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10 articoli su Venezia

Solstizio di inverno

Chi è capace di vedere l’intero è filosofo, chi no, no.

Platone

“Pezzi Rari” ©ClaudiaBonollo

Mi scuso se non sono stata troppo presente nel blog, almeno per quest’anno.

Il rimando letterario di oggi è un classico shakespeariano, Racconto di Inverno, una tragedia che finisce bene. Qui troverete il simile e l’inverosimile, l’amicizia, la gelosia, il sospetto, l’inganno, la congiura, la calunnia, e a sorpresa pure l’oracolo di Delfi, e tra i protagonisti il TEMPO.

Auguro a tutte/i buone feste!

Venezia #10: San Marco reloaded

Passando davanti al Ponte dei sospiri, che collega Palazzo Ducale all’edificio che un tempo ospitava le prigioni, il pensiero va immediatamente al coraggio di Casanova, che calandosi con una fune dal tetto di un abbaino riuscì a evadere dai Piombi scappando in gondola. Una missione che sarebbe stata quasi impossibile senza l’aiuto decisivo di qualche guardiano corrotto, ma del resto lui stesso sosteneva che: “nelle grandi imprese ci sono sempre dei particolari decisivi, che, se si vuole riuscire, si devono curare di persona.” A quanto pare non un problema per un seduttore come lui che, una volta salvo, decise di scrivere la storia della sua vita perché stanco di raccontarla a voce.

Inutile dire che Casanova amasse particolarmente l’azzardo, all’epoca a Venezia c’erano molti “ridotti”, locali in cui ci si ritirava fino a tarda notte a giocare e non solo, in piacevole compagnia. Il carnevale durava sei mesi, che ora sembra quasi un’eternità per chi come me si tiene lontano dalle maschere, e si giocava moltissimo, giochi che sono spariti quasi del tutto, la bassetta, un gioco d’azzardo semplice in cui si doveva puntare una somma di denaro su una carta prima di farla estrarre al banco – un salto nel buio – il faraone, pare il preferito anche di Maria Antonietta che dilapidò una fortuna, una scommessa quasi sempre in perdita su più carte nella stessa mano, il biribissi, dal suono simpatico che fa quasi solletico, una lotteria con figure, e lo sbaraglino, di cui Casanova era un esperto, con un nome che già non prometteva bene, liquidato in poche righe dall’Accademia della Crusca: “Giuoco di tavole, che si fa con due dadi, e chiamasi anche Sbaraglino lo Strumento, sul quale si giuoca.” L’aggiunta di una nota di Francesco Berni lo fa sembrare quasi una calamità: “S’io perdessi a primiera il sangue, e gli occhi, non me ne curo, dove a sbaraglino rinnego Dio, s’io perdo tre baiocchi.”

Un Ridotto famoso si trovava proprio dietro Piazza San Marco, dipinto in un quadro di Pietro Longhi lievemente enigmatico, figure in tabarri neri con il viso coperto da bautte bianche e dame anonime con vesti broccate, un bambino arlecchino vicino a una ragazza di cui si intravedono i capelli chiari con il viso parzialmente nascosto da una moretta di velluto nero, chiamata anche maschera muta perché la forma circolare aderiva alla faccia grazie a un bottoncino che si teneva in bocca. La scena è ricca di dettagli rivelatori, grandi lampadari candelabri, carte da gioco sparpagliate sul pavimento, ai lati due tavoli animati da giocatori, sullo sfondo quadri nei quadri, con un ritratto di Venere.

Il palazzo ora è diventato un hotel, il gran salone ha il soffitto affrescato con una balaustra circolare intorno al piano superiore, impossibile non entrare. Dello spirito di Casanova nemmeno l’ombra, ammiro gli stucchi sorseggiando il mio cocktail, in sottofondo una specie di lounge music rococò, un potente antidoto contro la sindrome di Stendhal. Uscita da calle Vallaresso visibilmente di ottimo umore ritorno verso Piazza San Marco, un saluto veloce al “Leon”, in cima alla colonna che insieme a quella che ospita San Teodoro trionfante sopra un drago segnavano l’ingresso a Venezia via mare, per scaramanzia rispetto la tradizione di non camminare nello spazio che le separa, un tempo luogo di esecuzioni e area dove era consentito il gioco d’azzardo, una combinazione letale, pax tibi Marce, e non so se per merito del cielo indaco o del gin tonic mi sento serenissima.

 

 

 

 

 

 

Photo by Geoffroy Hauwen on Pexels.com

Venezia #9: Venezia riflessa

Cammino lungo il canale animato da case galleggianti, sono a Little Venice, la piccola Venezia, un quartiere di Londra a pochi passi da Maida Vale, zona residenziale nella West End immortalata al cinema dal grande Hitchcock in Dial M for Murder, tradotto in italiano con un titolo diverso, Il Delitto perfetto, perdendo totalmente il riferimento ormai storico al telefono con le lettere e l’evidente gioco di parole. I Charrington gardens citati nel film non esistono in realtà, ma se si seguono alla lettera le indicazioni date per raggiungere la casa in cui viene aggredita Mrs Margot Mary Wendice, interpretata da Grace Kelly, si dice che una volta usciti dalla stazione della metropolitana bisogna girare a sinistra, un probabile riferimento a Warrington Crescent, eleganti architetture disposte a mezzaluna, poco distanti dalla fermata della Bakerloo Line, linea che porta direttamente a casa di Sherlock Holmes.

