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10 articoli su Venezia

Venezia #4: Santa Croce

Da secoli tentano di convincerci che la terra sia una valle di lacrime.

Ma io mi ribello a tutto questo, e credo che l’erotismo, come la rivolta,

sia tra i mezzi eccellenti, adatti a condurci a questa smisurata gioia.

 

Paul Wühr

 

 

San Giacomo dell’Orio ha un’aria esotica, godereccia con tutti i ristoranti che ci sono intorno alla zona, con degli alberi però un po’ spettrali, sempre più curvati, persino le case che si affacciano sul campo sono insolite, dipinte di rosso veneziano ormai stinto, anche se tutt’altro che scolorita è la storia di Lorenzo Lotto, il pittore della pala all’interno della Chiesa, una delle più antiche di Venezia, pianta a croce latina, disposta a lato del campo, argomento preferito dai teorici dell’architettura che potrebbero parlarti per ore della ricostruzione con preziosi frammenti bizantini portati indietro dalla Quarta Crociata, ma soprattutto della colonna in marmo verde con capitello ionico elogiata da John Ruskin…

Io invece dedico volentieri qualche riga al grande Lotto, che ha avuto vita durissima, spesso criticato per non essere mai a passo con i tempi, messo in ombra dai suoi contemporanei, prima Bellini, poi Tiziano, girò l’Italia, spostandosi tra Bergamo, le Marche Roma e il Veneto, alla ricerca di committenze fortunate, e dopo vent’anni di peregrinazioni tornò a Venezia per un breve periodo, ospite non molto gradito di un nipote avvocato che ricambiava con dei “quadreti” perché non era riuscito mai a guadagnare abbastanza denaro come pittore.

Quando poi scopro che all’epoca della realizzazione della pala si era pure ammalato, guardo la composizione con occhi diversi. Costretto a chiedere ospitalità questa volta al fedele amico Bartolomeo Carpan che gli aveva trovato un alloggio a San Stae, aveva cambiato il testamento, decidendo di lasciare i suoi oggetti e le sue tele a due giovani pittori della scuola che potessero farne buon uso.

Mi soffermo a osservare i santi ai piedi della Madonna, oltre a San Giacomo e Sant’Andrea, ci sono proprio i due Santi medici, Cosma e Damiano, la Madonna malinconica, arrotondata in una veste rossa accesa, ha delle mani lunghissime, il bambino, un’espressione da adulto imbronciato, la coroncina tenuta sospesa sulla testa dagli angeli, e la bisaccia del pellegrino con una piccola conchiglia ai piedi di San Giacomo sono di una bellezza delicata.

Viene banalmente presentato come un genio irrequieto, mi chiedo chi non lo sarebbe stato al posto suo? Tra i suoi ultimi debiti saldati, sei ducati per comprare lacca di grana.

Solita vecchia storia: destini complicati per chi è chiamato a nuove visioni.

Nel campo invece la vita continua come sempre, bambini che corrono come dei forsennati, e madri che urlano come aquile, volutamente ignorate. Attrae l’attenzione un articolo che si sta leggendo di gusto il mio vicino di panchina, “Usura con la cassa peota”, veneziana incriminata per tassi capestro a giocatrici disperate alle slot machine, casi in cui la rivincita non arriva mai. Mi allontano verso il ponte di ferro che porta a Ca’ Tron, il menù alla trattoria all’angolo promette bene: sformato di patate, agnello alle erbe, torta di pere allo zenzero. A questo punto la pausa è necessaria, la visita all’Ouranosaurus nigeriensis lungo 7 metri e alto più di 3,6 al Museo di Storia Naturale è rimandata a data da destinarsi.

 

Photo by cottonbro on Pexels.com

Venezia #3: Giudecca

“E se’ or sotto l’emisferio giunto

che contraposto a quel che ha la gran secca

coverchia, e sotto il cui colmo consunto

fu l’uomo che nacque e visse sanza pecca;

tu hai i piedi in su piccola spera,

che l’altra faccia fa de la Giudecca.”

