Alla radio una voce recitava
“Annina scendeva le scale”
Tentavo di seguirla tra i versi
L’ho persa senza batter ciglio.
Ho iniziato dandomi la zappa sui piedi con un articolo sul neo-melodico, per un concorso sulla cultura pop, unico caso in Italia in cui non vince NESSUNO, riparto di slancio con un quiz, Il Questionario di Proust, il ritratto che ne viene fuori è un mostro, un misto tra Ricky Cunningham, il roscetto di Happy Days, dove la felicità era stare tutto il giorno dentro un fast-food a mangiare hamburger e guardare Fonzie pettinarsi nel cesso, e Brian Wilson dei Beach Boys, qui va meglio, ora non sa chi è, ma dopo Pet Sounds, può dire e cantare quello che vuole. Invento un gioco con gli haiku, dedicati alle stagioni, poi pubblico a puntate stralci di quello che scrivo, passo alle recensioni brevi ma efficaci, sulla famigerata Amazon reading list di Linkedin, 52 books for 52 weeks, che funzionava così bene che hanno deciso di cancellare l’applicazione, vengo contattata dal New York Journal of Books per scrivere recensioni gratis, passo la prima selezione, un saggio su Pessoa in inglese, avrebbero dovuto darmi un premio solo per quello, poi la moglie del grande capo cambia idea e dice che mi prendono solo se ho qualcuno a New York che mi raccomanda per scrivere recensioni gratis, comincio a studiare il caso Twitter, facendo collage di tweets di altri, un omaggio all’incomunicabilità in cui tutti si parlavano sopra, e nessuno ascoltava, l’insostenibile pesantezza di internet, le vere sorprese arrivano con la saggistica, spazio riservato ai liberi pensatori. Le traduzioni sono le più cliccate, inizia così la mia ricerca sui classici, rielaborando linguaggi che non si comprendono più, collaboro con vari blog in Italia e all’estero, e inauguro una nuova rubrica, Le Interviste Possibili, un omaggio al talento in qualsiasi forma si manifesti, un amico esigente.
Mia profonda fierezza
Ovunque tu sia mi sei accanto.
Stringo la tua cintura alla mia vita.
Mia profonda fierezza.
Ovunque io sia, tu sei vicino a me
ti stringo, ti allaccio,
mi proteggi dagli sbandamenti dell’anima
dalle violenze improvvise e dalle assurdità.
Che sollievo tornare al tuo abbraccio.
Yiannis Ritsos
(trad. N. Crocetta)
Quattro anni OGGI, 29 Agosto 2014
Quattro considerazioni in croce dopo circa 300 articoli…ringrazio davvero tutti, tra Linkedin e WordPress siamo quasi arrivati a 1000, per me è una grande soddisfazione!
Branoalcollo è stato inizialmente pensato come blog letterario dedicato prevalentemente alla rivisitazione e ri-traduzione di classici della narrativa e della poesia, si è poi via via aperto anche a nuove esperienze e collaborazioni, stimolate da nuovi incontri.
Quest’anno ho partecipato a diversi progetti, la maggior parte sono ricerche nate grazie alle iniziative culturali promosse dall’Atelier Meta-morphic. In galleria una breve mostra degli ultimi lavori svolti insieme all’artista e architetto Claudia Bonollo, una produzione Sisterly: il raggio verde, i cieli di Londra e l’Atlante delle Nuvole, Cupìdo e Piccadilly Circus, i paesaggi mistici raccolti in un articolo pubblicato sulle Metamorfosi del Verde dalla webzine PressTletter.
Tra le “nuove entrate” sono state particolarmente apprezzate le riletture dei romanzi, pubblicate a puntate, il Doctor Faustus di Thomas Mann e Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister di Wolfango Goethe, il preferito dai lettori!
Gli articoli sono stati ispirati dai contributi di: Claudia Bonollo, Raffaele Serra, John Cassavetes, Gena Rowlands, Martin Amis, Arturo Schwarz, Les Baxter, Derek Walcott, Alain Resnais, Jorge Luis Borges, Doctor Faustus di Thomas Mann, Matteo Guarnaccia, E. A. Poe, G. Abbott Abbott, Frédéric Dard, George Orwell, Cristina Campo, Marcel Mauss, San Girolamo, David Shriegley, Vittorio Sereni, Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister di Wolfango Goethe, Giampaolo Azzoni, il blu indaco.
