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January 2014

Le interviste possibili: XI. Giampaolo Azzoni

L’undicesimo appuntamento con le interviste possibili si apre con un giurista e filosofo italiano, Giampaolo Azzoni, professore ordinario in “Teoria generale del diritto” all’Università di Pavia. Si è laureato in giurisprudenza avendo come relatore Amedeo Giovanni Conte, l’inventore di un nuovo genere letterario, l’eidogramma – il pensiero rappresentato in concetti astratti. Si è poi specializzato in filosofia analitica, nel corso della sua versatile carriera di studi e lavorativa, si è occupato di filosofia del diritto, di etica e deontologia della comunicazione, di studi culturali, laboratori di ghostwriting, relazione tra pensiero metafisico classico e contemporaneo, stato e mercato, comunicazione di impresa, consenso informato, trapianti, sperimentazioni cliniche, dignità umana, e molto altro. Impossibile non intervistarlo.

Onorata di averti nel mio salotto virtuale, qui ci vuole un brindisi…cosa ti offro? A te la scelta…

Un amico una volta mi disse che alcuni popoli amavano bere semplice acqua bollita. Io stupito chiesi se aggiungevano un po’ di the o qualcos’altro. Ma mi disse che era sola acqua bollita. Ora non mi ricordo più bene né chi fosse l’amico, né quali fossero i popoli, ma quell’immagine di un bollitore da cui prendere e offrire della semplice acqua mi colpì. Ora non ho mai bevuto solo acqua bollita. Ecco il momento di farlo.

Nemmeno io, salutare sicuramente.

Curiosamente la prima testimonianza di un testo in italiano volgare è un atto legale, riguardava una lite sui confini di proprietà tra il monastero di Montecassino e un piccolo feudatario locale, Rodelgrimo d’Aquino. Non una lirica ma una dichiarazione scritta con tanto di testimoni: “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.” Il linguaggio del diritto ha anticipato l’evoluzione della lingua letteraria italiana, diventare lingua di relazione per aprirsi allo scambio di idee, ora si capisce sempre meno l’uso odierno del burocratese, idioma incomprensibile ai più, che esclude e non include, siamo tornati indietro?

Non solo la nascita dell’italiano, ma gli stessi inizi della scrittura, un po’ in tutte le culture antiche, sono strettamente connesse alla redazione di atti giuridici. Resta profondamente vera l’intuizione dei romantici tedeschi secondo cui la lingua ed il diritto sono due espressioni, strutturalmente simili, dello spirito di un popolo. Se poi guardiamo al luogo dove la nostra cultura si è definita, cioè la Grecia antica, possiamo vedere che le figure del legislatore e del poeta sono spesso associate nella medesima persona: le leggi non venivano pubblicate sulla “Gazzetta Ufficiale”, ma cantate dagli aedi. La perversione burocratica contemporanea è l’esito di una tragica frattura che si è prodotta in Europa a partire dalla rivoluzione francese (e, in particolare, a partire dal frutto più importante di quella rivoluzione: il codice civile voluto da Napoleone); allora il diritto si è progressivamente separato dalla cultura dei popoli e dalla scienza dei giuristi, per iniziare ad essere concepito come il prodotto del potere politico dello Stato. Non è detto, però, che tale degenerazione sia senza ritorno: il diritto è un fenomeno troppo rilevante per l’umano perché all’uomo non debba ritornare. Basterebbe riscoprire l’immenso tesoro della storia giuridica che dal diritto romano percorre tutto il medioevo.

I social network ci hanno trasformato secondo gradi di consapevolezza diversi in voyeur, la netiquette è destinata a essere disattesa forse perché si esprime in un linguaggio che rispetta solo formalmente il mondo tecnologico virtuale ma non lo comprende, dobbiamo darci nuove regole?