 

Dante, Inferno, XXXIV, vv. 112-117

 

Una striscia di isola ricca di storie sorprendenti, con una fermata di vaporetto dal nome poco invitante, Zitelle, ma che introduce subito la chiesa omonima, attribuita erroneamente al Palladio, un edificio un tempo gestito dai Gesuiti, dove veniva data assistenza alle ragazze povere, senza dote, che spesso finivano prostitute e qui invece imparavano l’arte del ricamo, diventavano merlettaie esperte, specializzandosi nel punto in aria, tecnica che prevedeva l’utilizzo dell’ago e filo come una preziosissima ragnatela. E chissà che destini immaginavano ricamando trame di arabeschi.

Quando approdo su questa parte di Venezia, così lontana e diversa da tutto il resto, mi sembra davvero di entrare in un’altra dimensione, un luogo che ha degli spazi davvero straordinari, con due orizzonti, il lato che si affaccia sul canale della Giudecca, e il lato nascosto dietro la facciata affollato da case che costeggiano la lunghezza dell’isola. Più avanti c’è il carcere femminile, a Sant’Eufemia, un orto chiuso riservato alla coltivazione di frutta e verdura.

I negozi sono pochi, segnalati da insegne anonime, inoltrandomi all’interno, si cominciano a intravedere lenzuola appese, e la vita riprende in modo appartato. Mentre mi sto incamminando in direzione Villa Hériot, alla ricerca della ludoteca perduta, un tempo c’era una biblioteca specializzata in teoria dei giochi, una autentica rarità, trasferita credo a Castello, incrocio due vecchie, parlano tra di loro, una fa all’altra: “Go fatto e seppie, no saveva di un casso.” E mi scappa da ridere. Ritorno sui miei passi verso Sacca Fisola, la punta estrema, dove si staglia imponente il Mulino Stucky, per anni una rovina affascinante, ora un albergo a cinque stelle dove tutto sembra fluire con ordine.

Dietro alla fondamenta, all’inizio degli anni quaranta si giravano film, era stata creata proprio alla Giudecca la sede autarchica di Cinecittà sotto il regime fascista, il Cinevillaggio, dei teatri di posa ricavati all’interno di una ex fabbrica di birra.

Avrebbero dovuto girare una ventina di film all’anno, ma il progetto non decollò, molti registi si defilarono e si produssero una ventina di film, l’ultimo una storia di corna con Osvaldo Valenti, dal titolo esaustivo Un fatto di cronaca.

Nei dintorni dell’area hanno fatto dei bellissimi appartamenti di lusso, sembrano abitati da fantasmi, dalle finestre si vedono cucine hi-tech immacolate.

Il cielo è di una bellezza folgorante, quasi struggente, mi prende una strana malinconia o forse è nostalgia per ciò che non sarà, come quando la voce narrante di E la nave va di Fellini, Orlando, sbalordito dal gesto del terrorista che ha fatto affondare la nave con una bomba, esclama: “Ma come? Proprio ora che si stava innamorando?”…

 

Photo by NOHK on Pexels.com

Venezia #2: Strada Nuova

La moda di amare Racine passerà come quella del caffè

 

Ora sappiamo invece quanto Voltaire avesse torto.

 

Nelle mie peregrinazioni capito raramente vicino a Strada Nuova, preferisco fare il periplo di Venezia passando per l’Accademia e poi dritta verso Rialto, tornando indietro per San Polo, cerco sempre di fare un tragitto diverso dall’andata, semplicemente per non annoiarmi.

Strada Nuova è uno strano mélange, fiumi di persone che invadono ogni giorno la città una volta scese alla Stazione di Santa Lucia, non a caso la santa protettrice della vista. I turisti, li riconosci subito, li vedi confusi che vagano per le calli, teleguidati dalle mappe tecnologiche dei telefonini. Poi li ritrovi seduti tutti soddisfatti in ristoranti tristi, quelli che hanno il cameriere con un sorriso stampato sulle labbra che ti aspetta fuori sulla porta sventolando il menu tradotto male in quattro lingue, e tu, in cuor tuo, sai già che pagheranno un prezzo troppo alto per un piatto del giorno poco appetitoso, loro invece sembrano felici, coppie che si tengono le mani guardandosi negli occhi.

Strada Nuova, costruita grazie all’interramento del canale che scorreva proprio dove ora c’è il pavimento, si distingue per la sua ampiezza maestosa, molto più larga rispetto alle calli strettissime e i vicoli bui, spazi finalmente aperti. Qui rispetto un rituale, una breve sosta per un caffè in una piccola bottega antica dove si entra e si trova già il bancone apparecchiato con i piattini delle tazzine e i cucchiaini in fila.