La Little Venice londinese non ha nulla a che vedere con Venezia, se non per un piccolo canale navigabile che offre un percorso alternativo fino a Camden Lock. Passando per Warwick Avenue si arriva a uno spiazzo a ferro di cavallo circondato da edifici vittoriani con le immancabili colonne bianche davanti all’ingresso, attraccate in file ordinate una serie di abitazioni-barche piene di fiori, segno che nemmeno a bordo si rinuncia all’idea di un giardino.

Poco più in là proprio sul ponte c’è un bar caffè con terrazza con vista sull’acqua, l’apoteosi del pittoresco, un’idea di Venezia rivisitata secondo parametri neoclassici ottocenteschi, con una luce nordica. Cerco un posto a sedere, una breve occhiata ai piatti del giorno e scuoto la testa, c’è sempre questa tendenza a rendere la creatività all’italiana mescolando ingredienti alla rinfusa, un’interpretazione di quello che dovrebbe essere un richiamo al mediterraneo totalmente straniante, la nostalgia di un gianduiotto da Nico alla Zattere è immediata.

Mentre fisso scorci naturali che ricordano quadri preraffaelliti, dove persino gli arbusti secchi hanno una loro grazia, la mente corre veloce verso calle del vento, un corridoio buio e gelido che attraverso a passo spedito per andare incontro all’aria frizzante di San Basilio.

Ho letto moltissimi libri prendendo il sole alle Zattere, quasi un controsenso con uno scenario che potresti guardare per ore senza stancarti mai, sulla panchina, vicino a me, l’immancabile coppia di amiche ben truccate, con messe in piega impeccabili, e mani ingioiellate curatissime che parlano dei fatti loro in totale libertà. Alla fine finisco sempre per farmi distrarre dai passanti, un ragazzo con una tshirt heavy metal con teschio che insegue un cane ringhioso con il collare borchiato che però si chiama Chicco, in compagnia di un’amica giapponese con delle ballerine rosse fluorescenti. Quando si avvicina un tipo con gli occhiali sulla fronte, infilo il libro in borsa, e proseguo la passeggiata lungo la fondamenta, in mente ancora la luce improvvisa di Dante Gabriel Rossetti.

 

Sono già stato qui,

Non so dire come o quando:

Conosco l’erba oltre la porta,

L’odore dolce intenso,

Il suono gemente, le luci sulla riva.

 

Sei stata mia prima,

Quanto tempo prima non so:

Ma appena si librò in volo quella rondine

Girasti il collo in questo modo,

Cadde un velo, e conobbi tutto di te.

 

Tutto questo è già stato così?

E così il volo vorticoso del tempo

Non ci restituirà ancora il nostro amore con le nostre vite

A dispetto della morte,

E il giorno e la notte ci concederanno ancora una volta un piacere?

 

 

 

 

 

 

Photo by cheptu00e9 cormani on Pexels.com

Venezia #8: San Marco notturno

Grazie a una traduzione di qualche anno fa ho scoperto che i quattro cavalli in bronzo dorato sulla facciata della Basilica di San Marco furono un dono fatto a Nerone da Tiridate I, re di Armenia e che poi per varie vicissitudini approdarono qui a Venezia. Per strane associazioni della mente è inevitabile che ogni volta che attraverso Piazza San Marco pensi ai mercanti armeni che lungo Ruga Giuffa commerciavano in pietre preziose, vedo i cavalli e li collego a mucchi di monete d’oro e diamanti che non ho, mentre l’orchestrina del caffè Florian intona melodie rétro a una manciata di viaggiatori estasiati da tanta bellezza.

Il primo romanzo satirico italiano del XVIII secolo fu scritto proprio da un armeno veneziano, Zaccaria Sheriman, I viaggi di Enrico Wanton nei regni delle scimmie e dei cinocefali, delle specie di canidi…un titolo curioso e credo ignorato ai nostri giorni che ridicolizzava una realtà da cui scappare a gambe levate.

La piazza rimane un luogo brulicante di vite passate, lontane, presenti e future, stratificazione di ricordi evocati da raduni storici, alcuni persino epici, e passeggiate solitarie o in compagnia. A vedere i portici delle Procuratie semi vuoti di notte con qualche piccione ingordo con le zampe a mollo in pozzanghere nerastre, si fa fatica a immaginare che in questo stesso luogo ci sia stato un mitico concerto rock, invaso nel lontano 1989 da folle in delirio accorse da ogni angolo del mondo per vedere i Pink Floyd, che come dei tiranni capricciosi avevano preteso una opulenta piattaforma stroboscopica galleggiante in mezzo al bacino di San Marco – esperienza che non fu mai più ripetuta, per la devastazione apportata da maree umane incontrollate, ridimensionata in eventi culturali decisamente più sobri ma meno avvincenti.