Sto lavorando ad altri progetti, vi aggiornerò quanto prima. Buona navigazione! Un brindisi virtuale con tutti voi! Alla prossima esplorazione…
Avere una filosofia significa sapere come amare e sapere a chi offrire questo amore, e se lo dispensi a tutti devi fare il prete che dice sì figliolo o sì figliola o Dio ti benedica. Ma la gente non vive in questo modo, si vive con la rabbia, l’ostilità, i problemi, con i pochi soldi; insomma delusioni terribili nel corso di una vita. Quindi quello di cui la gente ha bisogno sono dei principi, credo che ciò di cui tutti hanno bisogno si riassume in questo modo di dire: dove e come io posso amare posso essere innamorato, così io posso vivere in pace. Ed è per questo motivo che ho bisogno di personaggi per analizzare veramente l’amore, discuterlo, distruggerlo, annientarlo, ho bisogno che i protagonisti si facciano male l’un l’altro, che facciano tutto questo in quella guerra, in quella polemica di parole ed immagini che è la vita. Tutto il resto non mi riguarda veramente, può interessare ad altri ma io lo so, ho una idea fissa, tutto ciò che mi interessa è l’amore.
John Cassavetes, Un secolo di cinema – Viaggio nel cinema americano di Martin Scorsese
P.S. il video è stato rimosso, tanto per cambiare (sono seguitissima) ma il messaggio è arrivato. Per chi non l’avesse visto, ecco il trailer:
È finita e non c’è più nulla da fare, e questa è già una consolazione, come dicono in Turchia quando tagliano la testa dell’uomo sbagliato.
Charles Dickens
Inutile dirvi che questa pausa dal blog è stata quanto mai necessaria. In questi quattro anni di vita virtuale, ho incontrato parecchie persone, se devo fare un bilancio – e dopo quattro anni è inevitabile – mi sono capitati parecchi episodi spiacevoli. Volutamente ho scelto di non fare un blog diario, mai avuto un diario da ragazzina, figurarsi ora, ma tento, nei limiti del possibile di cercare degli stimoli in quello che leggo, nello studio. E se ho qualcosa di irrisolto da dire a qualcuno, gli scrivo in privato, poi se non risponde sono fatti suoi, ma non metto un “mi piace” nel blog di un altro per poi dirottarlo a un pezzo al veleno, alcuni lanciano massi, poi nascondono la mano, e alla fine se reagisci hanno pure il coraggio di dirti che “non sai stare al gioco”, beh detto da un baro, la critica lascia il tempo che trova, e si va avanti…
Insomma la filosofia del “purché se ne parli” non mi ha mai conquistato, come quelle tavolate in compagnia di assoluti estranei, che fingono di brindare in allegria e poi scappano come ladri lasciandoti il conto da pagare, pensando di essere anche furbi, come se la bontà fosse un demerito e tu sei stato l’unico fesso a crederci.
Fortunatamente c’è sempre qualcuno aldilà dello schermo con cui stabilire un contatto speciale, incontri che non avrei immaginato, e infatti farò parte di un progetto collettivo ideato dal mio amico Stephen Black, una galleria virtuale con venti artisti e scrittori da varie parti del mondo, una nuova sfida stimolante perché sarà in inglese, e sicuramente ci sarà molto da imparare. Le sorprese arrivano comunque, nonostante certi intoppi, e qualche brutto incidente di percorso, per quanto sgradevole, serve a farti capire dove vuoi andare, se è il caso di cambiare direzione e varcare con coraggio nuove frontiere.
Ulteriore spunto di riflessione è stata la lettura di un romanzo: L’Informazione di Martin Amis…informazione che qualche interrogativo in più lo pone, non solo per chi scrive, ma per il brutto vizio, ineludibile per chi dedica gran parte del suo tempo alla scrittura, di rimanere imprigionato in automatismi difficili da estirpare, convinto che il proprio ombelico sia il centro del mondo. Ancor di più, quando ormai si mettono in pratica certi trucchi del mestiere, e si sa fin troppo bene dove andare a parare ma si finisce facilmente impantanati in un loop che è un déjà-vu, e le parole suonano come un disco rotto e ci si auto-inganna consapevolmente.