Uno dei personaggi più eccentrici della commedia di Carlo Goldoni, lavora proprio in una bottega del caffè, un nome che fa già sorridere: Trappola, il servitore del proprietario Ridolfo. La trama si snoda attorno al classico canovaccio della triade azzardo-dissoluzionefamigliare-passione, che contempla il passaggio dal caos all’ordine, complicato ulteriormente dal rovesciamento dei ruoli innescato dalle maschere del Carnevale. Eugenio, un mercante di stoffe, è un giocatore d’azzardo accanito, tradisce la moglie Vittoria, bella e amorevole, perde ingenti somme di denaro ma viene sempre graziato dall’intervento provvidenziale del saggio Ridolfo che riscatta puntualmente i suoi debiti. Trappola aggiunge una ventata di brio allo sviluppo degli eventi, una spalla ai dialoghi:

 

Trappola: Ecco che viene, Lupus est in fabula.

Ridolfo: Cosa vuol dire questo latino?

Trappola: Vuol dire il lupo perde la fava.

Ridolfo: È curioso costui, vuole parlare latino, e non sa nemmeno parlare in italiano.[1]

 

Già… alla fine la vittoria trionfa sempre, almeno nelle commedie. Bevo il caffè di gusto, esco in direzione Santa Maria dei Miracoli, la chiesa che ha una facciata immersa nell’acqua.

 

Anche la bellezza è nascosta nell’acqua, così come il tempo non la rispetta. Un giorno ti accorgerai che la bellezza è semplicemente un frammento di eternità venuto in nostro soccorso: ci aiuta a vivere.[2]

 

__________________________________________

[1] Atto II, scena I, La bottega del caffè, Carlo Goldoni, edizione Bur, 1984.

[2] Josiph Brodskij.

Photo by Juan Pablo Serrano Arenas on Pexels.com

Venezia #1: La Punta della Dogana

Guardando la laguna, lasciandosi la città alle spalle, La Punta della Dogana significativamente si trova al vertice di un triangolo di isola che divide i due principali canali di Venezia, a destra il Canale della Giudecca, a sinistra il Canal Grande. L’edificio è sormontato da una torretta con due Atlanti che reggono una sfera d’oro con un’esile statua, la Fortuna girevole con un segnavento. Passeggiando lungo le Zattere, se si percorre la Fondamenta fino in fondo, la strada finisce qui, ora con due attrazioni in più: il museo di arte contemporanea progettato da Tadao Ando, e la tanto vituperata statua del ragazzo nudo che tiene una rana per la zampa, che presto sarà rimossa per dare spazio a un passato che si rinnova, il ritorno del vecchio lampione ottocentesco che c’era un tempo. La statua bianca, alta due metri ideata da Charles Ray, un nome che se rovesciato ricorda inevitabilmente Ray Charles, The Genius, aveva una ragione d’essere, a testimonianza della natura anfibia di Venezia, perennemente sospesa tra terra e acqua. Il ragazzo ha gli occhi chiusi, sventola la rana come un trofeo, e i turisti lo fotografano con aria perplessa, ognuno con un’interpretazione diversa, l’opera finisce sempre per inglobare le idiosincrasie di chi la osserva.

Per me rimane un luogo ideale da cui ammirare le navi in transito, di solito verso mete esotiche, spesso con scritte greche dai nomi mitologici, alcune si spingono fino ad Alessandria d’Egitto. Ogni volta che le vedo passare, non posso fare a meno di pensare a una delle sette meraviglie del mondo, la biblioteca più vasta dell’antichità, fondata da Tolomeo su suggerimento di Aristotele con l’intento di catalogare tutto il sapere umano, una missione quasi impossibile che però riuscì nell’intento di radunare settecentomila papiri, tutti tradotti in greco. L’idea geniale di chiedere ai sovrani del mondo di inviare una copia delle opere che avevano a disposizione alla biblioteca fu del faraone Tolomeo II, che istituì anche il “fondo delle navi”, l’obbligo da parte di tutte le navi che facevano scalo ad Alessandria di lasciare i loro scritti originali alla biblioteca, e di tornare indietro con delle copie.

