai confini della Realtà ©Branoalcollo

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