L’evoluzione tecnologica pone contesti e situazioni nuove per l’etica. Cioè appare sempre più problematico ciò che deve essere fatto da un singolo uomo o da una comunità per rispettare la propria natura. E, senz’altro, le relazioni che si sviluppano nella Rete costituiscono un fenomeno oggettivamente nuovo, per non parlare dei dilemmi posti dal progresso biomedico. Ma credo che molte delle difficoltà etiche su come sia bene comportarsi in certe situazioni non dipendano essenzialmente dalla loro novità quanto dalla nostra ignoranza sul bello, sul giusto e sul conveniente. Mi chiedo quanti studenti (e professori!) universitari abbiano la capacità di cogliere le differenze tra i concetti che erano presenti in una qualsiasi lezione a Parigi o Bologna nel XIII secolo; oppure quanti frequentatori di un social network conoscano il minimo delle buone maniere che un tempo era comune a buona parte della società. Abbiamo acquisito straordinarie abilità tecniche, ma abbiamo perduto l’educazione necessaria per esse. Credo che le tecnologie contemporanee richiedano un grande addestramento a cose come la metrica, il disegno e la traduzione dal greco. Una rivoluzione di cui ci sarebbe bisogno è quella di un nuovo alessandrinismo.

In un saggio molto interessante di Eugen Fink, L’oasi del gioco, il gioco viene interpretato come una rappresentazione allegorica del mondo, nell’accordo con la sua essenza ludica l’uomo si mette in relazione con il tutto. Che rapporto hai con il gioco?

Eugen Fink è stata persona di grande sensibilità teoretica. E un po’ tutto il XX secolo ha insistito giustamente sull’importanza del gioco per l’umano. Il gioco infatti rappresenta nel modo più semplice ed immediato ciò che rende l’uomo tale: la sua non riduzione al mero calcolo, alla utilità, alla soddisfazione di bisogni primari. Qui l’uomo è lontanissimo dall’animale. Johan Huizinga, autore del celebre Homo ludens ha considerato il gioco (fino dal sottotitolo del suo libro) essenzialmente come un “fenomeno culturale” e non come una “funzione biologica”. Per Huizinga, il gioco, anche nelle sue forme più semplici, “è una funzione che contiene un senso”.

Ma è Georges Bataille che ha introdotto un concetto fondamentale: quello di dépense. Il gioco rappresenta nel modo più semplice ed immediato ciò che rende l’uomo tale perché in esso emerge nel modo più semplice ed immediato il concetto di dépense, un dispendio che non obbedisce a nessun calcolo. La parte più significativa della cultura umana altro non è che dépense: oltre al gioco, il dono, il lusso, le costruzioni di monumenti, gli spettacoli,…, e la stessa letteratura o filosofia.

Dunque, in questo senso, ho avuto la fortuna di dedicare una parte grande della mia vita al gioco.

L’inglese giustamente distingue tra i due termini, play, la dépense di cui parli tu, e game, il gioco con le regole, e per definizione non esiste vero gioco se non esiste almeno una regola, l’italiano, invece mescola creativamente le carte in tavola.

Mi ha molto colpito una tua lezione sulla felicità che partiva da una citazione di Aristotele, “la felicità non è un numero dispari”, ossia non ci può essere felicità se tutte le parti non sono felici…cos’è per te la felicità?

Grazie per l’attenzione con cui hai visto le mie cose. Quello che mi affascina di Aristotele è l’idea di una felicità etica cioè che si dà solo in un contesto ampio di relazioni con altri uomini. Credo che questo sia il concetto di felicità più rilevante per chi si occupi di società: vivere pienamente con chi ci è stabilmente vicino in famiglia, sul lavoro, nella nostra città. Occuparsi di politica non dovrebbe poter significare altro che lavorare per costruire le condizioni di questa felicità.

Accanto a questa felicità etica, vi è poi un altro tipo di felicità, tipicamente individuale, e che potremmo chiamare “mentale” (sul modello di un bel libro di Maria Corti) o più estesamente “mistica”. Questo secondo tipo di felicità, a differenza del primo, non si da in continuità, ma secondo istanti, in cui ci pare di vivere tutta la vita, senza residuo alcuno. L’arte è spesso il canale perché questa felicità ci investa.

Quale video hai scelto per noi e perché?