Passerelle maleodoranti di alghe umide impilate ai lati della piazza ricordano che prima o poi arriverà l’acqua alta, fenomeno che qui è visibile prima rispetto ad altri sestieri.

Guardando la Torre dell’Orologio immagino la scena di quando i futuristi lanciarono 800000 volantini l’8 luglio del 1910 per divulgare il loro manifesto contro una Venezia passatista:

 

Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l’imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture. Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica, a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata.

 

Propositi che ovviamente non furono mai presi in considerazione dai tecnici dei beni ambientali. Ci sono voluti decenni, ma qualcosa di nuovo è stato costruito, e non posso che essere perennemente grata al ponte di Calatrava che collega Piazzale Roma alla Stazione Ferroviaria e ne dimezza il tragitto. Basta svoltare l’angolo della piazza, fiancheggiando l’enciclopedia illustrata dei capitelli di Palazzo Ducale per assistere allo scenario terapeutico della fondamenta vibrante di luci intermittenti, emozionante ogni volta come un volo notturno, quando felice di tornare a casa ti senti accolto da un’oscurità che ti avvolge.

 

I credenti nelle chiese

si ubriacano di eternità.

Ma io do spallate al cielo

e rimescolo la tenebra.[1]

_____________________________________

[1] Oktoich, Ottetto della Chiesa, Sergej Eisenin

Photo by Trace Hudson on Pexels.com

Venezia #8: San Marco notturno

Grazie a una traduzione di qualche anno fa ho scoperto che i quattro cavalli in bronzo dorato sulla facciata della Basilica di San Marco furono un dono fatto a Nerone da Tiridate I, re di Armenia e che poi per varie vicissitudini approdarono qui a Venezia. Per strane associazioni della mente è inevitabile che ogni volta che attraverso Piazza San Marco pensi ai mercanti armeni che lungo Ruga Giuffa commerciavano in pietre preziose, vedo i cavalli e li collego a mucchi di monete d’oro e diamanti che non ho, mentre l’orchestrina del caffè Florian intona melodie rétro a una manciata di viaggiatori estasiati da tanta bellezza.

Il primo romanzo satirico italiano del XVIII secolo fu scritto proprio da un armeno veneziano, Zaccaria Sheriman, I viaggi di Enrico Wanton nei regni delle scimmie e dei cinocefali, delle specie di canidi…un titolo curioso e credo ignorato ai nostri giorni che ridicolizzava una realtà da cui scappare a gambe levate.

La piazza rimane un luogo brulicante di vite passate, lontane, presenti e future, stratificazione di ricordi evocati da raduni storici, alcuni persino epici, e passeggiate solitarie o in compagnia. A vedere i portici delle Procuratie semi vuoti di notte con qualche piccione ingordo con le zampe a mollo in pozzanghere nerastre, si fa fatica a immaginare che in questo stesso luogo ci sia stato un mitico concerto rock, invaso nel lontano 1989 da folle in delirio accorse da ogni angolo del mondo per vedere i Pink Floyd, che come dei tiranni capricciosi avevano preteso una opulenta piattaforma stroboscopica galleggiante in mezzo al bacino di San Marco – esperienza che non fu mai più ripetuta, per la devastazione apportata da maree umane incontrollate, ridimensionata in eventi culturali decisamente più sobri ma meno avvincenti.

Passerelle maleodoranti di alghe umide impilate ai lati della piazza ricordano che prima o poi arriverà l’acqua alta, fenomeno che qui è visibile prima rispetto ad altri sestieri.

Guardando la Torre dell’Orologio immagino la scena di quando i futuristi lanciarono 800000 volantini l’8 luglio del 1910 per divulgare il loro manifesto contro una Venezia passatista:

 

Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l’imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture. Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica, a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata.

 

Propositi che ovviamente non furono mai presi in considerazione dai tecnici dei beni ambientali. Ci sono voluti decenni, ma qualcosa di nuovo è stato costruito, e non posso che essere perennemente grata al ponte di Calatrava che collega Piazzale Roma alla Stazione Ferroviaria e ne dimezza il tragitto. Basta svoltare l’angolo della piazza, fiancheggiando l’enciclopedia illustrata dei capitelli di Palazzo Ducale per assistere allo scenario terapeutico della fondamenta vibrante di luci intermittenti, emozionante ogni volta come un volo notturno, quando felice di tornare a casa ti senti accolto da un’oscurità che ti avvolge.

 

I credenti nelle chiese

si ubriacano di eternità.

Ma io do spallate al cielo

e rimescolo la tenebra.[1]

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[1] Oktoich, Ottetto della Chiesa, Sergej Eisenin

Photo by Trace Hudson on Pexels.com

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