Gli scritti raccolti andarono in fumo in epoche storiche diverse, indipendentemente dal credo pagano, cristiano o islamico. Prima arrivò Giulio Cesare che distrusse una porzione consistente di papiri durante un assedio alle navi di Cleopatra, poi l’imperatore Aureliano due secoli dopo, e quando Alessandria divenne cristiana sotto il patriarca Teofilo, furono eliminati tutti i testi pagani, bruciati tutti i papiri di alchimia e magia. Il califfo Omar ebbe il triste merito di aver distrutto il resto della collezione due secoli dopo, motivato da una convinzione ancora più radicale, i papiri non servivano a nulla, così si decise per un rogo finale definitivo, e una delle sette meraviglie del mondo sparì per sempre.

Le navi proseguono le loro rotte verso il mare aperto, alla mia destra guardo il rimorchiatore Titanus procedere lento lungo il canale della Giudecca, uno stormo di piccioni mi sfiora la testa, mi passo veloce una mano sui capelli, lo sguardo fisso come una sfinge verso il bacino di San Marco.

 

 

 

 

 

 

 

Photo by Jess Loiterton on Pexels.com

Venezia #1: La Punta della Dogana

Guardando la laguna, lasciandosi la città alle spalle, La Punta della Dogana significativamente si trova al vertice di un triangolo di isola che divide i due principali canali di Venezia, a destra il Canale della Giudecca, a sinistra il Canal Grande. L’edificio è sormontato da una torretta con due Atlanti che reggono una sfera d’oro con un’esile statua, la Fortuna girevole con un segnavento. Passeggiando lungo le Zattere, se si percorre la Fondamenta fino in fondo, la strada finisce qui, ora con due attrazioni in più: il museo di arte contemporanea progettato da Tadao Ando, e la tanto vituperata statua del ragazzo nudo che tiene una rana per la zampa, che presto sarà rimossa per dare spazio a un passato che si rinnova, il ritorno del vecchio lampione ottocentesco che c’era un tempo. La statua bianca, alta due metri ideata da Charles Ray, un nome che se rovesciato ricorda inevitabilmente Ray Charles, The Genius, aveva una ragione d’essere, a testimonianza della natura anfibia di Venezia, perennemente sospesa tra terra e acqua. Il ragazzo ha gli occhi chiusi, sventola la rana come un trofeo, e i turisti lo fotografano con aria perplessa, ognuno con un’interpretazione diversa, l’opera finisce sempre per inglobare le idiosincrasie di chi la osserva.

Per me rimane un luogo ideale da cui ammirare le navi in transito, di solito verso mete esotiche, spesso con scritte greche dai nomi mitologici, alcune si spingono fino ad Alessandria d’Egitto. Ogni volta che le vedo passare, non posso fare a meno di pensare a una delle sette meraviglie del mondo, la biblioteca più vasta dell’antichità, fondata da Tolomeo su suggerimento di Aristotele con l’intento di catalogare tutto il sapere umano, una missione quasi impossibile che però riuscì nell’intento di radunare settecentomila papiri, tutti tradotti in greco. L’idea geniale di chiedere ai sovrani del mondo di inviare una copia delle opere che avevano a disposizione alla biblioteca fu del faraone Tolomeo II, che istituì anche il “fondo delle navi”, l’obbligo da parte di tutte le navi che facevano scalo ad Alessandria di lasciare i loro scritti originali alla biblioteca, e di tornare indietro con delle copie.

Gli scritti raccolti andarono in fumo in epoche storiche diverse, indipendentemente dal credo pagano, cristiano o islamico. Prima arrivò Giulio Cesare che distrusse una porzione consistente di papiri durante un assedio alle navi di Cleopatra, poi l’imperatore Aureliano due secoli dopo, e quando Alessandria divenne cristiana sotto il patriarca Teofilo, furono eliminati tutti i testi pagani, bruciati tutti i papiri di alchimia e magia. Il califfo Omar ebbe il triste merito di aver distrutto il resto della collezione due secoli dopo, motivato da una convinzione ancora più radicale, i papiri non servivano a nulla, così si decise per un rogo finale definitivo, e una delle sette meraviglie del mondo sparì per sempre.

Le navi proseguono le loro rotte verso il mare aperto, alla mia destra guardo il rimorchiatore Titanus procedere lento lungo il canale della Giudecca, uno stormo di piccioni mi sfiora la testa, mi passo veloce una mano sui capelli, lo sguardo fisso come una sfinge verso il bacino di San Marco.

 

 

 

 

 

 

 

Photo by Jess Loiterton on Pexels.com

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