Scelgo uno splendido video di Adrian Paci visto questo autunno al PAC di Milano (e di cui un breve, ma indicativo, estratto è su YouTube). È la storia della realizzazione di una colonna di marmo: dalla cava al suo trasporto nel museo, dove la colonna appare accanto allo schermo in cui si proietta il video.

Credo sia difficile rappresentare meglio il concetto di lavoro dell’uomo: la sua fatica e la sua apparente futilità (la dépense!). Ma l’uomo è tale solo perché il suo lavoro produce cose come inutili e belle colonne.

Un’opera in divenire, grazie, è stato un vero piacere. 

 

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Le interviste continuano…STAY TUNED

Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister (I parte)

Saprei a stento dire

Se io sono ancora lo stesso,

Se mi si vuole chiedere nel complesso,

Dico allora: sì, così è il mio animo,

È un animo che talvolta

Preoccupa oppure rasserena,

Ed in tante migliaia di righe,

Di nuovo in equilibrio torna.[1]

La condizione del viandante è comune a molti racconti filosofici legati al tema dell’apprendimento e dell’evoluzione personale. Goethe gli ha dedicato una trilogia, La missione teatrale di Wilhelm Meister, pubblicato postumo nel 1911, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister (1796), Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister (1821), un romanzo iniziatico incentrato sul desiderio di un’educazione “armonica”. È una lettura che richiede un’attenzione meticolosa, bisogna procedere per gradi, si entra in un mondo simbolico, raccontato in terza persona, con scorci di diario, frammenti di lettere inviate all’amata, incontri rivelatori, enigmi da decifrare. La prima regola che il viandante deve rispettare nel suo viaggio, accompagnato dal figlio Felix, che diventa testimone, allievo e custode di nuovi segreti, è che non si può rimanere sotto lo stesso tetto per più di tre giorni. Il primo incontro di Wilhelm Meister, non a caso fra le montagne, e quindi da un’altezza diversa che permette di vedere il mondo da una prospettiva privilegiata, è con una figura che ricorda nelle sembianze San Giuseppe, l’uomo conduce un asino su cui è seduta una donna avvolta da un manto azzurro che tiene tra le braccia un neonato, dietro di loro un corteo di bambini. Mentre Felix si mette a giocare con i bambini, gli mostra delle pietre luminose che brillano ma sono finte, classificate come “oro del gatto”, Wilhelm comincia a conversare con il giovane falegname che lo accoglie in casa e racconta di come ha conosciuto la donna, era stata assalita da una banda di briganti mentre viaggiava con il marito. Man mano che leggiamo la sua storia i rimandi alla storia biblica diventano evidenti, la donna si chiama Maria, il falegname Giuseppe, una volta scoperto che la donna che ha soccorso è incinta e il marito è stato ucciso, decide di portarla a casa sua, dove la madre, insieme alla Signora Elisabetta la aiutano a partorire. Felix, che ormai è diventato un collezionista di pietre rare, scopre in una cassa della cappella delle pietre che attirano immediatamente la sua attenzione, Giuseppe gli confida che sono un regalo di un certo Montan, e Wilhelm Meister e il figlio si illuminano perché è il nome di un loro caro amico e sperano di incontrarlo nuovamente. A malincuore si congedano dalla famiglia, Felix vorrebbe rimanere ancora un po’, la partenza forzata è fonte di litigio tra padre e figlio ma le regole devono essere rispettate. Camminando nel bosco, il ragazzo scopre un tesoro prezioso, uno scrigno d’oro smaltato e confida al padre che sente che Montan non è lontano. Non ha torto, Montan compare all’orizzonte. La prima domanda che gli viene fatta è proprio legata a quali insegnamenti dare a Felix e come fare:

In ogni nuovo apprendere si deve dapprima iniziare, di nuovo come un bambino, riversare interesse appassionato sulla cosa; trovare gioia prima nella scorza, finché si conquista la felicità al nocciolo.

