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Biennale Architettura 2020: How will we live together?

La Biennale Architettura di Venezia apre il 23 Maggio 2020 | UPDATE Tutto è stato posticipato al 29 AGOSTO 2020

Happy New Year!

Dearest All,

Happy New Year and Happy Holidays!

Look forward to meeting you soon in Venice!

 

Buone Feste e Buon Natale a Tutti

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Siamo finalmente arrivati alla meritata pausa natalizia, tempo di raccoglimento, di festa, di momenti passati con le persone più care, a me piace.

Inutile invece far cambiare idea a chi odia il Natale, però se persino il più accanito detrattore Ebenezer Scrooge si ricrede almeno nel racconto, un filo di speranza resta.

Josif Brodskij d’inverno veniva a Venezia a scrivere, complice la nebbia, poche anime in giro, e l’acqua.

La situazione è cambiata rispetto al 1989, agli attuali trenta milioni di turisti l’anno, ma Dorsoduro e la Fondamenta degli Incurabili rimangono luoghi poco frequentati fino alla sorpresa finale della vista del Bacino di San Marco e della Punta della Dogana.

Ho sempre aderito all’idea che Dio sia tempo, o almeno che lo sia il suo spirito. Magari era un’idea mia, di mia fabbricazione, ma adesso non ricordo. In ogni caso ho sempre pensato che se lo spirito di Dio aleggiava sopra la faccia dell’acqua, l’acqua non poteva non rifletterlo. Da qui il mio debole per l’acqua, per le sue pieghe, rughe, increspature e – poiché sono un nordico – per il suo grigiore. Penso, molto semplicemente, che l’acqua sia l’immagine del tempo, e la notte di Capodanno, con un gusto un po’ pagano, cerco sempre di trovarmi vicino all’acqua, possibilmente davanti a un mare o a un oceano, per assistere all’affiorare di una nuova porzione, di un’altra tazza di tempo. Non cerco una sirenetta a cavallo di una conchiglia; voglio vedere una nuvola o la cresta di un’onda che lambisce la riva a mezzanotte. Questo, per me, è tempo che esce dall’acqua e quando guardo il lungo pizzo che depone sulla spiaggia non lo guardo con la curiosità di una zingara sapiente ma con tenerezza e gratitudine. [1]

§

[1] Fondamenta degli Incurabili, Josif Brodskij, Adelphi, 2019, p. 40 §19, Traduzione di Gilberto Forti.

La lunga attesa dell’Angelo

Per chi non l’avesse ancora letto, si tratta della storia di Jacopo Robusti, Tintoretto, in forma di romanzo di Melania G. Mazzucco. Pubblicato per la prima volta nel 2008, a gennaio 2019 è ormai giunto alla sua diciannovesima edizione.

Si parte dagli ultimi giorni del pittore veneziano per ripercorrere a ritroso in un flusso di coscienza febbricitante la vita oltre le tele. Era da tanto tempo che non leggevo un libro così ben scritto e strutturato.

Ho capito molte cose, anche l’importanza del figlio Domenico, liquidato nei libri di storia dell’arte in poche righe come un pittore minore che non è riuscito ad eguagliare la grandezza del padre, che invece fin da piccolo ha saputo mettersi al servizio del Talento, con una lealtà e generosità d’animo rare, un pittore che in realtà da piccolo sognava di diventare un poeta.

La tanto discussa relazione con la figlia Marietta, nata da un’unione con una donna straniera, conosciuta prima del matrimonio, permette all’ombra di Tintoretto di esprimersi senza riserve. Marietta diventa il suo chiaroscuro.

La moglie Faustina, sposata giovanissima, la compagna di una vita piena di contrasti, nella sua ingenuità disarmante lo ama incondizionatamente.

La mia famiglia prosperava. Potevo esserne certo, poiché era Faustina ad occuparsi di tutti noi. Era lei la nostra forza, lei il cemento che ci teneva uniti insieme. La convivenza di tanti caratteri contrastanti sotto lo stesso tetto generava tensioni e frizioni e un esplosivo scontento, ma Faustina appianava le une e consolava l’altro. (1)

Si ritrova un resoconto terribile di cosa sia potuto essere la peste a Venezia, pagina dopo pagina, tutto sarà più chiaro, ogni scorcio, ogni quadro, i dissapori con il figlio ribelle Marco che si rifiuta di seguirlo, facendo di fatto quello che lui ha fatto con il padre tintore, l’inutile tentativo di fuga della figlia minore che viene ritrovata a Marghera e riportata in convento.

Si coglie la vera essenza di Tintoretto, la sua ricerca spasmodica di affermazione, mettendo in luce le ferite di chi a lungo ha subito il disprezzo. Snobbato da tutti, ostacolato dal grande Tiziano fino alle fine dei suoi giorni.