La trama racconta della rivalità tra due “amici” scrittori, più che amici, ex-compagni di università che si conoscono da una vita, uno, diventa ricco e famoso, l’altro arranca tra mille difficoltà e non può fare a meno di essere un invidioso cronico. Quello che arranca, Richard, potenzialmente avrebbe tutte le carte in regola per essere una persona migliore, ma ha raggiunto dei livelli di auto-distruzione talmente preoccupanti da essere ormai un caso perso, un uomo intelligente, annichilito da una sensibilità troppo ingombrante che se da un lato offre una visione fin troppo lucida, rimane chiusa in un’irrimediabile e cinica irriconoscenza, pieno di frustrazioni e amarezze, sposato a una bella donna che tradisce, con un rapporto morboso con uno dei due figli gemelli, che tratta male per il gusto di sentirsi superiore nei confronti di chi non ha ancora gli strumenti per difendersi – l’ingiustizia che sente di aver subito la fa a sua volta subire a chi non può sottrarsi alla sua autorità, ampiamente svilita da reiterati fallimenti, personali e lavorativi – sfoga nella droga e nell’alcol i suoi malumori, e arriva alla perversione di pagare due sicari per fare a pezzi lo scrittore che non può fare a meno di detestare con tutte le sue forze. Il collega rivale Gwyn è invece il classico secchione, concentrato nei suoi obiettivi, antipatico, pieno di sé, insensibile ai dolori che lo circondano perché non lo riguardano, colleziona successi editoriali, come un robot programmato bene fin da piccolo a inseguire i suoi sogni, sa come muoversi e piazzare i suoi prodotti, è un ottimo esecutore. Richard pensa che il successo di Gwyn sia immeritato, non si dà pace per non aver condiviso nemmeno in minima parte il riconoscimento di un mondo che lo acclami, e allora giorno dopo giorno cova dosi letali di vendetta, gode a inquinare l’aurea mediocrità borghese dell’amico troppo scontato attaccandolo nei suoi punti deboli che ha studiato con attenzione maniacale, cerca pure di trovargli un’amante, pur di rovinare l’apparente matrimonio felice con la moglie ricca e devota, e fan numero uno. Insomma nulla di buono all’orizzonte, ma per chi non l’avesse ancora letto, è una lettura quasi obbligatoria, per certi versi anche dolorosa, perché in qualche frammento di specchio di anime alla deriva ognuno può riconoscere bassezze difficilmente confessabili, e certe meschinità, anche se subite e non volute, se protratte nel tempo e non contrastate a dovere, finiscono per contagiare anche chi pensa di non esserne direttamente coinvolto…A un certo punto infatti la moglie Gina che Richard trascura per la droga e per qualche avventura di poco conto, fino ad allora testimone silente delle sue continue manchevolezze ma che in realtà non si è persa una virgola, lo mette con le spalle al muro: “tu dedichi tutte quelle ore a scrivere e quanto guadagni Richard? Onestamente quanto? Oltre ai soldi che sprechi ogni settimana per la coca?…Sappiamo che il calcolo è veloce come un lampo, poco, troppo poco…Richard, per quanto stronzo e arrogante come tutte le persone in difficoltà, in quel preciso istante sa che non può più nascondersi, si mette a difendere goffamente tutte le ore perse a scrivere recensioni di libri scritti da altri che non interessano a nessuno, nemmeno a lui, le vecchie care maschere con tanto di pezzi recitati a memoria per l’occasione devono cadere per forza, non bastano più.
Il problema non è che spendi. Il problema è che non guadagni.
– Non posso rinunciare ai romanzi.
– Perché no?
Perché…perché allora si sarebbe trovato di fronte all’esperienza, all’esperienza non tradotta e non mediata. Perché allora si sarebbe trovato di fronte alla vita.[1]
E poi lo sguardo cade sulla bacinella piena di panni sporchi, la cucina in disordine, e gli occhi di Gina si infiammano…e non si può più fare finta di non vedere. E niente è più come prima.
[1]L’Informazione, Martin Amis, Einaudi, 1996, trad. Gaspare Bona, p. 72.
C’è chi a Vivaldi preferisce l’insalata, io mi riascolto sempre con piacere le spiegazioni cristalline di Arturo Schwarz. “A cosa serve l’utopia se a ogni passo che facciamo si allontana sempre più ? Serve a camminare, ad andare avanti”… onward!
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