Allora dimmi, ribatteva Wilhelm, come sei giunto a queste conoscenze e vedute?…

Amico mio – replicò Jarno[2] – Dovremmo accettare il nostro destino se non per sempre, sicuramente per un lungo tempo. La prima cosa che viene in mente in tali circostanze ad un uomo capace è di incominciare da capo una vita nuova.

Wilhelm vuole sapere perché Montan ha scelto una vita insolita e solitaria.

Perché essa è propria di chi vive ritirato…Volevo tenere lontano gli esseri umani. Giovare loro non è possibile e ci impediscono di essere utili a noi stessi. Se sono felici bisogna lasciarli nelle loro sciocchezze, se sono infelici bisogna allora salvarli, senza intaccare queste sciocchezze, ma nessuno ti domanda mai se sei felice o infelice…Fa che il tuo piccolo lume non si spenga alla luce luminosa del giorno. Si estende laggiù un mondo nuovo davanti a te; ma voglio scommettere che le cose vanno come in quello vecchio, dietro di noi.

Mi sembrano più piacevoli comunque – ribatté Wilhelm – delle tue rocce rigide.

Assolutamente no – replicò Jarno – perché queste almeno non si possono comprendere.[3]

Dove si trovano i maestri? Wilhelm è sempre più confuso, ma la risposta arriva precisa: dove l’argomento è di casa. Da dove bisogna iniziare con Felix? Felix deve apprendere un mestiere, deve conoscere i Superiori…

TO BE CONTINUED…alla prossima puntata
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[1] Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister, a cura di Ernesto Guidorizzi, edizione Scientifica Italiana, Verona, 1986, p. 5.

[2] Jarno è il nome di Montan nel I romanzo.

[3] Ibidem, pp. 37-38.

Sono capitata per caso su questo video in inglese su youtube, un ritratto di Guglielmo Scuotilancia di Jorge Luis Borges, non ho potuto fare a meno di condividerlo. Metto just in case anche la traduzione in italiano, tratta dai magnifici Oscar Mondadori, a cura di Domenico Porzio.

Da Everything and Nothing (Tutto e Niente):

Non vi fu alcuno in lui; dietro il suo volto (che anche attraverso i cattivi ritratti dell’epoca non assomiglia a nessun altro) e le sue parole, ch’erano copiose, fantastiche e agitate, non c’era che un po’ di freddo, un sogno sognato da nessuno. Al principio credette che tutti fossero come lui, ma la sorpresa di un compagno col quale aveva cominciato a commentare quella condizione di vuoto, gli rivelò il suo errore e gli fece capire, per sempre che un individuo non deve differire dalla specie. Pensò, un giorno, che nei libri avrebbe trovato rimedio al suo male e così apprese il poco latino e meno greco che poteva conoscere un suo contemporaneo; poi considerò che nell’esercizio di un rito elementare dell’umanità poteva forse trovarsi quel che cercava, e si fece iniziare da Anne Hathaway, in un lungo pomeriggio di giugno. Passati i vent’anni andò a Londra. Istintivamente si era già addestrato nell’abilità di essere qualcuno, perché non fosse scoperta la sua essenza di nessuno; a Londra trovò la professione cui era predestinato, quella dell’attore, il quale su un palcoscenico giuoca a essere un altro, davanti a un’accolta di persone che giuocano a crederlo. Le fatiche dell’istrione gli fecero conoscere una felicità singolare, forse la prima che provasse; ma applaudito l’ultimo verso e ritirato dalla scena l’ultimo morto, l’odiato sapore della irrealtà tornava a impossessarsi di lui. Cessava di essere Ferrex o Tamerlano ed era nuovamente nessuno. Così, mentre il corpo compiva il suo destino di corpo nei lupanari e nelle bettole di Londra, l’anima che l’abitava era Cesare, che non presta ascolto all’ammonizione dell’augure, e Giulietta, che ha in odio l’allolodola, e Macbeth, che conversa nella landa con le streghe che insieme sono le sue parche. Nessuno fu tanti uomini come quell’uomo, che a somiglianza dell’egizio Proteo poté esaudire tutte le apparenze dell’essere. Talora, lasciò in qualche luogo della sua opera una confessione, certo che non sarebbe stata decifrata; Riccardo afferma che nella sua persona fa la parte di molti, e Jago dice con curiose parole “Non sono quel che sono”. L’identità fondamentale dell’esistere, il sognare e il rappresentare, gl’ispirò passi famosi.