Tintoretto ha in mente un obiettivo grandioso, dipingere le tele per la Scuola Grande di San Rocco, consapevole dei suoi limiti, della sua cultura da autodidatta, si mette a leggere la Bibbia, ricorrendo all’aiuto del cugino della moglie, Don Vincenzo, a cui chiede di chiarirgli alcuni passi che saranno per lui illuminanti:

Fu lui a dirmi che l’attesa del miracolo – cui spesso, nelle difficoltà, mi abbandonavo – non era il segno della forza della mia fede, ma della sua fragilità. Il miracolo che si realizza è solo un desiderio umano che viene esaudito. Ma non bisogna disprezzare Dio fino al punto di renderlo complice dei nostri sogni e delle nostre ambizioni. Dio è il mondo stesso, è la storia, è il tempo. Dio non ha bisogno di rivelarsi per esistere…Imparai a memoria il Vangelo di Giovanni. (2)

Nella ricostruzione meticolosa dei suoi quadri, avrà sempre a cuore il tema della Salvezza Umana per la Scuola di San Rocco:

Riconoscenza per la sconfinata varietà del mondo, per il provvidenziale significato di ogni dolore.

Una vita di duro lavoro.

Ho regalato i miei quadri a decine di persone che non li apprezzavano, perché un giorno li vedesse uno che invece poteva offrirmi il suo palazzo o l’altare della sua cappella. Quel nano tintore buffone arrogante spaccone gradasso – protestavano gli altri pittori – strapazza il mestiere. Chi si crede di essere?

Nessuno. Nessuno. Eppure un artista ha davvero successo quando lo chiamano per nome. Questa familiarità non è un segno di intimità – ma, al contrario, di rispetto…Io sognavo il giorno in cui la gente avrebbe detto Jacomo – come diceva Raffaello, Michelangelo, Tiziano.

Alla fine ho abbattuto il muro. Ho avuto pazienza, o solo fortuna. O forse la mia fortuna è stata il mio nemico Tiziano. (3)

Di fatto il riconoscimento di Tintoretto avviene con un Miracolo. Il Miracolo dello Schiavo che dipingerà per la Scuola Grande di San Marco grazie al futuro suocero, l’amico Marco Episcopi. Il quadro suscita un tale scalpore che viene rifiutato, un santo a testa in giù come un uccellaccio, mai visto nulla di simile.

Tintoretto, offeso e umiliato, è costretto a riprendersi indietro la sua tela.

E alla fine quel quadro, dopo molte discussioni, argomento principale in ogni salotto, viene richiesto indietro. Ci vorranno trent’anni per giungere a una piena consapevolezza del percorso compiuto.

Alla fine sono diventato il Maestro che sognavo di essere. Solo dipingendo, credevo di vivere.

–––––––––––––––––

(1) La Lunga Attesa dell’Angelo, Melania G. Mazzucco, Rizzoli 2009, p. 312.

(2) Ibidem, p. 59.

(3) Ibidem, p. 59.

Aprile è il mese più crudele

Così si apre la Terra Desolata (1922) di T. S. Eliot, dedicata a Ezra Pound, il miglior fabbro.

Sul frontespizio una citazione dal Satyricon con l’episodio che rievoca la storia della Sibilla Cumana.

“Sibilla che vuoi?”

“Lei rispondeva, voglio morire”.

La Sibilla Cumana aveva ottenuto dal dio Apollo il dono dell’immortalità, senza il dono dell’eterna giovinezza, per cui quando i ragazzi la prendono in giro, ormai decrepita, sospesa in un’ampolla, la richiesta è più che legittima, piegata da una decadenza fisica che non può controllare.

Eliot aveva capito profondamente il maestro Pound, ammirando quella sua conoscenza dei classici superiore a ogni delimitazione temporanea, uno spazio tempo che fluiva ora e qui, che era già stato.

Il maestro rimaneva insuperabile.

Avvolte le mie lacrime in una foglia d’olmo

le ho lasciate sotto una pietra

e ora mi chiamano pazzo

perché ho gettato ogni follia da parte

per lasciare le vecchie aride vie degli uomini… (1)

[1 Tratto da Personae, Ezra Pound ]

Quando Pound portò il suo manoscritto a Londra, non conosceva nessuno, non era conosciuto e non aveva nessun mezzo finanziario per contribuire alla pubblicazione dei suoi scritti. L’editore Matthews – che aveva pubblicato Yeats – gli chiese di partecipare alle spese almeno per metà, Pound rispose, “Ho uno scellino in tasca, se questo può servire..” Matthews decise di pubblicarlo lo stesso, la critica non lo accolse a braccia aperte, ma il libro non passò inosservato, come ricorda T.S. Eliot nei suoi saggi.

Molti lo accusavano di essere troppo ricercato, di indurre il lettore a uno studio approfondito, a tratti faticoso da seguire, ma si può rimproverare qualcuno di essere troppo colto?

Pound era uno studioso, lo era sempre stato, aveva studiato la poesia prima di scriverla, i poeti latini e greci, Dante, la poesia provenzale, era un traduttore, aveva un orecchio allenato alla musica, ed Eliot che lo aveva intuito prima di tutti, gli riconosceva la grande abilità di aver saputo contrapporre elementi fissi a elementi mobili, versi liberi che potevano piegarsi alla metrica perché ne avevano assaporato il ritmo.

Eliot suggeriva di leggere i Cantos solo dopo aver letto altri suoi scritti, comprese l’analisi di Pound dei drammi nō giapponesi, e se poi anche allora non si avesse capito nulla, bisognava ritornare sui propri passi e iniziare daccapo.

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