Vent’anni durò in codesta allucinazione guidata, ma una mattina fu sopraffatto dal tedio e dall’orrore d’essere tanti re che muoiono di spada e tanti sventurati amanti che convergono, divergono e melodiosamente agonizzano. Quello stesso giorno decise di vendere il suo teatro. Meno di una settimana più tardi era tornato al paese natale, dove riebbe gli alberi e il fiume della fanciullezza e non li collegò a quegli altri che aveva celebrato la sua musa, illustri per allusioni mitologiche e voci latine. Doveva essere qualcuno; fu un impresario in ritiro che ha fatto fortuna e al quale interessano i prestiti, le liti e la piccola usura. In tale carattere dettò l’arido testamento che conosciamo, dal quale deliberatamente escluse qualsiasi tratto patetico o letterario. Solevano visitare il suo ritiro amici di Londra, ed egli riprendeva per loro la parte del poeta.

La storia aggiunge che, prima di morire o dopo morto, si seppe di fronte a Dio e gli disse: “Io, che tanti uomini sono stato invano, voglio essere uno e io.”

La voce di Dio gli rispose da un turbine: “Neanche io sono; io sognai il mondo come tu sognasti la tua opera, mio Shakespeare, e tra le forme del mio sogno sei tu, che come me sei tanti e nessuno”.

Intervallo con il grande Capo

Missione possibile

Da quando ho aperto il blog, ho notato che è pratica comune copiare e incollare autori vari senza mai citare il nome del traduttore, l’autore invisibile che lavora alla traduzione di un testo e che non viene mai considerato in modo professionale. Ora capisco che per chi non è del mestiere, la pratica diffusa “giustifica” un’azione scorretta, lo fanno tutti, perché non dovrei farlo anch’io? I testi sono disponibili online, gratis per giunta, perché dovrei occuparmi di citare anche il traduttore? Per il semplice fatto che non potreste leggere quello che avete condiviso con ingordigia senza un traduttore, poliglotti esclusi.

In questi tre anni ho sempre messo a disposizione le mie traduzioni in italiano di scrittori di lingua inglese, perché credo nel valore della condivisione, mi piace studiare e continuerò a studiare sempre, è una mia regola di vita. Il fatto che il lavoro sia accessibile a tutti non ne autorizza però il furto, omettere il nome del traduttore è davvero inaccettabile. Ancora più grave è chi lo spaccia per suo, vi assicuro che è uno spettacolo squallido oltre a essere un reato. C’è chi cita versi di Shakespeare per far vedere che ha capito qualcosa della vita, appropriandosi di una traduzione non sua, e siccome non l’ha nemmeno pagata, ma l’ha trovata in rete, e questo è il punto ancora più triste, non la rispetta nemmeno, attinge a piene mani a informazioni che gli sono state regalate, e pensa anche di essere più furbo e ci tratta pure da autentici idioti. La mia ricerca continua e non si può certo fermare per colpa di questi casi che si commentano da sé, ma se devo trasformarmi in guardiana di traduzioni condivise e rubate, e andare ogni volta nel blog di Tizio, Caio e Sempronio per rivendicare un mio diritto, quando basterebbe nominare il vero traduttore – procedura che dovrebbe essere scontata e nemmeno essere richiesta – smetterò di pubblicarne altre, la comunicazione non può, né deve funzionare a senso unico, e mi auguro davvero che incidenti spiacevoli del genere non si ripetano più. Buon inizio settimana a tutti, per chi è interessato alle interviste possibili, vi anticipo già che il prossimo appuntamento è previsto per mercoledì 29 gennaio, avrò un ospite davvero speciale. La sigla di Cristina D’Avena, Occhi di Gatto, mi sembra più che adatta come nota finale…

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